Bert Theis. L’artista che imparò a volare

Bert Theis Archive Building Philosophy Cultivating Utopia, Mudam exhibition, sala 03, foto Barbara Barberis 2019 (3), until the unreachable victor

Cecilia Guida

Andare a Lussemburgo in questi mesi significa approfondire inevitabilmente la ricerca e la pratica artistica di Bert Theis (1952-2016) visitando non solo una mostra antologica ma un vero e proprio “arcipelago” di mostre, dibattiti ed eventi diffusi per la città che, attraverso gli strumenti dell'ironia e della lotta politica, cercano di ricostruire il filo delle sue idee, le installazioni, i progetti a lungo termine e di come essi hanno rappresentato i semi per una generazione di artisti, architetti, attivisti locali e internazionali che lo ha seguito e ora continua senza di lui.

Al Mudam Luxembourg è allestita la prima grande retrospettiva che la città dedica al suo artista dal titolo Bert Theis. Building Philosophy – Cultivating Utopia, a cura di Enrico Lunghi in collaborazione con Christophe Gallois. La mostra cerca di proporre lo spirito di Theis e di considerare l'atmosfera delle sue opere all'interno di un lungo percorso professionale nato in concomitanza con il '68, sviluppatosi negli anni di affermazione dell'arte relazionale e giunto all'elaborazione del concetto di fight-specific art, che è una linea di pensiero, più che una definizione, riguardante l'idea che ogni lotta debba essere costruita rispetto a una situazione specifica.

Il percorso espositivo si apre con un focus sugli anni giovanili con un'interessante produzione sconosciuta ai più, formata da poster nei quali l'artista rifletteva sulla pace, sull'ecologia e sui diritti dei lavoratori, e da un fotoromanzo realizzato per la rivista dei Giovani Socialisti Rivoluzionari, De Fonken, e intitolato 1984 dove con toni satirici affrontava i principali temi politici della società lussemburghese di quegli anni, quali la disoccupazione, l'inflazione, l'armamento nucleare. Presto Theis, che aveva studiato pittura nel tempo libero, mostrò una relazione conflittuale con questo linguaggio che riteneva limitante e narcisistico preferendogli a partire dagli anni '90 la fotografia, l'installazione, la performance, le azioni, i suoni insieme al contesto storico, politico e sociale in cui le opere nascevano e venivano presentate. Per lui l'arte voleva dire qualcosa di più della rappresentazione della realtà, e sin dagli inizi, anche quando realizzava oggetti, si chiedeva come questi potessero trasformare la società: “In un certo senso, la mia idea iniziale era quella di applicare l'undicesima tesi su Feuerbach di Marx al campo dell'arte. Avevo in mente una grande piattaforma, un progetto collettivo autogestito, una 'political Plastik' (scultura politica), che ci avrebbe permesso di sperimentare come superare i limiti della pratica artistica contemporanea su diversi livelli, soprattutto per verificare se l'arte può influenzare la realtà sociale e politica di una città. Si tratta di cambiare una parte del mondo, non solo di rappresentare il cambiamento.”

Come dimostrano le opere esposte, tutto il suo lavoro ha molto a che fare con la disobbedienza intesa nel senso di una soggettivazione che inventa qualcosa di nuovo. Il titolo della mostra contiene infatti sia il pensiero critico sia l'azione spontanea e creativa. Building Philosophy – citazione di un'opera dell'artista (2008) con la parola filosofia scritta al contrario e che, facendo eco al famoso quadro di Debord Réalisation de la philosophie (1963), gioca con il concetto di “Philosophy of Building” – significa pertanto costruire in modo consapevole e anche un po' pigro (come avverte scherzosamente all'ingresso della mostra Sélavy à Knokke, foto scattata nel 1993 a un uomo che sembra assomigliare a Duchamp e che si era addormentato sul divano della sala espositiva del casinò di Knokke) usando ciò che si ha a disposizione. Cultivating Utopia riguarda invece l'aspetto più direttamente politico della sua ricerca. Per Theis l'utopia non è ideale, esito di una sconfitta e perciò malinconica, ma reale, un'energia positiva, contagiosa e trasformativa.

Bert Theis Archive Building Philosophy Cultivating Utopia, Mudam exhibition, sala 02, foto Barbara Barberis 2019, general view

Nella mostra hanno centralità le piattaforme e i padiglioni presentati come il nucleo principale del processo di “costruzione della filosofia” da parte dell'artista. Tra questi si ricordano il Potemkin Lock, padiglione temporaneo del Lussemburgo ai Giardini della Biennale di Venezia del 1995, la Philosophical Platform per Skulptur Projekte Münster '97, Le dita della mano nel parco archeologico Fiumi di Volterra per “Arte all'Arte” del 1998 e l'European Pentagon. Safe & Sorry Pavilion (2007) in Place de l’Europe a Lussemburgo. L'architettura e la filosofia sono gli strumenti attraverso i quali Theis crea luoghi con valenza filosofica che elevano l'osservatore, lo espongono e lo rendono visibile trasformando la sua percezione estetica. Secondo Marco Scotini le piattaforme sono il momento in cui “Bertold Brecht incontra Marcel Duchamp in Bert”. Se l'aspetto teatrale è sicuramente presente in queste installazioni, non bisogna comunque dimenticare che rappresentano la critica e la reazione dell'artista a una certa retorica relativa all'estetica relazionale. Essendo degli spazi aperti, accessibili e arricchiti dal dibattito pubblico, esse funzionano come forme “clandestine” di resistenza collettiva.

A questo punto, il passaggio dalle platform al quartiere Isola di Milano è diretto, concreto, comunitario, urbano, politico. Isola Art Center costituisce l'ultima piattaforma collettiva di Theis (questa volta senza commissione) e rappresenta il suo guscio aderente. Si tratta del progetto che conosciamo meglio in Italia per l'ampio arco temporale in cui si è sviluppato (dal 2001 al 2012) e che lo ha portato a maturare il passaggio dall'intervento site-specific e audience-specific a quello fight-specific, termine forgiato insieme alla comunità di residenti e di artisti coinvolti e che in questo caso riguarda la lotta contro la trasformazione urbana neoliberista.

All'interno delle iniziative pensate per Arcipelago Bert Theis, in collaborazione con istituzioni e centri di ricerca della città, ci sono la piccola mostra del progetto multidisciplinare OUT-Office for urban transformation, nato nel 2003 e ancora attivo, al Centro per l'Architettura LUCA, e la bella esposizione curata da Enrico Lunghi e Angelo Castucci al Cercle Cité, dal titolo F(l)ight Sketches-for Bert Theis, che raccoglie le opere di alcuni degli artisti di Isola Art Center, come i ritratti fotografici di Paola Di Bello realizzati per The People's Choice (a cura di Scotini nel 2006 e con il titolo tratto dalla famosa mostra di Group Material del 1980), e i lavori dei giovani artisti che dialogano con le idee e la pratica di Theis. Qui emerge, da un lato, il ruolo di pedagogo svolto dall'artista negli anni di insegnamento alla Naba di Milano, dall'altro, una metodologia educativa improntata sul lasciare spazio alla libertà di ricerca e al dialogo critico. Pertanto si rintraccia la sua “eredità” concettuale, poetica e politica nella serigrafia Utopia can be written in capital letters di Daniele Rossi ed Edith Poirer, nelle foto di RiMaflow di Barbara Barberis, nei dispositivi per il volo di Irene Coppola e nei disegni di Edna Gee con le istruzioni per indossare i suoi due abiti da piccione, per fare qualche esempio.

Mostre a parte, dava allegria vedere agli eventi organizzati in giro per Lussemburgo in occasione dei tre opening gli abitanti e le famiglie dell'Isola, i giovani artisti ex-studenti della Naba, i colleghi artisti, critici e curatori italiani venuti da Milano, Vienna e Berlino, tutti partecipanti e desiderosi di comunicare l’importanza di aver incontrato Theis e di aver fatto parte – e continuare a esserlo – della comunità che lui ha contribuito a creare e per la quale è stato un punto di riferimento importante. Sotto la curatela attenta e precisa di Enrico Lunghi, le idee, le opere e i progetti si mescolano con la sfera delle relazioni in quello che è il primo grande omaggio all'artista che dichiarava “perché non sono riuscito mai a nuotare ho deciso di volare”. Il volo al quale si riferiva Theis, citando Tentativo di volo (1969) di De Dominicis, è quello dell'arte che dà gli stumenti per immaginare e realizzare azioni (apparentemente) impossibili per il cambiamento. Fly to fight è indubbiamente il suo insegnamento più grande e augurio per la vita, peraltro contenuto qualche anno fa nello striscione appeso lungo la torre Galfa di Milano, nei giorni dell'occupazione da parte di un gruppo di artisti e studenti, che diceva "Si potrebbe anche pensare di volare". Questo, forse, è l'unico elemento mancante nell'accurata ricostruzione espositiva del “mondo di Bert”.

Bert Theis.

Building Philosophy – Cultivating Utopia

30.03-25.08.2019

Mudam Luxembourg – Musée d'Art Moderne Grand-Duc Jean

Art Industries, le nuove reti tra arte, tecnologia e scienza

Cecilia Guida

Il libro di Marco Mancuso, dal titolo Arte, tecnologia e scienza. Le Art Industries e i nuovi paradigmi di produzione nella New Media Art contemporanea, è un'analisi approfondita dei rapporti tra arte, tecnologia, scienza e società, nonché il completamento di un percorso di ricerca iniziato dall'autore quindici anni fa e concretizzatosi negli anni attraverso un'intensa attività di insegnamento, curatela di mostre, redazione di testi e sviluppo giornaliero di Digicult, una delle principali piattaforme internazionali sul tema della New Media Art. Lo stesso testo infatti sembra pensato in una relazione di continuità con gli articoli e le interviste pubblicate su quello che è ormai un “super-portale” (viste le dimensioni raggiunte).

Il valore del libro sta nell'aver introdotto nel dibattito critico il tema chiave delle “Art Industries”, neologismo appositamente coniato dall'autore per descrivere i confini spesso invisibili di un paradigma culturale, produttivo e di conseguenza economico che delimita ambiti solo apparentemente lontani tra loro. “Si tratta chiaramente di un termine mutuato dalle teorie e dalle pratiche sviluppate nell’ambito delle industrie culturali – precisa Mancuso –, ma che pone l’accento su un modello di produzione che è andato sviluppandosi nel corso degli ultimi dieci anni in settori prettamente legati ai mercati dell’arte contemporanea, del design, della musica, delle arti performative e nei contesti maggiormente interessati alle potenzialità date dal rapporto arte-tecnologia-scienza.” Nuove ed efficaci filiere di produzione capaci di mettere in comunicazione professionisti diversi e di tessere relazioni virtuose con musei, media center, festival, istituti di formazione e accademie producendo così molte opere interessanti per il livello di sperimentazione e sostenendo un graduale processo di maturazione della New Media Art contemporanea.

Mancuso traccia traiettorie di natura storico-artistica e critico-curatoriale suddividendo il testo in due parti principali. La prima, che riguarda la ricostruzione storica delle relazioni tra arte, tecnologia e scienza dalla Rivoluzione Industriale agli anni Duemila, delinea uno scenario complesso e finora poco mappato dove l'autore incrocia le sperimentazioni artistiche con le ricerche presso centri come i Bell Labs e il MIT Media Lab di Negroponte senza dimenticare, anzi sottolineando, la visione innovativa e avanguardista della Olivetti nel panorama aziendale-economico locale e internazionale. Affinché il quadro sia il più completo possibile, Mancuso entra in dialogo con le analisi di studiosi e critici italiani e non come Domenico Quaranta, Valentina Tanni, Claudia D'Alonzo, Geert Lovink, Lev Manovic, Marc Tribe, Reena Jana, tanto per nominarne alcuni.

La seconda parte del libro è il frutto di anni di ricerche sul campo ed è costruita come una cassettiera con tanti scomparti corrispondenti a diversi ambiti disciplinari Arte e Rete, Suono-Immagine, Fabbing e Autoproduzioni, Architettura e Interazioni Uomo-Macchina-Ambiente, Arte e Scienza etc. che l'autore di volta in volta apre e riempie di ricerche e progetti interdisciplinari, storie di artisti e designer, descrizioni di opere e mostre. Così come risulta difficile definire la New Media Art per via degli scambi e della sua natura ibrida – tant'è che verrebbe quasi voglia di risolvere l'annosa questione affermando che la New Media Art è laddove non ce lo aspettiamo, ovvero nei laboratori tecnologici, nei network di ingegneri, scienziati, musicisti, nei territori di convergenza –, alla stessa maniera non è facile definire gli artisti poiché chiamarli tali o designer o architetti o ingegneri non è propriamente corretto essendo piuttosto delle figure “liquide”. Mancuso passa in rassegna i diversi modi attraverso i quali gli artisti della New Media Art si auto-definiscono preferendo tra questi il termine “artonauta” del sociologo Ruben Jacobs. L'artonauta è l'artista navigante tra gli ambiti disciplinari, tra i siti e gli spazi, è il ricercatore per eccellenza. “Gli artisti che ho avuto il piacere di incontrare e con cui ho lavorato hanno formazioni spesso non necessariamente legate a studi tecnologici o scientifici, alcuni di loro completamente autodidatti – spiega Mancuso –, mi rendo perfettamente conto che tutto ciò sia difficile da comprendere per chi non sia addentro a questi contesti ma forse la mia attività di insegnamento, che mi porta a contatto con generazioni di studenti a cui spiegare questo tipo di complessità, mi ha aiutato nel cercare di tracciare delle traiettorie di comprensione tra discipline diverse all'interno delle quali questi navigatori del contemporaneo si muovono con grande spontaneità ed efficacia.”

Se le intenzioni dell'autore erano quelle di scrivere un libro che fosse esso stesso una sorta di “oggetto liquido” tra il saggio, il testo di critica d’arte e il culture journalism, mi sembra che Mancuso oltre a essere riuscito a raggiungere il suo obiettivo abbia realizzato un testo per il presente e per il futuro, ossia uno strumento capace di descrivere gli scambi, gli attori, i linguaggi e i modelli di oggi che rapidamente avranno sviluppi negli anni a venire. Non solo i nostri studenti, gli addetti al settore e il pubblico dei curiosi di New Media Art ma anche i futuri potranno avvalersi di questa appassionata analisi per comprendere le attuali ibridazioni dell'arte contemporanea.

Per finire, sarei curiosa di sapere cosa pensa Mancuso dell'atteso nuovo Museo del Novecento di Mestre, noto come “M9”, e del suo approccio all'immersività e all'interattività di cui non ha potuto scrivere perché aperto appena due mesi fa…

Marco Mancuso

Arte, Tecnologia e Scienza.Le Art Industries e i nuovi paradigmi di produzione nella New Media Art contemporanea

Postfazione di Bruce Sterling

Mimesis Edizioni, 2018, 292 pp., € 26

Muntadas, l’artista che traduce la lingua in immagini

Cecilia Guida

Fresco di stampa, L'arte che traduce. La traduzione visuale nell'opera di Antoni Muntadas di Modesta Di Paola è un accurato saggio che esamina il lavoro dell'artista catalano alla luce della pratica della traduzione culturale e visiva, e attraverso la costruzione di una rete di collegamenti originali tra il dibattito teorico-critico sul tema, i fenomeni artistici transnazionali contemporanei e i luoghi e i fatti dei quali Muntadas si occupa nelle sue opere.

Negli ultimi anni la traduzione è diventato un concetto molto usato nelle arti visive. Ne sono testimonianza le numerose mostre internazionali organizzate sull'argomento, come per esempio “Translaziuns Paradoxien Malenclegïentschas” a Zurigo (2008); “Tarjama/Translation” al Queens Museum of Art di New York (2009);“Found in Translation” al Guggenheim di New York (2011) etc. Nonostante il tema principale di queste esposizioni sia la relazione che l’arte stabilisce con la traduzione, il loro valore concettuale si sviluppa comunque da problemi di tipo linguistico, letterario o intorno alla condizione transculturale dell’arte globale. Fatto abbastanza significativo in quanto rivela che la traduzione applicata al mondo dell’arte finora non si è mossa dall’ambito della teoria dell’arte ma da un approccio comparativo. L'autrice invece cerca di tessere un’alleanza teorica tra arte e traduzione visuale collegandosi più strettamente al dibattito interdisciplinare che vede nella traduzione la metafora di un trasferimento (translatio) di significati dalla parola (logos) all'immagine (eikon), e nella produzione interartistica (le “immagini-testo” di Mitchell e gli audiovisivi in generale) la manifestazione di poetiche di relazione culturale e interculturale.

La sua tesi è che “La traduzione applicata al campo artistico deve essere intesa come un segmento della comunicazione umana che ogni atto interpretativo dell’arte comporta nelle sue fasi di emissione e ricezione.” Il suo studio mostra come, all’interno della produzione artistica contemporanea, il linguaggio audiovisivo di Muntadas sia indubbiamente quello più idoneo a tale proposito poiché, dando forma alla comunicazione e rendendola condivisibile, trasforma la nostra esperienza sensoriale e dunque estetica. Dal 1995, attraverso la serie On Translation, Muntadas – networker, viaggiatore nomade e “figura che trasgredisce la frontiera” – ha operato un’analisi complessa della traduzione linguistica, culturale e visiva. Con questa lunga serie l'artista ha registrato visivamente i problemi che si verificano nei processi “invisibili” della migrazione e decodificazione delle culture. Un profondo interesse artistico che si è manifestato parallelamente a una crescente attenzione da parte della produzione teorica, come conferma l'abbondante letteratura intorno ai rapporti che l’arte tesse con altre forme culturali, attraverso la linguistica, la filosofia, la mediologia e le scienze sociali in generale. Sottolinea Di Paola: “Oggi è evidente che molte forme artistiche sono il risultato di una produzione interdisciplinare e che quindi per essere comprese necessitano di una chiave di lettura differente rispetto al passato. […] L'artista contemporaneo non è più un contemplatore della realtà, ma un soggetto nomade che spesso opera una lettura critica delle società in cui entra in contatto.” Non a caso, oltre a storici e teorici dell’arte, anche linguisti, antropologi e architetti si sono confrontati con l’opera di Muntadas, come Emily Apter, Marc Augè, Marc Wigley, per citarne alcuni.

Al termine opera Muntadas preferisce l'espressione "artefatto artistico". I suoi lavori non sono mai “pure” immagini ma sistemi di linguaggi in cui confluiscono il contesto, l'archivio, la documentazione e la memoria di un determinato luogo. La percezione dell’artefatto richiede un impegno interpretativo (e non la contemplazione) e conseguentemente una critica soggettiva, poiché viene attivato da un pubblico partecipe e dinamico, interessato ad analizzare la realtà con le sue complessità e contraddizioni, a livello sia micro che macro-politico. Fin dagli anni '70 gli artefatti di Muntadas, siano essi progetti, film, videoinstallazioni, fotografi o libri, ci chiedono di comprendere e porre un’attenzione concreta verso temi contemporanei di vario genere: la globalizzazione, il capitalismo transnazionale, le “microfisiche” del potere, i dispositivi di controllo, i procedimenti che manipolano la comunicazione e l’informazione.

L'arte che traduce non offre solo un'indagine interdisciplinare della serie On Translation ma propone piuttosto una disamina sistematica del lavoro quarantennale e concettualmente complesso di Muntadas, dalle sperimentazioni spaziali contenute in Subsensory Experiences: actions and activities (1971-1973), al film Political Advertisement. 1952-2016 (1984-2016), al più noto The File Room (1994-in corso), fino ai recenti video di About Academia (2011-2017). Un testo breve ma denso di pensieri e livelli interpretativi, che rappresenta la sintesi di ben due tesi dottorali, circa cinque anni di ricerca tra Spagna, Italia e Stati Uniti, contando sulla collaborazione dei componenti del team dell'Arxiu Muntadas. Centre d'Estudis i Recerca, e un'amicizia decennale tra l'autrice e l'artista catalano. Unico libro in italiano sul tema, il saggio di Di Paola è uno strumento critico indispensabile per comprendere appieno i metodi, i processi e le ragioni della produzione di Muntadas. Attenzione è un testo che sfugge a un sguardo rapido o distratto perché, durante la lettura, la percezione richiede impegno.

Modesta Di Paola

L'arte che traduce.

La traduzione visuale nell'opera di Antoni Muntadas

Premessa di Angela Vettese

Mimesis, 2017, 128 pp., € 12

È possibile acquistare questo libro in tutte le librerie e su ibs.it.


Quando il fallimento non è un insuccesso

Cecilia Guida

Der Lauf Der Dinge (The Way Things Go)

L'ultimo libro di Teresa Macrì, Fallimento, è un ragionamento serio e chiaro attorno alle pratiche e ai dispositivi di questo concetto, inteso al centro di una costellazione semantica, nelle forme in cui esso si esprime nella ricerca artistica contemporanea e rispetto al fallimento dell'attuale società capitalistica, globalizzata, disequilibrata e marcata dall'efficientismo, dall'affermazione dell'io, dalla velocità. L'autrice tratta il fallimento in dialogo e in contrasto con il successo spingendosi nello studio di queste due opposte polarità della condizione umana che hanno a che vedere con i conflitti interiori, le lacerazioni e le soddisfazioni dell'essere.

Ciò che a Macrì interessa analizzare è la natura polisemica, la sottigliezza psichica del fallimento e i paradossi filosofici che esso incarna nella coscienza contemporanea, accarezzata solo dall’idea del successo su cui ha costruito una condizione psico-sociale illusoria, fondata sulla compulsione performativa e su meccanismi di esclusione. “Questo libro non è la sede per un elogio al fallimento e tanto meno per una nomenclatura dispotica che vuole incasellare gli artisti a dei concetti mette subito in chiaro l'autrice nella prima riga del libro –. Piuttosto è il tentativo di ridefinire le varie posizioni e le differenti accezioni che intorno al concetto di fallimento si intessono tra loro, generando una struttura reticolare, possibilmente infinita.” Il processo artistico che lambisce i concetti di caduta, errore, fallacia degli artisti presi in esame nel volume diventa dunque la metafora di un fallimento ideologico, etico, sociale e politico globale con cui il soggetto contemporaneo deve confrontarsi. “Ciò che mi premeva scoprire – precisa Macrì era l’emancipazione del concetto di fallimento, il suo sdoganamento dall’essere un tabù sociale e il suo antagonismo concettuale. Tutto questo poiché, come Hannah Arendt, sono convinta che: 'Chi critica ha a cuore il mondo perché prende sempre partito per esso'”. In questo caso, il video Rehearsal I (El Ensayo), realizzato da Francis Alÿs a Tijuana in Messico tra il 1999 e il 2001, dove l'artista alla guida della sua Volkswagen Beetle rossa, attraverso numerosi tentativi, cerca di salire fino in cima a un ripido pendio sincronizzato al ritmo del danzón, è un'autoaffermazione della prassi del fallimento. Alÿs, ostinandosi nella ripetizione di un'azione con un improbabile esito positivo, ne accetta l'insuccesso con responsabilità e ne riconosce la sua persistenza in quanto accadimento degli uomini e delle cose.

Punto di partenza dell'indagine è l’assunto lacaniano per cui il fallimento è un “atto mancato”. Per lo psicoanalista e filosofo francese “il fallito è l’oggetto”, ciò significa che l’oggetto non si presenta come ciò che può colmare la “mancanza a essere” che abita il soggetto, ma che l’incontro con l’oggetto è strutturalmente marcato da una condizione fallimentare. L'oggetto è sempre insufficiente, sempre vuoto e sempre fallito perché non è mai raggiunto. Nell'analisi di Macrì questa definizione di atto mancato adduce inevitabilmente al concetto di intenzionalità dell’artista che non viene sublimata nell'opera. Fenomenologicamente l'autrice si richiama a Husserl per cui l'intenzionalità è la correlazione che sussiste tra soggetto e oggetto e che rende il primo cosciente di ciò̀ che sta vivendo. Il fallimento di un'idea, di un'opera, di un progetto è la vanificazione dell’intenzione. “Ho un'opinione vitalistica del fallimento, dell’errore, della desublimazione puntualizza Macrì e per tutto il libro ho attraversato il suo paradigma domandandomi: Come può un progetto, durante il suo processo di realizzazione, sopravvivere all’egemonia di un art system in sé troppo conservatore e schematico, inabissarsi nel fallimento e da esso rigermogliare? Come sempre, l’arte mi sollecita verso dubbi e risposte.” A tal proposito, l’opera-lezione di nudo Iggy Pop Life Drawing Class di Jeremy Deller, ideata nel 2006 e riabilitata nel 2016, conferma proprio questa capacità rigenerativa di un progetto inizialmente rifiutato (dalla rock star) e accettato dopo dieci anni.

L'analisi è organizzata in modo criticamente intelligente secondo linee di discontinuità temporale attraverso cui le ricerche di artisti tra loro diversi si avvicinano temporaneamente per prossimità semantica o similarità metodologica. Nelle pagine del libro riecheggiano le parole di Beckett “Ever tried. Ever failed. No matter. Try again. Fail again. Fail better”, mentre la riflessione sulla dimensione del fallimento diventa virale: da Chris Burden che spingeva l'arte oltre i suoi limiti con performance spesso concluse nel fallimento di una sfida al destino non esattamente controllata, a Bas Jan Ader che performava ossessivamente, a metà tra tragico e comico, l'atto di cadere in quanto pensava che “la caduta è fallimento”, a Fischli & Weiss che in Der Lauf Der Dinge (The Way Things Go) mettevano in moto un congegno visivamente straordinario ma errato nel funzionamento, a Harald Szeemann che riconosceva nel fallimento una “dimensione poetica dell'arte” assimilandolo all'utopia, a Cesare Pietroiusti che intende il fallimento come “l'unità minima di tempo. Quando cerchi di notare tutti ma proprio tutti gli atti che si manifestano in modo diverso, anche di poco, dall'intenzione che li ha mossi, allora ti rendi conto di quanto poco tempo ci vuole per fallire”, e tanti altri. Tuttavia nella mappa artistica narrata dall'autrice manca Driant Zeneli che guarda al fallimento come “la fine di un processo e l'inizio di un altro”, e che attraverso il progetto Bankrupt Artists. Lesson n.?, composto di lezioni-performance itineranti sugli artisti falliti tenute da docenti delle Accademie e Università di differenti nazioni e in diverse lingue, mira a portare l'attenzione degli studenti sul tema.

Il fallimento è nella disamina di Macrì il tempo dell'erranza, della discontinuità, dell'incontro, della rottura della conformità a uno scopo oggettivo e materiale. C’è sempre nel corso di una vita una caduta da cavallo, un incontro con la terra, un faccia a faccia con lo spigolo duro della realtà. Il fallimento nella sua accezione culturale, identitaria, politica, finanziaria e ambientale attraversa le ricerche estetiche esaminate, spesso spingendole verso la proposta di modelli sociali antagonisti e di nuovi inaspettati immaginari. Zigzagando nella storia e contro-storia dell'arte dai Salon des Refusées ottocenteschi passando per il rivoluzionario Duchamp (il quale, confrontandosi con il nonno e i fratelli maggiori che erano dei pittori affermati, si riteneva invece un “pittore fallito”) fino ai giorni nostri, l'autrice ribadisce il valore che spesso assume i toni di un'inconsapevole necessità del fallire, dello smarrirsi nel dubbio e nell'errore, dello sperimentare la perdita per aspirare a comprendere il senso possibile dell'esistenza.

Teresa Macrì

Fallimento

postmedia books, 2017

172 pp., € 16,90

È possibile acquistare questo libro in tutte le librerie e su ibs.it.

Marinella Senatore, il teatro della rivolta

Serena Carbone

Foto di Hervé Veronese

Azione: corpi in movimento per piazze, strade e musei. È una comunità dinamica e in divenire quella che Marinella Senatore mette in scena attraverso le sue opere. Opere performative che si costruiscono attraverso la partecipazione di uno e mille individui: professionisti e amatori, studenti e illetterati, e poi scrittori, attori, ballerini, cantanti. Una comunità festante che prende forma in un “luogo di rappresentazione” che si costruisce grazie a performers e spettatori che agiscono in interdipendenza gli uni dagli altri. Un luogo teatrale, dunque, che però non può essere iscritto in alcun edificio specifico, ma si definisce in base alla superficie sulla quale plana, fluido e malleabile come il pallone sgonfio di una mongolfiera, che si adagia sul sostrato preesistente evidenziandone curve e linearità. Sotto quel pallone aerostatico che ha girato il mondo, immaginiamo crearsi una bolla colorata che ritorna a vivere grazie all'afflato degli uomini lì compresi e che pian piano, riempendosi di nuovo d'aria, ridisegna le relazioni e lo stesso spazio urbano, per poi continuare a volare.

Premio MAXXI nel 2014 per la sua The School of Narrative Dance, Marinella Senatore, artista italiana ma dal respiro internazionale, non si arresta. Dopo la Quadriennale dello scorso autunno a Roma, il suo lavoro ha toccato New York (Queens Museum a cura di Matteo Lucchetti), Parigi (Centre Pompidou a cura di Kathryn Weir), Zurigo (Kunsthaus Zürich a cura di Mirjam Varadinis) fino a raggiungere Documenta 14 a Kassel.

The School of Narrative Dance - fondata nel 2013 - è una scuola gratuita e itinerante, centrata su laboratori di danza e storytelling che ha il suo momento conclusivo nello spettacolo/parata che si costruisce durante gli incontri antecedenti tra insegnanti e studenti. Questa pratica, ormai collaudata nel tempo, coinvolge le comunità locali (per lo più associazioni) e i singoli cittadini che condividono così le loro capacità e ne acquisiscono di nuove. Durante questi momenti una nuova comunità nasce: essa si racconta e raccontandosi riscrive i suoi spazi sociali, perché è proprio nelle piazze, nelle strade o nei musei (interno/esterno) che quest'esperienza si riversa aprendo quegli stessi spazi a nuove possibilità di interazione rispetto a quelle quotidiane. Ma il lavoro di Marinella Senatore non si esaurisce in un solo format, esso si articola piuttosto in diverse pratiche performative che prendono corpo in “situazioni” che, nel loro valore intrinseco, si potrebbero dire molto similari alle situazioni debordiane, ovvero una “costruzione concreta di ambientazioni contingenti della vita, e la loro trasformazione in una qualità passionale superiore”, vale a dire momenti di creazione singolari e puntuali che sottraggono il desiderio individuale alla macchina produttiva messa in azione dall'industria culturale, attivando un'esperienza unica che penetra il tessuto sociale urbano innescando nuovi dispositivi di relazione. Ne sono un esempio -in modi diversi- gli ultimi interventi a New York, Parigi e Zurigo.

Al Queen Museum, Marinella Senatore ha realizzato “Piazza Universale/Social Stages”, una mostra-evento politicamente connotata in un quartiere complesso e multiculturale, in cui sono stati coinvolti tanto gli attivisti quanto quelle espressioni artistiche tipicamente ribelli (come il rap). Impegno sociale, educazione alternativa, costruzione di piattaforme per indagare la relazione tra arte e società oggi: questi gli obiettivi principali di un progetto costituito da quattro sezioni (tre richiamanti lavori precedenti, una realizzata specificatamente per l’occasione) che si propongono di indagare la storia di una comunità. Video, opera, teatro, installazione, musica, collage e poster, questi i linguaggi utilizzati per dare luogo ad un ambiente multimediale in cui la collettività si riconosce e si interroga in quanto tale.

Al Centre Pompidou, invece, è stata allestita l'ulteriore tappa della School, con tanto di laboratori di danza e scrittura collettiva. Ma la scuola, per quanto abbia un formato prestabilito, non ottiene mai lo stesso esito dai suoi studenti; e Parigi mostra ancora una volta il suo volto contraddittorio, così com'è sospesa tra apertura all'altro e integrazione mancata, tra passato coloniale e presente post-coloniale, tra ile banlieue. I laboratori organizzati al Pompidou, infatti, si sono articolati in lezioni di danze congolesi, senegalesi e del nord Africa, gli atelier di scrittura hanno prodotto slogan come “The struggle continues” o “Labor day parade march”, e tutto questo è esploso il 2 luglio, il giorno della parata conclusiva. Accanto agli studenti e i docenti della scuola, hanno marciato passanti del Marais, bourgeois bianchi ed extracomunitari di colore, artisti di strada e artisti professionisti in un mix di improvvisazione e preparazione che, per un lungo attimo, ha livellato le differenze di fronte ad un sentire comune.

Al Kunsthaus Zürich è stata un'altra esperienza ancora a prendere forma. Invitata a partecipare alla mostra collettiva Action, l’artista ha realizzato un lavoro suddiviso in due momenti: il primo, trasmesso durante l’opening, consisteva in un soundtrack – frutto di una raccolta di suoni precedentemente inviati al museo tramite call pubblica e poi messi insieme da Emiliano Branda – intramezzato dal cantato di un coro di rifugiati; il secondo invece, l’8 luglio, comprendeva una serie di performance sempre musicate e ballate ma giostrate all'interno dell'area del museo dedicata all'arte antica, tanto che la parata in questo caso era fatta dagli stessi spettatori che si spostavano di sala in sala al ritmo dei differenti suoni.

Nella pratica di Marinella Senatore si riconosce non solo il festivo in quanto fenomeno antropologico fortemente legato alla cultura popolare, ma anche degli aspetti prettamente pedagogici o propri di quello che lei stessa definisce il “teatro della rivolta”. Una rivolta che in chiave artista e contemporanea non si traduce in azioni violente, ma piuttosto in una rivoluzione dello sguardo passante per un approccio diverso al tempo e allo spazio del quotidiano attraverso il proprio corpo. Teatralizzando il gesto e performativizzando l'opera come durata, il corpo diviene infatti una componente attiva nella costruzione di nuovi spazi sociali.

Così la macchina volante è pronta a rimettersi in moto, ci sono ancora tanti individui da mettere in relazione gli uni con gli altri, raccontandone le storie, le danze, i riti e rituali, gli usi e costumi. E ora di abbandonare la comunità a cui aveva dato appuntamento, fattasi mostra, essa si è ormai vista attraverso lo specchio: mutevole, colorata, allegra, vitale, libera e che scorre, scorre come la Senna sotto il Ponte Mirabeau...

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Arte come pedagogia

Cecilia Guida

Tema portante del volume Vivere insieme, l’arte come azione educativa di Maria Rosa Sossai è l’avvicinamento tra la ricerca artistica e la pedagogia sperimentale che ci stimola a pensare queste due discipline in modo più elastico. Se ormai da decenni gli artisti tentano di forgiare una connessione più stretta tra arte e vita, riferendosi ai loro interventi nei processi sociali come arte, negli ultimi tempi in questo sforzo sono inclusi anche gli esperimenti educativi. L’autrice passa in rassegna le più importanti visioni pedagogiche di carattere sociale (da Paulo Freire a Iván Illich, da Krishnamurti a Maria Montessori e Danilo Dolci) e alcuni dei numerosi progetti avviati da artisti e curatori nel campo dell’educazione che hanno contribuito al fiorire di quella che oggi è diventata una vera e propria tendenza.

La prima cosa che è importante notare in questo crescente interesse verso l’istruzione è l’impulso neoliberista a rendere l’educazione un prodotto o uno strumento all’interno dell’“economia della conoscenza”. All’interno di questo scenario Sossai si sofferma sulle potenzialità rigenerative dell’azione artistica: “Come è accaduto negli anni Settanta, oggi è di nuovo forte, nei campi dell’arte e della pedagogia, l’urgenza di sperimentare forme di resistenza contro i diktat del mercato dell’arte e contro i tecnocrati della formazione, entrambi mossi esclusivamente da interessi di carattere economico. Il fronte della resistenza è guidato dalle scuole d’arte autogestite e fondate da artisti e collettivi che negli ultimi anni sono nate in varie parti del mondo. Da sempre le correnti di pensiero che richiedono un cambio di rotta radicale agiscono in ambito utopico, perché è il solo a garantire una certa distanza di sicurezza dalle logiche della produzione e del consumo.” E prosegue, con tono polemico, rimarcando la funzione dell’arte: “Il costo sempre più esoso delle accademie private e dei master di specializzazione hanno trasformato l’arte, e l’istruzione in generale, in merce di lusso destinata ai ceti più abbienti che sono gli unici a poterseli permettere. Mentre la vocazione (autenticamente pedagogica) dell’arte è di trasformare tutti, cambiare l’immaginario e dare vita ad altre significazioni, senza distinzione di censo, razza e genere”.

Probabilmente l’aspetto più innovativo del libro è costituito da una nutrita serie di esercizi, concepiti da artisti tra loro diversi, che vertono su un percorso di autoapprendimento che si fa comune, anche se coloro i quali li eseguiranno saranno lontani nello spazio e nel tempo. A questo proposito l’autrice afferma: “Essere lontani non esclude la possibilità di condividere un’idea, al di fuori della logica autoriale, come ci hanno insegnato le forme e i processi dell’arte concettuale a partire dagli anni Sessanta. Credo, al contrario, che la distanza permetta a chiunque sia interessato alla realizzazione degli esercizi di preservare la propria autonomia e nello stesso tempo di riconoscere dentro di sé forme di condivisione empatica con gli altri. Lo scopo è di mettere in pratica ciò che Beuys affermava essere il diritto di ognuno di noi, ovvero quello di esercitare la propria potenzialità creativa rispondendo in modo efficace alla domanda: Come è possibile restituire, in termini di esperienza, ciò che si è appreso?”.

Nella ricostruzione storica delle esperienze di autogestione in Italia, che hanno costituito l’humus per le ricerche attuali fondate su un’educazione creativa e di tipo partecipato, Sossai dà un ruolo importante alla storia del gruppo Oreste, nato nel 1997, e ai suoi sviluppi recenti con Lu Cafausu (An imaginary place that really exists) e la Fondazione Lac o Le Mon. Le ragioni di questa centralità sono di ordine economico, oltre che progettuale, e risiedono “a fronte della difficoltà per le associazioni non profit di sopravvivere in assenza di un sistema efficiente di finanziamenti pubblici, nelle molteplici attività (workshop, mostre, residenze, convegni etc.) che nel corso del tempo Oreste ha organizzato coinvolgendo numerosi artisti italiani e stranieri, e formando alcune generazioni di studenti d’arte. [...] La casa ‘cafausica’ si trova in Puglia, regione che è diventata, grazie a numerose altre realtà autogestite e radicate nel tessuto sociale locale, un laboratorio a cui guardare con interesse”. Tra le soluzioni alternative al capitalismo accademico, l’autrice auspica la possibilità di “mettere in rete tutti i Beni Comuni dislocati nelle regioni d’Italia, in modo tale che diventino una risorsa a cui possano partecipare ricercatori, artisti, attivisti e gente comune”.

Scorrendo gli esercizi pensati da artisti e collettivi italiani e internazionali (Adrian Paci, Fondazione Wurmkos, Ettore Favini, Radical Intention, Stefania Galegati, Chto Delat, Sally Schonfeldt e molti altri) sotto forma di istruzioni e pensieri emerge sempre più la condivisione di un’idea di educazione che ha a che fare con l’esplorazione libera del mondo non finalizzata al raggiungimento immediato di risultati concreti. Ciò è possibile tutte le volte che ci troviamo in un ambiente umanamente empatico e intellettualmente stimolante. Mentre l’educazione formale riguarda la gestione della carriera artistica, curatoriale, accademica, che in genere si svolge all’interno delle istituzioni, l’educazione non formale è volta al vivere insieme e mira a porre questioni di natura metodologica e sociale che riguardano altri modelli di comunità. Ricorda Sossai: “Per Louis Khan, le scuole sono cominciate con un uomo che non sapeva di essere un insegnante, il quale condivideva le sue riflessioni con altre persone che non sapevano di essere studenti”. È in questa paradossale mancanza di consapevolezza e di ruoli prestabiliti che risiede la possibilità di un’autentica crescita relazionale e intellettuale. E conclude con una riflessione sul significato del termine educazione: “Il mio modello di educazione ideale è contenuto negli appunti del corso [n.d.r. dal titolo Come vivere insieme] che Roland Barthes tenne tra il 1976 e il 1977 al Collège de France, dove a un certo punto si legge che il corso ideale è forse quello in cui il professore – il locutore – è più banale dei suoi uditori, dove ciò che lui dice è un passo indietro rispetto a quello che è in grado di suscitare”.

Maria Rosa Sossai

Vivere insieme. L’arte come azione educativa

Torri del Vento, 2017, 380 pp., € 22

È possibile acquistare questo libro in tutte le librerie e su ibs.it.

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Alfadomenica # 1 – giugno 2017

fibraottica2Breve aggiornamento domenicale: sono ora visibili online alcuni stralci del seminario Verità alternative: filosofia / immagini / media / politica che Alfabeta2 ha organizzato a Roma il 25 giugno scorso. Per seguire invece gli interventi dei partecipanti (Mario De Caro, Ida Dominijanni, Andrea Grignolio, Vincenzo Piscitelli e Fabrizio Tonello) nel loro complesso è necessario invece accedere dal Cantiere, il forum riservato agli iscritti all'Associazione Alfabeta. E ancora a proposito del Cantiere, in questi giorni stiamo avviando per i soci una nuova iniziativa: un gruppo di lettura - sempre via internet - a partire dal recente libro di Marco d'Eramo Il selfie del mondo. Vi aspettiamo!

Quanto al nostro settimanale Alfadomenica, ecco cosa trovate oggi:

  • Paolo Carradori, Un estremista del suono. Riflessioni sul vol. 7 della Giacinto Scelsi Collection: È singolare, quanto costante dato significativo, che per ogni uscita discografica della Giacinto Scelsi Collection – per Stradivarius con la collaborazione della Fondazione Isabella Scelsi - l’emozione, la riflessione sia in fondo sempre la stessa: questa è la migliore, la più bella. Non fa eccezione la settima uscita che raccoglie lavori per pianoforte e violino. E molte altre meraviglie ci aspettano ancora. L’ultimo volume di questa imperdibile collezione monografica arricchisce, amplifica un periodo dove l’interesse verso Giacinto Scelsi (1905-1988) è in sicura ascesa anche nel nostro paese - Leggi>
  • Cecilia Guida, Territori di confine, il romanzo come variazione dell'opera d'arte: Si fatica a definire Artisti di carta di Roberto Pinto semplicemente come saggio poiché il libro si colloca nelle gradazioni cromatiche dei “territori di confine” tra arte e letteratura. Non si parla qui di universi paralleli ma di sconfinamenti tra l'ambito testuale e quello visivo giungendo a un punto di contatto estremo tra due discipline, tra realtà e invenzione, tra rappresentazioni visuali e verbali. L'argomento del libro non sono i pittori che scrivono o gli scrittori che dipingono ma sono gli artisti e le opere d'arte “inventati” dagli scrittori contemporanei.  - Leggi:>
  • Alberto Capatti, Alfagola / Tonnato, stonato, intonato, tonné: Piatto estivo, un tempo servito il giorno seguente alla sua preparazione, elegante e controverso. Cotta e tagliata a fette la carne – un chilo di polpa di vitello – Pellegrino Artusi (1891) la ricopriva con la seguente salsa : “Pestate grammi 100 di tonno sott’olio e due acciughe..."  - Leggi:>
  • Una poesia 30 / Elisa Alicudi: l’uomo che fugge è solo / sulla spiaggia sembra salma / o manichino / nella corsa oltre le rocce / senza dove  - Leggi:>
  • Semaforo: Falsi - Fitness - Robot - Leggi:>