Speciali / Premio Pagliarani 2017

Elio Pagliarani (fotografia di Dino Ignani)

Ieri, nella Sala Squarzina del Teatro Argentina, a Roma, si è tenuta la cerimonia di premiazione del terzo Premio Nazionale Elio Pagliarani. Il vincitore per la sezione editi è Rosaria Lo Russo con Controlli (Mille gru 2016), quello per la sezione inediti Simone Marcelli con Archivio privato. Il premio alla carriera, dopo essere stato assegnato a Nanni Balestrini nel 2015, e a Giulia Niccolai l’anno scorso, è andato per quest’anno a Carlo Bordini. Riportiamo di seguito uno stralcio dal discorso introduttivo di Maria Grazia Calandrone e le motivazioni, scritte da alcuni dei membri della giuria, per segnalare i sei finalisti (per un ex æquo) per la sezione delle raccolte edite, e i tre per la sezione inediti. Corredate da un componimento scelto, per ogni raccolta, dalla redazione di alfabeta2.

La pietà oggettiva

Maria Grazia Calandrone

La citazione di Pagliarani posta a esergo del Premio riassume, con la sintesi tipica della grande intelligenza, la poetica di Pagliarani: “Posso spendermi solo per le cose che passano, quelle che restano ci penseranno loro”: proprio a significare l’attenzione che i poeti devono alla realtà più minuta.

La strada indicata da Pagliarani non è quella di una poesia che si senta investita in diretta e a gran voce dall’eterno e dall’immortale, ma che piuttosto si prenda la briga di trasformare in bellezza e renda al quotidiano l’immortalità – pure anch’essa provvisoria – della poesia.

Ma la poesia di Pagliarani è soprattutto una poesia “corale”: il poeta si assume il compito della “pietà oggettiva” – per citare un suo titolo, che è una di quelle intuizioni, di quelle espressioni che riassumono gli umori intellettuali ed emotivi di decenni di vita e di esperienza umana: nessuno come lui ne La ragazza Carla, ha reso il costo umano degli anni della Ricostruzione e del miracolo dell’industrializzazione. Se resta un documento di quegli anni, è anche grazie alla poesia, perché la poesia serve tra l’altro a testimoniare i cambiamenti sociali, i distillati e gli ultrasuoni di un’epoca.

Come scrive Fausto Curi: “nella poesia di Pagliarani il lettore percepisce l’atmosfera sociale della parola e che la parola di Pagliarani è in qualche modo, sempre, la parola altrui”. Poesia morale, dunque, oltre che corale, questa di Pagliarani, il poeta più “realista” della neoavanguardia, il poeta di un’epica di antieroi come la ragazza Carla, che si smalizia e quindi si “corrompe”.

Ma, tornando al premio, nello scegliere tra le poesie presentate ho dunque cercato questa “coralità” e soprattutto questa “pietà oggettiva”, questo modo di dire le cose e le persone assumendole in maniera affettiva, ma distaccata: il Pagliarani poeta era, del resto, un gran coniatore di neologismi e ossimori (pensiamo allo splendido “fecaloro”), proprio nell’intenzione di documentare le contraddizioni della realtà. Riassumendole, però, in una parola: cercando quindi di conciliarle, di sanare lo spacco, la frattura, lo scisma della realtà – nel momento della sua rappresentazione, ma in una parola: “poetica”, nuova, attenta a ogni mutamento della realtà sociale – una parola che tenesse in sé le feci e l’oro, come un’ostrica senza giudizio terrebbe in sé la perla bianca e la nera.

Tengo a citare un brevissimo passo da La pietà oggettiva, dove quanto sostengo della poesia di Pagliarani è esemplificato perfettamente:

Lo snack bar in galleria

è adattissimo a un saluto distaccato

fu lì che la lasciai – se parlo di Lucia.

Mi disse vado in Francia ero offeso indignato

nell’abito da ballo con un fiore d’organza slabbrato sul petto

le consigliai di toglierlo mi disse non posso perché copre uno strappo

Ecco. Questo frammento mi ha sempre ricordato la pietà dalla quale viene investito il cinico giovane Holden, mentre immagina la prostituta che va in tintoria, come tutte le altre donne, e, come tutte le altre donne, appende il vestitino stirato nell’armadio.

La pietà oggettiva sta in questo soffermarsi sulla misera dignità della miseria – intendendo per miseria non certo la miseria economica, ma la fragilità umana, la pietà che facciamo tutti – la commozione che suscitiamo quando vogliamo sembrare comunque belli, in ordine, a posto – nonostante lo strappo che abbiamo sul petto.

Raccolte edite

Alessandra Carnaroli, Primine, edizioni del verri, 2017, 59 pp., € 10

Primine parla dell’infanzia, o meglio dall’infanzia: nelle poesie che compongono il libro, Carnaroli esibisce una voce insieme autentica e inautentica, ferita e feroce, libera e incatenata agli stereotipi e alle discriminazioni di genere, di razza, di censo, persino di diagnosi.

Le 87 poesie di Primine, numerate tutte di seguito, si succedono come rapide istantanee, echi straniati di fatti di cronaca, di esplosioni familiari, di storture relazionali, di violenze reciproche, di disturbi «certificati» in un inferno scolastico che si nutre di rassicuranti catalogazioni.

La scrittura si inoltra in una mimesi estrema dell’oralità riversata sulla pagina; è una poesia di grado zero, una scrittura povera ma mai ingenuamente lineare; è una scrittura, al contrario, fatta di parole dislessiche che saltano, di cortocircuiti e di inversioni. È così che in questo libro Carnaroli arriva a dire tutto il trauma dell’infanzia.

Marianna Marrucci

vieni in macchina a fare un giretto

sul mio petto

stai protetta

mi hai detto

che buon profumo di cocco

ha il tuo cruscotto

non devi portarmi però

in piscina io

annegata

ancora bambina

*

Michelangelo Coviello, La primavera fa ridere i polli, Edizioni del verri, 2017, 93 pp., € 12

Michelangelo Coviello è stato forse l’autore più attivo e inventivo della generazione di mezzo, quella, assai critica invero, degli esordienti degli anni Settanta: fra i rarissimi non impaludati allora in un prospettiva sedicente-orfica o neovaticinante o semmai nuovamente rondista, dei sedotti insomma dalla falsa moneta di una marcia del gambero. Fin da quel tempo difficile, Coviello si è dimostrato capace, come pochi, di far tesoro della tradizione (e tensione) del nuovo, in modo tanto lucido quanto spregiudicato, e ricercando attivamente, e da vero militante della poesia, vie nuove per una parola messa in opera in un processo di comunicazione poetica il più possibile virale, restando al centro e mai tuttavia cedendo alle blandizie di alcun coro. Nel prosimetro della sua Primavera in anticlimax (che non può che far ridere i polli), blocchi ben temperati e sostenibili di stream of consciousness o meglio di «mangiatoia di pensieri» in flusso, retti su una implicita vena comico-sensuale e tradotti in «piastrelle» (elementi, o micro-monoliti) di un puzzle (pseudo)cognitivo, attivando/deludendo derive di narrazione concentratissima e subito dispersa, questi blocchi si ritmano e rispezzano per opera di un versicolare comico-popolaresco, quadrotti di ottave di ottonari, in un nonsensico basso, un delirante divagare (spesso irresistibilmente osceno), che esplicito va retrogradando sulla elementare, formulare grammatica dei cantari. La conflagrazione fra i codici della prosa e quelli della poesia (che da quasi due secoli detta le condizioni di un discorso poetico avanzato) diviene così una piccola espansiva scatola a sorpresa, pirotecnico-sonora, sul binario duplice e rescisso di questo e delirante e irresistibile «ragionatorio».

Tommaso Ottonieri

La primavera fa ridere i polli come te e lo zio Angelo la signora della porta aperta il dottor Alberto e il medico di guardia mentre si rolla la canna lo fa con una mano sola come ai vecchi tempi come ai bei tempi come piaceva a lei l’uncinetto della maglia la coppia del sabato sereno e tuo fratello quello che gli urla il mal di pancia e mettici anche me nella lista caro amico fraterno se non mi ridai i soldi vado a dire in giro che nostra madre se la faceva con tuo padre tu eri il suo preferito per tutta l’infanzia anche quando hai visto il mare per la prima volta no bagno hai detto no bagno giù a piangere poi basta se ne infischia se ne infischiano tutti anche quelli che pensano che sia tutto inutile con te sei cresciuto poco nella testa vai in giro con tutti con quelli che ce l’hanno coi capelli bianchi sul muro dell’altro ieri perché quello di ieri non è ancora pronto l’ombra fa quadrato sulla luce e dice fuori tutti fuori tutti giallo scarpe occhiali la zona in ombra è circa un terzo della gru che gli continua a vomitare cemento sul foruncolo che splende hallo Sunshine dici […]

*

Marco Giovenale, Strettoie, Arcipelago Itaca, 2017, 88 pp., € 13

A proposito della sua stessa scrittura, Marco Giovenale in Shelter parlava di «un flusso stabilmente interrotto. Sospeso, ripreso. Minacciato di nuovo, costretto a macchie di ombra. Forward e rewind sono nello stesso tasto, libro». E prima ancora, nella Casa esposta, evocava una matrice del mancare, «forma preformata di qualsiasi traccia che cede».

Cedimenti e slittamenti sono anche i materiali con i quali è costruito Strettoie, opera composta di tre brevi raccolte scritte e assemblate separatamente, ma tanto omogenee da «precipitare in unità». Di nuovo Giovenale si muove dentro l’ossimoro di una stabile interruzione, di un simultaneo avanti-indietro, di un luogo che non riesce a fare a meno di sottrarsi, di non esserci più – o meglio, di essere, come anticipa il titolo, «stretto»: «[...] Deve lasciare in poco tempo questo=quel / poco spazio. Il resto fondato sul resto».

Qui, come e più che nei testi precedenti, si vede come Giovenale si ponga, di fronte al mondo, in una posizione risolutamente sghemba e (apparentemente) di margine, appunto il resto che si fonda sul resto, dove lateralità e letteralità procedono di pari passo, per sussulti successivi: «Ma non ci saranno / i caffè (leggi: i locali) / sostituiti da stalli / per i morelli degli psicopatici / che però corrono, vincono, / diventano ricchi e / vi danno lavoro – a quelli come voi».

Voci e controvoci si susseguono in una ideale conversazione che attraversa i testi e nella quale ogni parola sembra restare per un attimo sospesa in aria, come la palla di un giocoliere, o un ologramma pronto a imprimersi nella pupilla. Del resto, proprio per Strettoie Massimiliano Manganelli ha scritto che, «più che dire qualcosa con le parole, Giovenale intende far parlare le parole stesse, esponendole come fossero cose».

Maria Teresa Carbone

Assistito da oggetti

si isola.

Gravures. Mascella

per incidere crani.

Schermo, tossicità o meno

dell’ocra. Grata-

écran

*

Rosaria Lo Russo, Controlli, Mille gru, 2016, 48 pp., € 16

Due sezioni, due attanti poetici storicizzati, il campione di tuffi Klaus Di Biasi e il poeta persiano del Trecento Hafez, le loro lamentazioni mai di furori astratti, portano il segno degli eventi della perfezione agonistica e di quella amorosa segnate da stati chimici speciali del corpo e del sentimento. Tradotti stilisticamente in un naturalismo sospeso e seriale, effetto del procedimento sperimentale della riscrittura accompagnata dalle intermittenze del video di Daniele Vergni. Dopo quarant’anni nei modi ora più fermi e articolati della memoria per l’atleta e in quelli dialoganti coi dettagli del corpo amato dell'anziano poeta, il dolore e la perdita indotti dal passo barbaro del tempo tendono a equilibri superiori, ai controlli, come dice il titolo, del linguaggio fino alle nenie misteriose che consolano.

Roberto Milana

[…] LA MIA VITA È STATA BELLISSIMA

Non si vive di ricordi però ricordare è bello

Dentro il cellulare ho messo le fotografie

Dei miei vecchi tuffi, eccole.

Ma non mi sono mai più tuffato

Ho provato

Ho capito che non era più possibile

Non sapevo più volare

Tramutare il mio rigido ossame in liquida essenza

E di questo mi vergognavo.

*

Gilda Policastro, Esercizi di vita pratica, Prufrock, 2017, 65 pp., € 12

Esercizi di vita pratica di Gilda Policastro, la cui fisionomia stilistica è ormai riconoscibile e riconosciuta nel fondale letterario attuale, entra nella compagine di finalisti della terza edizione del Premio Nazionale Elio Pagliarani a pieno titolo e con alcune originalità e maestrìe che consideriamo già paradigmatiche e per molti aspetti nel segno di «Pagliarani». Innanzitutto Esercizi di vita pratica è scrittura di identificazione e scompiglio, una fenomenologia della scrittura da ascolto, dove ogni voce fuori campo o di fondale è reperto arcaico sempre «in s-concerto». Ricercando le condizioni che hanno determinato l’origine della scrittura ricordiamo quello che Elio Pagliarani scrisse: «lo spirito umano ha più bisogno di piombo / che di ali». Un lavoro di collocazioni dunque, di spostamenti, pesi, frammenti che si discosta da ogni forma di manierismo ricercando e cogliendo i nessi della comunicazione distorta e piana del current reality intercettando ogni forma per conseguire il risultato periglioso e «alieno» di un’altra scrittura che da interferenza diviene riferimento. Il testo è stato quindi prescelto per questo contributo alla ricerca linguistica in primis, per aver congegnato ed elaborato un sistema complesso e già memorabile avvalendosi di tecniche e invenzioni, scarti, accostamenti e frizioni utlizzando i rumors, una «mood babele», pezzi del puzzle ossessivo e socializzante e intercettandoli ai fini del risultato per escogitare forme linguistiche inedite. Per queste e per altre motivazioni che avranno modo e contesto d’essere analizzate salutiamo Esercizi di vita pratica di Gilda Policastro come un risultato della lingua italiana nuovo e atteso nel panorama attuale. Scrive Donna Haraway, filosofa americana, caposcuola della teoria del cyborg, che donna e macchina appartengono alla realtà sociale quanto (o meglio come) alla finzione. Ogni scrittore dovrebbe essere un pò cyborg come in questa nuova pubblicazione di Gilda Policastro.

Lidia Riviello

Puzzle

Quando vai a trovare qualcuno malato

di solito passi davanti a un altro

malato nella stanza solo

nel letto sbagliato

Quando esci dalla stanza lo vedi

addormentato sul fianco uguale

al tuo malato soltanto

nel letto sbagliato

Te ne ricordi l’indomani

che sei passato dritto

non hai salutato

e nemmeno guardato

quell’altro

malato

uguale

solo

nel letto

sbagliato

*

Michele Zaffarano, Power Pose, Edizioni del verri, 2017, 170 pp., € 12

Poemetto che si declina in due diverse versioni, tipograficamente speculari e differenziate da lievi varianti morfo-lessicali, Power Pose di Michele Zaffarano mette in crisi – innanzi tutto –  le ridondanze dei linguaggi regolativi. Le «posture di potere» cui certa psicologia comportamentista vorrebbe indurci sono il pretesto per una manipolazione capace di registrare le falle della lingua globalizzata, che vive e langue nell’universo della traduzione automatica. Power Pose non si limita però a esibire il gelo di un’operazione concettuale, ma, forte di un corpo a corpo con il glitch (il frantume, diremmo) della parola, produce esiti di emozionante delirio, non solo demenziale. Siamo quasi di fronte a un epos dello scialo semiotico.

Paolo Giovannetti

A volte

quando chi parla

cerca di farmi

cambiare opinione

quando cerca

di manipolarmi

ricorro a una tecnica di difesa

è una tecnica

comunicativa efficace

nella difesa.

Tale tecnica comunicativa

consiste nel ripetere

più volte

il mio punto di vista

senza cambiare le parole

senza cambiare il tono

delle parole.

Tale tecnica comunicativa

di difesa

consiste nello scegliere

una frase breve

nell’usare tale frase breve

in maniera ossessiva

senza tenere conto

di quello che dice

chi mi sta parlando.

Tale tecnica di difesa

è una tecnica efficace

consiste nel pronunciare

ogni volta che è possibile

tale frase breve ossessiva

dopo che l’ho scelta

rivolgendomi

a chi mi sta parlando.

Quando uso tale tecnica

di difesa

devo solo preoccuparmi

di usare in maniera corretta

tale tecnica

devo solo stare attento

a controllare

le mie emozioni.

Quando uso tale tecnica

comunicativa

di difesa

è una tecnica efficace

per la difesa

devo solo preoccuparmi

di non lasciarmi coinvolgere

di non lasciarmi catturare

dalla rete delle parole

dell’altro.

Mi esercito sempre

a usare tale tecnica

comunicativa

di difesa

è una tecnica di difesa

efficace.

Mi esercito sempre

a resistere

mi esercito sempre

a dire la frase

dopo che l’ho scelta

in modo calmo

a dire tale frase

dopo che l’ho scelta

in modo rilassato.

Il linguaggio del corpo

non tradisce

nessuna emozione negativa

non mostro collera

non mostro indignazione

non guardo lo sguardo

di chi mi sta parlando

non guardo

chi mi sta parlando

non incoraggio il dialogo

non ho paura del silenzio.

Raccolte inedite

Gianluca Garrapa, Laddove dovresti cominciare a cadere

La scrittura poetica di Garrapa presenta un ritmo cardiaco della sintassi tra corpo delle cose e metafisica dell'ambiente testuale che le comprende. È un ritmo definito da una punteggiatura ossessiva, da figure dell'elencazione altrettanto coattive con unità linguistiche ora brevi ora di estesa fattura, prive spesso di temporalità nascosta dall’accumulo di sostantivi o resa gassosa dai verbi all’infinito, alla maniera di Pizzuto. Il mondo poetico di Garrapa risulta così pulsante e perentorio, si assume il rischio dell’esegesi morale della quotidianità provando a mettere le mani critiche sull'esistenza attraverso una dialogicità che pressa anche il lettore, perplesso ma mai indifferente.

Roberto Milana

laddove dovresti cominciare a cadere. depositarti sul vetro pulito. concederti al fiato del gatto che annusa. il terreno il tessuto il divano. la tenda sbiadita folgorata dal sole. non il corpo seduto o l’oggetto seduta. non il fiato né il polline di pioppo che nevica. prima però dal polline transiti. la polvere e il fiato. laddove tendi a essere cosa. laddove dovresti cominciare a svanire. restare e cadere.

*

Simone Marcelli, Archivio privato

Nell’Archivio privato di Simone Marcelli si stipa una cronaca di quotidiana, ordinaria inappartenenza, modulata su versi lunghi che orchestrano, con andatura ritmica sorvegliatissima, un resoconto di viaggio in bilico tra esattezza denotativa e flash di inesistenza, affidata a frammenti, microeventi, dettagli, di cui si smarrisce, per eccesso di parcellizzata certificazione, ogni nesso di causalità. Il «disguido» occupa per intero il poemetto: lo racconta una voce narrante intonata su un plurilinguismo divertito e straziato, estroverso sino alla danza sillabica e inibito sino all’afasia, per denunciare, tra le invenzioni lessicali e l’ironia corrosiva di chi si ostina a inseguire «l’accordo in nero con la vita», il persistere sottovuoto del nostro presente.

Niva Lorenzini

La pausa dura 5 minuti

Agli impiegati sono concessi punti pasto in numero di 5 (non in sala ma in saletta, si ricorda a pausa conclusa di spegnere le luci,

siate ammoniti)

NB: si raccomanda di mandare a mente la tabella delle equivalenze degli alimenti,

genericamente:

- 5 punti = un pasto completo, ma piccolo.

*

Irene Santori, Il libro dei liquidi

Costruzione per dissociazioni, a onta delle divisioni quotidiane, complice magari l’interruttore della luce e l’ironia. La fulminea impronta di un sentimento («correvo a prendere i tuoi occhi all’uscita dalla scuola»), al passo con le dilatazioni della memoria. Lo scoppio della tragedia, intemperanza di vulcano. Come ritrovare se stessi dopo un tentativo di svenimento. Il formarsi e deformarsi delle nuvole, continuo cinema o sogno. Sdoppiarsi attraverso un figlio. Le sorti dell’umanità in un graffito. L’immensa intimità di un corpo ferito nelle proprie mani, selvaggina e lontananze. Infine (o attorno a tutto ciò), nicchie di allegorie per la Morte e i suoi aiutanti. 

Così si lascia navigare, navigando a vista nell’anima del lettore, goccia a goccia, il fresco e nativo Libro dei liquidi di Irene Sartori.

Ennio Cavalli

Mio padre era paterno mia madre solo ramo e io m’arrampicai per veder chiaro s’è vero anche il contrario s’è vero che anche il ramo s’aggrappa al frutto come il frutto al ramo e caddi.

Mio padre m’era caro e caro era Isacaaron chiodo fisso e palo padre mio e io pancia, brodo e mastello, mia madre latomia io castello e scortesia. Lunga vita della ruggine a te chiodino, impianto espianto, rinascerai santino.

Mio padre era mio padre, mia madre era una madre ma io nemmeno, nemmeno quello e taglio il brodo col coltello.

Fanciulle innamorate, un po’ attempate

Franca Rovigatti

Sophie-Calle-Portrait
Sophie Calle, Portrait

Esce di mano a lui che la vagheggia
prima che sia, a guisa di fanciulla
che piangendo e ridendo pargoleggia,
l'anima semplicetta che sa nulla

(Divina Commedia, Purgatorio, canto 16, 83-86)

Insolitamente, dai primi di dicembre 2012 a tutto gennaio 2013 mi sono ritrovata a frequentare facebook ogni santa mattina per leggere la Fanciulla del giorno. Pensavo che Cetta le sfornasse la notte, come le sue famose torte, e attendesse giorno per offrirle agli amici. Le Fanciulle arrivano nuove e diverse e uguali: puntate di un quotidiano, prezioso feuilleton.

Più di recente, marzo 2016, Cetta Petrollo (vedova di Elio Pagliarani, sessantenne fanciulla poeta, raffinata scrittrice in prosa) scrive, ancora in facebook: “Cosa cercano le persone nella rete? Esse cercano i sogni. I sogni che si nascondono dietro alle immagini, alla suggestione delle parole, all’immaginazione, agli angoli nascosti. […] C’è chi nel gioco dei sogni si infila come un ago da rammendo, un ago da pescatore e tenta di riammagliare i fili spezzati della propria vita. […] E la rete rende ciò che la vita non ha dato, se non si è state fanciulle si torna ad esserlo […]. La rete è arte”.

Ora le Fanciulle, riunite insieme tutte e quarantasette, sono un libro. Va subito detto che hanno sessant’anni, e può sembrare curioso che siano ancora fanciulle, dal momento che “fanciulla” viene da “fan(ti)cella”, rimanda ad una età, come dicono i dizionari, tra i sei e i dodici anni. Eppure di quella infantile età, della loro infantilità le Fanciulle non solo non si vergognano, ma sembrano essere contente, attraversano gioiosamente fanciullezza, ne esplorano con curiosità e stupore ogni angolo ed emozione. Quella infantile età è l’ “epoca” del titolo del libro, e di ogni capitolo. “Epoca” nel greco antico da cui deriva significa “sospensione, fermata”: ed effettivamente il tempo in cui le Fanciulle agiscono è un tempo fermo, sospeso, che rimanda a passati vissuti e non vissuti e a futuri sognati in provincia di Fiaba.

Le Fanciulle si offrono allo sguardo del lettore in ogni loro declinazione, smarrimento, congiunzione, ritrovamento. Ma, attenzione!, solo una per volta, che ognuna ha la sua parte da giocare. A sostenerle nel loro errare e ristare è il vento della scrittura: una scrittura trascinante, un flusso a lingua sciolta, che si cita e ripete senza pentimenti, che non stacca, intere pagine senza virgole, senza punto. Poi ci sono momenti in cui le frasi diventano brevi e asseverative, e gli a capo continui. Una lingua comunque sempre molto fisica, concreta, persino tattile: piena di odori, rumori, sapori. Umida di desiderio, seccata dal dolore, che in ogni momento si fa corpo: “[…] si era andata tutta costruendo con le parole come fosse andata da un’estetista si era fatta bella di parole che le parole avevano formato il suo corpo che lei il suo corpo non lo voleva narrare lo voleva solo scrivere lentamente […]” (p. 103). La carne, la pancia, il pube, il seno, le mani: nessuna angelicatura, le Fanciulle vanno sul concreto: “valige e abitudini colazioni di caffè e litigate tepori mattutini e voci assonnate pastasciutte scolate e vapori di brodo mani in librerie mai frequentate deodoranti creme saponette tavolette alzate serrande rotte ascensori fermi perfino condomini diversi”(p. 45).

Tutto questo avvicendarsi di emozioni (le Fanciulle sono innamorate), di corpi, di gesti, di oggetti e luoghi va in scena dentro un cielo con quattro (e poi più) lune, con venti e tramontane che portano via, con stelle che salvano l’anima. Giardini con cancelli arrugginiti, chiavi nascoste, stanze piene di fuoco e lava. L’Epoca è anche Fiaba. Forse non c’è pavimento, è per quello che si vola via tanto facilmente. Solo l’ultima Fanciulla, la diciassettesima, vedrà che: ”Nell’anima si stava proprio formando di nuovo un pavimento” (p.110).

Le Fanciulle sono innamorate del mago, che compare in varie forme e funzioni, come fosse più di un solo mago. E’ il punto di riferimento fisso, il cardine su cui le Fanciulle fanno perno per esistere e resistere (“E con me non cadi ripeteva il mago, con me non si cade…”, p. 93). Dispensatore di lune e di prodigi, gli obbediscono le stelle, gli obbedisce il corpo delle Fanciulle, il tempo, il sole, la notte. E’ potente, maestro e sostegno. Ma può sparire, tradire, lasciando infinito dolore.

Quella che a Walter Pedullà, nella prefazione a Senza Permesso (2007), appariva una prosa che “sembra registrare una realtà fatta di pensieri in incubazione” risplende nelle Fanciulle come un marchio, come il possibile exemplum di una lingua tutta femminile. Anima che passa attraverso il corpo (“Il solo corpo non basta. Ma quando mai basta.”, p. 56,) e attraverso il corpo diventa parola e lingua. Lingua d’amore che senza requie invoca a suo necessario complemento il maschile.

Infine, questo libro è anche, sicuramente, un poema sulla vecchiaia, su “tutto l’abbandonato della vita che era corsa avanti senza la fanciulla” (p.40). Non a caso, in epigrafe al libro il verso di Elio Pagliarani (gran mago, lui!) dice: “Quanto di morte noi circonda e quanto / tocca mutarne in vita per esistere”. “Mutazione in vita” che Cetta, con la sua voce di donna-fanciulla, mette in scena con grande sapienza.

Cetta Petrollo

All’epoca che le fanciulle

prefazione di Loredana Magazzeni

Editrice Zona

pp. 120 € 12

Questo pomeriggio alle 17 il volume sarà presentato alla Biblioteca Vallicelliana di Roma. Parteciperanno, insieme all'autrice, Maria Grazia Calandrone e Ennio Cavalli. Letture di Carla Chiarelli.

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Giulia Niccolai, o del rovesciamento

Cetta Petrollo

2007-04-22_niccolai1_00641“Io non riesco a darmi pace / se, ogni tanto, non rivolto / la mia esistenza come un guanto, / per ripassarla tutta. Macchie, buchi di tarme, cerniere rotte, orli che pendono, / bottoni che mancano, antiche / bruciature di sigarette, ‘scorlere’, / smagliature”. Così scrive Giulia Niccolai in uno dei New frisbees, sezione conclusiva del suo ultimo libro Foto e Frisbee; e se l’esistenza è un’esistenza come la sua – vissuta liberamente fra l’America e l’Italia fin dagli anni Cinquanta, anni in cui era molto difficile per una donna vivere in modo non convenzionale, trascorrendo esperienze in una professione, quella di fotografa, in quel tempo inusuale per le donne e in compagnia, per più di quindici anni, della pervasiva presenza di Adriano Spatola – ci rendiamo conto della coraggiosa avventura di questo rovesciamento, testimoniata e punteggiata da scelte linguistiche che pur nella costante, personale, ricerca di un senso altro – fondamentale la scelta della pratica buddista –, si ripropongono come centro e approdo, costantemente perso e ritrovato.

Il rovesciamento, iniziato forse con quella che la stessa Giulia definisce la sua “discesa agli inferi” negli anni fra l’83 e l’85, sottolinea una consapevolezza della funzione della scrittura quanto mai distante dalla poetica spatoliana: citando Spatola, non “il testo come realtà, la pagina come realtà, la poesia come realtà”, non la presunzione di poter elaborare “la propria sofferenza con gli strumenti della poesia”, ma scrittura come illuminazione gentile di un cammino interiore; apertura, attraverso parole-immagini, di connessioni che disperdono l’io e lo decentrano giacché, dice Giulia “ventotto anni più tardi so con certezza a cosa serve pregare e meditare. / A provare di nuovo veri e propri / sentimenti, emozioni: l’incredulità e / la felicità della meraviglia, / la compiutezza della gioia, la non dualità della compassione, / la gratitudine dell’amore. / Sommate, danno beatitudine”.

La lingua di Giulia, attiva dal 1966 con numerose pubblicazioni in prosa e in poesia, dal romanzo Il grande angolo , nuovamente pubblicato nel 2014 , fino alla raccolta completa di tutte le poesie, Poemi & Oggetti , edita da Le Lettere nel 2012 , attraverso le deliziose edizioni TamTam e Geiger, Sinsong for new year’s Adam & Eve e Russky salad ballads & webster poems e la prima raccolta dei Frisbees (poesie da lanciare) nel 1994, non è dunque quella “scrittura barocco / balorda” nella quale si identificano “la frantumazione, l’alienazione, / la confusione”, ma piuttosto un sinuoso movimento che asseconda la libertà del narrare – e slitta incessantemente dal piano dei ricordi dell’infanzia e della giovinezza alle esperienze del presente, dalla riflessione sulla poesia alle immagini simboliche della pittura più amata (e qui ricordiamo i suoi bellissimi scritti sull’arte, Le due sponde. Spazio/tempo-oriente/occidente, pubblicati da Archinto nel 2006).

Così, nei primi capitoli, la seguiamo nel lavoro milanese presso l’agenzia Giancolombo, nelle scorribande avventurose, da giovanissima fotoreporter, nella New York degli anni Cinquanta e Sessanta ritraendo, fra l’altro, personaggi come Kubrick, Nabokov, Ford, nella pigra vita del Tridente romano fra Canova, Rosati e Cesaretto e nei reportage alla ricerca di borghi italiani poco conosciuti dalla Toscana alla Sicilia, fino ad arrivare alla narrazione del suo incontro con il buddismo e alla riflessione sulla letteratura – centrale nel volume il lungo saggio sulla poesia di Adriano Spatola – con qualche squarcio biografico sugli anni trascorsi al Mulino di Bazzano.

Un inarrestabile e continuo decentramento percorre Foto & Frisbee lanciando interrogativi e ironia verso il lettore in quell’andirivieni fra senso e non senso che accompagna Niccolai dalle Russky salad ballads (valga per tutte la memorabile Harry’s Bar Ballad) e le fa superare, con quella grazia linguistica che costituisce la cifra particolare e costante della sua scrittura, gli scogli orribili della malattia e della vecchiaia: “Sempre a proposito del mettere / o non mettere il Pace maker, / la Dottoressa dice: parlo coi / dottori di sopra (il pronto Soccorso / è al primo piano), e anche con gli elettricisti (tecnologi del Pace Maker). / Peccato che non abbia ancora / il coraggio di chiamare ‘idraulici’ / i medici esperti di cuore e coronarie”.

Quell’“amicone del linguaggio” si coniuga in modo naturale con l’esperienza buddista diventando meditazione attiva e illuminazione attraverso la parola, gioia nel gioco del perdersi: “La mia gioia sono le parole / che si inseguono come biglie / dentro e fuori le gallerie / di un castello di sabbia”. Come splendidamente osserva Cecilia Bello Minchacchi nella prefazione al volume: “Le parole hanno una concretezza meravigliosa, nella scrittura di Giulia, una concretezza infantile, lucida e rotonda”, in “una diffusa sympatheia per ogni aspetto della realtà”.

Niccolai ci racconta, senza alcuna presunzione di esemplarità, sessant’anni di vita in cammino verso la compiutezza, l’accettazione e la compassione di sé, verso il riconoscimento del proprio percorso che è costituito, innanzitutto, dal riconoscimento di quel particolare, intimo, calore che solo il ritrovamento della propria lingua può dare – goccia rossa dell’esistere –, pioggia di meravigliosi frisbee che vengono lanciati verso chi legge in gioiosa comunicazione, segno distintivo della generazione, assai vitale, degli scrittori che esordirono negli anni Sessanta con molte speranze sul futuro della letteratura (e della politica e della cultura) e che ora, nella loro vecchiaia, continuano a testimoniare un’inesausta passione per la vita.

Giulia Niccolai

Foto & Frisbee

introduzione di Cecilia Bello Minciacchi

Oèdipus, 2016, 176 pp., € 14

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cantiereUna rete di intervento culturale per costruire il futuro

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Sara Ventroni, canto della dissoluzione

ventroniCetta Petrollo

La sommersione è la seconda raccolta poetica di Sara Ventroni dopo il poemetto Nel Gasometro (fuoriformato Le Lettere 2006, con una lettera introduttiva di Elio Pagliarani e una postfazione di Aldo Nove). Questo silenzio editoriale di dieci anni è stato accompagnato da un laboratorio personale e collettivo (nell’ambito del gruppo romano Escargot) sulla scrittura e sul modo di presentarla e di esibirla (diverse e di molto, in questi ultimi anni, le performance pubbliche di Ventroni), punteggiato da incursioni nei territori della narrazione (si veda la partecipazione alle antologie Sono come tu mi vuoi e Con gli occhi aperti) e dello studio politico (Ventroni è fra le fondatrici del movimento Se non ora quando? e collabora con l’Istituto Gramsci e l’Archivio storico delle donne).

Dieci anni, quindi, di attenta e consapevole osservazione «politica» della realtà: quella che già armava e sosteneva con grande «fiato», come scriveva nella sua lettera Pagliarani, il GasometroObietterei che c’è troppo orgoglio in quel cranio con struttura di armatura, ma c’è soprattutto sicurezza, felicità espressiva. Il Gasometro, quello romano, vicino al teatro India mi sembra da rottamare, o lo è già. Non so se è vero per lui-là ma il lui-qua è solo da ammirare, è solo da esclamare: “Ma quanto fiato ha questo poeta!”, anzi poetessa, anzi lo stesso. Ciò che prende e sorprende nel tuo poemetto, anzi poema (non facciamo i finti tonti), è la perentorietà dell’espressione»).

Ora la tensione poematica del 2006, non più adatta a cantare la dissoluzione del primo decennio del ventunesimo secolo, e a trarne una morale, lascia spazio alla frantumata, quasi epigrammatica, annotazione degli scarti e delle marginalità: dall’iniziale big bang della nascita («A marzo si aggregano le molecole. / sonnolenza ad aprile, un sospetto a maggio») di cui per sempre si porterà l’ombra della generazione («Ma c’è un’ombra senza peso che accompagna / il peso del corpo») e il suo irrimediabile distacco senza ritorno («Luce che puoi dire che manca / quando è spenta / e non lancia più ombra») all’attesa implosione finale («Ci sono cani specializzati a scavare corpi. / Cosa fanno qui, da dove sto parlando? / la durata corre alla sua implosione»).

Il percorso dall’esplosione all’implosione viene raffigurato, per versi e per immagini, con doppia modalità espressiva. Gli stupendi scatti fotografici rilanciano la sentenziosità presente nei versi finali di molte poesie, vicini, per ritmo e misura, alle forme epigrammatiche, impersonali e dialoganti, dell’ultimo Pagliarani: «Occorre infatti aggiungere / che di questi errori / noi sentivamo grande bisogno»; «Avete scoperto niente di niente. / Non sapete nemmeno / accendere un fuoco»; «Anche tu lo vedi: / su di noi sta di nuovo diluviando».

Gli «oggetti e argomenti della nostra disperazione», la struggente consapevolezza della corruzione e della stessa corruttibilità della materia, la sorte mortale rievocata nella citazione del titolo (da Lezione di fisica, la raccolta pubblicata da Pagliarani in due forme diverse, nel 1964 e nel ’68), dove l’originale «per» è sostituito dal più asseverativo «del», sono ritagliati, potremmo dire alla maniera di Marina Ballo Charmet, con la «coda dell’occhio»: in torbide istantanee di reperti civili (la borsetta, il cappello, la tenda strappata, il vetro rotto, la sedia, gli sterpi), intravisti sul fondale dei fiumi d’Europa, che marcano il catalogo dei viventi destinati a morte (i serpenti, i pesci, i pappagalli, le oche, le mucche, i tori, le blatte…) in quasi medievale, ma non salvifica, esposizione.

Negli innesti prosastici del racconto La Grotta e di Panopticon – posti non casualmente al centro del volume – ci si muove fra l’avvicinarsi e il ritrarsi dal degrado: la decomposizione («il corpo della ragazza lo portano via sulla gondola funebre») non può essere vista troppo da vicino, ogni narrazione recando in sé la memoria di una ferita («Il romanzo cui si accenna in questo libro non verrà mai pubblicato per intero») e ogni scrittura poetica portando in sé la sua dimenticanza («Il sole da qualche parte dovrebbe sorgere / come una torre di sabbia»).

Così la struggente visione del mondo e della sua dissoluzione si trasforma in canto corale, nei modi contemporanei che solo i grandi riescono a continuamente a scoprire, riscoprire e reinventare. La Sommersione, splendida e coraggiosa prova di Sara Ventroni, dimostra come sia ancora possibile, e percorribile, scrivere rigorosa poesia «politica» partendo dalla significanza di sé.

Sara Ventroni

La sommersione

i domani Aragno, 2016

126 pp., € 12

Lidia Riviello, la spietatezza dei risvegli

sleepCetta Petrollo

Sonnologie, ultima raccolta di Lidia Riviello – attiva dal 1998, prefata da Edith Bruck, Edoardo Sanguineti e Carla Vasio – esce per Zona nella bella collana Zonacontemporanea, a sette anni dalla pubblicazione di Ritorno al video. Anni questi, come drammaticamente sappiamo, decisivi per la storia globale – dalla crescita esponenziale delle stragi ed esecuzioni rivendicate dal terrorismo islamico alla mutazione delle correnti migratorie nell’area mediterranea, sino al forse definitivo imporsi della cultura di mercato nell’uso e nella diffusione delle nuove tecnologie.

Il sonno in cui sono immerse la stanca cultura europea e le raffinate propaggini dei suoi letterati, dimostratesi incapaci dei risvegli prefigurati, in altre parti del mondo, all’inizio degli anni Ottanta («Col demiurgo Feydan, con Nelson Mandela / noi ci chiamiamo fuori ce ne laviamo le mani / e così sia. / Ma non è soltanto per ruffianeria / ma non è soltanto per ruffianeria / è che siamo proprio tagliati fuori / noi vecchia Europa, / fuori dalla fame, dal dolore, dalla memoria, / fuori dal moto rivoluzionario della storia»: Elio Pagliarani, La bella addormentata nel bosco), è rappresentato in Sonnologie da un susseguirsi di terzine e distici epigrammatici disposti a mosaico, ritorni di incipit e lenti caroselli di versi.

Un’architettura intermittente, nell’allerta di un sogno-sonno insieme vigile e appannato. I dormienti si abbandonano incoscienti in un ricovero malato, simile a un ospedale, a una desolata biblioteca o a una barca senza conducente. Si allude e si fa esplicito cenno, in parallelo, alle zattere umane abbandonate in mare, e alla supposta democrazia del digitale che afferma il potere del guidarsi da sola, senza autisti-scafisti («dai vetri fissati in previsione di una tautologia addensante scompare / la definizione di conducente»; «sebastian thrun non risponderà alle e mail / vive dove nevica sempre»; «corrispondono a solitudine sul molo i salvataggi in forme estreme / dell’ultimo utente / infranto nel sonno libero»).

L’assoluta e significante eticità di questo libro, sbalzata fuori dalla dimensione del comico e da ogni maniera sperimentale, è sostenuta dal ritmo costante del discorso poetico. Ritmo timidamente perseguito ma che si impone, musicalmente, all’interno dei versi e al di là dei loro incipit tipografici: settenari, ottonari, novenari, quinari e anche endecasillabi punteggiano la spietata osservazione dei dormienti e dei mostri aleggianti intorno al loro sonno. Sono appunto Sonnologie, come in questi frammenti esemplari: «in un fascio di rose / non trovano altre immagini che l’essere sulla barca, / molto infelici e speculari alle pause della storia»; «alla battaglia si va senza metodo, souvenir si chiama / la piaga o la pratica del sistema, / punto di pianto / e riflessione frammentaria».

Il poeta scommette di dire il mondo per noi e, per farlo, dà una strattonata alle visioni e ai linguaggi della ricerca linguistica degli ultimi venti anni; supera la forma poematica – inadatta a raccontare la storia quando la storia si sta ancora formando – per aderire, in dissolvenza, a quella epigrammatica dove la significanza si coagula intorno a ben precise posizioni, distanze, rifiuti: «una volta si sognava senza produrre / l’istituto chiede di amministrare mitologie utili per questo sistema»; «vorrebbero trattare il corpo ma si / lanciano nel massaggio prima / della scena madre»).

Il mosaico che si compone, nell’architettura della disseminazione, ha in sé quella precisa e imperiosa necessità del dire che è il presupposto indispensabile per quella nuova poetica di cui abbiamo bisogno per uscire dal sonno.

Lidia Riviello

Sonnologie

con una nota di Emanuele Zinato

Zona, 2016, 58 pp., € 10

La danza macabra di Rosaria Lo Russo

PARMA, ITALY - SEPTEMBER 11: Rosaria Lo Russo, feminist italian writer. September 11, 2011
foto: Edoardo Fornaciari

Cetta Petrollo

La lingua in subbuglio di Rosaria Lo Russo – raccolta d’esordio Comedia, 1998, prefata da Elio Pagliarani – attua in questo suo Nel nosocomio (che comprende l’omonima raccolta pubblicata nel 2011 presso Transeuropa) una sistemazione del caos, una disciplina degli oggetti, delle disperazioni, delle storie e dei miti contemporanei. Gli attori osano disporsi per la Danza macabra dicendo l’inconoscibile, quello che è peccato profanare (a dirla come i padri della Chiesa, da Leone IV in poi) con la descrizione, nella rappresentazione, delle singole morti così come esse appaiono nella ricerca onnipotente della conservazione corporea e della sua, antitetica, frammentazione.

La cultura che viene spietatamente sezionata è sempre quella patriarcale, travestitasi dei buoni propositi dell’accudimento degli esseri e della natura, della perfezione del corpo e dei sentimenti, del diritto al piacere, alla pace, al benessere, alla salutistica pulizia di anima e pelle. Rosaria Lo Russo ci mostra i nostri morti contemporanei mentre danzano in parole e, danzando, si danno ordine – ordinando il linguaggio. Nell’ordinamento tutto si dispiega come in una esecranda messa in scena, esposta alla vista del lettore affinché egli la deprechi con l’autrice e, deprecandola, se ne allontani in congedo dal secolo che l’ha partorita.

Cosa dunque sfila nelle pagine di Nel nosocomio, quali scheletri vediamo passare nel catalogo angoscioso del nostro, non redimibile, medioevo? L’ipocrisia di una vecchiaia protetta («sposiamo l’idea del nostro direttore: ogni giorno / che dio mette in terra facciamo almeno un’ora di / esercizi. C’è una palestra modernissima nel semi- / interrato del nostro nosocomio, fornita di tutti / gli attrezzi necessari»), della prevenzione dei malanni («ma tu aiutami, Dottor Casa, assistimi durante / la colonscopia che ho domani, ho paura, è la / terza, ti mettono un tubo lungo nel culo, mi / vien sempre da vomitare»), della guarigione della mente («Nel nosocomio il dottor Freud è di casa, abbiamo / tantissimo tempo per pensarci addosso, per ricor- / darci le angherie dei genitori nella nostra compita / infanzia»), della bellezza («le belle / nonne fresche di botulino»).

Vicino a questi simulacri «stecchiti» per disperazione, passano i simulacri della nostra vita politica e culturale, così come ce li presenta la cronaca del nuovo secolo, dalla quale Rosaria attinge a piene mani raffigurandola nella sua ingenua debolezza e nella sua sconfitta epocale. Dai figli dei fiori che pensavano di poter cambiare il mondo e dai loro ingenui eredi («Un giorno partii per girare vestita da sposa / tutta l’Europa orientale in autostop, perché ero / nipote di un celebre artista»: l’allusione è a Pippa Bacca nipote di Piero Manzoni), alla mistica della natura («Nell’acqua succedono le cose più belle della natura»), dalla vulgata dell’Oriente («una delle mie figlie, l’arancione, andava sempre in India e mi parlava del nirvana dove si è felici perché si sparisce») fino alle sembianze autoesplodenti dei combattenti islamici («insomma è molto frequente esplodere, scoppiare, andare in mille pezzi»).

C’è pietà in questa raffigurazione che mette a posto pezzi di vita pubblica e privata, una pietà linguistica che non rifugge di fronte a nessuna parola della nostra storia culturale e delle sue radici letterarie ma, nello stesso tempo, continuamente se ne libera – con quegli strattoni che solo una forte identità poetica sa fare. Come, ad esempio, in queste movenze impreviste che sgusciano fuori dagli andamenti prosastici finali della raccolta, aderendo alle ragioni di un mondo sconfitto che non si riesce a non com-patire: «Fa molto freddo qui / ma meno di quando il mio primo amore / perdendo luce dagli occhi improvvisamente mi disse / Non ti amo più».

Rosaria Lo Russo

Nel Nosocomio

Effigie, 2016, 90 pp., € 12

alfadomenica #4 aprile 2016

Su alfadomenica di oggi:

  • Gigi Roggero, Bifo, conquistare estraneitàL’anima al lavoro è stato scritto nel 2008, nei mesi in cui l’economia globale collassava (The Soul at Work. From Alienation to Autonomy, Los Angeles, Semiotext(e), 2009). A distanza di otto anni il testo mantiene intatta la sua pregnante attualità, a dimostrazione delle lucide intuizioni del suo autore, Franco Berardi Bifo, ma anche di come la crisi sia diventata una forma di governo della società. È l’alienazione uno dei temi al centro del libro. Leggi >
  • Cetta Petrollo, La danza macabra di Rosaria Lo Russo: La lingua in subbuglio di Rosaria Lo Russo – raccolta d’esordio Comedia, 1998, prefata da Elio Pagliarani – attua in questo suo Nel nosocomio (che comprende l’omonima raccolta pubblicata nel 2011 presso Transeuropa) una sistemazione del caos, una disciplina degli oggetti, delle disperazioni, delle storie e dei miti contemporanei. Gli attori osano disporsi per la Danza macabra dicendo l’inconoscibile, quello che è peccato profanare (a dirla come i padri della Chiesa, da Leone IV in poi) con la descrizione, nella rappresentazione, delle singole morti così come esse appaiono nella ricerca onnipotente della conservazione corporea e della sua, antitetica, frammentazione. Leggi >
  • Marco Reggio, Animali senza metafora: Di animali, negli ultimi tempi, si parla diffusamente. Non si contano le pubblicazioni sui “diritti animali”, sull’animalità o sul posthuman, per non parlare dei libri di cucina vegana (che, a ben vedere, non fanno che rimandare all’assenza dei corpi non umani nelle ricette che propongono); le lotte e i dibattiti sugli avanzamenti legislativi utili a garantire un miglior trattamento ai membri di altre specie utilizzati nei processi produttivi sono all’ordine del giorno. Un tale fiorire di discorsi – che spesso prendono le mosse dalla necessità di denunciare delle forme di sfruttamento anche brutale – suscita però un quesito piuttosto arduo: è possibile parlare di animali senza sovradeterminarne le esistenze? Leggi>
  • Semaforo: Città - Genere - Televisione Leggi>