Il vento delle idee, prima della sabbia

Carlo Laurenti

L’illuminismo perduto di S. Frederick Starr – tra i maggiori esperti mondiali di cultura russa e asiatica, a lungo docente all’Università di Princeton: nelle cui edizioni è apparsa nel 2013 l’edizione originale del libro – ha una struttura musicale, con il ritorno di motivi declinati via via in stilemi diversi (non a caso all’autore si deve anche l’unica storia del jazz in Unione Sovietica). La trattazione copre quattro secoli di storia a cavallo dell’anno Mille e ha sessantasei dramatis personæ principali e uno stuolo di comprimari. Archeologo e storico, Starr attinge all’immensa letteratura in russo sull’Asia centrale, così componendo non solo una saga dall’avvincente lettura, ma una pietra miliare destinata a durare nei decenni. L’autore sa cogliere gli snodi cruciali e sa inanellarli con talento di narratore autentico. Ma anzitutto dà risposte esaurienti a domande annose: a cosa si dovette il fiorire degli studi e delle arti, fra l’VIII e il XII secolo, nella vasta regione oggi estesa dal Kazakhstan all’Afghanistan e dall’Iran orientale allo Xinjiang in Cina?

Lo scambio di lettere tra Avicenna (Ibn Sina) e Al-Biruni, giovani onniscienti che attorno al Mille trattano di massimi sistemi a centinaia di chilometri di distanza, costituisce l’attacco e il filo rosso di quest’epica tanto avvincente quanto paradossale, che ha come due poli la dimestichezza con l’incommensurabile di una lunga serie di astronomi, matematici, geografi, teologi, filosofi e medici e, dall’altro lato, i terrificanti poteri che in quegli stessi luoghi si avvicendarono cancellando popolazioni intere, culture e religioni. L’affresco di Starr ricostruisce nel dettaglio il duello fra questi due protagonisti, costellato da gemme di acume e primizie di strepitose intuizioni (come quella riguardante l’esistenza più che probabile di un continente nel mezzo degli oceani al di là della parte conosciuta del pianeta). Il suo eroe certo è Al-Biruni, ma Starr lascia in sospeso la sua Descrizione dell’India – dove il matematico, filosofo e storico persiano visse ben quindici anni.

Sulle dune di questo territorio immenso il vento delle idee spirava con raffiche portentose. A volte, per la verità, si tratta solo dicerie – che tuttavia sono come spore che ne ingenerano altre e così via: già in un classico saggio del sinologo americano Edward H. Shafer, The Golden Peaches of Samarkand (University of California Press 1985), antenato di questo libro che meriterebbe di essere tradotto a sua volta, si enumeravano le affabulazioni che frutti mai visti come il melograno indussero in Cina.

Ma, si diceva, cosa produsse questo miracolo? Innanzitutto la compresenza per così dire a rizoma, diffusa, di conoscenze e credi di aree diverse ma anche di epoche diverse, interagenti simultaneamente in assenza di vere pressioni. È proprio nello iato tra poteri successivi che queste capitali poliglotte, disposte a macchia di leopardo su spazi incommensurabili, poterono far convivere saperi e fedi; solo grazie all’inefficacia di un potere davvero cogente: chi conquistava questi territori non li poteva conservare a lungo, a meno di allentare la presa. Ogni volta che provavano a serrare le redini, gli onnipotenti venivano disarcionati.

Starr evoca un’ecumene sui generis, una costellazione di città carovaniere dove la coesistenza delle culture e delle lingue e l’inefficacia dei controlli a distanza dei poteri di volta in volta egemoni consentivano, di fatto, una tolleranza generalizzata e una creatività decuplicata. Il fantasma, o meglio il miraggio di una civiltà arlecchina cosmopolita e poliglotta, infine inghiottita dalle sabbie, balena seducente da queste pagine benvenute fitte di prove inoppugnabili a sostegno di congetture probabili, nel generoso tentativo di sfatare il cumulo di idees reçues che da sempre ingombrano la visuale quando si cita un mondo scomparso il cui cuore è irrintracciabile nel labirinto di confini tracciati invano durante millenni di storia. In che si distinguerebbe quest’utopia promettente di un possibile modello di futura intesa, dalla città di cui favoleggia Renè Guenon nei suoi scritti?

L’illuminismo perduto indulge in pensieri così astratti da essere ubiqui e atemporali. Emerge che quest’«illuminismo» era animato da sapienti sradicati dalle loro patrie sopraffatte e che dovevano la loro salvezza al solo fatto di essere sapienti. Torna in mente un passo di Ernst Jünger nei suoi diari (29 aprile 1941): «A Notre Dame ho contemplato i suoi demoni più bestiali di quelli di Laon. Queste images fissano con altrettanta consapevolezza i tetti della metropoli e i lontani regni, la cui conoscenza è scomparsa. La conoscenza certamente, ma anche l’esistenza?». Ecco: il Paese dei Grandi Canali in inerme attesa dell’invasore, di quello che Jünger chiama il «forestaro» insomma. Che diverrà la palude di Orsenna nella Riva delle Sirti di Julien Gracq (fulminato dalla lettura delle Scogliere di marmo) e più esplicitamente Il deserto dei tartari di Dino Buzzati, coevo di Gracq o quasi. A monte, tra le righe di questa trimurti, la Colonia penale di Kafka. A suggellare quell’intuizione di Jünger verrà Medioevo fantastico di Jurgiš Baltrušaitis, che fornirà la filogenesi sciita di quelle gargouilles terrificanti.

Ma le domande si moltiplicano. Perché, si chiede Starr, quella civiltà sopraffina omise di tradurre i tragici greci, la Politica di Aristotele, le grandi opere storiche? Formula delle ipotesi. Ognuno ha le sue; già Spengler e Toynbee ne formularono. Needham – qui spesso citato –, Nakamura o Rémi Brague ne aggiunsero di nuove. Andrebbero passati in rassegna in una sorta di Comparatismi comparati...

L’lluminismo perduto evoca la trafila di città fondate da Alessandro e omonime, che poi mutarono nome seminando spore in quella che ora si chiama ancora la Via della Seta, ma che Starr dice potrebbe chiamarsi anche via della carta, e che oggi muta nome – «one belt one road» – nel progetto cinese che con discrezione prende forma mentre l’attenzione è calamitata dalla fatua e ben nota, contigua, proliferazione atomica. Forse invece andrebbe chiamata via della Sete: perché in effetti la chiave di volta delle civiltà che resero possibile quel fiorire di scienze altro non era che la raffinatissima tecnica di irrigazione che allora era stata introdotta.

S. Frederick Starr

L’illuminismo perduto. L’età d’oro dell’Asia centrale dalla conquista araba a Tamerlano

traduzione di Luigi Giacone

Einaudi, 2017, 676 pp., € 36

È possibile acquistare questo libro in tutte le librerie e su ibs.it.

Ernst Bernhard e i Mutamenti

I-Ching-di-Ernst-BernhardCarlo Laurenti

Le origini dell’Yijing, (che è la vera dizione del più popolare I Ching), il Libro dei Mutamenti, si perdono, è il caso di dire, nella notte dei tempi – risalendo forse all’undicesimo secolo a.C.. In sé, il testo divinatorio cinese (ma propriamente si tratta di uno strumento per aiutare i principi a prendere le loro decisioni) è un libro indigeribile, irriducibile. Chi ha tentato di portarlo in Occidente ha sempre incorporato nella nostra cultura, di fatto, un elemento cardinale di un’altra cultura: con tutte le forzature del caso.

Dieci anni fa emergeva il Libro Rosso, pars occulta dell’opera di Carl Gustav Jung – il suo laboratorio segreto. Proprio Jung, nel 1924, aveva accompagnato con una sua introduzione la traduzione tedesca dell’Yijing, del sinologo Richard Wilhelm; e su di esso fonderà la sua teoria della casualità e della sincronicità. Ora appare un ulteriore tassello dell’avventurosa presenza occidentale del testo: le preziose schegge di commento dettate da Ernst Bernhard a Carla Vasio, giovane scrittrice del Gruppo 63, e alla psicoanalista Silvia Rosselli (figlia di Nello e cugina di Amelia): che ci offre, con un’introduzione lieve quanto densa, Luciana Marinangeli (già curatrice, nel 2011 da Aragno, delle bernhardiane Lettere a Dora dal campo di internamento di Ferramonti).

Di Jung Bernhard, nato a Berlino nel 1895, era stato discepolo ma presto s’era discostato dal suo pensiero. Rifugiatosi in Italia dalle persecuzioni razziali, fu qui decisivo quanto inapparente connettore di flussi, moti, gorghi di idee. Renitente alla scrittura (dei suoi scritti esiste solo un’antologia postuma, la Mitobiografia pubblicata da Adelphi nel 1969) – al pari di Bobi Bazlen, cui fu strettamente legato – il suo influsso «orale» fu invece potente e multiforme, presso personaggi diversissimi quali Giacomo Debenedetti, Federico Fellini, Giorgio Manganelli e la citata Amelia Rosselli. Curioso che ricompaiano membri di un gruppo così vario, di un gruppo non gruppo che prende il nome da un numero, il 63, penultimo della serie ciclica dell’Yijing composto da 64 esagrammi... Nel ’65 Bernhard muore – Potenza Sciamanica dei Numeri.

Sempre più si va scoprendo in Bernhard uno dei personaggi che più ha influito sulla cultura italiana tra anni Venti e Sessanta, restando sempre dietro le quinte. Il suo è un esempio dell’innamoramento sconfinato che da un certo punto la Mitteleuropa concepisce per la Cina, il Paese del Centro. A un certo punto del suo Libro dei sogni (Rizzoli 2007) Fellini racconta l’apparizione onirica di Bernhard: «Di nuovo mi parlò del Tao e della necessità di avere un fiducioso abbandono agli aiuti insperati della Provvidenza. […] Ho fatto I Ching e mi ha commosso l’esattezza della risposta riferita alla mia situazione psicologica e quella riferita al film. Ho chiesto “La situazione del film” ed ecco la risposta “il ristagno cessa” dice l’I Ching . EVVIVA».

Bernhard usa la Cina – al pari di Bertolt Brecht, Karl Kraus e Alfred Döblin – come corrimano d’emergenza a una situazione interiore ed esteriore in fieri. Ma già in precedenza l’Oriente aveva fatto da specchio a una Mitteleuropa magnetica: Musil inserisce interi passi del Tao te ching nei dialoghi dell’Uomo senza qualità; Nietzsche fonda sulle mitologie iraniche l’Also spracht Zarathustra (Lou Salomè finirà per sposare Friedrich Carl Andreas, iranista studioso dello Zarathustra storico, Zoroastro); Schopenhauer nasce a se stesso leggendo la traduzione (dal farsi) dell’Upnek’at, ovvero le Upanishad, fatta da Anquetil Duperron (ma l’India aveva già agito, con Schlegel e Von Humboldt): a tale lettura spinto nientemeno che da Goethe, questo eterno viaggiatore ed entusiasta perduto dell’Altro che nel corso della sua lunga vita si prenderà una cotta simultaneamente per una giovinetta e per un poeta della Persia, Hafez, che emulerà nel magnifico Divano occidentale-orientale: il più benvenuto dei malintesi.

Si osserva una strana regolarità, in questo alternarsi di filologi e filosofi. Quasi due fasi di una metabolizzazione, digestione a livelli ulteriori della sostanza estranea acquisita. Ogni nuovo «assalto», o tentativo di assalto coloniale ha i suoi orientalisti (Paul Deussen, Max Müller, James Legge, Richard Wilhelm) e i suoi metabolizzatori capillari. Fu Martin Buber, forse, ad avere la maggiore influenza sullo stesso Bernhard: che si appropria in modo più ravvicinato della costellazione dell’Yijing come se fosse una costellazione psicologica: «La prima parte dell’I Ching riguarda un compito psicologico e dice se è realizzabile o no».

Ma per capire meglio la specificità del tassello rappresentato da Bernhard dobbiamo chiederci quale posto avesse la Cina nel suo «sistema». E non sarà forse esagerato sostenere che il suo pensiero terapeutico attinga in primis a una fonte sciamanica – quale è la matrice dell’Yijing, il Libro delle Mutazioni. Così dice Bernhard in una lezione ai suoi allevi nel ’65: «C’è un bellissimo esagramma dell’I Ching, il Crogiolo, il n. 50, che significa che si riesce a fare della vita il destino, e questa è esattamente la differenza tra vita e destino. Se ho fatto qualcosa per me, per i miei pazienti, per i miei amici, e anche per il mondo dopo di me, è qualcosa che in linea di massima non mi interessa. […]. Se questo non è visto dal punto di vista della realizzazione di un mio destino individuale non vale niente». L’Yijing non si pone mai nel trappolario della verità; è una lente di cui Bernhard si appropria nella costruzione del destino individuale.

La scoperta occidentale del Libro dei Mutamenti – fatta in Cina dal gesuita Matteo Ricci alla fine del Cinquecento – produrrà molti epigoni, tra i quali nel Seicento l’Oracolo Manuale o Arte di Prudenza di Baltasar Gracián e sul finire del secolo le intuizioni di Leibniz che vedrà nel simbolismo degli esagrammi spezzati (rappresentanti il principio dello Yin) e di quelli uniti (rappresentanti lo Yang) un esempio di numerazione binaria.

Tanto ai libri della più acuminata saggezza morale che alle divinazioni della matematica combinatoria, sino alle più spericolate sperimentazioni della letteratura contemporanea, a torto o a traverso preesisteva dunque, come un fantasma, questo testo sciamanico – questo spiazzante anti-breviario.

I Ching di Ernst Bernhard. Una lettura psicologica dell’antico libro divinatorio cinese

a cura di Luciana Marinangeli

La Lepre, 2015, 142 pp., € 16

Vince chi arretra

Carlo Laurenti

Questo libricino è un atto quasi rituale, che uno scrittore come Perec non poteva non compiere: un omaggio alla struttura stessa d’ogni combinatoria umana. Il mondo dello Weiqi (il vero nome del gioco nato in Cina 2500 anni fa, e in Occidente noto col suo nome giapponese, Go) è un mondo prelinguistico e infatti, tra i suoi nomi, annovera anche quello di «linguaggio muto».

A più riprese il Go ha affascinato l’Occidente: sembra che la sua prima descrizione sia quella di Mendez Pinto, nella sua a tratti inattendibile Perigrinaçaõ; Matteo Ricci lo descrive appropriatamente con la sua lente scevra da appanni, con la sua retina da astronomo; Athanasius Kircher non può averlo negletto eppure la sua China illustrata, su questo punto, incredibilmente tace. Già Leibniz ne trasse con ogni probabilità ispirazione per la sua Characteristica universalis e, in un passo della lettera a un gesuita in Cina, rimprovera lui e i suoi colleghi di non rendersi conto dell’elevatissima valenza civilizzatrice di quest’arte o gioco dall’apparenza così semplice, e di tanta insondabile profondità (definendolo la più squisita forma di domesticazione della violenza). Walter Benjamin se ne dilettava con la moglie Dora: traendone metafore sulla tematica di fondo della Variazione come forma organica presente nell’arte e in natura; anche Raymond Roussel, a suo modo, gli rese omaggio in Locus Solus; invece Borges si accorse tardi del gioco: e tentò una strofa per suggellare quell’incontro mancato.

Insigne cruciverbista (plausibile secolarizzazione di un’ancestrale tradizione cabalistica), Perec non poteva resistere al fascino letale di quest’arte, e acconsentì a dare una mano agli amici scacchisti che gliel’avevano insegnata. Il suo fu così il solo unico vero finto trattato sul gioco, in tal modo riuscendo a liberarne l’enorme potenziale metaforico (lo stesso che più avanti lo porterà a concepire La vita, istruzioni per l’uso). Si rendeva conto, Perec, che al cuore delle metafore dei i suoi libri ve ne fosse una più rarefatta ancora, quella appunto del gioco degli scacchi d’accerchiamento, il Weiqi (o Go) – gioco infinito simile alla scrittura. Come una piuma Perec stava trascorrendo la sua breve vita negli anni in cui la rete insperata dello Strutturalismo sedava i marosi delle ideologie: prima cogliendo in filigrana l’esile pagina di ogni vita (Le cose), la tragedia dell’unica partita che ci è data; poi assumendo il gioco, ogni gioco, a tramite per sondare la presenza nella vita, in ogni vita, della poesia altrimenti contumace. Ogni suo esperimento non era che una partita, sempre ricominciata.

Nel 1969 Perec viveva al Moulin d’Andé, in Normandia (dove Truffaut aveva girato Jules et Jim); e insieme agli amici Jacques Roubaud e Pierre Lusson ricreò la situazione che aveva spinto Hesse, anni prima, a scrivere Il gioco delle perle di vetro. Una fisiognomica del Caso, una meteorologia manichea. Claude Chevalley (il professore di matematica che agli allievi Roubaud e Lusson, qualche anno prima, aveva prestato i fascicoli della Go Review) faceva forse parte di Bourbaki? Quanto uscì, da quella sfida tra goliardi, testimonia in realtà d’un ennesimo incontro mancato, dell’Occidente, con un gioco che in qualche modo incarna la quintessenza del così detto Oriente. Eppure, nella sua imperfezione, resta questa l’approssimazione, il conatus più felice.

Ma qual è la regola che governa il Go, la sottile arte del titolo? Vince chi arretra: questo, con ogni probabilità, il fascino più sottile di quest’arte morale più di ogni altra. Arte e non gioco, altro merito del titolo: perché tale è tuttora considerato (non da noi, ovviamente, dove giochi e infanzia sono irrisi). Il Weiqi o Go rinvia infatti all’infanzia del principe che, col gioco, apprendeva l’arte del governo. Quel che il gioco ci consegna è l’arte del Gubernetes: il piloto, Palinurus, il personaggio che vira, cabra in volo senza perdere il centro – lo snodo interno che magicamente fa sì che la virata non precipiti in tragedia, che l’acrobata non si sfracelli.

Georges Perec, Pierre Lusson, Jacques Roubaud
Breve trattato sulla sottile arte del go
a cura di Martina Cardelli, con un’intervista a Georges Perec, postfazione di Tiziana Zita
Quodlibet (2014), 168 pp.
€ 15