Teatro Ateneo o Centro Servizi?

vasilev centro teatro ateneo_1Elisa Biscotto e Angela Bozzaotra

Ieri, si è rimandato ad oggi. E oggi, si rimanda a un tempo imprecisato. L'intervento che risani il miasma; la cattiva e mal diretta gestione degli spazi culturali in Italia. È in atto una sottrazione violenta e silenziosa di patrimoni, conoscenze e possibilità che appartengono di diritto ai giovani. A essere in pericolo non è più solo il futuro, ma anche un immediato presente che, giorno dopo giorno, appare sempre più svuotato di ogni significato.

Qual è l'eredità culturale lasciata alle nuove generazioni, visto che sono più gli spazi murati che quelli edificati? Vi siete mai chiesti, voi, chi sareste stati senza quelle esperienze fondamentali che al tempo hanno segnato gli anni della vostra formazione?

Immaginate di trovarvi privi di figure guida, in una situazione desertica dove siete depauperati di qualsiasi funzione sociale e intellettuale. La questione riguarda ancor prima dell'acquisizione di competenze professionali, la costruzione della propria identità. Noi siamo giovani “fai da te”, cresciuti senza punti di riferimento. Non abbiamo neanche gli strumenti per rivendicare ciò di cui ogni giorno voi vecchie generazioni vi appropriate, perché non ha senso ricostruire una memoria storica se intanto si ha paura di un avvenire incerto. Troppo apatici, troppo depressi, troppo impegnati a rimuovere dai nostri pensieri quello che avremmo voluto essere, quelli che saremmo potuti essere. Se stiamo già con la corda al collo, abbiamo bisogno di chi ci aiuti a scioglierla, non di chi ci tolga lo sgabello da sotto ai piedi.

E, riguardo ai dibattiti sullo stato dell'arte in termini di politiche culturali e logiche produttive: a parte i cicalecci insensati dentro e fuori dal web, qualcuno si è mai posto il problema che forse i termini del discorso sono errati in partenza? Il vero referente, vittima della cattiva gestione delle università e dell'assenza di scuole di formazione adeguate, è di fatto silenziato nel suo essere escluso a priori dal dibattito stesso.

Per noi, soggetto de-soggettivato del discorso, il lavoro è un concetto freelance (soprattutto free), i luoghi di fruizione della cultura sono diventati una via di mezzo tra autogrill, sale da bingo e palazzo congressi; i teatri un precotto di spettacolo senza lo Spettacolo.

In questo paesaggio post-atomico, l'elefante nel salotto, che tutti hanno davanti agli occhi e di cui nessuno parla abbastanza, è la crisi del ruolo sociale dell'Università, con annessa Ricerca. Il rapporto tra i due Leviatani è a dir poco schizoide: fanno affidamento l'uno sull'altro eppure si disprezzano e deprecano a vicenda!

L'Università, non solo non assicura più ai neo-laureati (soprattutto nell'ambito delle scienze umanistiche) un inserimento nel mondo del lavoro, ma nemmeno garantisce durante lo svolgersi del percorso formativo una destinazione pratica delle teorie. La ricerca ne risulta indebolita, un limbo di anime in pena. Un dottorato sembra la cronaca di una morte annunciata. Un professionista si tratta da tale anche nel corso della sua formazione e deve essere guidato da altri professionisti. Se ci vengono tolti spazi e margini di libera iniziativa, se tutto è mercificato e il lavoro intellettuale risulta non solo inutile, ma quasi fastidioso e vizioso, e siamo costretti ancora a campare sulle spalle delle nostre famiglie, sembra inevitabile l'azzeramento della nostra credibilità presente e futura.

Nel corso del mese di settembre, a ridosso delle vacanze estive, a Roma è avvenuta una piccola ma grande disfatta (l'ennesima) – per chi ha caro il futuro e il buono stato di salute della ricerca teatrale italiana. L'ultima delle notizie sul versante della dissennatezza del rapporto tra Istituzioni e Ricerca riguarda, infatti, la vicenda del Centro Teatro Ateneo dell'Università La Sapienza.

La struttura nasce nel 1981 per gestire le attività del Teatro Ateneo (dove negli anni si vedranno i lavori di Carmelo Bene, Eduardo de Filippo e Jerzi Grotowski, tra i tanti), al fine di creare un legame tra indagine scientifica, formazione e didattica da una parte, e offerta di spettacoli agli studenti e alla città, dall’altra. Il direttore del CTA dal 2011, Valentina Valentini docente presso il Dipartimento di Storia dell’Arte e Spettacolo (DASS) della Sapienza, intellettuale e pioniere dei visual e performance studies in Italia – dopo una serie di battaglie per la corretta gestione dello stesso, rassegna le sue dimissioni. Questo atto è visto come ultima ratio in seguito al fatto che l'edificio, di recente ristrutturato con tutti i crismi, viene oggi considerato alla stregua di un'Aula Magna e verrà presumibilmente coordinato da un Centro Servizi, come si evince dalla puntuale documentazione pubblicata sul sito www.teatroateneoalcentro.it.

Il CTA è stato quindi estromesso dalla gestione del Teatro Ateneo, nonostante ne rappresenti il polmone vitale in quanto sede di un importante archivio audiovisivo e cartaceo, e cuore di ricerca e sperimentazione. Questa vicenda è dunque un esempio paradigmatico di quello che Valentina Valentini ha definito “un più generale processo di impoverimento e marginalizzazione delle istituzioni culturali del nostro Paese”.

Chi dirigerà artisticamente questo luogo dove poter mettere in pratica dei saperi così effimeri che mai come in questo periodo storico bisogna tutelare? Il rapporto tra didattica e ricerca è il tratto distintivo di un teatro universitario, e questa specificità deve essere preservata a ogni costo. A rendere particolarmente allarmante la situazione è la paradossale azione di “autosabotaggio” operata dall'istituzione universitaria stessa nei confronti dei propri luoghi di sapere e formazione causandone un inevitabile declassamento. Che cosa ci rimane? Di chi ci possiamo fidare? Cosa c'è dopo la decadenza, se non il vuoto?

Ora che tale degenerazione etica ed estetica (in materia generale di processi creativi) è acclarata, dovete impegnarvi intanto a restituire ciò che vi è stato affidato (possibilmente intatto) e poi, finalmente, salvaguardare le nuove generazioni consentendo loro di usufruire di quello di cui avete prima goduto voi. Basta col discorrere dei massimi sistemi. Riguarda una privazione che state perpetrando ai danni di una collettività che non merita di essere incitata dai propri punti di riferimento a sopportare il vuoto. Chi ha a buon cuore la sorte di coloro che vengono dopo di lui, ha il dovere di prendere posizione.

Ogni domenica alle 22.10 su Rai5, Alfabeta, programma in sei puntate di Nanni Balestrini, Maria Teresa Carbone, Andrea Cortellessa. Oggi alle 16.40 la replica di Spendere (con la partecipazione, fra gli altri, di Antonio Negri, Elettra Stimilli, Giorgio Falco).

Ufficio Stampa: Riccardo Antoniucci (tel. 3407642693, mail: pressboudu@gmail.com)

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Walter Paradiso

La fisica ha una sua dimensione spettacolare che risiede nel suo momento più vivo, quello dell’esperimento, dove in uno stato di felice ansia si assiste alla messa in scena di fenomeni reali. Lo scienziato ha sempre disposto di questo particolare teatro.

Il laboratorio ideato dal Prof. Carlo Cosmelli del Dipartimento di Fisica della Sapienza, con la collaborazione del Centro teatro Ateneo e la partecipazione degli studenti del Dipartimento di Storia dell’Arte e dello Spettacolo ribalta la prospettiva. Per la prima volta si entra nel contesto di un laboratorio teatrale e si procede per prove, come in un laboratorio di fisica. L’idea è quella di partire dai contenuti scientifici stessi, e da qui sviluppare una messa in scena drammaturgica capace di rappresentarli.

Gli attori danno corpo a personaggi, così come a elementi, con lo stesso peso, andando a occupare una localizzazione puntuale, nel tempo e nello spazio, o estendendosi in essi, più o meno un’elasticità dei vissuti che muove da interferenze, rimbalzi, diffrazioni, assorbimenti. Le trame - otto brevi storie - sono costruite secondo i principi che stanno alla base della teoria della relatività e della meccanica quantistica. Si ha quindi a che fare con fenomeni che, oltre ad essere di non immediata comprensione per i non addetti ai lavori, appaiono illogici perché vanno oltre le nostre capacità percettive.

Queste storie, andate in scena il 10 giugno al teatro Furio Camillo a Roma, hanno saputo dare forma a qualcosa di irrapresentabile, perché difficile anche solo da immaginare. Attraverso il registro del comico e del tragico i personaggi sono coinvolti nella scoperta di uno strano mondo: in partenza per regioni remote, chiamati a vivere l’abbandono del compagno o, quando sono in forma di particella, sperimentano le forze attrattive e repulsive degli altri corpi presenti in scena.

Gli studenti, autori dei testi, dello spazio scenico e dei costumi, descrivono un universo dove il mondo fisico e gli oggetti partecipano della dilatazione e contrazione del tempo e dello spazio; a questo si aggiunge un’altra alterità, paradossalmente così vicina a quella avvertibile nel mondo delle esperienze umane, data anch’essa da una relatività, dalla condizione esistenziale di chi osserva una scena.

Emerge la forza evocatrice del teatro, perché è una modalità densa di riflessioni quella proposta, che si percorre da un’esigenza se vogliamo ontologica e solo in minima parte estetica. La fisica non è il filtro d’accesso al teatro, ai suoi problemi, ma non è neanche il contrario. Piuttosto viene messa in scena un mondo che suggerisce altre coordinate. Perché allora non una semplice lezione? Perché la drammaturgia, il racconto, ci permettono di ricreare la pienezza di un rapporto immediato con la realtà descritta. Atto questo che è difficile da realizzare, perché occorre liberarsi da tutte le suggestioni “tecniche” che invitano a guardare il mondo attraverso le scienze –scientifiche si, ma anche quelle umane, politiche. Tutto ciò, seppur ci aiuta a comprendere alcuni aspetti dell’altro, non ci consente di incontrarlo però nella sua immediatezza.

Si aderisce così alla condizione fisica di un oggetto microscopico o di un fenomeno simile alle onde del mare, o lo spettro di suono. Si diventa parte di una funzione, e in essa si abita un’istante di spazio tempo che aiuta a definire, in maniera armonica, i rapporti tra le presenze in scena. I momenti più interessanti sono proprio quelli in cui gli attori sono immersi dentro il fenomeno fisico, e agiscono in base alle condizioni dettate dalla funzione che lo descrive. Non è un esperimento. È già teatro, siamo già dentro il teatro, perché se questo è atto di ricerca, allora ci piace pensare che questo laboratorio sarà una di quelle esperienze che andranno avanti.

Alla fine quello di cui si fa effettivamente esperienza è forse un ridimensionamento di questi fenomeni che il corpo non può percepire. I personaggi non si eclissano sulla scena come in Godot, cambia sì lo spazio e il tempo, ma un senso continua a camminare, e fa impressione, vedendo queste storie, che anche partendo dalla scienza, questo cammino continua ad essere compiuto ancora attraverso il linguaggio del teatro.

RMQ13
Relatività e meccanica quantistica, laboratorio di Scienza e Teatro

Dipartimento di Fisica e Centro Teatro Ateneo, Sapienza Università di Roma