Distrazioni di massa

Augusto Illuminati

Di come andrà a finire Berlusconi, non ce ne può fregare di meno. Delle procedure bizantine di decadenza, incandidabilità, ineleggibilità, ricalcolo interdizione: idem come sopra. L’agibilità o inagibilità politica del Grande Pagliaccio non è questione indifferente, ma neppure il nostro peggiore incubo notturno.

Non invidiamo le ossessioni diurne di Travaglio e le notti insonni di Asor Rosa, popolate di legalità repubblicana e carabinieri. Altre cose, piuttosto, ci preoccupano. Cosucce materiali che condividiamo con la maggioranza indistinta degli italiani (Imu, Tares, Iva, disoccupazione, mutui) e altre più strutturali. Per esempio, del degrado dell’agire politico, forma primaria della vita liberamente associata, del bios. I suoi nemici sono la necessità e l’indifferenza, i paletti posti da logiche esterne presunte costrittive e la palude del rassegnato disincanto.

Ora, la prassi italiana – la nostra agibilità politica, quella che sola ci interessa – è già fortemente perimetrata da stringenti vincoli economici europei (pareggio di bilancio costituzionalizzato, fiscal compact, mannaia dello spread, pressioni per liberalizzazioni e svendite per far cassa) e vi si aggiunge, aggratis, l’obbligo di imperniare gli spazi residui di manovra sul destino di Berlusconi e la sopravvivenza di un sistema pseudo-bipolare di grandi intese.

Con l’aggiunta di un appassionante dibattito sui regolamenti del Pd, le primarie aperte o chiuse e la finale scelta del leader (cioè del piccione da impallinare) fra Epifani, Cuperlo e Renzi, magari pure Pippo Civati e Deborah Serracchiani. Chi non eromperebbe tutto d’un fiato: il personale è politico! Tanto più che, con l’occasione, abbiamo ripassato – come in un’antologia dei film di Romero – l’intera sfilata dei morti viventi, da Ualter al Baffino.

Nel mondo ne succede di ogni – ascese e cadute di imperi regionali, scontri epocali fra sunniti e sciiti, cambi di regime, droni vaganti, stragi chimiche e manuali – ma noi, in saggia atarassia, discettiamo se le sentenze si rispettano o si applicano, si amano o si esecrano, si scontano nel senso di andar dentro o nel senso di ridurle, tipo saldi. Meno male che da noi guerra civile vuol dire questo, mica stiamo in Siria o in Egitto. L’effetto palude, appunto, che soffoca nella melma quanto della politica è sopravvissuto alla (presunta) necessità.

Ma mi si obbietterà: diavolo, mica tutto va così male, ci sono ancora progetti, battaglie, scadenze che superano questo quadro asfittico! Come no, c’è vita su Marte, ovvero nella sinistra. Leggiamo con avidità il dibattito agostano. Lasciamo perdere le dichiarazioni al vento di Ingroia o le comparsate televisive di Cacciari e lasciamoci sedurre da un bel titolo filosofico: contro le passioni tristi.

Troveremo un sorso d’acqua dissetante, una folata che spazza via il grigio dei rancori? Ahimé, ancor una volta il titolista del manifesto è più bravo dell’estensore del pezzo, Massimiliano Smeriglio, che tira in ballo le passioni tristi in modi che evocano più il benemerito Spinoza.it che l’autore dell’Ethica. Se infatti vogliamo conseguire un più di potenza e di gioia di cui essere causa attiva accozzando sinistra radicale e sinistra di governo (Sel e Pd) sotto l’egida di Bettini e Renzi, beh, alla beatitudine mentale ci manca molto, per non dire alla sanità del corpo e al benessere delle tasche.

Ecco, questo piccolo esempio mi fa pensare che il danno maggiore del capitolo terminale della berlusconeide è ancora una volta lo spostamento del conflitto fuori dall’orizzonte politico, la neutralizzazione risentita e verbosa della sofferenza sociale e della natura di classe della crisi: larghe intese, falchi, colombe e pitonesse, Letta zio-nipote, fronte della legalità con immancabili idoli giudiziari, il bene contro il male, la virtù contro il vizio, tanti sermoni di Napolitano e Scalfari e – alla fine e nel migliore dei casi, se proprio non vogliamo farci sgranocchiare dal Caimano – gli stornelli blairiani di Renzi intonati a cappella da Pd e Sel. Mentre il mondo intorno a noi va in pezzi, piuttosto indifferente – temiamo – a quante rate dell’Imu aboliremo e se si andrà a votare con il Porcellum o il Porcellinum.

Già, il mondo. Che non è quello dei «piccoli segnali di uscita dalla crisi», ma delle nubi indistinguibili di una nuova crisi incombente e di una quasi sicura guerra – che strana coincidenza, vero? Le reazioni farsesche della classe dirigente italiana possiamo già prevederle, in base all’esperienza libica, ma i movimenti daranno qualche segno di vita, malgrado la campagna di distrazione di massa condotta da Repubblica, Fatto, Micromega e compagnia manettante? La risposta alla guerra e non le elezioni italiane o europee sono il banco di prova di una sinistra non subalterna. L’aggettivo “rivoluzionario” per il momento è meglio non evocarlo.

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La pelle del giaguaro

Augusto Illuminati

È finita che poi il giaguaro non l’hanno smacchiato e neppure il grillo parlante è stato schiacciato contro il muro. A Bersani le metafore riescono male e comunque non portano fortuna. L’abuso che lui e i suoi competitori ne hanno fatto nell’orrenda campagna elettorale era nefasto presagio della distrazione rispetto alla realtà che ci sta portando al disastro tutti – anche chi non li ha votati per residua razionalità o istintivo ribrezzo. Dunque, è finita, secondo previsione, con un verdetto di ingovernabilità, certo dovuto al Porcellum, ma che rispecchia la vischiosità di una società invecchiata e disperata, che continua a credere alla favole o si attarda nelle giaculatorie dell’usato sicuro e del voto “utile” senza affrontare le sfide poste dalla crisi economica e dal fallimento di un certo welfare e della logica rappresentativa che ne era l’ombra democratica.

Si è conclusa con scarti minimi fra i due maggiori contendenti, entrambi in regresso rispetto al 2008, e vistose incongruenze fra voto popolare e distribuzione dei seggi, su cui fioriranno contestazioni e recriminazioni. Il flusso disordinato e contraddittorio di exit polls, proiezioni e dati reali è stato nel pomeriggio di ieri un preannuncio e magari un’allegoria del clima di rissa e ingovernabilità che ci attende nelle prossime settimane, e che la speculazione finanziaria non mancherà di sottolineare in modo drammatico tale da toccarci nella vita quotidiana, sulla nostra pelle. I due grandi poli di centro-sinistra e di centro-destra hanno cercato di domare l’ingombrante minaccia di un terzo polo centrista e sono riusciti a contenerlo, malgrado il fatto imbarazzante di averlo sostenuto per un anno nella persona del suo leader salvifico (ma non carismatico) Monti, e non si sono accorti che a loro spese spuntava un quarto polo, in pratica loro quasi equivalente per peso, che ha sparigliato tutti i calcoli e la distribuzione dei seggi.

Il bipolarismo è morto per eccesso di bipolarismo e per l’ottusa fedeltà a un’unica agenda euro-commissariata, da cui Berlusconi, con impareggiabile opportunismo, è riuscito a districarsi prima di Bersani, convinto di non aver nulla da perdere con mirabolanti promesse che dovevano servire soltanto a mantenerlo in gioco. Solo che il gioco non sarebbe stato fra i tre protagonisti della passata e magari futura grande coalizione pseudo-tecnica e pseudo-europea, ma con l’enigmatica ditta Grillo-Casaleggio. Il Commendatore, «mi invitaste, or sono venuto», è arrivato a cena e ha stretto con dita gelide la mano dei gaglioffi che prima lo irridevano. Speriamo che li trascini all’inferno, come nel finale di Mozart-Da Ponte.

Il più beffato è stato Bersani, mentre Berlusconi è rimasto a galla dopo aver temuto di annegare; quanto a Monti, Monti chi, il padrone del cucciolo Empy? Nel campo Pd-Sel Grillo ha raccolto a piene mani (Sicilia, Marche, nella Puglia vendoliana), molto più in proporzione che fra i leghisti in Veneto e al Pdl in Friuli. Il dimesso immaginario del riformismo, colonia del neoliberismo, è rimasto strozzato fra quello televisivo del pagliaccio di Arcore e quello web 2.0 del comico genovese.

Perché è finita così? Come ha fatto Bersani, vincitore sicuro se si fosse votato nel novembre 2011 invece di sospendere la democrazia, su impulso di Napolitano, vincitore con largo margine ancora alle prime avvisaglie di collasso dell’innaturale maggioranza che sosteneva il governo tecnico, come ha fatto a incappare in un declino così rovinoso e a lasciare lo spazio della protesta contro l’austerità a Berlusconi e a Grillo? Domanda retorica, che già contiene le risposte. Nell’ordine: la paura di vincere, l’illusione che i voti piovano su chi si sposta al centro e taglia le ali, la subordinazione al pensiero unico finanz-liberista e alla sua gestione ordoliberale tedesca (ah, quella visita a Schäuble!), la chiusura ostinata ai movimenti e la diffidenza verso la Fiom, da ultimo la sottovalutazione del Movimento 5 stelle e la cocciuta difesa delle più impopolari misure fiscali di Monti, senza neppure abbozzare un timido e forse tardivo keynesismo.

Campo libero è stato così lasciato a ogni demagogia – beninteso, non a posizioni di sinistra, che anzi l’ondata grillina rischia di sommergere anche lo spazio dei movimenti, fra cui la sindrome di Stoccolma già fa strage. Non è detto che M5S acquisisca la fisionomia e la stabilità di un partito, seppure di tipo nuovo, ma il suo successo porta a termine la storia di quell’accrocco mezzo socialdemocratico e mezzo cattolico-sociale che è il Pd, che stavolta non se la caverà con un ennesimo cambiamento di nome e albero di riferimento. E questo mettiamolo all’attivo di Grillo, anche se non all’attivo dell’Italia, perché fa un vuoto sacrosanto ma non costruisce nulla in quell’apertura.

Come se ne uscirà? Sia la grande coalizione da Bersani a Berlusconi sia nuove elezioni con il Porcellum non farebbero altro che evitare a Grillo scelte politiche e aumentare l’indignazione e quindi regalare altri voti a M5S. Da questa crisi – che comporterà gravi ingerenze europee e rischi per la tenuta dell’euro – non si evade con manovre parlamentari. Si delineano scenari inediti, che i partiti attuali e anche il duo Grillo-Casaleggio non sembrano in grado di controllare. Ma non diamoci troppo presto alle profezie.

Vogliamo spendere una frase finale per Rivoluzione civile? Si è detto, forse con timbro troppo sommesso, che era assurdo configurare una sinistra radicale, estranea al patto scellerato con Monti e Merkel, una Syriza italiana con la riesumazione di relitti storici già logorati dalle precedenti sconfitte e invasivamente presenti nelle persone dei loro segretari. Che altrettanto assurdo era mettere alla sua testa un magistrato, non esente da tratti giustizialisti e latore di strane proposte in materia di diritto penale. Non se n’è tenuto conto e adesso i coinvolti facciano una tardiva autocritica. Della salvezza della loro anima, però, molto non ci cale, per riusare un’espressione congruamente giurassica.

La scuola neoliberista

Giuseppe Caliceti

Perché si va a scuola? Per trovare un lavoro da grandi. Sì, certo, ma se poi da grandi il lavoro non c'è perché siamo in piena crisi del mercato del lavoro, andare a scuola, allora, cosa serve? Risposta: a niente. O meglio: a tenere buoni alunni e studenti. Possibile? Sembra proprio così. Dunque, andiamo con ordine: negli ultimi venticinque anni si è fatta strada in Italia l'idea che la funzione principale dell'università e dell'intero sistema formativo sia fornire forza-lavoro al mondo del lavoro e dell'economia.

Un'idea forte, che ha messo al centro dei processi educativi il concetto di formazione (a breve termine), mettendo nell'ombra quello di educazione (a lungo termine). È un'idea derivata dall'unione fondamentalmente economica dell'Europa. Che ha trovato diversi adepti anche tra pedagogisti e politici, non solo legati al centrodestra ma anche al centrosinistra. Potremmo chiamarla un'idea di politica scolastica di matrice neoliberista.

Anche il linguaggio dell'amministrazione scolastica è cambiato: si è parlato di scuola-azienda, con tutto ciò che questo comporta in termini didattici e pedagogici. Si sono ripetute parole d'ordine come meritocrazia, sorvolando sulla funzione sociale e di uguaglianza delle opportunità di un sistema scolastico statale. Si è provato in ogni modo a proporre test sulla qualità delle scuole e della formazione utili più a ricerche di mercato che a e nuove strategie educative; ricordiamoci sempre che l'Ocse che misura i nostri ragazzi è un organismo economico, non filosofico o pedagogico.

La domanda che pongo è questa: che fine fa la visione di un'università e di una scuola che hanno come stella polare quello di creare forza-lavoro nel tempo della crisi del mercato del lavoro? Dove magari, come accade in Italia, il cui tessuto economico è fatto in gran parte di piccole aziende semiartigianali, il laureato specializzato è meno attraente di un lavoratore non specializzato, magari d'origine straniera e a basso costo?

Non sono domande nuove: negli Stati Uniti e in Inghilterra, quel sistema scolastico anglosassone che noi oggi cerchiamo di replicare fuori tempo massimo in Italia, è già sotto accusa e si sta correndo ai ripari. Intanto il risultato delle cattive politiche scolastiche messe in atto dagli ultimi governi italiani ha portato ai primi cattivi frutti. Uno: la scuola primaria italiana che era prima per qualità in Europa nel 2008, dopo la controriforma Gelmini è precipitata in classifica. Due: oltre 50.000 immatricolazioni universitarie in meno negli ultimi dieci anni; che è assurdo attribuire solo al calo demografico.

Occorre riflettere, specie nel centrosinistra italiano, sulla visione di scuola e università che vogliamo. Magari rivalutando quella pedagogia popolare italiana del Novecento non togata, che va da Gianni Rodari a don Milani a Loris Malaguzzi, che parlavano più di educazione - permanente, civile, della persona - che di formazione temporanea. E che mettevano la scuola al centro della vita sociale e democratica di un Paese, come suo cuore pulsante, piuttosto che subordinarla acriticamente a un mercato o a ideologie.

La stanza dei bottoni

Alberto Burgio

Mentre scriviamo il senatore a vita Mario Monti è in piena campagna elettorale, cosa che ancora un mese fa escludeva con sdegno. Sforna una promessa propagandistica dopo l’altra (sulle tasse, le armi, il numero dei parlamentari…) e rende sempre più evidente che, di tecnico, la sua performance a palazzo Chigi aveva soltanto l’etichetta. A venti giorni dal voto Berlusconi ha movimentato la scena con la solita trovata a effetto (il rimborso dell’Imu) seminando il terrore in campo avverso. Al che il segretario democratico non ha trovato di meglio che rifugiarsi proprio sotto l’ala del «professore» e di proporgli un patto di collaborazione. Dopotutto, si dirà, fino a ieri il Pd ha convintamente sostenuto il suo governo e ne ha elogiato la credibilità in sede europea: perché non avrebbe dovuto convolare con Monti – il «professore degli anni Dieci» – dopo avere a lungo amoreggiato con Prodi, il «professore degli anni Novanta»?

Già, perché? In realtà, per una serie di ragioni lunga come un treno. Il senatore Monti non fa mistero di che sorta di «democrazia» vorrebbe. Dopo avere «tecnicamente» saccheggiato i lavoratori dipendenti per gratificare i suoi amici banchieri, ora che «politicamente» cerca voti attacca ad alzo zero i partiti «vecchi» (quelli nati per fare la lotta di classe) e i sindacati (che – lamenta – hanno il torto di rappresentare «solo una parte della collettività»). Che pacchia una società senza rappresentanza (se non degli interessi padronali) e senza conflitto (se non dall’alto, come desidererebbe il compagno Marchionne!).

Nuova, forse, una società così non sarebbe, considerato che la modernità nasce, qualche secolo fa, nel segno del totalitarismo del capitale privato, e che il fascismo sogna di realizzare proprio questa utopia, bandendo i partiti e i sindacati indipendenti. Ma di certo sarebbe «un sacco bella!». Nell’evocarla, il senatore a vita sa benissimo di non parlare al vento, e di dar voce ai sentimenti della parte più retriva della borghesia italiana, visceralmente ostile alla democrazia.

Dopodiché, anche la reazione dei suoi «avversari» è interessante. Berlusconi, per non essere da meno, si è subito messo in testa il fez e ha promesso che azzererà i rimborsi elettorali: tanto, per il suo partito basta e avanza il suo argent de poche. Bersani, invece di sentirsi onorato per il riferimento di Monti al «vecchio» Pci, si è detto indignato: che diavolo c’entra il Pd col movimento operaio, la Resistenza e la lotta contro l’imperialismo americano? Veltroni sarebbe stato una svista? Così torniamo al matrimonio del centrosinistra col nuovo «professore», contro natura soltanto in apparenza.

In fondo, il Pd che cos’è? In una battuta, è l’organizzazione delle forze che scommettono sulla capacità del neoliberismo di governare la globalizzazione in forme democratiche. Per il Pd il neoliberismo è un dato indiscutibile, giudizi di valore a parte. Ci si debbono fare i conti «temperandolo», non già immaginare di cancellarlo. Per questo il suo gruppo dirigente difende a spada tratta il bipolarismo e da vent’anni accetta di buon grado che la politica sia commissariata dalle banche e dal mercato. Quanti governi «tecnici» si sono susseguiti col suo consenso, da Amato, Ciampi e Dini sino a noi? Così stanno le cose, piaccia o no. E questo fatto spiega molte cose.

Spiega in primo luogo perché il primo partito del centrosinistra consideri «una risorsa per il paese» un oligarca formatosi alla scuola dei Chicago boys (e di Thomas Malthus). Spiega perché in Italia chi ha la fortuna di lavorare guadagni meno che in tutta Europa (fatta eccezione per la povera Grecia). E spiega anche perché un comico prestato alla politica mandi in visibilio «folle oceaniche» allorché invita al Qaeda a bombardare Montecitorio. Quando, circa vent’anni fa, qualcuno s’inventò la storia della fine della storia, ci fu chi, dalle parti della Bolognina, si entusiasmò, prevedendo che presto avrebbe espugnato la sospirata stanza dei bottoni. È andata così, salvo che quei bottoni hanno continuato a funzionare nello stesso modo, chiunque fosse lì a schiacciarli.

Moderati

Paolo Fabbri

Il gusto, si sa, è fatto di molti disgusti. Per conservare, ad onta e dispetto delle circostanze, un qualche e minimo gusto per la politica vanno dichiarate le proprie allergie. Anche il fastidio, che l’etimo dichiara: ibrido tra il fasto e il tedio. È proprio quel che provo per il Moderato, che va o torna politicamente di moda. La scienza cosiddetta politica è interdetta: nei dizionari titolati – N. Bobbio, N. Matteucci, P. Pasquino, Utet, 2004, non figura. Si dubita se sia, o se ne possa fare, una categoria come Massimalismo o Minimalismo - dove tra i socialisti si trovavano peraltro i “centristi unitari” (“intermedi” o “mezzani”).

Infatti. Il Moderato, diafano e versipelle, affiora nei tempi critici e burrascosi, dove può collocarsi al centro, dopo aver atteso che tutti gli altri prendano posizione. Soggetto politicamente modificato, col programma di non aver programmi, salvo quello di far sembrare tutti gli altri attori politici indecorosi ed eccentrici. Si manifesta, di preferenza in occasione di governi tecnici, balneari e di parcheggio, mentre le forze politiche s’impiegano a convergenze parallele. E tira la giacchetta a quanti gli promettono di aiutarlo a cambiare la sua. Sono i momenti in cui il Moderato vive il Parlamento come una camera di compensazione abitata da gruppi misti e a raggio variabile; una cassa integrazione per ammortizzatori politici; un’agenzia di collocamento per chi si può mettersi in mezzo per mettere in mezzo gli altri e carpire i media. Lui si vuole mediocre, anzi inter-mediocre, ago d’ogni bilancia, e così addita tutti gli altri come opposti e pericolosi estremisti. Figuratevi che anche i centristi sono superlativi - estremisti del mezzo - per lui che sta sempre in equilibrio comparativo. Intermedio tra l’andante e l’allegro, sceglie sempre l’andante, ritmo ideale per farla in barba agli altri e a gettar fumo negli occhi. È noioso e ridondante, ma ci vuole molto sforzo per mantenersi da par suo alla superficie dei problemi seri.

Deve dar segni di Moderatezza, perchè per lui est modus in rebus, verbis e signis. Parla quindi il linguaggio ordinario e usa solo le parole di quelli da cui prende le (in)debite distanze. Parole stupite di trovarsi in bocca a lui e in compagnia di altre che non vorrebbero frequentare. Inutile domandargli di dire qualcosa di sinistra, o di destra. Il Moderato non eccita discorsi fiacchi, come i moderatori televisivi, è lì per sedare le idee vive. Col PO-CO, cioè con il POliticamente COrretto, toglie il sapore e diffonde il sopore. Artista della circonlocuzione, evita i discorsi diretti, le promesse da mantenere, i programmi responsabili; parla per proposizioni condizionali, al congiuntivo; si ferma davanti a ogni sostantivo e fa lunghe pause. Tra le maggioranze silenziose e le minoranze vocianti lui è per le medie statistiche, sussurrate tra le falsarighe dei sondaggi. Se il problema fosse quello di prendere una ferma posizione, il mondo potrebbe far a meno di lui. Ricordate il caso S. Rushdie e i suoi Versetti Satanici? E avete letto Joseph Anton? Da Carter a Bush fino a Obama tutti Moderati: non si offende l’Islam – e non era proprio il caso! – meglio sacrificare moderatamente la libertà di parola. (Ma Free speech non si traduce “parola gratuita”!).

La satira ha poca presa sul Moderato: per la caricatura ci vogliono tratti salienti e caratteri pregnanti, mentre lui ha i connotati sfuggenti del compromesso e del restyling. Sta davanti alle telecamere col sorriso smorzato e l’intonazione sommessa. Non si riesce neppure ad affibbiargli ingiurie e oltraggi riservati, grazie a lui, agli opposti estremisti. Non funziona neppure il ridicolo che, se uccidesse davvero, i Moderati li vorrebbe tutti morti. Ma loro sanno come fare: conoscono a puntino il Moderariato vintage della Democrazia Cristiana. Continuano infatti ad abitare il luogo comune – dove pagano l’IMU parecchi ex-luogo-comunisti; sono geneticamente trasformisti e soprattutto opportunisti. Cioè, come da etimologia, il Moderato sta fermo davanti al porto, (ob-portum) in attesa che il buon vento lo porti. (E non chiamatelo immobilista!).

Il Moderato smussa e intanto ammassa. Parco a parole ma smodato in rebus, non è frugale quanto dice di essere. Lui sa di pratica e d’intuito che i termini Comunità e Comunicazione provengono entrambi da munus, il “regalo vistoso” che si trova anche in munificenza e remunerazione. Che è appunto quel che si aspetta e/o mette in opera il politico Moderato. Vorrei tradurre il mio fastidio con una proposta a tutti i curatori di dizionari ed enciclopedie. Nelle prime pagine del genere letterario detto Vocabolario, si trovano i sensi detti Alterati. In calce ai sostantivi sono registrate – abbreviate e in corsivo - le alterazioni e il loro grado: dim. vezz. accr. (diminutivo, vezzeggiativo, accrescitivo, ecc.). Propongo di premettere alla parola Moderato pegg. e spreg., per peggiorativo e dispregiativo*. Una proposta modesta lo riconosco, ma è il mio modo professionale di tradurre un sentimento a cui potrei dare una voce lirica all’altezza della tragica buffoneria del presente politico: “Moderati, vil razza dannata” (Rigoletto, atto II, scena IV).

*nota all’attenzione del linguista G. Carofiglio: Sono le particelle che il dizionario premette a Scribacchino, “che scribacchia, scrivucchia o scrivacchia malvolentieri cose di poco conto” e a Scribacchiatore. Per questi Barthes ha forgiato la categoria critica di écrivant, per opporlo all’écrivain, che traduciamo “scrittore” (e allo scribe, da rendere come “scrivano o scritturale”). Da distinguere da “imbrattacarte”, davvero offensivo.

Burini e no

Giuseppe Caliceti

Dunque siamo un paese di burini? Chi più, chi meno? Massimiliano Panarari, in un recente articolo pubblicato il 22 settembre sul quotidiano Europa, parla del pericolo di un ritorno di fiamma in Italia della cosiddetta sottocultura, già affrontata dal politologo in modo approfondito in un suo fortunato libro. Nonostante le buone maniere e il bon ton accademico del governo tecnico, o governo dei professori, basterebbe distrarsi un attimo e, in Italia, la sottocultura ritornerebbe a farla da padrone. Come? Con “er Batman” di Anagni e i toga party versione “Roma imperiale”, per esempio.

Difficile dare torto a Panarari quando si chiede se “non sarebbe, quindi, il caso, a sinistra – lo diciamo sommessamente – di superare un ormai durevole tabù, tornando a pronunciare, con tutte le cautele e le consapevolezze dovute, la parola pedagogia?” E aggiunge, forse per i lettori di Europa: “Se dovesse suonare troppo “comunista” (ce ne rendiamo perfettamente conto...), potremmo tranquillamente sostituirla con dei sinonimi, come educazione e, perfino (poiché anche di questo si tratta), buongusto”. È interessante notare da parte di Panarari l'utilizzo di tre parole utilizzate come sinonimi di possibili buone pratiche morali, culturali e amministrative: pedagogia, comunista, buongusto. Sembra di sentir parlare di una sorta di riscoperta di possibile “pedagogia delle masse” tipica del Pci di un tempo, da attualizzare nel presente. Da parte dei partiti della cosiddetta Sinistra.

Pedagogia da sostituire al semplice condizionamento degli elettori-consumatori in termini di marketing politico. È solo la nostalgia di un giovane intellettuale per l'idea dell'intellettuale organico modello vecchio Pci o c'è qualcosa di più? E che funzione avrebbe questa pedagogia comunista piena di buon gusto? Prenderebbe il posto o si affiancherebbe ai sondaggisti e agli esperti politici di cui si sono ormai dotati irrimediabilmente tutti i partiti e le correnti? Il camper e la campagna di Renzi, all'interno del Pd, in questo caso è emblematico.

Insomma, di fronte ai piazzisti della politica, di cui Berlusconi ha rappresentato e rappresenta ancora oggi l'indiscusso numero uno e non teme imitatori, Panarari evoca qualcosa che certo oggi ancora non esiste ma di cui a Sinistra, in tutto il centrosinistra, si sente, se non una grande nostalgia, un assoluto bisogno. Se non altro perché per fare politiche differenti da quelle dei propri veri o presunti avversari, occorre avere idee alternative. E avere idee veramente alternative utilizzando tutti le stesse parole e le stesse strategie può creare enormi confusioni nell'elettorato di una repubblica-mercato.

Contro il merito

Giuseppe Caliceti

All’entrata dell’ateneo di Parma, dove si svolgevano i test di ammissione alle facoltà di medicina, alcuni ragazzi e ragazze immagine pagati dalla scuola privata Cepu distribuivano volantini che invitavano ad aggirare i test iscrivendosi a un'università europea. Insomma, pagando. Perché con un anno di studio in altre nazioni europee poi si può rientrare in un'Università italiana al secondo anno di medicina. Così si aggira il test del numero chiuso. Naturalmente con l'aiuto del Cepu: solo per chi paga. Insomma: fatta la legge, trovato l’inganno, e se non è proprio un inganno è qualcosa di molto simile. Comunque sia, un messaggio chiaro ai giovani: perché studiare, quando basta pagare?

Ecco, dopo averli chiamati bamboccioni e scansafatiche si prendono di nuovo in giro gli studenti e le loro famiglie. Parlando falsamente di "merito" e offrendo loro scappatoie per "comprarsi il merito". E mai per "meritarselo" o accettare i suoi verdetti negativi. Se può essere comprato, che merito è? Si arriva così all’assurdo che, vendendo il sogno di un lavoro che molti giovani mai avranno, i giovani vengano derubati: dei soldi e del loro sogno. Potrebbero degli adulti fare di peggio ai propri figli? Eppure è quello che in questi anni sta accadendo nel silenzio generale. Dei giovani e dei loro genitori.

Ogni battaglia politica è anche una battaglia culturale. E viceversa. Così come ogni battaglia culturale è anche una battaglia linguistica. Per esempio, in Italia il centrodestra si è impossessato della parola "libertà" e, anche grazio a questo, è riuscito a governare ininterrottamente per quasi vent'anni. Anche sulla parola "uguaglianza" sinistra e centrosinistra da tempo hanno abbassato inspiegabilmente la guardia. E anche loro parlano sempre più del "merito". Ha iniziato a farlo il governo Berlusconi, con il ministro all'istruzione Gelmini, per promuovere il più grande licenziamento di massa della storia della nostra Repubblica, quello dei docenti della scuola pubblica. Sinistra e centrosinistra non si sono opposti.

La meritocrazia pare oggi quasi una religione, a cui si aggiungono sacerdoti e credenti ogni giorno. Specie parlandone a proposito di scuola e università, formazione o ricerca. Premiare il merito, si dice. Onorarlo. Chi nega il contrario? Ma il concetto di merito, a ben pensarci, è anche profondamente antidemocratico. In palese conflitto d'interessi con l'articolo 3 della nostra Costituzione. Specie, poi, se utilizzato nella valutazione dei bambini. Il merito è oggi considerato un valore assoluto, al punto che attorno ad esso è nato un nuovo termine: “meritocrazia”. E il Corriere della Sera ha creato il blog specifico meritocrazia.corriere.it. Ma è inevitabilmente collegato a un'idea di esclusione - e neppure solo di alcuni, ma di tanti. E comunque mai di inclusione. Avrebbe a che fare con una vaga idea di bene - addirittura di "bene comune" - al quale tutto e tutti dovrebbero tendere e obbedire devotamente.

In realtà di sicuro c'è solo una cosa: se qualcuno ti sta parlando di “merito” ti sta escludendo. Anzi: sta escludendo una maggioranza a favore di una piccola èlite. Il contrario esatto dello slogan Noi siamo il 99% del movimento Occupy Wall Street. È un po' come l'ideologia del SuperEnalotto, o dell'uno-su-mille-ce-la-fa; e mille o un milione o più, naturalmente, non ce la fanno, non ce la devono fare e questo, si badi bene, per il “bene di tutti”. Perché se ce la facessero tutti il mondo sarebbe peggio di quello che è oggi: insomma, c'è niente di più ambiguo e contraddittorio per chi si dichiara non di destra?

Ma perché allora in Italia, oggi, anche nel centrosinistra, si parla tanto di merito? Forse proprio perché non esiste altro paese in cui le conoscenze e i favoritismi contano più di qualsiasi preparazione o abilità: nello studio, nel lavoro, nella vita sociale. Mi ha colpito un ministro della Repubblica dichiarare in un'intervista pubblicata, questa estate, sull'Espresso: “Sono ricca per merito e non per privilegio”. Cosa vuol dire? Insomma, di cosa parliamo veramente quando parliamo di merito? Credo che in tanti, anche a sinistra, siano a favore del “merito” perché lo leggono come il contrario di “favoritismo”. E c'è chi come il rettore piddino dell'Università di Bologna che ama ripetere come meritocrazia fa rima con democrazia, anche se non è vero. Altri, specie a destra, l'hanno strategicamente contrapposto a una forma di egualitarismo anarcoide, inetto e sorpassato.

In realtà l'idea di “merito” e “meritocrazia” mi paiono le più semplici per confluire, anche da sinistra, verso politiche scolastiche (e non solo) artistocratiche e di destra, orientate sempre di più verso individualismi privi di responsabilità. Come non accorgersi che l'idea di “merito/meritocrazia” è oggi sempre più spesso utilizzata per giustificare non solo dubbie differenze, ma anche palesi ingiustizie? Per esempio, tra chi ha un diritto e chi non lo ha? O tra chi ha accumulato di più e di meno? O tra chi è più o meno servile? Il vero contrario alla parola merito non è favoritismo, o clientelismo, quanto piuttosto uguaglianza, pari opportunità. Cerchiamo di non farci colonizzare dal linguaggio e dall'ideologia di coloro rispetto ai quali diciamo di sentirci alternativi.