MAXXI, controllo totale

Antonello Tolve

01_MAXXI_PCB_ClaireFontaine_PleaseComeBack_2008Da quando ha aperto la sua nuova sede il MAXXI non ha mai sbavato, non ha mai bucato una mostra o lasciato intravedere un cedimento riflessivo: e questo anche grazie a un’attenta amministrazione, a una gestione diligente, a una scelta di figure dell’arte che lasciano sperare. A sottolinearne la brillantezza sono alcuni progetti espositivi o giornate di studio come Spazio Elastico. Critica, Esposizione, Museo (tenuta lo scorso 17 marzo, a cura di Stefano Chiodi) che centrano l’attenzione sui nuovi assetti sociali, sui nuovi scenari culturali, sul presente dell’arte e sulle irrequiete atmosfere della vita quotidiana.

Please Come Back, la mostra che prende il titolo da un’opera al neon (2008) del collettivo Claire Fontaine, è testimonianza di un procedere con coerenza nei campi della cultura per sottolineare le lacune, i controlli, le vetrinizzazioni o i collassi della società.

04_HHLIM_theCagethe benchandtheluggage_MAXXIIn questo caso la riflessione verte su un luogo scottante e traumatizzante che Erving Goffman ha schedato, in un suo libro del 1961 (Asylums: Essays on the Condition of the Social Situation of Mental Patients and Other Inmates ), con l’etichetta di istituzione totale: «nella nostra società occidentale ci sono tipi diversi di istituzioni, alcune delle quali agiscono con un potere inglobante – seppur discontinuo – più penetrante di altre. Questo carattere inglobante o totale è simbolizzato nell’impedimento allo scambio sociale e all’uscita verso il mondo esterno, spesso concretamente fondato nelle stesse strutture fisiche dell’istituzione: porte chiuse, alte mura, filo spinato, rocce, corsi d’acqua, foreste o brughiere. Questo tipo di istituzioni io le chiamo “istituzioni totali”». Anguste e insidiose, le istituzioni rivelate da Goffmann e disegnate, negli anni, da Foucault e Basaglia, da Faugeron e Combessie, da Brossat e Othmani, rappresentano nel panorama della cultura attuale e della mostra che ne propone un viatico estetico, un momento di riflessione imperdibile per percepire la voce di artisti intenti a disarcionare – evidenziandole in alcuni casi – le chiusure, le frontiere, i recinti, le marginalizzazioni e i confini per sottolineare l’urgenza del transito, del ponte, dell’incrocio, del varco, della solidarietà e della collaborazione.

Divisa in tre sezioni – Dietro le mura, Fuori dalle mura e Oltre i muri – questa nuova esposizione curata da Hou Hanru e Luigia Lonardelli dilata e pone l’accento sulla prigione come pigione da pagare nelle società contemporanee per mettere a fuoco il mondo dell’internato e il mondo come internato mediante cinquanta opere di ventisei artisti (AES+F, Jananne Al-Ani, Gianfranco Baruchello, Elisabetta Benassi, Rossella Biscotti, Mohamed Bourouissa, Chen Chieh-Jen, Simon Denny, Rä di Martino, Harun Farocki, Omer Fast, Claire Fontaine, Carlos Garaicoa, Dora García, Jenny Holzer, Gülsün Karamustafa, Rem Koolhaas, H.H. Lim, Lin Yilin, Jill Magid, Trevor Paglen, Berna Reale, Shen Ruijun, Mikhael Subotzky, Superstudio, Zhang Yue) che intervengono efficacemente nella vita sociale e antropologica, che filtrano e comunicano le degenerazioni del reale, che esprimono quello che può diventare una “realtà” per l’uomo qualunque.

05_MAXXI_PCB_ElisabettaBenassiTheBulletProofAngelaDavis_0663All’ingresso del museo, proprio dove, in occasione della importante mostra dedicata a Gino De Dominicis, era stata collocata la maliziosa Mozzarella in carrozza (1970), The cage the bench and the luggage (2011) di H.H. Lim è gabbia, chiusura e apertura, luogo di fantasia dalla quale partire per intraprendere un viaggio senza fili e scommettere sul futuro, sull’apolidia, sul multiculturalismo. Sempre sullo stesso piano, non molto distante ma con la debita cintura di sicurezza da questa prima opera, il lavoro di Elisabetta Benassi (The Bullet-Proof Angela Davis, 2011) è riflessione sull'attivista afroamericana, allieva di Marcuse (Angela Yvonne Davis appunto – la Angela di John Lennon e Yoko Ono o la Sweet Black Angel dei Rolling Stones), che ha combattuto dalle fila del Partito Comunista una battaglia per l’abolizione della reclusione.

Nella Galleria 5, all’ultimo piano, la mostra esplode: ed è possibile apprezzare una mitragliata di lavori che, dalla videoperformance all’installazione, dalla fotografia al racconto visivo (deliziose le interviste di Gianfranco Baruchello ai detenuti delle carceri di Rebibbia e Civitavecchia: l’artista è nella sezione Dietro le mura, dove rientrano artisti che vantano una esperienza diretta della prigione), delineano vari stadi dell’essere derisi, puniti, privati della propria libertà.

Accompagnata da una serie di appuntamenti che approfondiscono i temi declinandoli nei sistemi di controllo attuali, questa nuova mostra del MAXXI è un nuovo sguardo sul mondo, lettura del passato, visione e metafora di un penitenziario – tecnologico, tecnocratico e iperconnesso – che si chiama, oggi, quotidianità.

Please come back. Il mondo come prigione?

a cura di Hou Hanrou e Luigia Lonardelli

Roma, MAXXI, 9 febbraio-28 maggio 2017

catalogo Mousse, 237 pp., € 24

Biennale de L’Havana: la decomposizione è un sogno

Christian Caliandro

Nella sala del Museo de la Revolución dedicata a Ernesto Che Guevara e a Camilo Cienfuegos ci sono le statue di cera dei due eroi che, in un angolo di foresta meticolosamente riprodotto, puntano lo sguardo verso l’avvenire. È come assistere alla decomposizione di un sogno. Tutto impolverato, tutto rovinato, tutto rotto e aggiustato e poi rotto ancora. Può essere affascinante.

La Biennale – qui ancor più che in qualsiasi altra città d’Europa e, forse, del pianeta – è decisamente un corpo estraneo. Un circo triste, che piomba in un contesto urbano di cui nulla sa e su cui non interviene. In queste rovine non c’è desolazione (almeno, a me non sembra: ma posso sbagliarmi). Sono rovine «vive», per così dire, che se ne fregano del fascino proiettato verso gli sguardi esterni, che resistono alle semplificazioni da cartolina e che conducono la loro esistenza insieme alle vicende umane che ospitano. Questa è una città realista. Ma il mondo dell’arte non lo è, e non può dunque conoscerla se non molto superficialmente. Semplicemente, non gli interessa conoscerla. Fa il suo numero, ignorando ed essendo ignorato, e poi va via per installarsi in qualche altro posto. Il mondo dell’arte contemporanea è una muffa culturale.

Test1: inaugurazione della mostra al Centro Guayasamín. Subito si articola l’atmosfera surreale – come al solito. Nella corte si affacciano perfomer cubani a dire incomprensibili messaggi performativi, nel totale disinteresse e nel bel mezzo di un casino infernale. Nessuno sente nessuno, nessuno sente niente. A nessuno importa realmente. Sai che c’è un’azione, un rito sociale in corso, e questo è quanto. Al piano di sopra, devi levarti le scarpe per guardare le scritte per terra di Carlos Garaicoa, come se fosse una moschea o un tempio buddista.

Test2: questi sono i vampiri, ma i vampiri veri. Dietro una vetrina (sempre, rigorosamente dietro una vetrina), gli spettatori osservano gente che lavora. Si configura una costante relativamente nuova: è come se gli esseri umani fossero ormai talmente disabituati alla pratica del lavoro manuale (sentendola enormemente estranea alla propria quotidianità), da poterla percepire ormai solo come oggetto ‘esotico’. In modalità, per così dire, Museo di Storia Naturale o al massimo di Etnografia. La vetrina registra una distanza incolmabile dalla familiarità con la realtà materiale.

Test3: al Gran Teatro de l’Habana, la megamostra autocelebrativa del mondo dell’arte. I giovani artisti sudamericani invitati, educati nelle scuole e nella accademie di Londra e di New York, hanno fatto esattamente ciò che ci si attendeva da loro. I lavori-compitini – tutti ordinati nelle loro scatoline, disposte in bell’ordine all’interno di questo spazio oggettivamente strepitoso eccessivo e fuori scala che è il Gran Teatro (strepitoso, eccessivo e fuori scala proprio perché appartiene ad un altro ordine di idee e di valori rispetto a ciò che adesso, occasionalmente, contiene) – ruotano nominalmente attorno al tema «Practicas Sociales». Ironia della sorte, verrebbe da dire. Ma qui la sorte non c’entra: queste opere rafforzano il canone bislacco dell’arte dell’ultimo quarantennio.

Tutto attorno e in mezzo, i soliti rituali di bacini e «come stai?!?», «che ci fai qui?» (che ci faccio secondo te a L’Havana?). E nessuno, ma proprio nessuno, che si domandi come mai questo luogo, questo evento e questo momento appaiano così disconnessi dalla realtà rumorosa e vivace che si anima appena fuori dalle enormi finestre (effettivamente nessuno si affaccia neanche, a queste finestre). O forse no, forse se lo stanno domandando in molti (anche perché la cosa è troppo evidente): solo, la questione viene mentalmente derubricata con un «non pertinente».

Potremmo essere ovunque, adesso: a Gwangju, a Venezia, a Caracas, in India o negli Stati Uniti. E questo vuol dire che il modello delle Biennali ha fagocitato tutto il resto. Questa tribù irrispettosa, e tutto sommato pacchiana, continuerà a vagare per il globo, per posti con cui non ha pressoché nulla in comune. Finché qualcosa di nuovo e di grosso non interverrà a modificare radicalmente lo scenario.