Ordine Nuovo a Cinque Stelle

Andrea Cortellessa

«Gaia: un Nuovo Ordine Mondiale è nato oggi, 14 agosto 2054.
I conflitti razziali, ideologici, religiosi e territoriali appartengono al passato. Ogni uomo è un cittadino del mondo, soggetto alla stessa legge». È l’inizio di Gaia. The future of Politics, un video d’animazione lungo sette minuti e mezzo, con un testo in inglese letto da una voce di donna fuori campo, diffuso in Rete da Casaleggio e Associati il 21 ottobre 2008: a metà strada dunque fra il successo del V day,  l’8 settembre 2007, e la fondazione del Movimento Cinque Stelle, il 4 ottobre 2009.

Marco Belpoliti su doppiozero  ha avuto buon gioco a decodificarne l’inconscio grafico da meeting aziendale (e il sincretismo del logo di Indymedia con un’infografica da aeroporto),
la musica da sigla di telegiornale e l’immaginario fricchettone e New Age (lo stesso termine «Gaia» è preso dal popolare libro di James Lovelock, che nel 1979 profetizzava una Nuova era glaciale).

Vale la pena ascoltarla però, questa voce calda e quietamente imperativa, anche per quello che dice. Dopo un bigino di storia universale riletta alla luce dell’estendersi delle comunicazioni – dal sistema viario dell’Impero romano all’Encyclopédie –, il punto zero «all’inizio del 21° secolo» viene descritto così: «le sorti del mondo sono ancora determinate da gruppi massonici, religiosi e finanziari. 130 tra le persone più influenti del mondo, il Gruppo Bilderberg» (sullo schermo appare un logo con tre omini reclinati su un tavolo a complottare), «tengono riunioni private ogni anno per discutere del futuro dell’economia mondiale». Perché «prima della Rete, comunicazione conoscenza e organizzazione appartengono al Potere. Con la Rete appartengono al Popolo».

Certo, per giungere a tale Controllo dal Basso tocca passare per una guerra che dura vent’anni, dal 2020 al 2040, tra «l’Occidente della democrazia diretta e del libero accesso a Internet» da una parte e, dall’altra, «Cina, Russia e Medio Oriente con dittature orwelliane e l’accesso a Internet sotto controllo». Imperturbabile come uno Stranamore, la voce assicura che la popolazione mondiale si ridurrà purtroppo a un miliardo di individui ma alla fine, per fortuna, l’Occidente vincerà e così, nel 2047, ciascuno dei superstiti avrà la propria identità garantita «in un social network mondiale creato da Google chiamato Earthlink».

«Per esistere», intima la voce, «devi stare in Earthlink o non esisti». (Per fortuna che le «dittature orwelliane» hanno perso la guerra.) Su con la vita: «le organizzazioni segrete» (torna il logo coi tre omini a capo chino) sono state nel frattempo «abolite»: «in Gaia partiti, politica, ideologie, religioni scompaiono. L’uomo è l’unico fautore del proprio destino». L’uomo, s’intende, in quanto cliente di Google: sennò deve far parte di un’organizzazione segreta da abolire.

Su YouTube si legge che «Gaia non rispecchia in alcun modo le intenzioni o la volontà né di Casaleggio, né del Movimento Cinque Stelle», ma la struttura retorica del testo – sospeso fra la storia e la visione del futuro che la prosegue senza soluzione di continuità – ne denota una piena appartenenza alla tradizione dei manifesti politici, come quello di Marx ed Engels – o Mein Kampf di Hitler. Dall’analisi della situazione attuale, e da una più o meno ampia memoria del passato personale e/o collettivo, si prende lo slancio per l’enunciazione di un programma volto, com’è ovvio, a un compimento futuro.

Relativamente nuova è però la componente apocalittica con cui viene esposto questo programma a metà strada fra Imagine di John Lennon e la Scientology di Ron Hubbard, e vengono ripetute le classiche parole d’ordine sul complotto pluto-giudaico-massonico (ancorché si è spesso ripetuto quanto vicino a Bilderberg sia quell’Enrico Sassoon che infine, a settembre dell’anno scorso, ha scelto di lasciare la Casaleggio Associati di cui era socio di minoranza). Un portato delle letture di science-fiction non proprio di prima qualità di Gianroberto Casaleggio, o qualcosa di cui cominciare a preoccuparsi?

 

La sindrome del meet-up

Alessandro Cannamela

«In occasione del primo Vday, (Beppe Grillo ndr) gridando dal palco «I partiti sono morti!» lanciò un grido di allarme su un fenomeno allora in corso, oggi sotto gli occhi di tutti, completamente compiuto. Insomma Grillo l’aveva previsto, e da quel momento i «cadaveri», parlarono espressamente di antipolitica, per difendersi da un movimento che lentamente li sta spazzando via.

La rete, infatti, può rappresentare la nuova resistenza, azzerando la vecchia politica, e in questo senso attraverso il web ognuno vale uno, i leader politici sono una contraddizione in termini, non hanno senso. Il web è istantaneo, e ha una memoria eterna, qualsiasi articolo resterà in una cache a disposizione di tutti. I dinosauri che smentiscono il giorno dopo, ritrattando, sono anch’essi passati alla storia di ieri».

Esordisce così la recensione del libro Siamo in guerra. La rete contro i partiti[1], un testo realizzato a quattro mani da Beppe Grillo e Giuseppe Casaleggio, scritta nel blog Il Grillaio del meet-up di Altamura, in Puglia.

Questa citazione potrebbe rappresentare un vero inno del populismo formato web, di cui il libro in questione è sicuramente uno dei testi sacri. Il web come vettore di informazione e luogo di scambio di conoscenza: è questa l’architrave della riflessione condotta da coloro che, tra i primi, hanno provato a rendere internet un terreno della contesa politica. Riflessione che non possiamo che condividere: la potenza di scambio e il volume delle informazioni che circolano sulla Rete non ha evidentemente alcun paragone possibile. La sensazione che si prova navigando è la sensazione di linkare una biblioteca multidimensionale, di possedere o di poter accedere a qualunque informazione, e a qualunque segreto, naturalmente. Non servono più filtri nella società di internet e dunque ciascuno è titolato a discutere di tutto: nell’era dei tecnici e dei tecnicismi invocati da tutte le parti in campo, la rete rappresenta ciò che di più intersettoriale esista, un bar virtuale in cui poter discutere di tutto invocando (anzi linkando) la congruità, la verità dei propri argomenti. Ovviamente le informazioni a cui si accede possono essere anche tra loro contrastanti, e dunque qualunque tesi è lecita poiché qualunque argomentazione a suffragio di essa lo è.

Il secondo assunto dei nostri commentatori è la distruzione del livello di mediazione istituzionale: niente più partiti, ma in definitiva, potremmo dire, niente più comunità. Nel web ognuno vale uno, nessuno rappresenta nessuno, si compie la democrazia perfetta dell’individuo. Del resto la politica emozionale degli ultimi anni ci ha abituati a enucleare i problemi di ciascuno senza perdere neanche del tempo nel processo del problem solving. È sufficiente, per arrivare al cuore (o alla pancia) delle persone, enunciare il loro specifico problema, la loro specifica difficoltà personale.Individuale: è la politica dello sfogo delle frustrazioni, sostanzialmente delle incomprensioni di ciascuno, più che il processo collettivo della soluzione dei problemi comuni.

Anche il fenomeno dei meet-up o, se vogliamo uscire dall’esempio grillista, delle comunità virtuali, vive di una transitorietà assoluta – i gruppi cambiano continuamente – riproducendo peraltro la figura del leader, o forse dovremmo dire dell’opinion leader, nel microcosmo della micro organizzazione virtuale. In altre parole, la tesi per cui non esistono più leader politici è contraddetta dall’esplicarsi della realtà, dal sorgere spontaneo di figure trascinatrici a livello macro (Beppe Grillo) o micro (i vari capi delle sezioni locali dei meet-up). Detto altrimenti, ai limiti tipici dei movimenti, queste aggregazioni aggiungono il fatto di non accompagnare una evoluzione reale nella forma dell’organizzazione. La rete riproduce dinamiche verticalizzanti in modo naturale.

Perché, però, dovremmo definire «populiste» dinamiche di aggregazione politica spontanea sulla rete che si manifestano con forme precipue? Lo facciamo per alcune ragioni sostanziali: la prima, già accennata, attiene al carattere individuale delle rivendicazioni, che potremmo definire sterili, che non cercano soluzione, ma testimonianza; la seconda concerne il tema del linguaggio. Non intendo scendere in polemica con i toni forti del V-Day o di altre forme di espressione «colorite», quanto piuttosto provare ad analizzare le forme in cui sui vari social network i militanti della rete colpiscono i propri obiettivi. Le bacheche dei politici o quelle dei siti istituzionali sono tempestati di attacchi ripetuti, una sorta dispam continuo, di mind bombing, un loop che con argomentazioni scarne e riferimenti a linkdi siti di «controinformazione» amici, insistentemente afferma, più spesso insinua e denuncia. In questo è assai evidente la somiglianza con la tattica televisiva cara a Silvio Berlusconi, per cui era sufficiente ripetere continuamente una cosa per farla apparire vera o verosimile: la rete, che conserva i dati e le affermazioni, è una straordinaria e naturale cassa di risonanza.

Infine, traspare nelle fluttuazioni della rete, e in particolare dei social, l’onda del consenso e la capacità di alcuni di cavalcare le opinioni giuste. Nell’annichilimento della realtà e del materialismo, trionfa l’opinione liquida e facile, quella che trova riscontro immediato nell’apprezzamento del pubblico. La rete si trasforma nello studio televisivo ideale, dove tutti sono connessi e le affermazioni possono trovare facile riscontro e automatica scientificità. Questa costante rinegoziazione delle idee conduce inesorabilmente ad assumere posizioni particolari, ad esempio, sul tema immigrazione o sulle vertenze locali, accomunate dalla sindrome nimby, e che dunque non possono che avere un giudizio netto e contrario da parte degli agitatori della rete.

È però interessante notare un fenomeno recente che, seppure destinato a breve durata, colpisce l’attenzione per il suo carattere peculiare: la bolla di consenso attorno al governo Monti ha dimostrato a tutti noi come del populismo (in questo caso definibile come «dell’unità nazionale») possa beneficiare anche un governo che non esercita teoricamente funzione politica. La rete ha rappresentato nei giorni dell’elezione del Professore a Palazzo Chigi un’autentica arena in cui alcune idee (avverse ai dogmi del sacrificio, del rigore, dell’austerità) erano bandite: assistevamo dunque all’emergere dell’ultimo fenomeno tipicamente populista, ovvero la censura delle idee, anzi l’autocensura dell’opinione da parte degli esclusi.

Tutto vorremmo con queste nostre argomentazioni, però, tranne che condannare o biasimare la rete; essa è uno strumento eccezionale; come qualsiasi strumento, tuttavia, e in particolare come qualsiasi strumento mediatico nato nella società di massa, può essere usato in modi differenti e, più o meno, corretti. Astenendoci dal giudizio. Conducendo un’analisi dei processi di aggregazione sulla rete, si può semplicemente constatare che in quella sede emergono fenomeni di natura intrinsecamente populista. D’altra parte, nel declino dell’era della televisione e, conseguentemente, della deformazione di quello strumento di informazione a fini politici, il populismo non può che passare dal web, ovvero dallo strumento oggi privilegiato per la diffusione delle informazioni, in cui, parafrasando un fenomeno pop degli anni Novanta, ciascuno è padrone a casa sua.

[1.] B. Grillo, G. Casaleggio, Siamo in guerra. La Rete contro i partiti, Chiarelettere, Milano 2011.

Vedi anche: http://www.alessandrocannamela.it/?p=977