Un chicco vivente

Francesca Pasini

Da una mostra all’altra si crea un accumulo: la memoria registra, la mente interpreta, la conoscenza emotiva collega. Non è stabile. “Lontan dagli occhi lontan dal cuore”? Forse.

Ma intenzionalmente non si dimenticano mai quadri, romanzi, film, saggi: sono un patrimonio “genetico” assimilato dalle fibre biografiche della specie. Un’essenza vivente che dona un conforto di eternità. L’arte, pur essendo mortale, è ricorrente e rende quindi accettabile l’idea di una durata illimitata, non divina. Infatti, nonostante distruzioni e cataclismi, c’è sempre qualcosa di intatto che, affiorando da quest’accumulo, fa provare il brivido dell’eternità materiale. La vera attrazione sta nel poter rintracciare dal passato al presente “un chicco vivente” (in analogia con Luisa Muraro che parla di “un chicco divino” a proposito di Simone Weil).

Dicevo delle mostre che si accavallano, delle gerarchie che lottano per resistere, fanno anch’esse parte di “ un chicco vivente”? Influenzano, ma una volta usciti dal sistema si può ben dire: “lontan dagli occhi, lontan dal cuore”. Questa dicotomia non è eliminabile né ora né, in proporzioni diverse, nel passato. Un vaso attico è molto lontano e mantiene “un chicco vivente” perché ci fa respirare l’origine di una civiltà. Diciamo che è più facile. Anche oggi, senza moralizzare, si può però prendere distanza dalle strutture contingenti dell’economia dell’arte.

L’ho provata davanti al ritratto di Giulio Paolini alla finestra di casa in via Po a Torino, Delfo, IV, 1997 (Fondazione Carriero, Milano). L’immagine è raddoppiata, sembra che facciata e balcone, Giulio Paolini compreso, siano parte strutturale dell’architettura reale, cioè quella raddoppiata. La domanda che mi è subito venuta in mente è: cosa vuol dire esporsi, guardare fuori, abbandonare il limite, la protezione? Indipendente dal sistema concettuale della duplicazione, mi appare il tempo dilatabile del gesto di affacciarsi trascinando con sé la casa stessa, o meglio, ciò che è parzialmente visibile dall’esterno. C’è una sequenza di distanze, quella fisica di Giulio, quella dell’anno in cui ha pensato a questa rappresentazione di sé e la mia che improvvisamente riconosco l’essenza e l’assenza di sé che si alternano in casa propria. Non so risolverla, posso solo dire che nell’esporsi non c’è tanto un coraggio, un rischio, quanto un contatto tangibile con “un chicco vivente”, che a volte si ripresenta, a volte si nasconde, come fa Giulio Paolini dietro la finestra.

Evans, selfportraitasartistasart, 2018

Una potente visione di accumulo appare in Franklin Evans, (FL Gallery, Milano). Ha riprodotto i particolari di autoritratti di 90 artisti ( da Tiziano a Duchamp, da Cezanne a Dana Schultz, da Picasso a Laura Owens, da Ludwig Wittgenstein a Amelie von Wulff, da Frank Stella a Gino Severini, da Caspar David Friedrich a Jacqueline Humphries, da Joseph Albers a Marlene Dumas, a Henri Matisse, se stesso, i suoi studenti della Cooper Union, il suo gallerista Federico Luger, Mondrian, Rosalyn Drexler, Alex Katz, Willem de Kooning, Pierre Bonnard, Zoe Zirsen, Sigmar Polke…. Insomma, più o meno, dal XX al XXI secolo. Ha costruito una griglia disponendo tre piccoli particolari uno sopra l’altro per ogni artista: al centro c’è l’autoritratto, sopra e sotto pezzi di loro dipinti. Al centro applica sull’autoritratto la sagoma di una loro foto, che resta staccata dalla superficie e vibra con l’aria. Ha unito poi in una lunghissima fila, senza stacchi, tutti questi “reperti” modificati.

C’è tutto: l’emozione del ricordo sovrapposto, il tempo che passa, la riproduzione calda, stropicciata, come se ce la fossimo tenuta in tasca. Tutti i quadri amati, come l’ha fatto lui, capita anche a noi, è l’affezione per una cartolina che ingiallisce in mezzo alle pagine di un libro e ogni tanto rispunta. Un fiume impetuoso, cordiale, affettuoso, in piena luce, com’è bello immaginare la vita di chi ha inventato i capolavori che abbiamo nel cuore. Invece di fare ossessivamente dei selfie, Franklin Evans propone di raccogliere i ritratti di tutti e tutte coloro che riteniamo contribuiscano al nostro autoritratto. Vale solo nell’arte? No, è il complicato, normale, percorso che segna le relazioni, i pensieri, gli amori, la natura e la scienza che ci aiuta a comprenderla, gli eventi universali e quelli privati, la partecipazione e la solitudine, i figli e le figlie, gli animali compagni di pianeta…. Insomma tutto ciò che riteniamo vivente. Evans con un’offerta semplice, eppure fortissima, “ritaglia” la sua storia come un bambino, con uno sguardo il più ampio possibile. Non si tratta dell’opera d’arte totale, ma della totalità di ogni vita che permane anche in un piccolo particolare. Ce la farà a toccare “il chicco vivente”, che insistentemente cerchiamo tra le opere di uomini e donne? Mi auguro di sì.

Morales, Tondo-NY87-4-1-1987

Un’altra suggestione mi viene da Carmen Gloria Morales. Ho visto, nella galleria di Luca Tommasi (Milano), il suo Tondo NY87 4-1 1987, una forma che si ripete negli anni.

Provo un senso di maestosità che mi ricorda la storia dell’arte e la sacralità di questa forma, dove il globo terrestre e la sfera del cielo divino si integrano. Ma c’è uno scarto: le pennellate piatte, a larghe spatolate, si muovono in vortice, lento ma evidente. Si sovrappongono, si adagiano come fossero a pelo d’acqua, i bordi non interrompono il flusso di questo magma. Tutto è nel tondo.

Il diametro, 180 cm, da un lato richiama la fortuna dei tondi da Michelangelo a Beccafumi; dall’altro avverte che si deve uscire da quell’àncora storica. Al posto dell’enigma divino c’è quello della natura e la nostra abitudine a sovrapporla alla sfera terrestre e quindi a darle forma circolare. Non si tratta di paesaggi, ma delle tele sovrapposte dell’universo che la fisica contemporanea sta studiando (C. Rovelli, Sette brevi lezioni di fisica). Carmen Gloria Morales analizza invece le sovrapposizioni mentali e creatrici dell’arte dal Rinascimento a oggi e racconta con le sue pennellate - così fisiche eppure precise, anche frastagliate, ma mai lasciate al caso - i piani dell’esistenza, le loro direzioni volontarie, il loro svanire in trasparenze che attutiscono angoli e ortogonalità. Si mascherano l’una sull’altra, ma permangono. Succede con le ferite e le gioie e non per questo non si ripetono. Lei indaga “l’eternità” dell’arte e la trasferisce nei piani della vita, che sembrano emergere dal colore, cioè da una materia vivente.

Martina-Cora-Untitled-2-2018-Cm-70x110-st-ampato-su-tessuto-Courtesy-of-Viasaterna

Martina Corà (1987) è giovane e talentuosa, si muove tra video-installazioni e fotografie. Alla galleria Viasaterna (Milano) ne ho vista una che mi ha dato l’idea del momento nevralgico quando uno spettacolo naturale sembra così vicino da potertelo “portare a casa”. E’ stampata su tessuto e, una volta appesa, diventa una bandiera senza enfasi. Sta lì un po’ incurvata, con una colloquialità lontana dall’invasione mediatica. Non parla di selfie, non di prospettive calcolate. Una roccia di profilo, color terra, si amalgama a un verde virato in turchese, probabilmente gli alberi. Si sente il mare, ma non è detto che ci sia. Tutto è sovrastato e concluso da un cielo azzurro, brillante, qua e là marezzato di nuvole. Insomma una sintesi del magma che a volte riconosciamo. Più che un paesaggio è una specie di molecola intuitiva della vastità, probabilmente troppo grande per metterla a fuoco, ma così vicina da poterla inserire in una stoffa, creando un’alleanza con la tela che Penelope disfaceva e che Martina sgrana nella luce dei colori e della temperatura. Rimane un altro punto di domanda su cos’è il vivente e come e se è possibile “fotografarlo”.