Charles Baudelaire

Marco Pacioni

Dal 2010, scaduti i diritti sull’opera di Walter Benjamin, sono apparse molte nuove edizioni e traduzioni. La sorpresa più rilevante è quella proposta da Giorgio Agamben insieme a Barbara Chitussi e Clemens-Carl Hälle sotto il titolo Charles Baudelaire. Un poeta lirico nell’età del capitalismo avanzato. L’importanza di questo volume è dovuta a due motivi principali. Il primo è che alcuni testi vedono qui per la prima volta la luce. Il secondo e più eclatante è che i nuovi materiali ricontestualizzano e offrono una comprensione diversa e più precisa dell’ultima fase dell’opera di Benjamin tra il 1937 e il 1940, tra il progetto su Parigi, capitale del XIX secolo (più familiarmente chiamato Pariser Passagen) e quello sulle Tesi sul concetto di storia.

Se non misterioso, certamente avventuroso non è soltanto il modo in cui questi materiali ridisegnano la mappa del lavoro del filosofo, ma anche il loro ritrovamento e pubblicazione da parte di Agamben. Alla fine degli anni Settanta, a Parigi, Agamben fiuta la possibilità che a latere di ciò che era stato trovato in precedenza ci potesse essere altro materiale, infatti rinvenuto nel deposito della Bibliothèque Nationale di Parigi. Il ritrovamento di quella che Agamben chiama la «quinta busta» di materiali e schede lo porta anche all’acquisizione di altri documenti inediti, tuttora in sua custodia. Avviato già il progetto delle Opere complete, l’editore Einaudi si rifiuta però di pubblicare in aggiornato contesto con gli altri editi questi nuovi materiali, per non modificare l’assetto che gli ultimi scritti di Benjamin avevano già assunto nel piano editoriale. Ragion per cui si è dovuto aspettare fino a oggi.

Ordinato in sette parti principali, gli editori hanno ricomposto il materiale nuovo e quello già pubblicato in un’edizione genetica dalla quale emerge come la parte su Baudelaire, da capitolo del progetto su Parigi, capitale del XIX secolo, diventa progetto autonomo che attira a sé sia i Passages sia le Tesi sul concetto di storia: che assumono ora la funzione di «armatura teorica» del Baudelaire stesso.

La possibilità che questi materiali danno di entrare direttamente nell’officina Benjamin mostra il modo paritario e reciproco in cui cooperano i due fattori principali del suo metodo: documentazione e costruzione. Non è soltanto la seconda, e cioè il momento teorico e interpretativo, il culmine conoscitivo, ma anche il modo in cui esso materialmente si costituisce: come se esso fosse già presente e avesse nelle stratificazioni del materiale la propria forma che si rivela fulmineamente quando un evento contestuale storico, oltre all’abilità dello studioso, la fa saltare fuori.

Nella restituzione del progetto Baudelaire, nel suo montaggio materialistico (lo stesso che hanno dovuto seguire i curatori effettuando un vero e proprio collage di carte), l’aura, la merce come feticcio, la visione messianica della storia, la costellazione che fa balenare l’idea risolutiva in un’immagine e gli altri temi eminenti dell’ultimo Benjamin si svestono di quell’alone misterico del quale le circostanze, la straordinaria intelligenza del personaggio e della sua scrittura lo avevano involontariamente avvolto e restituiscono l’immagine di un pensiero e di una critica più razionali e concretamente politici, oltre che un esempio di metodo di ricerca. (Le affinità saltano all’occhio: e, al di là di Benjamin, occorrerà anche tenere in considerazione quanto emerge dal Baudelaire per cogliere alcuni aspetti del metodo di lavoro dell’opera di Agamben filosofo).

Walter Benjamin
Charles Baudelaire
Un poeta lirico nell’età del capitalismo avanzato
a cura di Giorgio Agamben, Barbara Chitussi e Clemens-Carl Hälle
Neri Pozza (2012) pp. 927
€ 23,00

Alfa Zeta: E come Eternità

Francesco Forlani

Il tutto comincia con l’eternit dei tetti che apre questa nuova puntata di Alfa Zeta, con riduzione delle vite  a  miniature esistenziali, la gloria letteraria  di Fabio Volo, sullo schermo sospesa e  riflessa nelle vetrine di un megastore. Così appare anche la città, con i trenini in miniatura,  solcata dalle icone della contemporaneità - ora il tifoso con il braccio teso, ora l'interno senza vita della metropolitana in cui si è appena consumato un delitto nazionale. Ecco allora che fai fatica, altro che rimboccarsi le maniche come scrivono i compagni che sba(di)gliano, perfino a scoprire, come nel manifesto inquadrato e strappato dai passanti, che oltre quello, proprio dietro, c’è il cristo. Quell’eternità - êtrenitè, tu proprio non la capisci, non la decodifichi, sei come i sordomuti alla sede rai, a reclamare sottotitoli, lo schermo è vuoto, bucato, non appare nulla.  Questa esperienza di disequilibrio, di caduta da stordimento,  si è associata in me all’immagine dell'Albatros di Baudelaire, quel goffo balletto dei poeti, quel balbettio delle ali che sembra, ma solo a tratti, produrre piccoli venti di speranza.  effeffe