La pelle del giaguaro

Augusto Illuminati

È finita che poi il giaguaro non l’hanno smacchiato e neppure il grillo parlante è stato schiacciato contro il muro. A Bersani le metafore riescono male e comunque non portano fortuna. L’abuso che lui e i suoi competitori ne hanno fatto nell’orrenda campagna elettorale era nefasto presagio della distrazione rispetto alla realtà che ci sta portando al disastro tutti – anche chi non li ha votati per residua razionalità o istintivo ribrezzo. Dunque, è finita, secondo previsione, con un verdetto di ingovernabilità, certo dovuto al Porcellum, ma che rispecchia la vischiosità di una società invecchiata e disperata, che continua a credere alla favole o si attarda nelle giaculatorie dell’usato sicuro e del voto “utile” senza affrontare le sfide poste dalla crisi economica e dal fallimento di un certo welfare e della logica rappresentativa che ne era l’ombra democratica.

Si è conclusa con scarti minimi fra i due maggiori contendenti, entrambi in regresso rispetto al 2008, e vistose incongruenze fra voto popolare e distribuzione dei seggi, su cui fioriranno contestazioni e recriminazioni. Il flusso disordinato e contraddittorio di exit polls, proiezioni e dati reali è stato nel pomeriggio di ieri un preannuncio e magari un’allegoria del clima di rissa e ingovernabilità che ci attende nelle prossime settimane, e che la speculazione finanziaria non mancherà di sottolineare in modo drammatico tale da toccarci nella vita quotidiana, sulla nostra pelle. I due grandi poli di centro-sinistra e di centro-destra hanno cercato di domare l’ingombrante minaccia di un terzo polo centrista e sono riusciti a contenerlo, malgrado il fatto imbarazzante di averlo sostenuto per un anno nella persona del suo leader salvifico (ma non carismatico) Monti, e non si sono accorti che a loro spese spuntava un quarto polo, in pratica loro quasi equivalente per peso, che ha sparigliato tutti i calcoli e la distribuzione dei seggi.

Il bipolarismo è morto per eccesso di bipolarismo e per l’ottusa fedeltà a un’unica agenda euro-commissariata, da cui Berlusconi, con impareggiabile opportunismo, è riuscito a districarsi prima di Bersani, convinto di non aver nulla da perdere con mirabolanti promesse che dovevano servire soltanto a mantenerlo in gioco. Solo che il gioco non sarebbe stato fra i tre protagonisti della passata e magari futura grande coalizione pseudo-tecnica e pseudo-europea, ma con l’enigmatica ditta Grillo-Casaleggio. Il Commendatore, «mi invitaste, or sono venuto», è arrivato a cena e ha stretto con dita gelide la mano dei gaglioffi che prima lo irridevano. Speriamo che li trascini all’inferno, come nel finale di Mozart-Da Ponte.

Il più beffato è stato Bersani, mentre Berlusconi è rimasto a galla dopo aver temuto di annegare; quanto a Monti, Monti chi, il padrone del cucciolo Empy? Nel campo Pd-Sel Grillo ha raccolto a piene mani (Sicilia, Marche, nella Puglia vendoliana), molto più in proporzione che fra i leghisti in Veneto e al Pdl in Friuli. Il dimesso immaginario del riformismo, colonia del neoliberismo, è rimasto strozzato fra quello televisivo del pagliaccio di Arcore e quello web 2.0 del comico genovese.

Perché è finita così? Come ha fatto Bersani, vincitore sicuro se si fosse votato nel novembre 2011 invece di sospendere la democrazia, su impulso di Napolitano, vincitore con largo margine ancora alle prime avvisaglie di collasso dell’innaturale maggioranza che sosteneva il governo tecnico, come ha fatto a incappare in un declino così rovinoso e a lasciare lo spazio della protesta contro l’austerità a Berlusconi e a Grillo? Domanda retorica, che già contiene le risposte. Nell’ordine: la paura di vincere, l’illusione che i voti piovano su chi si sposta al centro e taglia le ali, la subordinazione al pensiero unico finanz-liberista e alla sua gestione ordoliberale tedesca (ah, quella visita a Schäuble!), la chiusura ostinata ai movimenti e la diffidenza verso la Fiom, da ultimo la sottovalutazione del Movimento 5 stelle e la cocciuta difesa delle più impopolari misure fiscali di Monti, senza neppure abbozzare un timido e forse tardivo keynesismo.

Campo libero è stato così lasciato a ogni demagogia – beninteso, non a posizioni di sinistra, che anzi l’ondata grillina rischia di sommergere anche lo spazio dei movimenti, fra cui la sindrome di Stoccolma già fa strage. Non è detto che M5S acquisisca la fisionomia e la stabilità di un partito, seppure di tipo nuovo, ma il suo successo porta a termine la storia di quell’accrocco mezzo socialdemocratico e mezzo cattolico-sociale che è il Pd, che stavolta non se la caverà con un ennesimo cambiamento di nome e albero di riferimento. E questo mettiamolo all’attivo di Grillo, anche se non all’attivo dell’Italia, perché fa un vuoto sacrosanto ma non costruisce nulla in quell’apertura.

Come se ne uscirà? Sia la grande coalizione da Bersani a Berlusconi sia nuove elezioni con il Porcellum non farebbero altro che evitare a Grillo scelte politiche e aumentare l’indignazione e quindi regalare altri voti a M5S. Da questa crisi – che comporterà gravi ingerenze europee e rischi per la tenuta dell’euro – non si evade con manovre parlamentari. Si delineano scenari inediti, che i partiti attuali e anche il duo Grillo-Casaleggio non sembrano in grado di controllare. Ma non diamoci troppo presto alle profezie.

Vogliamo spendere una frase finale per Rivoluzione civile? Si è detto, forse con timbro troppo sommesso, che era assurdo configurare una sinistra radicale, estranea al patto scellerato con Monti e Merkel, una Syriza italiana con la riesumazione di relitti storici già logorati dalle precedenti sconfitte e invasivamente presenti nelle persone dei loro segretari. Che altrettanto assurdo era mettere alla sua testa un magistrato, non esente da tratti giustizialisti e latore di strane proposte in materia di diritto penale. Non se n’è tenuto conto e adesso i coinvolti facciano una tardiva autocritica. Della salvezza della loro anima, però, molto non ci cale, per riusare un’espressione congruamente giurassica.

Contro il merito

Giuseppe Caliceti

All’entrata dell’ateneo di Parma, dove si svolgevano i test di ammissione alle facoltà di medicina, alcuni ragazzi e ragazze immagine pagati dalla scuola privata Cepu distribuivano volantini che invitavano ad aggirare i test iscrivendosi a un'università europea. Insomma, pagando. Perché con un anno di studio in altre nazioni europee poi si può rientrare in un'Università italiana al secondo anno di medicina. Così si aggira il test del numero chiuso. Naturalmente con l'aiuto del Cepu: solo per chi paga. Insomma: fatta la legge, trovato l’inganno, e se non è proprio un inganno è qualcosa di molto simile. Comunque sia, un messaggio chiaro ai giovani: perché studiare, quando basta pagare?

Ecco, dopo averli chiamati bamboccioni e scansafatiche si prendono di nuovo in giro gli studenti e le loro famiglie. Parlando falsamente di "merito" e offrendo loro scappatoie per "comprarsi il merito". E mai per "meritarselo" o accettare i suoi verdetti negativi. Se può essere comprato, che merito è? Si arriva così all’assurdo che, vendendo il sogno di un lavoro che molti giovani mai avranno, i giovani vengano derubati: dei soldi e del loro sogno. Potrebbero degli adulti fare di peggio ai propri figli? Eppure è quello che in questi anni sta accadendo nel silenzio generale. Dei giovani e dei loro genitori.

Ogni battaglia politica è anche una battaglia culturale. E viceversa. Così come ogni battaglia culturale è anche una battaglia linguistica. Per esempio, in Italia il centrodestra si è impossessato della parola "libertà" e, anche grazio a questo, è riuscito a governare ininterrottamente per quasi vent'anni. Anche sulla parola "uguaglianza" sinistra e centrosinistra da tempo hanno abbassato inspiegabilmente la guardia. E anche loro parlano sempre più del "merito". Ha iniziato a farlo il governo Berlusconi, con il ministro all'istruzione Gelmini, per promuovere il più grande licenziamento di massa della storia della nostra Repubblica, quello dei docenti della scuola pubblica. Sinistra e centrosinistra non si sono opposti.

La meritocrazia pare oggi quasi una religione, a cui si aggiungono sacerdoti e credenti ogni giorno. Specie parlandone a proposito di scuola e università, formazione o ricerca. Premiare il merito, si dice. Onorarlo. Chi nega il contrario? Ma il concetto di merito, a ben pensarci, è anche profondamente antidemocratico. In palese conflitto d'interessi con l'articolo 3 della nostra Costituzione. Specie, poi, se utilizzato nella valutazione dei bambini. Il merito è oggi considerato un valore assoluto, al punto che attorno ad esso è nato un nuovo termine: “meritocrazia”. E il Corriere della Sera ha creato il blog specifico meritocrazia.corriere.it. Ma è inevitabilmente collegato a un'idea di esclusione - e neppure solo di alcuni, ma di tanti. E comunque mai di inclusione. Avrebbe a che fare con una vaga idea di bene - addirittura di "bene comune" - al quale tutto e tutti dovrebbero tendere e obbedire devotamente.

In realtà di sicuro c'è solo una cosa: se qualcuno ti sta parlando di “merito” ti sta escludendo. Anzi: sta escludendo una maggioranza a favore di una piccola èlite. Il contrario esatto dello slogan Noi siamo il 99% del movimento Occupy Wall Street. È un po' come l'ideologia del SuperEnalotto, o dell'uno-su-mille-ce-la-fa; e mille o un milione o più, naturalmente, non ce la fanno, non ce la devono fare e questo, si badi bene, per il “bene di tutti”. Perché se ce la facessero tutti il mondo sarebbe peggio di quello che è oggi: insomma, c'è niente di più ambiguo e contraddittorio per chi si dichiara non di destra?

Ma perché allora in Italia, oggi, anche nel centrosinistra, si parla tanto di merito? Forse proprio perché non esiste altro paese in cui le conoscenze e i favoritismi contano più di qualsiasi preparazione o abilità: nello studio, nel lavoro, nella vita sociale. Mi ha colpito un ministro della Repubblica dichiarare in un'intervista pubblicata, questa estate, sull'Espresso: “Sono ricca per merito e non per privilegio”. Cosa vuol dire? Insomma, di cosa parliamo veramente quando parliamo di merito? Credo che in tanti, anche a sinistra, siano a favore del “merito” perché lo leggono come il contrario di “favoritismo”. E c'è chi come il rettore piddino dell'Università di Bologna che ama ripetere come meritocrazia fa rima con democrazia, anche se non è vero. Altri, specie a destra, l'hanno strategicamente contrapposto a una forma di egualitarismo anarcoide, inetto e sorpassato.

In realtà l'idea di “merito” e “meritocrazia” mi paiono le più semplici per confluire, anche da sinistra, verso politiche scolastiche (e non solo) artistocratiche e di destra, orientate sempre di più verso individualismi privi di responsabilità. Come non accorgersi che l'idea di “merito/meritocrazia” è oggi sempre più spesso utilizzata per giustificare non solo dubbie differenze, ma anche palesi ingiustizie? Per esempio, tra chi ha un diritto e chi non lo ha? O tra chi ha accumulato di più e di meno? O tra chi è più o meno servile? Il vero contrario alla parola merito non è favoritismo, o clientelismo, quanto piuttosto uguaglianza, pari opportunità. Cerchiamo di non farci colonizzare dal linguaggio e dall'ideologia di coloro rispetto ai quali diciamo di sentirci alternativi.

Lo sciopero dei moderati

G.B. Zorzoli

La slavina del primo turno nei ballottaggi è diventata una valanga di astensioni dal voto da parte dei moderati. Uno sciopero contro le forze politiche (Pdl, Lega) cui per vent’anni mai avevano negato l’appoggio (l’unica vittoria netta del centrosinistra, nel 1996, è stata resa possibile dal rifiuto della Lega di allearsi con Forza Italia), Quando, vedi Parma, al ballottaggio era presente un’alternativa al centrosinistra diversa dai tradizionali partiti di centrodestra, lo sciopero dei moderati non c’è stato: in tanti a votare Pizzarotti. La controprova viene da Genova, dove l’avversario di Doria era un uomo del cosiddetto terzo polo, dove ad abbondare sono i transfughi dal centrodestra (a cominciare da Casini): lì la percentuale dei votanti al ballottaggio è stata fra le più basse.

L’ha riconosciuto esplicitamente anche Alfano, che non avrà molto carisma, ma non manca di intelligenza politica. La sua diagnosi del voto - gran parte del tradizionale elettorato del centrodestra ha disertato le urne perché l’offerta politica era inadeguata – è più realistica di quella fornita, mi auguro in modo affatto strumentale, da Bersani. D’altronde che la capacità di attrazione del PD sia bassa, lo conferma non tanto il successo di Orlando a Palermo (dove hanno pesato non poco particolarità locali) quanto quello di Doria a Genova e, nelle scorse amministrative, di Pisapia a Milano e di de Magistris a Napoli, solo per citare i casi più eclatanti.

L’affermazione del movimento Cinque stelle non basta a dissipare i dubbi sulle prospettive aperte dalla crisi complessiva che ha investito il nostro paese. Pochi giorni fa, in questa stessa sede, ne ho messo in evidenza i limiti attuali e le difficoltà che si frappongono a una sua trasformazione in soggetto politico nazionale, capace di un’efficace proposta alternativa. Quasi certamente avrà un certo successo alle prossime elezioni politiche, subito dopo sono elevati i rischi che rapidamente si sfasci, in caso contrario potrebbe dare vita all’equivalente della Lega, semplicemente sostituendo la sfida a «Roma ladrona» con quella a «l’Italia dei ladroni». Mi auguro che non sia così, però... I dubbi si trasformano in timori riflettendo su quanto sia improbabile che il tradizionale elettorato di centrodestra opti per il non voto anche in occasione delle politiche. Per protesta si possono consegnare i comuni al centrosinistra, non il governo centrale: sarebbe troppo rischioso.

Solo un collettivo autodafé, difficile persino da immaginare, potrebbe impedire la riproposizione di una forza politica di centrodestra dotata di una credibilità almeno pari a quella di cui gode oggi il centrosinistra. Quali forme assumerà – un novello Berlusconi?, un Pdl riverniciato? – è per il momento impossibile prevederlo. Non si può nemmeno escludere del tutto che lo diventi il movimento Cinque stelle o una sua costola. Mai come oggi il pessimismo della ragione è prerequisito per programmare il futuro.