Un socialismo del XXI secolo?

Lelio Demichelis

Forse la sinistra non ha più il vento della storia che soffia nelle sue vele, come dice il titolo dell’ultimo libro di Franco Cassano. Forse davvero la lotta di classe è finita con il crollo del Muro di Berlino, perché la guerra contro il demos e i diritti dell’uomo e del cittadino, la guerra di posizione per la conquista dell’egemonia l’ha vinta il capitalismo. Forse le sinistre si sono illuse di poter creare un socialismo (magari anche un poco anarchico e libertario) via rete, dove invece trionfa l’ideologia della condivisione di tutti con tutti e con il tutto della rete: rete capitalista all’ennesima potenza.

Forse l’errore (un errore intellettuale e culturale, prima che politico) di un certo socialismo è stato quello di credere che il capitalismo potesse essere democratizzato, o che bastasse stipulare un soddisfacente matrimonio di interessi tra capitale e lavoro per controllarne gli spiriti animali. Forse l’errore (un altro) della sinistra è stato quello di pensare che si potesse vincere grazie ad una coscienza di classe forte, quando invece il capitalismo ha nella sua logica di funzionamento proprio la dissoluzione, lo scioglimento (attraverso la de-socializzazione, la falsa individualizzazione, i falsi bisogni che continuamente crea, l’industria culturale e del divertimento che incessantemente distrae e diverte) di ogni legame e di ogni coscienza (anche) di classe contraria al proprio funzionamento. Un capitalismo che è ormai apparato autopoietico: che cioè in se stesso e per se stesso ha la fonte e l’essenza della propria legittimazione e della propria riproducibilità infinita, capace di superare anche le contraddizioni che incessantemente crea, perché il capitalismo è una potentissima macchina di organizzazione ma soprattutto di socializzazione.

Dunque, dal capitalismo non si esce. La sua pedagogia ha ormai vinto, ha creato il suo uomo nuovo e i nuovi eroi sono gli imprenditori, appunto perché oggi ciascuno non è più persona ma solo capitale umano e imprenditore di se stesso, cioè non deve in alcun modo essere soggetto capace di individuazione e di soggettivazione, ma solo oggetto economico a produttività crescente e quindi assoggettato/integrato al capitalismo.

E invece si deve uscire da questa macchina autoreferenziale e bisogna farlo in fretta pena la dissoluzione definitiva della società (e la sua trasformazione in mercato), dell’ambiente naturale, dell’uomo/cittadino capace di saper/poter essere in-comune (non in comunità) con gli altri. Se il socialismo è nato nell’Ottocento, se è arrivato al potere nel Novecento in diverse forme ovvero, e semplificando: totalitarismo comunista o socialdemocrazia e/o welfare state europeo, ma se nel Novecento è forse anche morto, si può immaginare di resuscitarlo nel XXI secolo partendo magari da quella che era una periferia del mondo come l’America Latina? E poi, perché questa morte? A parte la vecchia e politicamente imbarazzante Unione sovietica, la sinistra europea è morta per proprio suicidio politico e culturale, accettando il neoliberismo (da Blair a Matteo Renzi) convinta che flessibilità, rete e globalizzazione fossero sinonimi di modernità e che quello fosse il giusto vento della storia.

Agli occhi di molti occidentali e di parte delle sue sinistre oggi allo sbando (perché cieche davanti alla realtà), la rivoluzione cittadina di Rafael Correa in Ecuador è sembrata un modello virtuoso, l’ultima speranza a cui aggrapparsi assieme a quella di altri (e comunque non omogenei) spostamenti a sinistra avvenuti in America Latina dall’inizio del nuovo millennio. Salita al potere dopo un ampio lavoro culturale e in forma pacifica e democratica, la rivoluzione ha elaborato una Costituzione detta di Montecristi (dal nome della località dove è stata discussa e approvata) tra le più avanzate del mondo quanto a riconoscimento dei diritti individuali, sociali, ambientali e civili, ma anche dei diritti di identità e di autonomia delle minoranze etniche oltre che di definizione di forme nuove di partecipazione democratica.

Un modello nuovo, per un socialismo del XXI secolo? Forse la realtà e la verità dei fatti dicono qualcosa di diverso. Carlo Formenti, in questo suo nuovo, documentatissimo e riflessivo libro a confine tra reportage e pamphlet (Magia bianca, magia nera – Jaca Book 2014) – esito di un seminario universitario e di una prolungata permanenza in Ecuador - prova a rompere l’illusione di questa rivoluzione che da subito (ancora!) ha cominciato a divorare i suoi figli e molti suoi padri se hanno ragione le opposizioni di sinistra che contestano il regime di Correa per avere imboccato una via tecnocratica, di preferire la magia nera del petrolio alla magia bianca del buen vivir e di preferire la modernizzazione via capitalismo (sia pure temperato) alla cultura tradizionale indigena fatta di cooperazione e di solidarietà comunitaria e di armonia tra uomo e natura. Scrive Formenti: “Ho dovuto prendere atto che l’etichetta di socialismo del XXI secolo è troppo generosa (perlomeno nel caso ecuadoriano) nei confronti di governi che, nella migliore delle ipotesi, possono essere definiti populisti di sinistra o post neoliberisti”. Con movimenti indigeni e nuovi movimenti sociali che “esprimono oggi un’amara delusione per le promesse non mantenute”.

Partiamo dal concetto di buen vivir. L’occidente ha creato la società del benessere (ben-essere), in realtà confondendo (Fromm) l’avere con l’essere. E questo sembra essere l’esito inevitabile di ogni via al capitalismo. Replicato in Ecuador dove i ceti medi, un tempo alleati delle culture indigene contro il neoliberismo, sono oggi su posizioni maggioritarie (il consenso populista di Correa) mentre gli indigeni sono tornati emarginati e minoritari. Buen vivir: vivere bene. Concetto affascinante, ma anche concetto passpartout, o sincretista: una vita dignitosa, anche se un poco austera; comunitaria; con forti valenze ambientali e spirituali; avvicinabile per alcuni al concetto occidentale di benessere (pur presentandosene come una variante), o di sviluppo come pure a bene comune e decrescita. Tutto e il contrario di tutto. Ma anche, scrive Formenti “riflesso di un rapporto di forza fra classi sociali, perché la posta dell’egemonia si gioca proprio nel rapporto fra movimenti indigeni e classi medie”. Con nuove élite e nuove classi dirigenti.

E poi: populismo, cui Formenti dedica pagine importanti. Macchina politica che personalmente consideriamo pericolosissima per la democrazia e la libertà (e la cittadinanza). Populismo: fenomeno di destra, oggi soprattutto di sinistra? Involuzione delle rivoluzioni antiliberiste ma incompiute in America Latina? Ha forse ragione il filosofo franco-argentino Ernesto Laclau a sostenere che il populismo è la sola logica politica possibile nel contesto attuale perché il popolo possa costruirsi in forma egemonica, con una volontà collettiva che trascenda le identità particolari, facendosi (gramscianamente) popolo (e non la classe operaia) che diventa Stato? Quello Stato – ancora Laclau – che, dopo la fase espansiva dei movimenti deve guidare dall’alto i processi per evitare derive corporative? L’idea di Laclau, scrive Formenti con ragione, è insoddisfacente. Come quella di Negri e le sue moltitudini. E dunque?

Per Formenti non basta tornare ad una visione marxista classica, ma prima occorre procedere ad una analisi dettagliata della composizione di classe che ha consentito lo sviluppo di questi movimenti rivoluzionari. E capire verso dove si sposta l’egemonia: “Se pende dalla parte dell’antagonismo indigeno nei confronti della civiltà capitalista, vince la magia bianca; se viceversa pende dalla parte dell’incivilimento del capitalismo attraverso il rafforzamento dei diritti individuali, vince la magia nera”. Resta il problema se il comunitarismo indigeno (o il suo marxiano comunismo primitivo) possa essere davvero anticapitalista e rappresentare una autentica magia bianca; mentre siamo convinti che i diritti individuali, se veri e capaci – come dovrebbero - di produrre soggettivazione e cura di sé e quindi anche degli altri non possano e non debbano essere associati inesorabilmente al capitalismo.

E dunque? Meglio lasciare l’Ecuador di Correa e andare nella Bolivia di Morales, simile ma molto diversa (ad esempio, per la sua composizione sociale)? Conclude Formenti: “Non intendo eleggere Evo Morales a eroe della rivoluzione mondiale né, tanto meno, voglio presentare il suo regime come un modello universale per la sinistra. Sono consapevole delle contraddizioni che lo caratterizzano (…). Ciò detto, mi pare giusto riconoscere che si tratta di un processo politico che, in ragione della forma che si è dato, appare tuttora aperto a un’evoluzione in senso socialista”.

Carlo Formenti
Magia bianca, magia nera
Jaca Book (2014), pp. 116
12.00

L’erba vorrei. Carlo Formenti

Vorrei che gli amici di alfabeta2 non mi avessero chiesto di iniziare un articolo con la parola vorrei… Perciò, dopo essermi formalmente adeguato alla richiesta, riformulo l’incipit sostituendo “vorrei” con “mi piacerebbe che”. Anzi, contrordine: meglio adottare un sommesso “gradirei che” (il verbo piacere ha troppe assonanze con i famigerati like di Facebook).

Ricomincio: gradirei provocare il lettore con qualche considerazione in merito all’eredità dell’Erba Voglio (implicita nell’iniziativa alfabetica, in barba all’effetto straniante prodotto dall’uso del condizionale). Premetto che i sentimenti di amicizia e simpatia che provavo negli anni Settanta nei confronti dei fondatori dell’Erba Voglio restano immutati a distanza di quarant’anni (ahimè!); è invece radicalmente cambiato il mio giudizio nei confronti del messaggio politico-culturale di cui la rivista fu latrice.

A noi tardo autonomi quel messaggio piaceva perché radicalizzava la critica nei confronti della cultura tradizionale del movimento operaio, nella misura in cui contrapponeva a una visione accentratrice e gerarchica dell’organizzazione politica una visione orizzontale e libertaria, ispirata alle pratiche del femminismo e a una lettura alternativa della teoria psicanalitica: no ai vecchi, noiosi programmi politici, sì al pensiero della differenza e alle pratiche desideranti.

Nei decenni successivi abbiamo avuto modo di verificare gli effetti (non “voluti” ma non per questo meno perniciosi) di quella svolta culturale. I “nuovi movimenti”, privi di un progetto politico comune, concentrati su singoli obiettivi (sistematicamente compatibili con la conservazione della società capitalista), lanciati all’inseguimento di “differenze” foriere di derive identitarie, mobilitati all’insegna di un “desiderio” che poco aveva a che spartire con la radicalità lacaniana del concetto (e assai più con i velleitari svolazzi “antiedipici” della coppia Deleuze/Guattari o, peggio, dei loro mediocri emuli italiani, francesi e americani), non sono stati minimamente in grado di contrastare la controrivoluzione liberal-liberista;

di più: ne sono stati in certa misura complici, favorendo la crescita di una mentalità individualista e soggettivista che ha indebolito la capacità di lotta delle nuove generazioni, già compromessa dalla frantumazione del corpo di classe associata alla ristrutturazione capitalista. Per concludere: gradirei che quanto resta della sinistra radicale tornasse ad associare il verbo volere all’endiadi gramsciana – pessimismo della ragione, ottimismo della volontà – e non alla chiacchiera desiderante dell’Erba Voglio. O dell’Erba Vorrei.

 

alfadomenica giugno #2

GALLINO e FORMENTI sull'EUROPA - SCOTT BROWN sull'ARCHITETTURA – CARBONE Semaforo - ANNOVI Poesia - CAPATTI Ricetta

LUCIANO GALLINO. L'ALTRA EUROPA
Conversazione con Lelio Demichelis

Professore emerito dell’Università di Torino, dove ha insegnato sociologia per trent’anni. Esperto di sistemi produttivi, della loro trasformazione e degli effetti della globalizzazione. Negli ultimi anni Luciano Gallino ha dedicato il suo lavoro di analisi e di critica alla crisi finanziaria iniziata nel 2007, alle cause che l’hanno prodotta e agli errori (drammatici, per gli effetti sociali che stanno producendo) commessi poi dall’Europa.
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RAGIONANDO DI ELEZIONI
Carlo Formenti

Un paio di mesi fa era apparsa su queste pagine una mia “Lettera aperta ai compagni della sinistra radicale sulle elezioni europee”. Si trattava di un documento in cui spiegavo le ragioni per cui la lista Tsipras non suscitava il mio entusiasmo.
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INVENZIONE E TRADIZIONE
Denis Scott Brown

Pubblichiamo un'anticipazione dal nuovo libro di Riccardo Salvi Identity Matters in libreria per Franco Angeli nei prossimi giorni. Oltre all'introduzone del curatore Identity Matters è una raccolta di saggi di autori diversi che rispondo alla domanda sull’esistenza o meno di una identità nazionale in architettura.
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SEMAFORO
Maria Teresa Carbone

FUOCHI  - LINEE  -  LIBRI -   MERCATI  -  MITI

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NOTE AL DISBOSCO
Gian Maria Annovi

non occorre che tu queste piante queste suole lunghissime di sughero
queste ghiandole e briciole
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RISI E PATATE - Ricetta
Alberto Capatti

In una canzonetta triestina, si dileggiava lo slavo che scendeva in città, Mirko de Sesana, il quale, seduto al caffè degli specchi, ordinava da bere e gli servivano riso e patate, ed era felice e contento.
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*alfadomenica è la rubrica settimanale di alfabeta2 in rete:
ogni domenica articoli di approfondimento, dibattiti, scritture, poesie ecc.

Ragionando di elezioni

Carlo Formenti

Un paio di mesi fa era apparsa su queste pagine una mia “Lettera aperta ai compagni della sinistra radicale sulle elezioni europee”. Si trattava di un documento in cui spiegavo le ragioni per cui la lista Tsipras non suscitava il mio entusiasmo:

1) perché riproponeva la vecchia logica di un accordo puramente elettorale fra le varie componenti di una sinistra radical-istituzionale (scusate l’ossimoro ma non saprei come altro definirla) priva di identità sociale e progetto politico; 2) perché irritato dall’ipocrisia con cui si spacciavano come “costruite dal basso” liste raffazzonate all’ultimo momento con un occhio all’appeal mediatico dei candidati (molti dei quali “falsi”, in quanto dichiaravano a priori la propria intenzione di rinunciare ove eletti) e l’altro agli accordi fra le correnti in campo; 3) perché alimentava illusioni riformiste nei confronti di istituzioni europee palesemente irriformabili e irrimediabilmente oligarchiche; 4) perché ambiva a rappresentare una generica “società civile”, priva di ogni caratterizzazione di classe.

Quell’intervento provocò una pioggia di critiche (e qualche insulto) alle quali ho scelto di non replicare perché non volevo venisse interpretato come una “campagna contro”, limitandomi a dire che l’avrei votata anch’io, sia pure turandomi il naso, dando la preferenza a qualcuno dei candidati degni di stima (che in effetti non mancavano). A urne chiuse e a esito acquisito, posso confessarlo: alla fine non ho avuto il coraggio di votarla, per la prima volta da trent’anni a questa parte non sono andato a votare, come credo abbia fatto la maggioranza dei compagni impegnati nelle lotte di base contro la disoccupazione e il precariato, per il diritto alla casa e per la difesa di ambiente e territori.

Sul Manifesto Luciana Castellina si è compiaciuta del fatto che i voti raccolti dalla lista abbia superato la somma di quelli che sarebbero andati a Sel e Rifondazione se si fossero presentati separatamente, io credo invece che dovremmo riconoscere che quel “surplus” appare miserabile, ove confrontato alla massa degli elettori che hanno votato PD, Grillo o si sono astenuti. In effetti, perché avrebbero dovuto votare per una coalizione in cui c’è un partito come SEL, incerto se continuare a fare da mosca cocchiera al PD o confluire direttamente nella sue fila, accogliendo l’invito a dare vita a una “sinistra” unica formulato dalla Camusso in un’intervista al Corriere, un partito i cui rappresentanti non possono presentarsi davanti agli operai dell’Ilva e alla gente di Taranto senza arrossire di vergogna?

Perché avrebbero dovuto votare per una coalizione in cui c’è Rifondazione, un partito pervaso da pulsioni sucide che lo hanno indotto, dopo avere assicurato nel corso di un recente congresso che mai più lo avrebbe fatto, a immolarsi nel ruolo di garante “antagonista” di una ennesima operazione Arcobaleno, egemonizzata da forze che antagoniste non sono. Perché, infine, avrebbero dovuto votare per la sinistra liberal-chic di ALBA, che antepone il pur nobile impegno per i diritti civili a quello per la difesa degli interessi materiali delle classi subordinate?

Personalmente il colpo di grazia a ogni residua intenzione di recarmi al seggio me lo ha dato l’intervista che il candidato Luca Casarini, ex leader dei Disobbedienti, ha rilasciato al Corriere a pochi giorni dal voto. Intervista in cui ha spiegato che, oggi, i “veri” proletari sono artigiani e lavoratori autonomi. Mentre lo ringrazio per avermi aiutato a risparmiare la fatica di votare, lo invito caldamente ad andarsi a leggere Dove sono i nostri, il libro pubblicato dal collettivo Clash City Workers che, forse, lo aiuterà a capire che la composizione di classe in Italia è un po’ più complessa e che, per una sinistra radicale degna di questo nome, esistono altri soggetti sociali in cui identificarsi e per cui lottare.

Sempre ai compagni di Clash City Workers dobbiamo quella che mi è parsa la più lucida analisi del risultato elettorale che mi sia capitato di leggere: i proletari, scrivono, hanno votato in massa PD perché Renzi ha messo loro in busta paga i famosi 80 euro; il che non significa, aggiungono, che meritino il nostro disprezzo per avere ceduto alla lusinga di un tozzo di pane; significa, piuttosto, che la crisi li morde alla gola al punto da apprezzare anche questa piccola boccata d’ossigeno, e che nessuno gli ha spiegato che quello che Renzi sfilerà dalle loro tasche con aumenti di flessibilità, tagli alla spesa pubblica e al welfare sarà assai più di 80 euro. Significa anche che nessuno ha spiegato loro che il PD di Renzi è qualcosa di più complesso e pericoloso di una socialdemocrazia moderata.

Ci ha provato Luciana Castellina nel già citato articolo sul Manifesto, scrivendo che il PD, più che una nuova DC è una versione italianizzata dei Democratici americani. Non sono d’accordo: il PD è la nuova DC, nel senso che svolge la stessa funzione di corpaccione interclassista in grado di garantire l’egemonia culturale e politica delle classi dominanti - funzione che, essendo cambiati modo di produzione, composizione di classe e tecniche di costruzione del consenso va svolta con metodi aggiornati, effettivamente più simili a quelli made in Usa. Ma è anche molto di più: i peana che gli hanno tributato Merkel, Monti, Obama, Confindustria e sistema dei media è lì a dimostrare che in Italia è in atto un esperimento politico che mira a imporre ai proletari il disciplinamento liberista con metodi più “soft” di quelli adottati nel caso greco, a far digerire i tagli a redditi e welfare spacciandoli come metodi per rilanciare l’occupazione e costruire un welfare “moderno”.

Renzi ha detto che la sua è stata la vittoria della speranza sulla rabbia. Ha ragione: così come il Yes We Can di Obama ha sedotto gli elettori americani, l’imbonitore Renzi ha illuso gli elettori italiani, mentre la rabbia di chi non gli ha creduto ha trovato espressione più nell’astensione che nel voto a Grillo, o che in quello ben più deludente alla lista Tsipras. Da qui in avanti il compito della sinistra antagonista sarà spiegare ai proletari italiani quali interessi di classe incarna il PD, per organizzare la lotta contro la sua politica e contro quell’Europa delle lobby finanziarie di cui il PD è espressione locale. Per svolgere tale compito, tuttavia, occorre mettere da parte le illusioni in merito alla possibilità di ricostruire la sinistra attorno a partitini residuali che mirano solo a conservare qualche posticino nelle istituzioni di una “democrazia rappresentativa” che non rappresenta nulla e nessuno.

Occorre prendere atto che viviamo in un regime postdemocratico, per cui non è alle prossime elezioni che dobbiamo guardare bensì a scadenze come quella della manifestazione del prossimo 11 luglio a Torino, per “dare il benvenuto” ai rappresentanti europei che là si riuniranno a discutere di (dis)occupazione giovanile. Certo manifestare non basta, ma queste mobilitazioni servono anche e soprattutto a far maturare le condizioni per l’unificazione dei movimenti antagonisti in un progetto politico comune. Lo si è visto in occasione del 18 e 19 ottobre del 2013 e dello scorso 12 aprile, ma lo si è visto anche in occasione dell’assemblea di massa che si è tenuta a Torino lo scorso 31 maggio per preparare la mobilitazione dell’11 luglio: la via per ricostruire la sinistra passa da qui, non dai seggi elettorali.

alfadomenica marzo #1

BIFO e FORMENTI sull'EUROPA - RASTIER su HEIDEGGER - CAPATTI / RICETTARIO DELLA DOMENICA - CEPOLLARO / POESIE  - ACCARDI / VIDEO - EMMER su LICATA *

PERCHÉ VOTEREMO PER LA LISTA TSIPRAS
Franco Berardi Bifo

Qual è l’orizzonte in cui si colloca la lista Tsipras che nasce in questi giorni e si presenterà alle elezioni europee di maggio? In quale contesto opera, quali obiettivi potrà proporsi?
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LETTERA APERTA AI COMPAGNI DELLA SINISTRA RADICALE SULLE ELEZIONI EUROPEE
Carlo Formenti

Dire che la Lista per Tsipras, così come viene configurandosi, rischia di essere un’ennesima occasione mancata per rilanciare una sinistra italiana degna di questo nome è un eufemismo.
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NON C'È NESSUN AFFAIRE HEIDEGGER
François Rastier

Il carattere nazista della filosofia heideggeriana è stato oggetto di numerose analisi, nelle quali si è voluto vedere altrettanti affaires speciosi e diffamatori. Con la pubblicazione dei Quaderni Neri (Schwartzen Hefte), quelle analisi cominciano a ricevere dallo stesso Maestro conferme postume ma irrefutabili, che hanno messo in grande agitazione i suoi discepoli.
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INEDITE QUALITÀ
Biagio Cepollaro

il corpo sa che tra i suoi mobili confini e le strade si accumula
una gran massa d’acqua che piove dal cielo.
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GOCCE DI MARSALA
Alberto Capatti

Ricominciamo, dopo il mese d’agosto 2013, a suggerire delle ricette con cadenza, per ora settimanale, partendo da una domenica che non è più giorno di festa ma di maggiore libertà.
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Pochi giorni fa sono scomparsi Carla Accardi e Riccardo Licata. A Carla Accardi alfabeta2 aveva dedicato il numero 7 (marzo 2011) del mensile interamente illustrato con le sue opere; Qui la ricordiamo con un video realizzato in occasione di una mostra alla galleria Valentina Bonomo di Roma; Licata è ricordato da un articolo di Michele Emmer.

CARLA ACCARDI - Intervista

ARS COMBINATORIA
Michele Emmer

Riccardo Licata era arrivato a Venezia nel secondo dopoguerra per studiare all’Accademia di Belle Arti. È il momento della contrapposizione tra la nuova astrazione (Vedova, Santomaso, Turcato) e il realismo.
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*alfadomenica è la nuova rubrica di alfabeta2 in rete:
ogni domenica articoli di approfondimento, dibattiti, scritture, poesie ecc.

Lettera aperta ai compagni della sinistra radicale sulle elezioni europee

Carlo Formenti

Dire che la Lista per Tsipras, così come viene configurandosi, rischia di essere un’ennesima occasione mancata per rilanciare una sinistra italiana degna di questo nome è un eufemismo. Quello che si sta prospettando è una sorta di Ingroia2, o Arcobaleno3, affiancato da un’area neoliberale rappresentata dal “Partito dei Professori” di ALBA e da alcuni intellettuali (come Barbara Spinelli e Paolo Flores D’Arcais) che fanno capo a testate come Micromega e il Fatto Quotidiano.

Ma non si voleva arrivare appunto a una lista unitaria in grado di proiettarsi al di là delle vecchie coalizioni dei partitini della sinistra radicale? Sì, ma l’idea era che questo progetto unitario conservasse chiari tratti di sinistra e incarnasse una forte scelta politica contro questa Europa, espressione antidemocratica degli interessi del capitale finanziario globale. Di tutto questo non mi pare resti traccia alcuna, a partire dal simbolo, una sorta di tappo di bottiglia, da cui è stata espunta persino la parola sinistra (a scanso di ogni equivoco, caso mai qualcuno ancora nutrisse illusioni in merito) e nel quale l’unica connotazione ideologica è affidata al nome del leader (si sa, siamo in tempi di personalizzazione della politica) e al colore rosso dello sfondo sul quale il nome si staglia.

Ma ad apparire intollerabili sono soprattutto altri due fatti: 1) l’idea di Europa che emerge dal dibattito politico fra i promotori della lista; 2) la discussione sulle modalità di scelta dei candidati. I primi segnali di un “sequestro” del dibattito su quale Europa vorremmo al posto di quella della BCE e della Troika, si sono avuti con la “discesa in campo” di Vendola e Sel, cui si sono affiancati, pur non appoggiando (almeno finora) esplicitamente la candidatura Tsipras, autorevoli esponenti della sinistra Pd, come Fassina e Civati che, in dialogo con la Spinelli e Gianni Alfonso, prospettano l’idea di una “terza via”, né mercatista né euroscettica.

Da qualche decennio (Blair docet) abbiamo sperimentato sulla nostra pelle dove portino le “terze vie”; nel caso in questione credo portino a far smarrire ai cittadini europei la consapevolezza che tanto le attuali istituzioni quanto l’attuale configurazione del sistema produttivo e finanziario europei sono irriformabili, e che, se si vogliono difendere gli interessi delle classi subalterne, questa Europa può solo essere distrutta per costruirne dal basso un’altra sulle sue ceneri. Ma questi, si sa, sono pericolosi discorsi sovversivi, cui nessuno dei Professori che hanno preso saldamente in pugno le redini del progetto desidera lasciare spazio. Quindi, per evitare falle nel dispositivo, occorre stabilire un ferreo controllo anche sulla scelta dei candidati, e qui veniamo al secondo punto.

Il testo (se ho ben capito redatto da Guido Viale per conto di ALBA) che fissa alcuni punti di principio in merito è un vero capolavoro di ipocrisia. Dopo i soliti peana sulla democrazia dal basso e sul ruolo dei movimenti (che però non sono mai convocati a parlare in prima persona) si dice che vanno accuratamente evitate soluzioni assembleari, primarie e quant’altro perché “manipolabili” dai partitini (cioè i professori si arrogano il diritto di vegliare sulla democrazia perché non “divori se stessa?”). Poi vengono fissati criteri rigorosamente antipartitici in onore al sentimento populista diffuso – tanto per far vedere che non si è da meno di 5Stelle – dove non è difficile capire che, quando si parla di non ricadere nel minoritarismo, il vero bersaglio sono le sinistre radicali e antagoniste più che l’idea di partito in sé. Quindi no a chi abbia ricoperto cariche istituzionali o ruoli politici all’interno di questo o quel partito. Unica eccezione i sindaci.

E perché mai?! Non siamo pieni di sindaci sotto inchiesta per collusione con la mafia, corruzione e quant’altro, esiste forse un solo motivo perché i sindaci debbano essere apriori considerati più affidabili degli altri politici (che non sia mera demagogia populista: sono più “vicini” agli elettori e consimili banalità). E i criteri in positivo? Quelli delle macchine elettorali che ormai mettono tutti d’accordo, in onore delle esigenze di spettacolarizzazione/ personalizzazione della politica: scegliere “nomi forti” che possano attrarre il maggior numero di voti possibile. Proviamo a riassumere. Chi c’è dentro questo progetto?

Un’alleanza fra Professori e intellettuali europeisti che è un curioso miscuglio di populismo di sinistra e riformismo socialdemocratico; i resti compressi e messi in un angolo dei partiti della sinistra radicale e un po’ di nouveaux philosophes postoperaisti felicemente avviati ad arruolarsi nel campo degli europeisti liberali di sinistra: Negri e Casarini (che per la verità non è philosophe né nouveau) hanno già dato il loro appoggio, e da poco si è aggiunto il mio vecchio amico Franco Bifo Berardi che, secondo quanto leggo in una mail che mi invita a sostenerne la candidatura, avrebbe accettato di impegnarsi solo dietro insistenze dei compagni e per “spirito di servizio” nei confronti dei movimenti (ho riso per mezz’ora leggendo quella formula da vecchio notabile Dc che sicuramente gli è stata indebitamente attribuita, nel senso che avrebbe potuto usarla solo per provocazione dadaista).

Una bella ammucchiata da far impallidire tutti i vecchi Arcobaleni e che, temo, avrà scarso appeal nei confronti degli elettori delle classi subalterne incazzati con l’Europa i quali, di fronte a questo pasticcio, saranno fortemente tentati di astenersi o di votare per Grillo. A meno che i compagni dei movimenti trovino le energie per entrare con i piedi nel piatto dei professori e imporre candidature che siano riconoscibili non in quanto “nomi eccellenti” ma in quanto bandiere delle lotte.