Cento Villa

Uno speciale di alfabeta2 per i cento anni dalla nascita di Emilio Villa (1914-2003).

SILENZIO ESILIO ASTUZIA. VILLA EX ITALIANO
Andrea Cortellessa

È uscito il 6 novembre, nella nuova serie della collana fuoriformato delL’orma editore, un libro che si attendeva da decenni: L'opera poetica di Emilio Villa, a cura di Cecilia Bello Minciacchi, con una postfazione di Aldo Tagliaferri. In questo speciale si offre anzitutto, ai lettori di alfabeta2, una piccola antologia interna, al corpus dell’Opera poetica, allestita e presentata dalla stessa curatrice del volume. E una scelta di pagine su Villa scritte, negli anni, da alcuni dei suoi più fedeli compagni di strada: Nanni Balestrini, Gianfranco Baruchello, Giulia Niccolai, Claudio Parmiggiani e Aldo Tagliaferri.
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PICCOLA ANTOLOGIA VILLIANA
a cura di Cecilia Bello Minciacchi

In questi lunghi anni di normalizzazione, di semplificazione delle parole e del pensiero, e di ritorni all’ordine variamente declinati, acquista più che mai significato, e importanza, leggere l’opera di un autore eccedente, irriducibile, eslege, policromo e coltissimo come Emilio Villa, che ai rituali della mondanità e alle imposizioni del commercio, dell’editoria e delle cordate culturali era refrattario quant’altri mai. Tratta dall’Opera poetica, che raccoglie in modo pressoché esaustivo la sua produzione edita, le sue molte sperimentazioni in lingue e in codici diversi, la succinta antologia che segue dà conto di alcuni caratteri della sua scrittura lineare.
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E.V. BALLAD
Giulia Niccolai

Questa E.V. Ballad (Ballata E.V.), dedicata a Emilio Villa, è la prima di 12 ballate polilinguistiche (scritte tra il 1975 e il 1977), raccolte nella sezione Russky Salad Ballads e apparse in Harry’s Bar e altre poesie (1969-1980), Feltrinelli, 1981. Come dichiaro alla fine del testo: («Ho voluto una volta per tutte / e per sempre / raccontare di ev / alla maniera di ev…»), questa ballata, composta come le successive con un’insalata russa di quattro lingue (italiano, francese, tedesco, inglese), deriva dai testi pluringuistici di Emilio Villa, e attraverso di essa cerco di raccontare l’ammirazione, il divertimento, il senso di libertà e di gioia che lui personalmente e la sua opera, fitta di giochi di parole, mi sapevano dare.
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RICORDO DI EMILIO VILLA
Gianfranco Baruchello

Emilio, di ideali anarchici, è stato un grande indipendente che ha «rivoluzionato» la poesia attraverso una serie di pubblicazioni che, trascurate se non ignorate dai più, sono oggi considerate rarità letterarie. Uso di proposito il termine «rivoluzionario» come il più adatto a descrivere i modi e gli effetti della sua azione. Mentre tanti letterati e pittori si sono avvalsi dell’effimero sostegno delle ideologie, Villa ha seguito un suo percorso realmente innovativo. Ha precorso i tempi, ponendo in rilievo la centralità dei fattori linguistici nella faticosa ricerca di un’arte che non camminasse sui trampoli di teorie precostituite.
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EMILIO VILLA: NUNTIUS CELATUS
Claudio Parmiggiani

Emilio Villa è stato certamente il poeta più radicale e «il miglior fabbro» che abbia avuto l’Italia del secondo Novecento. Sperimentando in ogni direzione, mescolando lingue morte, per lui vive, con lingue vive, per lui morte, confondendo in un groviglio greco, latino, italiano, francese, inglese, spagnolo, gerghi e dialetti, Villa ha condotto la poesia all’alba di una nuova lingua.
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CENTOVILLA
Nanni Balestrini

alfabetica manipolazione
alla costrizione al remoto
alla latitanza alla macchia
ammasso confuso di cose
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VILLA OUROBOROS
Aldo Tagliaferri

Una delle tecniche adottate da Emilio Villa per disorientare o scoraggiare i cronisti che avessero voluto occuparsi delle sue opere consisteva nel rendere incerte, o indecifrabili, le date di stesura di testi che, spesso rivisti e ritoccati, non possono essere collocati con certezza in un preciso periodo.
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Silenzio Esilio Astuzia
Villa EX italiano

Andrea Cortellessa

È uscito il 6 novembre, nella nuova serie della collana fuoriformato delL’orma editore, un libro che si attendeva da decenni: L'opera poetica di Emilio Villa, a cura di Cecilia Bello Minciacchi, con una postfazione di Aldo Tagliaferri. In questo speciale si offre anzitutto, ai lettori di alfabeta2, una piccola antologia interna, al corpus dell’Opera poetica, allestita e presentata dalla stessa curatrice del volume. E una scelta di pagine su Villa scritte, negli anni, da alcuni dei suoi più fedeli compagni di strada: Nanni Balestrini, Gianfranco Baruchello, Giulia Niccolai, Claudio Parmiggiani e Aldo Tagliaferri (del quale si propone un estratto dalla postfazione all’Opera poetica).

Il volume è stato presentato in anteprima, lo scorso 31 ottobre, alla Fondazione Morra di Napoli, nell’ambito del Progetto XXI curato da Giuseppe Morra, con la partecipazione di Cecilia Bello Minciacchi, Andrea Cortellessa e Aldo Tagliaferri. È stata la prima tappa di VILLADROME: un tour di incontri che non saranno mere presentazioni del volume ma, nello spirito clandestino e ramingo di Villa – che così bene colse Marcel Duchamp, “parabattezzandolo” appunto Villadrome (e nell’impossibilità di degnamente ricordare il centenario della sua nascita, il 21 settembre 1914, da parte di Atenei e Centri di Alta Cultura ad altre urgenze affaccendati) – un omaggio itinerante alla sua figura, vista nei suoi molteplici aspetti. Lunedì 17 novembre, alle 17 alla Biblioteca di Villa Litta di Affori (luogo natale di Villa, nell’hinterland milanese), ne parleranno, insieme a Bello Minciacchi e Cortellessa, Flavio Fergonzi, Luigi Ripamonti e Luca Stefanelli. Giovedì 18 dicembre, alla Galleria Nazionale d’Arte Moderna di Roma, si ritroveranno, a ricordarlo, tre vecchi amici: Nanni Balestrini, Gianfranco Baruchello e Aldo Tagliaferri. Ulteriori appuntamenti seguiranno l’anno venturo. Viva Villa!

«Il mondo addirittura è la figura dell’impossibile. E l’impossibile non è il vuoto». Sono queste le ultime parole che Emilio Villa abbia pronunciato in pubblico – siamo nel marzo dell’84, all’Accademia di Belle Arti di Perugia: è la Conferenza pubblicata da Aldo Tagliaferri, nel ’97, presso Coliseum – prima dell’ictus che due anni dopo, brutale, gli chiude per sempre il becco. Così consegnandolo a un silenzio tragicamente preterintenzionale, amara ironia nei confronti del silenzio da sempre, per lui, vera e propria strategia retorica (Parole silenziose s’intitolava la breve poesia, estratta dalla giovanilissima raccolta Adolescenza – da molti a lungo creduta uno pseudobiblion, e ora invece per la prima volta ripubblicata in appendice al volume delL’orma – che figurava ad allusiva apertura delle sue antologie); oltre che, ha ricordato Claudio Parmiggiani, beffarda provocazione nei confronti di un «sistema» (non solo dell’arte) nei cui confronti il make it different (oltre che new) di Villa, per decenni, ha rappresentato una sorta di continua, sferzante smentita vivente. E il «sistema» – per esempio quello dell’editoria e della critica letteraria, per non parlare dell’accademia: che non ha trovato modo di ricordare il centenario della sua nascita, lo scorso 21 settembre, proprio mentre col massimo sussiego dedicava una dozzina di convegni a un coetaneo, Mario Luzi, che a uno come Villa non poteva neppure legare i lacci delle scarpe – ha saputo ben vendicarsi. In vita e soprattutto, col consueto cuor di leone, in morte.

Che un prezzo ci fosse, da pagare, Villa lo sapeva bene. Lui, che aveva seguito da vicino la traiettoria sacrificale dei più dionisiaci, dei più anarchici santi ribelli dell’«arte odierna», aveva provveduto a mettere in guardia se stesso, e tutti quanti, in quella Conferenza testamentaria:

Tutta la pittura americana da Gorky a Pollock, fino all’ultimo che è morto, Rothko. Tutti questi, che hanno inaugurato un determinato rapporto della forma come materia e con la materia come forma, si sono sparati, si sono suicidati tutti. Tutti. […] Han detto: se noi siamo falliti, è inutile vivere. E si sono sparati tutti: chi è andato contro un albero, chi con la rivoltella, l’ultimo, mio amico, il più grande, Rothko, si è tagliato con una lametta. […] Qui non è successo niente. Là, invece, hanno pagato tutta la loro, diciamo, ribellione, che poi non era una ribellione, era soltanto un modo di rappresentare la vita in un altro modo.

La vita in un altro modo. Sfidare ciò che è impossibile accettare – la vita in un certo modo – con una scelta di vita che a tutti gli altri, appunto, era destinata ad apparire impossibile. Come sapeva sintetizzare, fulmineo, Andrea Zanzotto: «Emilio Villa rappresenta di sicuro per molti, e giustamente, l’incarnazione effettiva di un aspetto della mitologia poetica contemporanea, nella quale molto è offerto all’evocazione di un’alterità: presente e inafferrabile».

Presente e inafferrabile. Alla lettera impossibile, per decenni, è stato anzitutto raccogliere l’opera di Villa. In senso prima di tutto fisico, materiale: raggiungere i suoi testi, metterli in serie uno dopo l’altro, infine disporli in una sede editoriale acconcia, che tutti – nella loro straziante, torturante differenza – fosse in grado di accoglierli tutti insieme. Non è un caso che prima Feltrinelli, coi saggi di Attributi dell’arte odierna (una prima tranche uscita, senza il concordato seguito, nel ’70; restauro definitivo, poi, nel 2008 da parte di Tagliaferri presso Le Lettere), e poi la benemerita Coliseum di Nanni Cagnone, con le Opere poetiche (un primo volume uscito nell’89, un secondo rinviato a data da destinarsi; poi mai uscito), si siano fermate a metà del guado: rispettivamente in prosa e in versi.

Lo si è detto e ripetuto, seriando i mitobiografemi più cari all’interessato («Torniamo a Eleusi; sotto, sotto, sotto. Qui il più severo e il più vero inventore sono io, che ho inventato la poesia distrutta, data in pasto sacrificale alla Dispersione, all’Annichilimento»); lo ha ribadito ad apertura del suo saggio introduttivo, per paradosso, Cecilia Bello Minciacchi, ovvero la studiosa che, con una dedizione incredibile e con la massima risolutezza (come, prima di lei, il solo Tagliaferri) non ha fatto altro, in questi ultimi quindici anni, che tradire questo interdetto: «L’edizione perfetta dei testi di Villa, quella che da autore autoemarginato, irriverente e dissipatore qual era, avrebbe accettato, vorrebbe in realtà o un fatale abbandono degli scritti al Caso o un definitivo gesto di cancellazione: la dispersione o la distruzione dei testi». Pubblicare Villa, in altri termini, significa strutturalmente porsi in un doppio legame: rispettare al massimo grado (in senso filologico, editoriale, critico) testi che sembrano fatti apposta per sottrarsi (per pluralità di lingue, per abnormità d’impaginazione, per criticità di decodifica) alla lettura – e con ciò, appunto, tradire la volontà di dispersione, e sabotaggio, e annichilimento in tutti i modi dichiarata, e praticata, dall’interessato. (Del resto – ci ha ricordato da ultimo un altro gnostico come Gabriele Frasca – tradire e tramandare hanno il medesimo etimo.)

Il fatto è che quella dell’impossibile, per l’appunto, era la divisa di Villa. Da gnostico, quale a più riprese l’ha “denunciato” Tagliaferri, era lui per primo avviluppato dallo stesso doppio legame: da un lato pubblicare (e, nel caso delle sue scritture critiche – termine che non a caso detestava; una volta, a Piero Manzoni che se ne intendeva, scrisse molto semplicemente che «i critici sono la merda» –, pubblicare per illustrare, assecondare, o secondo qualche malevolo «inventare», l’opera altrui), dall’altro occultare, celare, disperdere. Ha ragione Parmiggiani. Villa fu un ermetico, ma non nel senso bignamistico di quella piccola scuola granducale di mezzo Novecento, tanto conformisticamente celebrata: lui fu un esoterico, un mistico negativo, un Fedele d’Amore. Ma ha ragione pure Tagliaferri: Villa fu un materialista, un visceral-corporale, persino uno scienziato (in senso vichiano) della parola. In questo double-face sta la sua specificità, la sua squassante ambiguità, la formidabile ricchezza della sua opera. Che puntualmente lo rese inviso, appunto, da un lato all’establishment che faceva capo a quella che poi era la sua città, Milano (Montale in persona si premurò di sbertucciarlo assai… villanamente, all’uscita di Heurarium), e dall’altro non tanto ai Novissimi (come spesso si sente dire) bensì, molto individuatamente (e, in termini ideologici, molto comprensibilmente), a Sanguineti. Col Pagliarani tardo dei Laboratori di poesia aveva promesso di collaborare (il che poi non riuscì a fare); il giovane Porta (allora ancora Leo Paolazzi) lo invitò a curare una delle primissime mostre del protegé Manzoni, alla sua galleria «Appia Antica», sul finire dei roaring Fifties (il decennio maggiore, a mio giudizio, della sua parabola di scrittore e intellettuale – se pure questo termine non fosse di quelli che lo facevano barrire di disgusto).

E poi c’è Balestrini: che insieme a Tagliaferri appoggiò fervidamente – come ricorda Baruchello – la pubblicazione presso Feltrinelli prima degli Attributi dell’arte odierna, poi della grande traduzione villiana dell’Odissea (proposta una prima volta, nel ’64, da Guanda; e poi, nel 2005 su carta da DeriveApprodi, nel 2010 in audiolibro da Emons). Nel testo proprio a Feltrinelli dedicato da Balestrini, L’editore, c’è una pagina memorabile sulla forza specificamente politica (ancorché non legata ad alcuna ideologia) del Villa anni Quaranta, il Villa di Oramai: che dispiega, all’indomani della catastrofe bellica (nella quale, richiamato dalla R.S.I., s’era dato alla macchia e poi unito alla Resistenza), una cartografia psichica anarchica e ribelle, illustrando un territorio del trauma che poi coincide con quella mitica Lombardia delle origini (unica opera poetica che possa stare a fianco a quella, del pari dispersa e rinnegata e maledetta, di Clemente Rebora per la guerra precedente):

qui bisogna mostrare come il discorso della resistenza tradita dell’antifascismo del colpo di stato di destra erano alla base dell’azione politica dell’editore che aveva frequentato la sezione Martiri oscuri di Lambrate che è quella dove c’era stata la Volante rossa alla fine degli anni 40 lui si agganciava sempre a luoghi situazioni di forte memoria partigiana […]

la sera che è venuta quella sera sui quadrelli
rossi delle macerie e vari caseggiati un partigiano
della gap un tipo evoluto sanguinario e buono
aveva il braccio insecchito sentì
ancora tre ariette di sudore sull’addome
nell’erba dei capezzoli e sotto il coppino
e un fil di refe rosso un filo di sangue dal costato
la febbre grattava dove c’è la cintura del corame era
il grano profumato che verrà dall’Urss in una volta
sola una vera manifestazione pensò e chiuse gli occhi
che erano già da spaccare col martello
come ha scritto Emilio Villa cioè il più grande poeta italiano
degli anni 40 altro che Montale

E questa vena da spaccare col martello non si esaurisce poi così presto: nel Villa sempre in fuga, sempre in stato di scisma dal mondo. La serie dei Comizi degli anni Cinquanta – come la strepitosa tavola Millenovecentocinquanta3, dal grandioso sviluppo visivo – parla chiaro, in tal senso: anche se già a quest’altezza si vede bene come a Villa interessi ormai soprattutto, di quelle «intensità collettive», il moto d’astrazione che le traspone in una dimensione fonetica, e iconica insieme. Cioè appunto il doppio versante in cui si sviluppa la sua ricerca poetica più spericolatamente sperimentale, a partire dagli anni Sessanta contrassegnati da «EX», la rivista creata nel ’61 insieme a Gianni De Bernardi e Mario Diacono (con ogni probabilità la pubblicazione più fuoriformato che mai si sia realizzata in Italia: proprio qualche componimento di questa stagione, irriducibile al pur ampio impaginato delL’orma, rappresenta l’unica, irrimediabile lacuna dell’Opera poetica: a confermare l’idea, perfettamente villiana, della metafisica necessità di almeno qualche trous, in ogni nostro desiderio di feticistica completezza).

Ma c’è un aspetto ancor più trascendentalmente politico, a ben vedere, nell’implacabile dissidenza di Villa nei confronti di quella che chiamava «Ytalia subjecta», «Itaglia sgualdrana»; ed è la valenza scismatica – sulla quale spesso ha insistito Tagliaferri – del suo silenzio. Un esilio interno che seguiva a quello effettivo (in Brasile, nel ’51, al seguito di Pier Maria Bardi al Museu de Arte di São Paulo), e che si colloca nella stessa dimensione di quella forma di vita che scelse per sé lo Stephen Dedalus di Joyce (altro transfuga dall’educazione cattolica): «Tenterò di esprimere me stesso in qualche modo di vita o di arte, quanto più potrò liberamente e integralmente, adoperando per difendermi le sole armi che mi concedo di usare: il silenzio, l’esilio e l’astuzia». Le armi di Ulisse sono le stesse armi di Emilio Villa. EV, EX: il nostro autore che più radicalmente abbia messo in discussione, nel concreto della sua opera, quell’insieme di insoddisfazioni che chiamiamo Italia. A partire dalla rigidità della sua lingua, dall’imperturbabilità della sua tradizione, dall’impenetrabilità delle sue frontiere disciplinari.

Ora che – grazie all’abnegazione di Cecilia Bello Minciacchi e alla jouissance editoriale delL’orma – è finalmente venuto meno, nei suoi confronti, un interdetto bibliografico che aveva finito per somigliare alla maledizione di Tutankamon, i suoi concittadini non hanno più alibi: con Villa, a tutti noi, tocca fare i conti. Come qualcun altro nei secoli che lo hanno preceduto, ma quanto nessun altro nel suo, Emilio Villa ha scritto per un altro secolo. Ora, a cent’anni dalla sua nascita, il suo tempo finalmente è venuto. L’impossibile, davvero, non è il vuoto.

Piccola antologia villiana

a cura di Cecilia Bello Minciacchi

«les colombemots ont troujour un ciel à éventrer»

In questi lunghi anni di normalizzazione, di semplificazione delle parole e del pensiero, e di ritorni all’ordine variamente declinati, acquista più che mai significato, e importanza, leggere l’opera di un autore eccedente, irriducibile, eslege, policromo e coltissimo come Emilio Villa, che ai rituali della mondanità e alle imposizioni del commercio, dell’editoria e delle cordate culturali era refrattario quant’altri mai. Leggere, propriamente, non «rileggere» perché i suoi scritti hanno circolato finora in forme clandestine, spesso in vesti inusuali e di scarsa diffusione, in copie numerate, in dattiloscritti regalati agli amici o smarriti, o in oggetti a bella posta costruiti e distrutti, o in libri che pur virtuosamente realizzati si sono scontrati con l’abitudine villiana di mescolare le carte, di confonderle e dissiparle. «Iridescens Ridens», diceva della vox di Carmelo Bene, nella Letania che gli aveva dedicato, «Iridescens Ridens», lo stesso Villa.

Tratta dall’Opera poetica, che raccoglie in modo pressoché esaustivo la sua produzione edita, le sue molte sperimentazioni in lingue e in codici diversi, la succinta antologia che segue dà conto di alcuni caratteri della sua scrittura lineare. Specimina poco noti, disegnano un itinerario cronologico per tappe peculiarissime, epifaniche. Dall’aurorale Prendi la rocca e il fuso e andiamo in California…, testo già rivelatore della sua indole umana e poetica, pubblicato tra l’opera d’esordio ancora in odore d’ermetismo, Adolescenza (1934), e la seconda e già matura, consistente raccolta, Oramai (1947), fino alla straordinaria, divertita, ardente e serafica, Sibylla (seraphim seraphina), testo pitico-oracolare da interpretare tanto in sé, nel suo intimo dettato sibillino – «orta / labia byrintha» – attraversato da immagini ignee e giochi paragrammatici, tanto in rapporto ai coevi Trous che, attraverso immagini emblematiche e sonorità di grande suggestione, svolgono il tema dell’Origine, del Nulla e dell’Assenza. Un tema che ha informato molta della scrittura di Villa e che va senz’altro meditato anche alla luce del NIGER MUNDUS, il «responsum» filosofico a Lucrezio «per literas hypocritas».

In questo percorso minimo, parziale e villianamente deragliante, emerge il dettato materico della sua scrittura, e la sua evoluzione nei decenni, pur sempre concreta, nello spessore dei linguaggi abbrancati, dalla partenza «coi letti arrugginiti, sulle spalle, / a fare una pasqua, per i morti, senza fine» di Prendi la rocca, al fiato che «frignava grigioverde» e alle «ganasce inchiodate di quei porchi» di Quarantacinque, alle «consuetudini verbali» spiazzate dalle immagini icastiche, dagli accostamenti anomali e dal tono incalzante di Le parole, poesia di forte impatto sensoriale, sinestetico, a «il caffelatte finito, le freguglie», indimenticabile attacco della terza variazione col suo scapicollante dettato di cibi spezie fruscii ruggini e piastrelle, all’ironia della Jeune Porque e delle sue erranze verbali, fino alle vestigia della Sibylla, fino ai presagi, e ai transiti «au delà du trou».

C.B.M.

1

Prendi la rocca e il fuso e andiamo in California...

…A nìvole di nebbie dei re longobardi,
si partiva per le cene, con le torce,
coi letti arrugginiti, sulle spalle,
a fare una pasqua, per i morti,
senza fine. Poi tramontava il giùbilo
di pentecoste, a picco
sopra il torrente del mio paese, o giovane Strona:
grigia, quanto la tunica dei giorni:
le donne che ci hanno vigilato
han volto, a capo in giù, le sacre torce.
Solo, tre becchi di lampada, a petrolio,
ancora rischiaravano gli àzimi,
che si doveva trangugiare nelle albe
del bene (e del male), sulle strade.
Ho preso, un giorno, lo stallo
nel coro, o cicale!, dei miei simboli benedetti:
dove a scorze d’alberi, mangiati dalla folgore,
le foglie fuggite cantavano le antifone:
«Alza ferro contro il tuo petto!
perché si sappia, fin dall’inverno,
se tu sei arido o fertile: e chi ti salverà dai gesti futuri?»
«Non mettere il tuo cuore sulla vigna di Sirtori o di Somma,
sulla vigna d’Appiano o di Missaglia:
perché il vendemmiatore bagna il pane
dentro la secchia dell’aceto».
«Colui che implora, a ogni mattino,
la sapienza dagli àcini dell’uva,
saprà incendiar tutte le vigne
nel giorno dell’addio...».

[in La luna nel corso, Pagine milanesi raccolte da Luciano Anceschi, Giansiro Ferrata, Giorgio Labò ed Ernesto Treccani, Corrente Edizioni, Milano 1941]

2

Quarantacinque

Stavano schiacciati sotto il portone come una pigna di sassi,
ma che bisognava ingozzarsi anche il fiato,
ma tenere ben bene l’odio stretto al pomo della gola
e ai fianchi, perché l’assalto all’ultima carovana
era da un momento all’altro, ancora poco, niente: un segnale,
all’altezza della pertica del trolley.

Ha strisciato sopra gli embrici una sirena lunga,
gli abbaini ne sapevano molto più degli altri:
mancava perfino la volontà di stare al mondo.
Ma poi frignava un fiato grigioverde,
da aperture filiture crepe saracinesche e compensati,
quando nel mattino colore d’erba ruta

siamo andati di fuori a contare i primi morti, i cadaveri
borlati giù come birilli, come pere tocche: i cani
spenti tra un marciapiede e quello in faccia, con la schiena
sugli strisci dei battistrada e sopra la pollina
di cavallo, o con il ventre incollato sugli assiti:
un po’ di cervello sulla lamiera con i manifesti.

Ma poi frignava un fiato grigioverde
da aperture filiture crepe saracinesche e gelosie:
come una cesta piena di anguille matte
era la nostra simpatica città, e sordo agli spari
il nemico rotolava con la bava nera; cani
spenti sopra un marciapiede o quello di faccia,
i vetri sbarrati, e il solito cervello qua e là a pezzi e bocconi.

Ma un fiato frignava grigioverde, caro Mario,
da aperture filiture crepe saracinesche e dal tombino.
«Però non dalle ganasce inchiodate di quei porchi»
diceva uno della gap a un po’ di gente, e «tiratevi via,
non ci tirate fuori più neanche una parola dalla bocca,
né un argomento, né ragione, manco a tirarla col rampino».

La sera che è venuta quella sera sui quadrelli
rossi delle macerie e vari caseggiati, un partigiano
della gap, un tipo evoluto, sanguinario e buono
aveva il braccio insecchito: sentì
ancora tre ariette di sudore sull’addome,
nell’erba dei capezzoli, e sotto il coppino,

e un fil di refe rosso, un filo di sangue dal costato:
la febbre grattava dove c’è la cintura di corame: era
«il grano profumato che verrà dall’URSS, in una volta
sola, una vera manifestazione» pensò, e chiuse gli occhi,
che erano già da spaccare col martello.

[da Oramai, Istituto Grafico Tiberino, Roma 1947]

3

Le parole

Una stagionaccia di tumescenti avvoltoi,
svignate le mogli per mancanza di cibarie di scandali di orgasmi
e d’altre storie, toccherà dimenticare con indifferenza, e con sentita
espressione, i campi spremuti dagli amici intimi, i terreni
recinti, i verdi trapezi con i lampi pomeridiani, i tiepidi
screzi della primavera nazionale dietro i terrapieni, e le fontane
occulte del sapere grano a grano le similitudini dei fiori
dei venti dei trafeli nei luoghi non segnati, e le settimane
che nei chiasmi risorge la carne unanime-inanime nei chiasmi

e massacrare il gallo forbito tra i brughi lombardi
il gesto che trafughi alla notte il sangue fresco gli alberi e le alte
quote degli astri vanitosi, e la polare che valica i sentieri
delle ascisse, e risospingere proprio così

contro i drastici orizzonti frantumati dai tamburi i candidi fantasmi
e sfogliare le direzioni ortogonali e nelle vuote
sfere annusare le ferraglie tra le rose paniche e il sentore
di rugiada dai poderi avversi e il crudo
raziocinio delle millesime angolature divelte nel guizzo delle trote,
le cuspidi sonore degli shrapnell e il cielo nudo

lento delle azalee,
vero che tu vedevi nel liquore dell’atlantico con gli occhi
della vita intera, e concepivi le termiche metafore
e le ipotesi grandi ottemperare alle medesime
cause influenti delle maree, e delle volte
climatiche che accadono nello sperma degli squali bianchi?

quindi in un impeto unanime bevemmo in coro
gli insiemi, e uno per uno il soffio amato della sola inquietudine
che rapinava l’ombra e decimava i fatui
semi delle consuetudini verbali, i risplendenti
rameggi dell’uranio e il vero ulivo
d’oro nella più cheta tenebra del quarzo, e il fiume

vivo delle arterie che risale il lume-lavoro degli scheletri.

[da E ma dopo, Argo, Roma 1950]

4

Il caffelatte finito, le freguglie ai piedi delle prealpi rosa
et tuae quidquid lubidinis per ora
al primissimo piano la foglia odorosa dell’arrosto con le guglie
del rosmarino al secondo ripiano il fruscio del raion
e i muscoli di ilaria spezzano l’ago inossidabile
allo sbocco delle vitamine (lume morto fum ki dura)
e le pianelle e i pomodori e i peperoni al terzo uscio
anche dopo dentro in pancia i pesci voglion acqua
al quarto il soffio del borotalco sciorinato per la figlia
delle azzurre marinare (al disco ki stravaca la scuidella)

scroscia l’acqua al quinto piano palpita
contro le piastrelle la maniglia di porcellana a sterzo
sotto la coscia d’albicocche gorgogliano le tubature e sbatte l’asse
al sesto piano ribolle il lume elettrico davanti al Sacro
Cuore nella nicchia e raschia la radio «primavera
d’ogni cuore» nelle tenebre sgargianti e i baccalà
non si lasciano a mollo per dei secoli e dei secoli
mens optuma quaeque mens optuma

in terrazzo le rane sciacquano lenzuola e picchia
nell’umido fumo in qualche andito il ferro da stiro
un becco malinconico da preda la mamma non mi strilla
ma che vacca di una signora, ma che vacca di una,
(ma che vacca) ventata di cibarie veneziane
e ferraresi di spezie di colonie e matriciana

ma che sentano scottare la tua lagna come una spilla
fino in fondo alla strada l’acquetta dei tuoi occhi rosa
nelle adiacenze e in tutta la nazione mera
che sentano! lustri con l’acquetta della rilla rosa nel tondo
la maniglia le chiavistelle i pomi frusti d’ottone e il fondo a sera
delle padelle scoppi il buco delle serrature e varie
filiture d’aria nel frastuono di cicli e motocicli e nella carie

tu potresti rivelare a tutti quanto veramente buona
è la febbre! quanto l’ira è breve e l’ebrietà e di che cosa
vivi di che pane usuale di che cure di che fame quando suona
il campanello alla porta e non aspetti nessuno di usuale

perché la anziana bagnarola si è smaltata nel bieco
serale il tripode è caduto con fracasso
nelle adiacenze e in tutta la nazione mera (mamma
se fosse mamma capirebbe, se lo fosse!) che palpitazioni
cardiache cor aestuans cor tremitans cor videns

grande dolcezza di senso a somiglianza del vento prealpino
negli specchi rosa dentro i bronchi e nella tromba nell’anima
delle scale il cielo è andato in alto! alto spreco
(se fosse mamma capirebbe!) ahi, polvere di rondoni
scapicollanti, sù, al cielo! non volate così sotto, tanto basso,
così qui! lo specchio incrinato da una ruga risolleva
la scarogna, ruggini e iridate le gronde
raccolgono una vuota eco e un secolo di ricordi

e i secoli ricordi in fuga a onde verso il vicolo cieco,
e il simbolo dei ricordi è l’acciuga appesa ai travi
e là saltavi per intingere la mollica e la Natura va
più dolce e più filata nei seni dei bambini

se non che il cuore se si è molto fini
il cuore quando è perso è perso non lo prendi più.
Piangi. La stanga di nikel e il vento
il vento, semplicemente il vento.

[da 17 variazioni per una pura ideologia fonetica, Origine, Roma 1955]

5

La Jeune Porque – Pour L. Caruso

la Jeune Porque qui ravage les Domaines
dans l’En Vergure Triomphante du Demi-Minut
et mais non parce que tu sepisses sur

je n’ai pu que pénétrer dans son Verbul
sans herbedombre sans hombre oculée
(l’oeil viendra, viendra plus bas qu’en bas)
sans fin pâle comme dans tout folie
pressurisée à l’air pâle comme dans tout
à l’orgueoeil des os-lunes dans
tous les yeux tacticiens réfléchis vivants
à l’en-Vers du Monde à la projection
noedeleuse epaisse oubliée
à l’Envers de l’Ordre de Puissance!
le fait me mène alors aux pi Eges du
où le Soleil transgressé dans les Mots éclate
lorsque ta Tête aura coupé tout ton Regard
et l’Allusion Partagée, aux Morts, aux eaux,
les necessités de rendre Jour aux ossements
et Jeujoie aux grandes Rixes Subreverbalès
(SubverbAiles) à l’exil frappé par la
Jeune Fable
heuh! les gaulages acharnés des Couillolives!
et l’En Sevelissement Apochryphe dans
les brèches du Verbe Prudent dont
justement l’Os essentiel tient

c’est donc l’Ampleur Subitaine qui
nous arrache anxieuse de Tu Es
(et pas du tout la Dernière notre Bête nous perpêtre)
tuer la chute monumentale numérotétée
dans la Cruche qui se développe jusqu’au
Combat agréable pour son Gite
(notre Bête nous perpêtre dans le Camp de la Portion)

et tu n’a jamais rempli ton terroir:
l’aggression protoplasme de
tous contre les tous, le tout noedifié laser
l’assant u na ni me, travaillé, bien,
sans réponse, sans acte, sans oeil, sans autel,
sans appel sans règle sans ombre ni ligne
sans éclipse sans chambre sans désir
en brandissant le Sperme ailé des charmes
c’est là l’Anonyme Impliqué de la Jeu (ne)
l’Anonyme Angoisse Implosée de la Por (que)

etenim erat nudus nec crescebat Uter nu
dusnec Uter gratiosus necuter uterque
serpens donec volitans fuit Uter extra
tabernaculum Uter tabernaculum Cor

et je me demande pourtant la Conjure
la Conjure insatisfaite à cause du Réveil
Intarissable, et le Rôle de l’esprit
Exprit ingenieux d’ombres gauches
consacrées, d’Elements provoqués par,
et de Transtigations Cruciales adverbes
par,

ce qui serait de parcourir les années
ayant confusion et délivrance, confusio atque,
de se donner me connaissance en Relief,
étonné et longuement brisée en soi-même,
par soi-même le segments, d’abord,
et qui s’acharne à surmonter a vide
la puissance extemporaine (les hasards
publiques lacuneux sans délimitation)

appelé Nu de l’Heur-Oeil, et Heureille
nue de, dans la Patience des Grands Théthèmes

à même et mesure des noces somatiques
sous le Nu du Nu, avec du
Nu-Principe dans la Possession Nue
parfaite rigoureuse la mineuse
(li eu nu) en (raison née)
Sanctuaire de l’Originalité de la Foutre
en tout animal que transperce l’âme
vivante et la Parole resuscitée pour,
pur LSD, on bat la Lu Ne, Ne,
et la Faute qui n’onéit point point
aux réfexions dégagées du Peuple Mort
aux sens mystiques du Terme résumé
tombe nucleaire Rose Rumeur Maumie

le Combat pour se Battre pour s’Abattre
à coups de Vices Doux Immenses
Inexplorables
contre le signe-mythe IBM éprouvé par les Elus

big cut by
Emilio Villa

[in Luciano Caruso, Antologica (1965-1975), Galleria Schettini Editore, Napoli 1976]

6

Trou tarot

tarot tarot
au delà du trou
qui désigne le hublot
descendent les yeux nouveaux
le trou de l’immortalité
en mort alité
avec toute confience
bruyante et sensationelle

prouver avec plénitude
les sentiments en deçà
ou les sentiments en delà
sans trêve et sans trou
masse de force en vente
sans arts et sans attrait

les voeux contraires de l’immortalité
pour aller jouer, avec tonalités de trépas,
l’inhumation du protosaure
sous embranchements
de mesures a delinquere.

[anni Ottanta; da Emilio Villa / Enrico Castellani, Trous, prefazione di Aldo Tagliaferri, Proposte d’Arte Colophon, Belluno 1996]

7

Sibylla
(seraphim seraphina)

sibyrillae contusae super infirmum pelagum, orta
labia byrintha,
clamans ala, primigenia ala
grammatis ara!
vix pudentia feminalia femoralia alia lugent,
horroris vestigia ac labiridines vortices alti
et universa coeciter unicellula Ignis
semina somno aure percipit urens.
Seraphikax seraphilla sibylla caloris alarum
a labiis oris faucibus his biberonia tincta
flash multiplicata
devorsa fide flatus incendit cornubus alae
fidicine exacta aut tubae sonitu iacto
alis incensis, ano uno alphabeto puncti
tuae vocis dementia labro polychrona semen obelis arti
et antequam gremii herbae amplexae se fuerint vi
mane sero nunc auscultem syndromon avis
quatenus usque ad imam lucentis ignis
tui praeteritissimi sub alis
et radicitus ignis videar ergo lama salivae
hyperbolis summae saxifragata pruneta,
continuitatis fractio cycli clementis
et alis expansis tenebras atque
sepulcros subfocare pulamque ventilabrare
nec umquam renovetur eius GAG insinuata
purgatrix, pretatrix ganglii nupti,
pugnatrix longe-lenge, linge lingam lingua
longitudinali eklypseos orsae!
ne deosculeris animam meam usque ad seraphicum inane
gong το inanis jahwé
subtilis erectio virilis tenus emblemata-unda
et imaginis praesagia lapsa,
brada bravida eikonometrica macta.

[anni Ottanta; in «Avanguardia», 8, II, 1998]