Speciale: Il populismo al tempo degli algoritmi / 1

populismoPubblichiamo oggi con gli interventi di Gigi Roggero e di Lelio Demichelis la prima parte di uno speciale che, prendendo spunto da alcuni temi trattati nel recente volume di Carlo Formenti La variante populista (già recensito su alfabeta2 da Cristina Morini), si propone di affrontare le nuove declinazioni del cosiddetto populismo. Il dibattito continuerà sabato 4 dicembre con i contributi di Franco Berardi Bifo e di Paolo Gerbaudo.

La puzza del furore e l’arbre magique della teoria

Gigi Roggero

In questo contributo non ritorneremo in modo sistematico sulla Variante populista di Carlo Formenti (rimandiamo alla recensione La variante rivoluzionaria, pubblicata su Commonware). Ci concentriamo invece su un paio di questioni che emergono dal libro e forse ancor più dai dibattiti intorno a cui il libro gira.

La prima riguarda l’autonomia del lavoro vivo. Si confrontano due posizioni: da una parte quelli che la vedono già pienamente realizzata nella composizione tecnica di classe, dall’altra quelli che – proprio sulla base della composizione tecnica – ne negano la possibilità. Per motivi speculari, entrambe le posizioni sono secondo noi errate. La prima perché confonde la potenza dello sfruttamento con la potenza del lavoro vivo, immaginando che a quest’ultimo basti semplicemente scrollarsi di dosso un involucro capitalistico che ormai non ha più alcuna funzione nell’organizzazione della cooperazione sociale. Fa bene Formenti a polemizzare, per esempio, con chi vede l’algoritmo come espressione dell’autonomia del lavoro vivo, senza porsi il problema di chi possiede e controlla l’algoritmo (come se nelle fabbriche tayloriste l’organizzazione sgorgasse dal cronometro e non dal padrone). Ciò non significa, tuttavia, che non si possa conquistare autonomia in una società dominata dai padroni degli algoritmi. Chi la pensa in questi termini, vede un capitale continuamente infallibile nel produrre i soggetti di cui ha bisogno; nella variante foucaultiana – alla Dardot e Laval – le resistenze non sono negate, ma costituiscono nella relazione con il potere un gioco a somma zero. In questo modo l’esistenza del dominio del capitale, il che è un dato di realtà, viene eternizzata, il che è un pregiudizio.

Il problema è che entrambe le posizioni sono incatenate alla fotografia – corretta o immaginifica che sia – della composizione tecnica, ossia dell’articolazione capitalistica della forza lavoro, e da questa ricavano la soggettività del lavoro vivo. Per gli uni la soggettività è potente in quanto non vedono lo sfruttamento, per gli altri la soggettività è sottomessa in quanto vedono solo lo sfruttamento. Nessuna delle due posizioni immagina la soggettività come un campo di battaglia politico. Nessuna delle due posizioni concepisce l’autonomia come posta in palio di questa battaglia, cioè su un livello di realtà in grado di essere incompatibile con la riproduzione dei meccanismi di dominio del capitale. Diciamola schematicamente: dal punto di vista rivoluzionario l’autonomia si costruisce attraverso il conflitto e la rottura, oppure non si costruisce.

Arriviamo alla seconda questione, che dà il titolo al libro di Formenti, così come ai media di buona parte del mondo: il cosiddetto populismo. Tale etichetta non ha nulla a che vedere con ciò che storicamente il populismo è stato: rimandiamo anche qui alla recensione su Commonware, limitandoci a ripetere che se di teorici populisti possiamo oggi vagamente parlare, sono coloro che ideologicamente si affidano alla spontanea capacità della cooperazione sociale di creare le proprie istituzioni, confondendo il co-working con l’obscina russa. Concentriamoci invece sull’indistinta definizione che ne viene data oggi nel mainstream: è definito populismo tutto ciò che turba l’ordine istituzionale costituito. Tuttavia, nella misura in cui questo coacervo «populista» sta diventando un nuovo ordine istituzionale, cessa il loro turbamento. E cessa dunque il nostro interesse. Dovremmo dunque cominciare a dire che la divisione non è tra sistemisti e populisti, come qualche tempo fa ha detto un dirigente del PD, bensì tra stabilizzatori e destabilizzatori del sistema.

(Per inciso: per ragioni analoghe la discussione tra sovranisti ed europeisti ci pare – ancora una volta – oziosa. Ai rivoluzionari interessa tutto ciò che apre rotture, siamo contro tutto ciò che riproduce stabilità. Le nuove forme istituzionali che le lotte possono costruire non possono essere predeterminate a tavolino, né tanto meno essere ricalcate sulla dialettica istituzionale dominante. Quando l’alternativa sembrava essere tra Stato moderno e impero pre-moderno, fu la sovversione operaia e proletaria a rompere e dire prima comune e poi soviet. Era anch’essa complice delle forze reazionarie?)

Ora, per rimettere il tema fuorviante del populismo sui piedi della composizione di classe, sgomberiamo il campo da un fastidioso equivoco ripetuto a pappagallo, lasciando a ognuno la risoluzione del dubbio su dove finisca la malafede e dove inizi la stupidità di chi lo cantilena. Qui, dalle nostre parti politiche, non c’è nessun entusiasmo per i rutti e le scoregge di lavoratori impoveriti, precari e disoccupati. Ne faremmo volentieri a meno, perché la puzza è tanta e non ci piace. Diciamo semplicemente una cosa che dovrebbe essere banale, purtroppo non lo è e ci tocca ribadirla: rutti e scoregge non appartengono a un’inclinazione ontologica verso la rozzezza e le passioni tristi, sono l’espressione di una condizione materiale che, nella crisi, non ha ancora incontrato una concreta opzione rivoluzionaria collettivamente percorribile. Possiamo scegliere di tapparci il naso e rifugiarci nel profumo delle nostre piccole comunità, a consumare la bellezza dei nostri discorsi e a respirare la purezza di disincarnate vite resistenti. Qui nessuno rutta e scoreggia, tutti ci diamo ragione a vicenda, gli arbre magique della teoria si accompagnano alla pratica delle apericene: l’unico problema è che nessuno politicamente conta niente, e quando vuole contare è perché decide di andare con i vincitori (salvo magari, per fortuna, portargli una certa dose di sfiga). Non solo: appena queste famose vite astratte si incarnano in soggetti tangibili, vengono disprezzate in quanto plebaglie reazionarie. Dalle passioni gioiose di Spinoza alla paura delle folle di Le Bon il passo è stato drammaticamente breve.

Compagne e compagni, torniamo a parlare della materialità dei rapporti sociali. La puzza, purtroppo, è un principio di realtà, perché è la puzza dello sfruttamento, dell’oppressione, dell’umiliazione. E non stiamo pensando solo ai minatori della rust belt, ma alle masse del ceto medio declassato e dei lavoratori cognitivi il cui rancore non è una scelta, bensì il frutto di una rabbia che è stata loro sparata nelle vene. Nella storia, del resto, l’unico luogo in cui i proletari non puzzano sono i libri patinati degli intellettuali di sinistra. Ora, pensiamo che dalla puzza del furore non possa che venire una puzza ancora peggiore? La si smetta dunque di fantasticare di moltitudini insorgenti, si dichiari la fine della storia e la vittoria irreversibile del capitale, o magari lo si difenda dai suoi eccessi. Ci si rassegni tristemente all’ideologia della sconfitta, dopo aver propagandato irresponsabilmente quella della vittoria. Vogliamo trasformare questa puzza in profumo rivoluzionario? Allora dobbiamo comprenderla, rapportarci, criticarla dall’interno, rovesciarla contro i nostri nemici, quelli democratici e quelli post-democratici.

Attenzione, però: coloro che oggi inorridiscono di fronte alla barbarie dei lavoratori bianchi, sono pronti a fare altrettanto di fronte alla barbarie dei lavoratori neri, o davanti a quella consistente parte di donne che ha preferito scoreggiare con Trump invece di sognare l’aperitivo con Hillary. E quando i migranti di seconda o terza generazione delle periferie europee, quelli che portano sulla propria pelle e nella propria storia le ferite del colonialismo, vedono nell’Isis un realisticamente mostruoso sbocco per l’odio accumulato, immediatamente anche loro vengono bollati come fascisti. Con buona pace dell’anti-eurocentrismo, parecchi di coloro che oggi strepitano contro la barbarie del maschio bianco, ieri sventolavano le bandiere del maschio bianco Charlie, e magari domani sventoleranno quelle del maschio bianco Renzi – giurando in questo di turarsi il naso, proprio laddove dovrebbero rifiutare il tanfo del nemico.

Il problema principale, quindi, non è Trump o l’Isis: siamo noi e la nostra incapacità di indirizzare quell’odio contro i padroni. Chi pensa di fermare la guerra tra poveri con i buoni sentimenti, non capisce o finge di non capire che essa cesserà solo nel momento in cui quelle forze si ricomporranno nella guerra ai ricchi. Gli appelli frontisti contro l’apocalisse, oltre a non aver politicamente senso, non hanno socialmente presa, per il semplice fatto che per molti – oggi come un secolo fa – l’apocalisse è già avvenuta. Chi non vede o non vuole vedere questa realtà maleodorante e maledettamente concreta, non sta difendendo un pezzo o l’altro della composizione di classe: sta difendendo semplicemente se stesso e la propria collocazione dentro il sistema. E dunque il sistema stesso.

Infine, vogliamo tranquillizzare chi in questi giorni si affanna a spiegare che il multimiliardario Trump fa schifo e non è vero che è contro l’establishment (!): fatica sprecata, dalle nostre parti il fetore del porco è chiaro. Il problema è che le nostre microparti sempre più saranno scollegate dalla nostra macroparte potenziale finché pensiamo che essa sia composta da plebi ontologicamente stupide e reazionarie, o «accozzaglia» per usare recenti termini di moda. La puzza sotto il naso non serve per odorare il tanfo dei Trump, ma per spingere ampi pezzi della composizione di classe nelle loro braccia. Non solo: chi si affanna in questa inutile operazione mostra di avere un’immaginazione politica chiusa nella dialettica istituzionale, in cui l’unica libertà di scelta è tra Trump e Clinton, Renzi e Salvini, Coca Cola e Pepsi. E il frontismo neo-dem è l’unico sbocco possibile. Pace all’anima loro. Ci auguriamo almeno che, quando si tratterà di fronteggiare i fascisti veri, costoro depongano la tastiera e siano al nostro fianco.

La grande narrazione del tecno-capitalismo

Lelio Demichelis

Per cambiare il mondo, bisogna prima capire cosa è accaduto e cosa sta ancora accadendo. Serve analizzare i meccanismi della crisi del capitalismo come biopotere; capire perché le sinistre non vi si oppongono più (neppure in senso riformista), ma anzi sostengono e promuovono il capitalismo, essendosi da tempo attivamente impegnate nella gestione dei suoi nuovi dispositivi di potere (neoliberismo e ordoliberalismo). Perché questa ultima crisi non è un «incidente» nella storia del capitalismo (la crisi ne è un elemento strutturale: de-strutturante/de-socializzante e insieme incessantemente ri-strutturante/incorporante), ma serve a «disarticolare le classi subordinate» (a un capitalismo ormai globale) «e ad annientarne la loro capacità di resistenza».

In più, occorre fare i conti con il determinismo tecnologico imperante, e quindi anche con l’operaismo e il post-operaismo; con il loro (e del primo Marx) favoleggiare di general intellect, di un’uscita dal capitalismo grazie alle sue contraddizioni e alla tecnologia. Del tutto incapaci – quel Marx e gli operaisti e post-operaisti – di comprendere l’essenza della tecnica, il suo essere comunque capitalista ma anche di essere un potere e un sapere in sé e per sé.

Tutto questo analizzato porta Carlo Formenti e la sua Variante populista a cercare nuovi soggetti politici capaci di fare lotta al capitalismo; e a trovarli nel populismo (in un populismo particolare, però), unica forma politica capace oggi di unificare la galassia dei soggetti conflittuali esistenti, riappropriandoci «dell’idea di popolo come unità contrapposta a élite» e riconoscendo che le sinistre hanno tutto da imparare, comunque, dal populismo. Ultima annotazione di Formenti: occorre recuperare un discorso sulla sovranità nazionale, da non confondere col nazionalismo, ma andando piuttosto verso «un’idea post-nazionalista di nazione».

Questo in estrema sintesi. In realtà, l’analisi di Formenti è molto complessa ma è soprattutto molto corretta. Meno condivisibile, per noi, la parte sul populismo. Il populismo – e Formenti lo sa – ci fa paura comunque (soprattutto perché, come riconosce, tende a escludere corpi intermedi, contrappesi di potere e società civile). Perfetta, invece, è appunto l’analisi sul capitalismo e i suoi dispositivi (anche) di crisi. Perché il capitalismo non è solo un sistema economico. Non è solo la mano invisibile di Adam Smith e neppure la sua fabbrica di spilli. Soprattutto non è più un mezzo che lo stato, la democrazia, la società possono utilizzare per raggiungere i loro obiettivi, adattandolo alla loro scelta sovrana (la democratizzazione del capitalismo è durata solo trenta gloriosi anni, poi il capitalismo ha de-democratizzato la democrazia), ma è diventato il fine (tutti capitalisti) e il nuovo sovrano. Mentre la forma capitalista è divenuta la forma della società, così come la forma tecnica della rete è diventata forma sociale e l’uomo è diventato esclusivamente un homo œconomicus (o technicus), la sua vita intera è nel mercato, per il mercato, con il mercato. E in rete, per la rete e con la rete – che è la nuova forma del capitalismo, che abbiamo altrove definito come ordoliberalismo 2.0.

Il capitalismo (con la tecnica) è ormai soprattutto una Grande narrazione (smentendo Lyotard), iper-moderna più che post-moderna; o una disciplina/biopolitica, secondo Foucault; o una egemonia compiuta, usando Gramsci; o un Grande Dio per una Grande religione tecno-capitalista, secondo noi. Capitalismo (con la tecnica) che vive non solo di scambio, ma di concorrenza (l’ordoliberalismo), di società come mercato e come impresa (il neoliberismo & l’ordoliberalismo), di mercato come ordine che deve tradursi in ordine costituzionale dello stato (ancora l’ordoliberalismo), di uno stato che deve lasciare fare (il neoliberismo) ma che soprattutto (per l’ordoliberalismo) deve promuovere il mercato e la concorrenza. Un capitalismo che non produce solo merci, ma sempre più emozioni, desideri, relazioni di comunità con l’impresa o con un brand e innovazione tecnologica incessante e anch’essa emozionante e comunitarizzante. E quindi egemonia. Condivisa, paradossalmente, anche a sinistra: Lenin ammirava il taylorismo e il cottimo, il post-operaismo ritiene che per realizzare il socialismo basterebbe abbattere l’apparato politico del capitalismo per conservarne, socializzandolo, l’apparato tecnologico.

In realtà, ricorda giustamente Formenti, «non esistono forze produttive neutre, le tecnologie non sono strumenti liberamente adattabili alle esigenze di chiunque se ne serva, bensì elementi di un ambiente complesso che incorpora nella propria costituzione materiale, nella propria forma e nelle proprie funzionalità un complesso di dispositivi di comando e di controllo in grado di selezionare comportamenti, conoscenze e attitudini individuali e di gruppo; e che quindi un’eventuale società post-capitalista, prima di poter ereditare questo apparato produttivo, dovrebbe trasformarlo radicalmente». Credere che la rete sia democratica e liberante/liberatrice in sé è un’illusione che ci fa dimenticare che «questo ambiente tecnologico incorpora un codice, un sofisticato complesso di regole e procedure che definiscono a priori cosa è possibile fare». Arrivando oggi, aggiungiamo, agli algoritmi e alle macchine che apprendono da sole, che bastano e avanzano (a differenza di quello che pensava Toni Negri) per cancellare l’idea di una società della conoscenza – perché se la conoscenza è incorporata negli algoritmi, non c’è, conseguentemente, conoscenza sociale o general intellect.

In verità, scrive Formenti, «il capitalismo non può riprodursi senza aggredire ininterrottamente tutto ciò – risorse naturali, società, culture, relazioni umane, comunità, idee, conoscenze – che sta fuori dai suoi confini; e questa spinta alla colonizzazione non si esercita solo contro il fuori geografico ma anche e sempre più contro il fuori antropologico e culturale che pure sopravvive all’interno delle aree integrate nel sistema capitalistico». Ma se questo è vero, ed è vero, «da dove si comincia, per costruire l’unità dell’insieme degli oppressi e degli sfruttati?». Non dalla rete, o dal Quinto stato, o mettendo insieme (con Aldo Bonomi) comunità di cura e comunità operosa (quest’ultima sembrandoci, semmai, una forma solo leggermente diversa di ordoliberalismo). Piuttosto, scrive Formenti, «dal basso, dagli strati più deboli ed emarginati di quelli che stanno “dentro” (gli strati inferiori del proletariato dei paesi ricchi: migranti, working poor, lavoratori del terziario arretrato, precari, cognitivi declassati) e dalle larghe masse umane che vivono “fuori” (contadini, sottoproletariato metropolitano, lavoro servile, comunità indigene)».

Malgrado il suicidio delle sinistre, «il trionfo del capitale non è avvenuto infatti a costo zero», generando forme di resistenza e di opposizione «che rilanciano il conflitto di classe come guerra tra chi sta in basso e chi sta in alto». Marx e la teoria marxista (e in particolare György Lukács), scrive Formenti, restano ancora largamente fondamentali per comprendere la realtà di oggi e per trasformarla – se si volesse.

Ma da qui si entra nella riflessione di Formenti sul populismo, sulla quale abbiamo già espresso i nostri dubbi. Perché il populismo resta per noi un concetto scivoloso, liquido e difficilmente controllabile. Dalla post-democrazia vorremmo tornare alla democrazia (radicale) e a una sinistra di sinistra. Certo è che quella di Formenti è una sfida serissima. E terribilmente difficile.

Le macerie dei populismi

populismoCristina Morini

Carlo Formenti è un intellettuale engagé che ci ha da tempo abituati a un anticonformismo e a curiosità particolari che lo spingono a rimettere, senza esitazioni, in discussione ogni cosa. Inclinazione, umbratile e sensibile, da osservatore instancabile e scrittore assai colto che non si contenta della dimensione del proprio tempo posto all’interno di una trama di rapporti, e risulta però, a lungo andare, meno affascinante e meno convincente se la si considera sul piano propriamente storico e interpretativo, cioè sul piano politico.

Con testi come Incantati dalla rete (2000), Mercanti di futuro (2002) e Cybersoviet (2008), è stato un acuto teorico della Rete e – probabilmente non gli piacerà - del capitalismo biocognitivo. Come tale l’ho conosciuto nel 1999 e parlammo anche del 14, il caffè zuccherato erogato dalle macchinette della pregiata fabbrica cognitiva Rizzoli dove entrambi allora lavoravamo. Le nostre figure bene interpretavano, su fronti in quel momento nostro malgrado antistanti, la trasformazione in atto nel lavoro cognitivo, sospeso tra antico e moderno, tra femminilizzazione dei contesti pubblici, scolarità di massa, rivoluzioni tecnologiche, una diversa divisione cognitiva del lavoro, un “conflitto tra strati superiori e inferiori”, tra gerarchie intellettuali, spesso maschili, con ruoli di potere, che si confrontavano con “strati emergenti”, spesso femminili, che puntavano a una “contaminazione” dei “saperi tra alti e bassi”, affrontando e combattendo le “corporazioni disciplinari” del lavoro, del pensiero, norme autoritarie e autoriali. Effettivamente, si trattava di soggettività eccedenti e autonome, che hanno sfidato la precarietà e poi vissuto, in concreto, anche i rischi della “proletarizzazione”, e la perdita di “chance di accedere ai livelli medioalti di reddito e status sociale” (i virgolettati sono tratti da Incantati dalla rete. Immaginari, utopie e conflitti nell’epoca di Internet, Raffaello Cortina Editore, Milano 2000, pag. 177).

Mi rendo conto che lo smantellamento ulteriore dei diritti di cittadinanza (welfare, reddito, equità sociale) dentro la crisi infinita e l’infinita austerity europea, a colpi di Jobs Act e Loi Travail, rende la mia attuale precarietà meno aspra rispetto a quella delle generazioni dei precari dell’economia della conoscenza e non solo, anche maschi, che si sono velocemente succedute, le quali non hanno più accesso a forme di inclusione e sono costrette a spendere giovinezza ed energie - tra povertà materiale e ricchezza del lavoro e del sapere vivo - al servizio della cultura della start up, un mito che ha il potere di rovinarti la vita. L’ontologia precaria a cui abbiamo guardato e a cui ancora facciamo riferimento, individua, affatto astrattamente, il problema politico ed esistenziale - o meglio, esistenziale e dunque politico - incarnato da tale composita realtà del lavoro in quest’epoca. Politicamente, non c’è altra battaglia che non continui a sembrarmi più giusta di questa, perché mi/ci riguarda, non demanda ad altri, non è lontana, essa è nostra, ora e qui.

Formenti è stato un precoce anticipatore di ricerche e analisi sui processi in atto che pochi vedevano e pochissimi capivano. Ha indagato il rapporto tra neoliberismo e industria virtuale, dunque ha scavato in mezzo al cuore delle contraddizioni emergenti tra nuovi soggetti produttivi e nuovi rapporti di produzione. Gli si debbono critiche essenziali sulla relazione contemporanea con le nuove tecnologie, condotte ricostruendo le tappe genealogiche principali dell’affermazione del web anche a partire da indagini sul campo, tra quei knowledge workers di cui il capitale andava incorporando le “forme di vita sociali” (competenze, bisogni, desideri, affettività, tempo, insomma riproduzione, con un interessante sovvertimento della precedenza rispetto alla produzione tout court ) e dove lui stesso riconosceva tensioni, non ancora risolte, tra nuovi processi di fragilizzazione e nuovi margini di creatività e autonomia.

Tuttavia, già a partire da Utopie letali in un crescendo che tocca l’apice in un ultimo volume da poco uscito, La variante populista. Lotta di classe nel neoliberismo (DeriveApprodi), sembra assillato dal desiderio di “regolare i conti”, liberandosi dagli inciampi di quella economia della conoscenza, di quel general intellect che lui stesso ha contribuito a studiare e a descrivere. In effetti, oggetto della polemica è, sempre più esplicitamente l’operaismo, retroterra di partenza dell’autore stesso: è necessario “archiviare l’operaismo”, dichiara. Per farlo, costruisce antitesi tra moltitudine e “popolo” o tra cognitariato e proletariato globale, evocando le masse operaie della Cina o del Sudamerica in una sorta di febbrile feticismo del “lavoro” produttivo e dell’economia reale - clangore d’acciai e forza muscolare - appoggiandosi a una stravagante confutazione del peso contemporaneo del terziario e dei servizi e al ruolo “potenzialmente antagonista” del “terziario arretrato” legato alla manifattura, contrapponendo il mondo “immateriale e leggero dei flussi di segni di valore, di merci, servizi, informazioni e membri delle élite che li governano” al mondo “dei luoghi in cui vivono i corpi di coloro che chiedono cibo, casa, lavoro e affettività”.

In realtà, né il post-operaismo né altri (movimenti dei precari e dei lavoratori autonomi; femminismi; “la totalità dei nuovi movimenti”, come scrive l’autore) tra coloro che hanno guardato alle trasformazioni presenti e che sono tutti, al pari della “sinistra riformista”, destinatari delle critiche di questo libro, hanno stabilito a tavolino di concentrarsi sul lavoro bio-cognitivo e sui nuovi processi di accumulazione capitalistica: questo è semplicemente il tempo nel quale ci è stato dato di vivere. Inoltre, la ricerca spasmodica di un soggetto centrale delle lotte, di egemonia e di avanguardie è la preoccupazione centrale di queste pagine assai più che delle cure delle teorie sul capitalismo cognitivo-relazionale. Rispetto al precedente testo, il rebus attuale di Formenti è quello di assimilare la categoria di “blocco sociale” di Gramsci a quella di “popolo” di Laclau. Perora la causa del populismo di sinistra, la costruzione di un “popolo come comunità”, interrogandosi anche sul ruolo del leader che incarna “l’assoluta normalità dell’uomo di popolo”.

Riprendendo riflessioni molto percorse in questi anni, le forme di organizzazione a cui abbiamo guardato si sono ispirate (con tutti i limiti) alla complessità modulare delle vite precarie e alla odierna irriducibilità di ognuno/a a un unico e uniforme soggetto collettivo all’interno di un impianto verticale/gerarchico. Così come è più difficile operare un taglio netto tra manualità e intellettualità, egualmente continua a sembrare più utile puntare alla costruzione di alleanze, trasversalità e viralità piuttosto che pretendere di ritrovare, da qualche parte, soggetti unitari, soprattutto se fondati sull’identitarismo, come nel caso dell’ambiguo concetto di “popolo”. Non si tratta di cedere a un postmodernismo metodologico ma di osservare la realtà.

Le scorciatoie non si vedono e le eccessive semplificazioni, le interpretazioni sommarie, non aiutano: “Gorz, Negri e soci” hanno detto cose assai diverse tra loro, spesso discordanti; Carlo Vercellone e Laurent Baronian hanno già esaustivamente fatto proprie e attualizzato le critiche di Marx a Prodhon; dire che il capitalismo oggi gode di una rendita che sfrutta le reti sociali delle esistenze è cosa ben lontana dal parlare di una “intelligenza imprenditoriale che converte a profitto” con ciò “generando da sé le condizioni del proprio superamento”; strumenti come la “moneta del comune” non sono espressione di una stupida fiducia in una qualche tautologica liberazione ma tentativo di riappropriazione di una ricchezza inseparabile dai produttori, nella fine della società salariale. Le sfumature di un magma estremamente articolato, finiscono per essere ironicamente, e un po’ tristemente, ridotte a uno.

Vorrei rassicurare Formenti, come già si fece con una parte del marxismo ortodosso, anni fa: non si è evitato di guardare ai processi di industrializzazione e di taylorizzazione del lavoro cognitivo, con ciò che ne discende in termini di fatica dei corpi alle prese con la stimolazione continua dei device a cui siamo connessi, né ai violenti tentativi di “misura del fuori misura”, con pochi cedimenti alla “seduzione della smaterializzazione”. D’altro lato, è certo che i rider di Foodora (muscoli e bicicletta ma anche cervello e smartphone) sono comandati da un algoritmo che raccoglie a distanza dati statistici concernenti la quantità delle consegne eseguite, le velocità medie tenute, la rapidità nell’accettare l’ordine. E spesso lavorano con la partita Iva.

Il rapporto di sfruttamento tra capitale e lavoro si ridefinisce continuamente. È questa metamorfosi che occorre oggi indagare, tentativo di superare le contraddizioni poste dalla dinamica dei conflitti sociali che hanno innervato il Novecento e la crisi del paradigma taylorista-fordista-keynsiano.

La complicanza diventa allora - dentro questo nuovo tessuto, là dove anche la pista ciclabile è simbolica catena di montaggio e tutte e tutti siamo diventati “imprenditori” – provare ad “organizzare” la vita stessa allo scopo di rinsaldare i legami sociali e favorire processi di soggettivazione alternativi.

Riproporre le esperienze del populismo sudamericano, in una sorta di improponibile retaggio di un passato fuori contesto, mi pare inadeguato rispetto al nucleo del confronto che ci troviamo a dover affrontare: quello con la finanziariazzazione (il biopotere della finanza), da un lato, e quello con la mercificazione dei corpi “riproduttivi”, dell’ambiente e dei cervelli produttori di knowledge, dall’altro.

Come ha scritto Lea Melandri: “La sinistra, ancorata al primato del lavoro e della classe operaia, ha sempre trascurato altri strumenti interpretativi, come se dopo il grande balzo operato da Marx non ci fossero stati altri rivolgimenti altrettanto radicali, come la psicanalisi, il femminismo, la biopolitica, l’ambientalismo”.

I processi della riproduzione sociale diventano terreno di esame più prezioso e più fondante dei processi produttivi stessi, ribaltando una gerarchia storicamente consolidata. Da questo punto di vista le teorie del capitalismo biocognitivo dialogano con i femminismi contemporanei, a differenza di altri chiavi di lettura pervicacemente dicotomiche, che separano corpo e linguaggio, materia e vita psichica. Proprio su questo versante del lavoro cognitivo-relazionale, ovvero della riproduzione sociale contemporanea, del “lavoro socializzato”, del biolavoro globale, della “vita come plusvalore” si sono succedute riflessioni, che cercano di andare oltre le analisi già correttamente condotte sulla riproduzione legata al lavoro domestico e alla divisione sessuale del lavoro.

La vittoria di Donald Trump negli Stati Uniti è esplicita espressione, sempre con Melandri, delle “viscere razziste, xenofobe, misogine, su cui la destra antipolitica ha fatto breccia per raccogliere consensi, sedimento di barbarie, ignoranza e antichi pregiudizi ma anche sogni e desideri mal riposti”.

Siamo ormai scivolati molto in là, la strategia suggerita da Formenti di puntare a una “variante populista” per organizzare la “lotta dei nuovi barbari, delle comunità di rancore”, è parte del programma di ogni destra e da pochi giorni pienamente operativa negli Usa di Mr. president Donald Trump. Nei prossimi anni, a tutte e tutti noi toccherà, probabilmente, “regolare i conti” con le macerie che verranno prodotte da masse di lavoratori impoveriti, maschi e bianchi, accecate da promesse reazionarie di ruolo e di ordine, che stanno calcando la scena e che verranno lanciate a bomba non contro l’ingiustizia ma contro i migranti, contro le donne, contro gli omosessuali. Contro le idee per le quali abbiamo combattuto e continueremo a combattere.

Carlo Formenti

La variante populista. Lotta di classe nel neoliberismo

DeriveApprodi 2016

pp. 288 € 20

Da Occupy Wall Street a Bernie Sanders

maxresdefaultIl 26 maggio Jaca Book manda in libreria Un outsider alla Casa Bianca, l’autobiografia politica di Bernie Sanders, scritta con Huck Gutman (282 pp., euro 18). L’edizione italiana è accompagnata da un testo di Marco D’Eramo e dalla postfazione di Carlo Formenti, che proponiamo qui per gentile concessione dell’editore.

Carlo Formenti

Bernie Sanders è un populista? Sicuramente si autodefinisce tale (in più occasioni ha dichiarato «sono socialista e populista»). Rivendi­cazione che suona male alle orecchie di una sinistra europea che, pur se simpatizza per lui, è abituata ad associare il populismo ai movimen­ti nazionalisti e xenofobi di casa propria (nemmeno l’esordio sullo scenario europeo di movimenti come Podemos è riuscito a scalzare del tutto tale pregiudizio). E ancor più suona male sulle pagine dei big media americani, i quali, unanimemente schierati con i candidati «uf­ficiali» dei due grandi partiti tradizionali, Democratici e Repubblica­ni, associano Sanders a Donald Trump – l’uomo che sfida l’establish­ment repubblicano come Sanders sfida quello democratico – conside­rando entrambi espressione di un fenomeno politico che, soprattutto se uno di loro dovesse vincere la corsa presidenziale, minaccia di sov­vertire gli equilibri della società, dell’economia e del sistema politico americani. Ma Sanders e Trump si somigliano davvero (politicamente parlando, visto che, in quanto individui, non potrebbero essere più di­versi)? E ancora: il populismo rappresenta davvero una minaccia per la democrazia? Proviamo ad abbozzare qualche risposta a partire dal secondo interrogativo.

Il filosofo franco-argentino Ernesto Laclau sostiene che, perché si diano le condizioni di una rottura populista, un sistema democratico non deve più essere in grado di soddisfare le domande che gli arriva­no dai vari settori della società, inoltre deve attraversare una radicale crisi di legittimazione, al punto che i cittadini non nutrano più fiducia nei confronti di partiti e istituzioni, della loro capacità di rappresen­tarne gli interessi e appagarne bisogni ed esigenze. Negli Stati Uniti queste condizioni sono oggi indubbiamene presenti: un Paese fino a poco fa considerato il più ricco del mondo e capace di garantire il be­nessere, se non la «felicità», ai propri abitanti appare oggi tormentato da un’impressionante serie di problemi: ha il più elevato tasso di inu­guaglianza del mondo occidentale; milioni di posti di lavoro se ne sono andati durante la crisi, e quelli che stanno tornando con la ripre­sa sono di bassa qualità, precari e mal pagati; la lunghezza media della vita si è ridotta; aumentano mortalità infantile e suicidi; le carceri sono piene fino all’inverosimile (solo in Russia e in Cina la situazione è peggiore); le minoranze etniche – afroamericani in testa – continua­no a essere oggetto di discriminazioni; la gente non crede più di poter cambiare le cose con il voto e quindi non partecipa più alla vita politi­ca, perché pensa che fra Democratici e Repubblicani non vi sia alcuna sostanziale differenza, ed è convinta che la casta politica faccia solo gli interessi di quell’un per cento di super ricchi che prima ha causato la crisi, poi ne ha fatto pagare le conseguenze al 99 per cento; e l’elenco potrebbe continuare.

Sanders dunque non cade dal cielo. Certo, prima di partecipare alla corsa per la nomination democratica (senza rinnegare il suo status di indipendente), aveva già alle spalle una lunga carriera politica, quel­la che avete letto nelle pagine di questo libro: sindaco di Burlington, più volte eletto alla Camera dei Rappresentanti e infine senatore del piccolo Stato del Vermont. Certo, le sue imprese avevano già fatto no­tizia: un socialista che batte ripetutamente la concorrenza di Demo­cratici e Repubblicani nel Paese più antisocialista della storia moder­na! Ma il teatro di quelle gesta era la piccola comunità rurale del Ver­mont, un mondo relativamente chiuso, dove il suo stile «famigliare», il suo approccio diretto e onesto di persona affidabile che mantiene sempre la parola data in campagna elettorale, la sua capacità di racco­gliere coalizioni arcobaleno fatte di brave persone più che di movi­menti ideologici, gli avevano guadagnato la fiducia e il sostegno di tut­ti, senza distinzioni di parte. Ma il debutto sulla scena nazionale, l’en­tusiasmo delle folle accorse ad acclamarlo nelle piazze di tutto il Pae­se, l’adorazione dei giovani americani (si è calcolato che se votassero solo gli under quaranta vincerebbe a mani basse), lo strepitoso, im­provviso quanto inatteso successo di un discorso «vecchio» che ripro­pone gli stessi temi da mezzo secolo («Bernie il noioso» lo chiamano), controcorrente rispetto a tutti dettami del pensiero unico neoliberista che egemonizza la cultura americana da decenni, sono tutt’altra cosa e si spiegano solo con la rabbia scatenata dalla situazione descritta qualche riga sopra, dal risentimento che milioni di cittadini provano nei confronti di una minoranza che li ha derubati del «sogno america­no».

«We the 99%» recitava lo slogan dei giovani militanti del movi­mento Occupy Wall Street che qualche anno fa ha riempito le piazze delle grandi città, a partire dalla «Acampada» di fronte al tempio del­la finanza globale. È questo risentimento contro le élite dell’un per cento che ha contagiato la società americana, rendendola ricettiva nei confronti del programma politico «eretico» di Sanders: tagliare drasti­camente le spese militari e aumentare le tasse sui ricchi, in modo tale da finanziare radicali politiche sociali: istruzione pubblica gratuita dall’asilo all’università (delizia alle orecchie dei giovani costretti a in­debitarsi pesantemente per poter studiare); sistema sanitario pubblico e gratuito per tutti con un unico ente pagatore (miraggio per milioni di persone costrette a rinunciare a curarsi perché non possono per­mettersi costose assicurazioni private); salario minimo a 15 dollari (oggi sono molti coloro che lavorano per meno della metà); ricostrui­re le infrastrutture che cadono a pezzi (altre opportunità di lavoro e reddito decente); separare le banche di investimento dalle banche commerciali e ridimensionare quelle «troppo grandi per fallire»; rifor­mare la FED, in modo che non possa più arruolare i propri membri fra quelle élite finanziarie che sarebbe suo compito controllare («come af­fidare alla volpe il compito di proteggere le galline» ironizza Sanders); limitare quei finanziamenti privati delle lobby ai candidati che hanno trasformato i partiti in comitati d’affari della casta dei super ricchi (della quale fanno parte la metà degli eletti alla Camera dei Rappre­sentanti e al Senato); riportare le persone comuni al voto, restituendo­gli la fiducia che le loro opinioni politiche possano davvero contare.

Socialismo? Forse, ma nulla di sovversivo, ove si consideri che si tratta di obiettivi già ampiamente realizzati dalle socialdemocrazie scandinave che Sanders assume a modello. Ma soprattutto nulla che possa spaventare le nuove generazioni nate dopo il – o pochi anni pri­ma del – crollo del Muro, insensibili allo spauracchio dell’Impero del Male. Populismo? Sì, perché molte delle caratteristiche che i politolo­gi attribuiscono a tale forma politica sono presenti nel fenomeno San­ders: impegno per abolire o almeno rendere più permeabile il confine che separa l’alto e il basso della società; esaltazione delle virtù delle persone comuni – i common people – contrapposte all’ingordigia e all’egoismo delle élite; mettere le esigenze della comunità davanti a quelle dei singoli individui; sfidare la democrazia sul suo stesso terre­no, rivendicandone l’estensione all’intero corpo sociale; sanare il si­stema politico, emarginando i corrotti ed evitando che ci sia chi può «comprarsi» una carica pubblica; scegliere leader che rispecchino le virtù delle persone comuni che intendono rappresentare, cioè dei «dilettanti» della politica che si votino a una missione e non smalizia­ti professionisti. Rivoluzione? Forse la parola è troppo grossa, anche se un Sanders alla Casa Bianca avrebbe certamente dato (il condizio­nale è d’obbligo, visto che mentre scrivo è sempre più chiaro che la schiacciante potenza della macchina democratica, e delle lobby che la sostengono, finiranno per regalare la candidatura alla donna del­l’establishment, Hillary Clinton) una bella spallata a un sistema politi­co bloccato in un’alternanza incapace di generare reali alternative. La parola è invece del tutto giustificata se riferita al mutamento di rotta che il fenomeno Sanders potrebbe imprimere al campo mondiale – e non solo americano – della sinistra. Il che ci conduce al confronto con Donald Trump.

Ciò che accomuna Sanders a Trump è la forte concentrazione sui temi dell’economia, a partire dalla denuncia degli effetti devastanti della globalizzazione finanziaria e della liberalizzazione degli scambi commerciali sui lavoratori americani, che vedono i propri posti di la­voro volare via verso Paesi dove il costo del lavoro è più basso. Negli ultimi decenni, la propaganda della destra repubblicana ha potuto guadagnare posizioni rispetto alla «sinistra» democratica anche e so­prattutto perché quest’ultima ha abbandonato al proprio destino le tute blu, per concentrarsi esclusivamente sui diritti civili della classe medio-alta. Ecco perché gli Stati che ospitano un’elevata percentuale di lavoratori bianchi impoveriti non appoggiano solo Sanders ma an­che Trump. Un Trump che rappresenta una minaccia per l’establish­ment repubblicano, nella misura in cui cavalca temi anti-casta e anti-­élite, prospetta misure protezionistiche e alimenta retoriche pauperiste, oltre a incarnare – al pari di Sanders – una figura di leader fuori dalle logiche delle caste politiche professionali. Dunque è vero che i due si somigliano? Assolutamente no. Per Sanders rimettere i temi dell’uguaglianza economica al primo posto non implica rinunciare alla lotta per i diritti civili, laddove Trump non manca di sbandierare le proprie idee razziste, sessiste e xenofobe. Sanders è d’accordo sulla ne­cessità di rinegoziare o disdettare gli accordi per il libero commercio per difendere i posti di lavoro americani, ma ciò non lo induce ad as­sumere posizioni anti migranti né tantomeno a chiedere, come Trump, di costruire muri al confine con il Messico per bloccare le masse di «concorrenti» che risalgono dal Sud del continente. Insomma: San­ders e Trump pescano nella stessa rabbia popolare ma la indirizzano verso bersagli diversi: il primo verso l’alto, il secondo verso il basso (anche se ricorre a sua volta a retoriche «anti capitaliste»). Infine San­ders è un leader che incarna gli interessi e i sentimenti dei common people, laddove Trump rappresenta quelli degli ordinary people e del popolo-etnia: populismo di sinistra versus «gentismo» e razzismo.

In conclusione: la crisi mondiale e la feroce guerra di classe dall’al­to scatenata dal neoliberismo cominciano a produrre reazioni dal bas­so sempre più forti, reazioni che in molte regioni del mondo tendono ad assumere la forma della rivolta populista. In tale contesto l’avven­tura politica di Sanders, quale ne sia l’esito, rappresenta (al pari delle rivoluzioni bolivariane in America Latina e dei nascenti populismi eu­ropei di sinistra) una lezione fondamentale per la sinistra internazio­nale: esiste un solo modo che le consentirebbe di tornare protagoni­sta, che consiste nell’abbandonare le vecchie forme organizzative e i vecchi programmi di socialdemocrazie (convertite al liberismo) e mi­cro partiti della sinistra radicale (abbarbicati a un passato irreversibil­mente tramontato) e nell’attrezzarsi per contendere l’egemonia della rivolta populista alle nuove destre.

Una scommessa politica

Benedetto Vecchi

La coerenza è un elemento che va sicuramente incoraggiato in un presente opaco e segnato da repentini cambiamenti del punto di vista di chi lo interroga criticamente. Talvolta, però, la coerenza induce a semplificazioni e a riprodurre pregiudizi che poco fanno comprendere l'analisi critica che viene proposta. È questo il caso di Carlo Formenti nel testo pubblicato su queste pagine qualche giorno fa relativo all'analisi del libro La Rete. Dall'utopia al mercato di chi scrive, pubblicato da manifestolibri. Esprimo l'imbarazzo che anima questa risposta, perché quando si scrive un testo ci si espone all'analisi di chi lo legge. La critica, anche feroce, fa parte delle modalità di comunicazione dentro la sfera pubblica.

È il rischio e, cosa più importante, funzione propria della discussione pubblica far emergere punti di vista tra loro diversi e conflittuali tra loro. Carlo Formenti manifesta il fatto che il libro lo ha letto con attenzione. Di questo non posso che essere contento, indipendentemente dalla critiche dure espresse senza le odiose e talvolta ipocrite cerimonie del bon ton: i suoi argomenti vanno al di là del libro e investono il tema, caro ad entrambi, dello sviluppo di un punto di vista adeguato alla critica del capitalismo contemporaneo, dopo il lungo inverno della controrivoluzione neoliberista e della crisi radicale che ha investito i rapporti sociali emersi da quella controrivoluzione. Per questo penso che una risposta alla sue critiche possa essere espressa.

Seguendo il filo della sua riflessione, sono due i temi che emergono con forza: lo stato dell'arte del cosiddetto postoperaismo, la Rete come esemplificazione dei rapporti sociali contemporanei. Infine, Carlo Formenti ripropone l'antico quesito del “che fare?” e dei soggetti sociali trainanti una possibile ricomposizione delle pratiche politiche di movimento. Tre campi tematici intrecciati. Parto dal primo, che nell'economia del testo di Carlo Formenti occupa molto spazio. Su questo elemento il dissenso è radicale, a partire dalla convinzione che il postoperaismo non esiste, è una semplificazione usata come una clava per stigmatizzare prassi teoriche tra loro divergenti e talvolta incompatibili.

L'operaismo, a scanso di equivoci, si può dire concluso alla fine degli anni Sessanta, quando intellettuali e militanti protagonisti dell'esperienza di alcune riviste si sono divisi, intraprendendo strade diverse. Dell'operaismo è rimasto un metodo di analisi e un'attitudine ad andare oltre le culture politiche del movimento operaio, sia nella sua componente comunista che in quella socialista. Diverso è il caso – ma qui servirebbe una rivisitazione storica, genealogica direbbero i foucaultiani – di chi ha indagato tra gli anni Ottanta e Novanta le trasformazioni del capitalismo e del lavoro vivo, mettendo al centro dell'analisi la categoria del general intellect.

Non ho remore a dire che con questa esperienza ho a che vedere e non ho difficoltà ad ammettere che ho usato come elementi della cassetta degli attrezzi categorie come, appunto, general intellect, moltitudine, cooperazione sociale produttiva, lavoro vivo. Non occorre tuttavia essere un filologo per segnalare la differenza tra chi parla e scrive di lavoro autonomo di seconda o terza generazione e chi invece gli preferisce l'uso del termine, generico e approssimativo, di precarietà diffusa. Come non ricordare, inoltre, le critiche di Sergio Bologna al reddito di cittadinanza, proposta invece fatta propria, articolata, agita da chi vede nella precarietà la dimensione “normali” dei rapporti tra capitale e lavoro vivo. Nell'articolo di Formenti le diverse posizioni sono invece accomunate per dare sostanza a un j'accuse contro il postoperaismo, un fantasma che si aggira solo nelle pagine e nei testi di chi malinconicamente guarda al capitalismo come alla hegeliana fine della storia, sospettando di chiunque si misura, per combatterlo, con le piccole o grandi trasformazioni che hanno segnato negli ultimi decenni il regime del lavoro salariato.

Da parte mia posso dire che la moltitudine non è una categoria sociologica, come sostiene ritiene Formenti, che qui si ritrova in compagnia di Aldo Bonomi e Enzo Rullani, bensì è una categoria che attiene al Politico, che registra come il lavoro vivo sia indisponibile a ricomposizioni giacobine dall'alto e che la singolarità è un fattore da usare politicamente per costituire nuovi rapporti sociali. Detto più banalmente, più che rappresentare la composizione sociale della forza lavoro, la moltitudine è un terreno per una prassi teorica, e dunque politica, tesa a immaginare organizzazioni politiche adeguate a una lavoro vivo en general, indisponibile a ricomposizioni imposte dall'alto, da un chissà quale partito che althusserianamente produce la classe per sé, dopo aver definito quella in sé.

Lascia inoltre interdetti la sottolineatura di Formenti sulla mia (inesistente) rimozione delle gerarchie e stratificazioni che caratterizzano i soggetti produttivi contemporanei. Scrivendo della Rete come esemplificazione dei rapporti sociali, segnalo semmai come il capitalismo contemporaneo si nutra di differenze e come il governo del mercato del lavoro tenda a scomporre e ricomporre le gerarchie all'interno del lavoro vivo, stabilendo politicamente linee di frattura del colore, del sesso, della prestazione lavorativa. Per dirla più semplicemente, il capitalismo postfordista non ha all'orizzonte nessun equivalente dell'operaio massa.

Tanto i knowledge workers che i lavoratori dei servizi che gli operai della fabbriche globali più che conoscere processi di ricomposizione provocati da un processo produttivo come quello tayloristico esperiscono il fatto che la capacità di innovazione, di sviluppare cooperazione produttive, sono sussunte dal capitale attraverso anche la moltiplicazione delle differenze e delle gerarchie del lavoro vivo, prodotte per via politica – qui il diritto svolge una funzione essenziale – o alimentandole.

Le forme di lavoro sono diventate ormai un caleidescopio dove lavoro autonomo, lavoro servile, salariale classico sono compresenti e regolati giuridicamente. Per svelare l'arcano degli ateliers della produzione serve inchiesta militante, uso spregiudicato di differenti campi disciplinari – etnografia, la sociologia, la filosofia del linguaggio - al fine di sondare quell'osmosi tra stili di vita e collocazione produttiva che è parte integrante dei processi di socializzazione nel capitalismo flessibile. La grammatica della moltitudine, per citare il titolo di un libro di Paolo Virno, serve ad immaginare e sperimentare forme politiche adeguate a questa frammentazione del lavoro vivo.

Siamo però su un terreno già disossato e arato. Quello che manca è produrre forme politiche meno legate alla contingenza, che facciano però tesoro degli elementi acquisiti in questo lungo vagare nel deserto della controrivoluzione neoliberista. Per Formenti, invece, quello che è sperimentazione, prassi teorica in divenire è solo una sommatoria di fallimenti. Scambia cioè l'amara materialità dei rapporti di forza con il rovello di chi quei rapporti di forza li vuole rovesciare. Da qui la sua nostalgia di quando tutto era meno opaco, scivoloso, ambivalente. La sua è la stessa realpolitik espressa dagli orfani e dalle vedove del quarto stato che invocano – povero Antonio Gramsci - il pessimismo della ragione da contrapporre all'ottimismo della volontà di chi vede nello sciopero di alcune fabbriche cinesi l'alba di un nuovo ciclo di lotte. Una lettura più attenta delle analisi provenienti da quelle latitudini indurrebbero a una maggiore cautela, ma tutto va bene per inventare la quinta colonna del nemico all'interno dei movimenti, variamente dipinti come liberali di sinistra, collusi con il capitale e chi più ne ha più ne metta. .

E fallimento, nostalgia, persino l'accusa di liberalismo mimetico c'è nell'analisi che fa di come nel libro affronto la Rete. Su questo crinale, gli abbagli la fanno da padroni. Senza cadere nella pedanteria, non mi ritengo un nostalgico dell'etica hacker, né mi sono mai spellato le mani per l'anarcocapitalismo. Allo stesso tempo non sono un fan della tecnopolitica à la Manuel Castells. Più prosaicamente ho sempre ritenuto che la Rete sia l'esito di una convergenza tra attitudine hacker, attitudine al controllo sociale, visione neomanageriale della comunicazione. Sono tutti elementi che hanno contribuito allo sviluppo della Rete, dove il conflitto è stato permanente.

Quello degli hacker contro il regime della proprietà intellettuale, quello dei ricercatori contro la volontà dei militari di dirigere le ricerche di base e applicate, quello contro la volontà dei governi, in particolar modo quello di Washington, di usare la Rete come infrastruttura tecnologica per il business. Non ho difficoltà a dire che mi erano e mi sono simpatici gli hacker. Irriverenti, insofferenti alle gerarchie e al comando, insomma dei ribelli, ma non certo dei rivoluzionari. Ho solo registrato che molte delle innovazioni e delle modalità di cooperare sono state fatte proprie dalle imprese. Anche se l'attitudine hacker è riuscita a riproporsi con Anonymous e l'esperienza di Wikileaks. Qui il termine che meglio esprime l'attitudine hacker è ambivalenza: nell'attitudine hacker, infatti, non è mai stato contemplato il superamento del capitalismo. Ultimi simboli di quel “comunismo dei ricercatori” caro a Robert K. Merton, hanno solo agito conflitto dentro la Rete.

È questo conflitto che ho sempre privilegiato, perché apriva un ampio spettro di possibilità a una azione politica dentro la Rete. Le mitologie della frontiera elettronica e dei cow boy della consolle sono fattori divertenti, che ho anche usato polemicamente verso chi, nel campo dei movimento, considera Internet un abbaglio, ma non ho certo mai pensato che il cyberspazio fosse la terra promessa o l'utopia realizzata. Anche qui ho registrato come l'anarcocapitalismo fosse qualcosa di più che un esercizio di retorica: l'anarcocapitalismo è l'ideologia nemica che punta all'innovazione più che alla conservazione, che ha supportato tutte le operazione politiche e manageriali che hanno puntato a sovvertire la costituzione materiale del capitalismo industriale. Anche in questo caso, la posta in gioco era, ed è almeno per il capitale, la “cattura”, cioè la sussunzione della capacità innovativa del lavoro vivo nella rete. Ma che ha fatto dei contenuti della comunicazione online, indipendentemente dalla loro qualità, un florido settore produttivo.

Dunque controllo sociale, normatività delle modalità della comunicazione, ma anche segmentazione e proliferazione delle diversità: la trasformazione dei social network in una sommatoria di tribù di simili non presenta nessuna smagliatura rispetto al controllo esercitato da imprese e stati nazionali. La dimensione libertaria dell'anarcocapitalismo può inoltre contemplare l'eclissi della proprietà privata, così come può contemplare l'affermazione radicale dei diritti alla diversità, ma la vision anarcocapitalista poco a che vedere con il regno della libertà. Semmai è la gabbia, che può essere anche dorata, di quel regno della necessità che continua a macerare e triturare bisogni e desideri di uomini e donne. Fa sorridere il ricordo di chi invocava l'alleanza tra l'imprenditore smart e il lavoratore della rete per sconfiggere i guerrieri e il vecchio e marcescente capitalismo industriale. Internet non è più un mondo a parte, è il media universale sognato nei tempi andati: è dunque tecnologia del controllo, ma anche habitat dove il conflitto tra lavoro vivo e capitale assume forme inedite. È a queste forme inedite che occorre applicare sguardo critico, innovando la cassetta degli attrezzi.

E qui si giunge infine al quesito del “che fare?”, meglio dei soggetti produttivi su cui fare leva. Certo non quel regno dell'imponderabile che sono gli “impoveriti”, ma neppure la salvezza verrà dagli operai di linea delle fabbriche cinesi, non così diversi dai professional o di chainworkers. Meglio: la salvezza potrà venire dal lavoro vivo en general, dunque dalla classe operaia industriale, dai chainworkers, dai professional, dai knowledge workers. A patto però che si riesca a produrre contesti dove tutte le forme del lavoro vivo possano condividere la loro condizione di sfruttamento al fine di creare luoghi dove organizzarsi socialmente e politicamente per superare il regime del lavoro salariato.

Luoghi cioè dove la miseria del presente non impedisca che la ricchezza del possibile si trasformi in azione politica contro il regime di accumulazione capitalistica. Anche questo è liberalismo mimetico? Ne dubito. È solo una scommessa squisitamente politica, e dunque teorica, da giocare.

alfadomenica giugno #3

FORMENTI su VECCHI – CASON su MAD MAX – FRANCUCCI su BARTHELME – Coordinate di Terrinoni – Semaforo di Carbone ***

La rete dall'utopia al mercato
Carlo Formenti

Fare i conti con la Rete vuol dire addentrarsi su un terreno scivoloso, dove i limiti della cassetta degli attrezzi dell’autore di turno vengono impietosamente evidenziati. Non sfugge alla regola il saggio di Benedetto Vecchi, La Rete dall’utopia al mercato (Ecommons, 2015).
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Mad Max: migrazione e circolarità
Damiano Cason

Una lite furibonda con un amico, la sensazione che un rapporto sia guastato per sempre, eppure il giorno dopo è ancora lì, che non se ne va. Fa parte dell’ambiente circostante, bisogna farci i conti. Essere lasciati da un grande amore, andarsene via in cerca di un nuovo orizzonte, ma i fantasmi sono ancora lì, perché il mondo è mediato dalle nostre percezioni.
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Il nostro lavoro e perché lo facciamo
Federico Francucci

Chi apre Dilettanti (quarta raccolta di racconti di Donald Barthelme, pubblicata nel 1976) si ritrova in una tipografia, nel bel mezzo di una giornata di lavoro convulso. Le rotative sfornano «un ammirevole volume dopo l’altro», ma anche magliette di Alice Cooper e confezioni di fiammiferi per ristoranti; i padroni, William e Rowena, passano il tempo a stretto contatto coi loro operai, ma anziché dirigere o amministrare continuano ad accoppiarsi sotto gli occhi di tutti.
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Coordinate dall'Irlanda
Enrico Terrinoni

Verso la fine del 1940, Joyce provò a far ottenere alla figlia Lucia, internata in un sanatorio nella Francia occupata, un permesso dai tedeschi perché potesse raggiungerlo a Zurigo. L’ostacolo era il suo passaporto britannico.
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Semaforo
Maria Teresa Carbone

Aggettivi - Monocultura - Pregiudizi.
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La rete dall’utopia al mercato

Carlo Formenti

Fare i conti con la Rete vuol dire addentrarsi su un terreno scivoloso, dove i limiti della cassetta degli attrezzi dell’autore di turno vengono impietosamente evidenziati. Non sfugge alla regola il saggio di Benedetto Vecchi, La Rete dall’utopia al mercato (manifestolibri - ecommons, 2015). Vecchi non affronta di petto il tema annunciato dal titolo, ma tenta di farlo emergere progressivamente, costruendo un mosaico fatto di decine di tessere, ognuna delle quali prende in esame le idee di uno dei tanti autori che si sono occupati di Internet dagli anni Novanta a oggi. Evitando di seguirlo su questo terreno, mi concentrerò sui nodi fondamentali del suo discorso e, per agevolare il compito al lettore, anticipo il punto di vista da cui prende le mosse la mia analisi critica: le tesi postoperaiste – campo teorico nel quale si inscrive il contributo di Vecchi – scontano, fra le altre, tre evidenti aporie associate alla nostalgia nei confronti di altrettanti “paradisi perduti”.

Il primo lutto è ascrivibile alla perdita delle speranze – stroncate dall’uso capitalistico dell’innovazione digitale – che l’utopia hacker aveva suscitato fra la seconda metà degli anni Novanta e i primi anni del Duemila. Del resto il distacco di Vecchi da ciò che avrebbe potuto essere e non è stato (l’utopia che si è fatta mercato) non è mai definitivo, per cui il retrogusto di quella speranza, ancorché fondata oramai solo sull’immaginario, continua ad aleggiare fra le righe, smentendo il senso del titolo. Il secondo lutto mancato si riferisce a un evento ben più lontano nel tempo ma ancora tanto attuale da sovradeterminare ogni passaggio del discorso: in barba alle impietose smentite della storia, i postoperaisti (né Vecchi fa eccezione) restano abbarbicati al dogma secondo cui il lavoro vivo, lungi dall’essere oggetto passivo dell’accumulazione capitalistica, ne determina costantemente la direzione di sviluppo. Di qui il disorientamento per il venir meno di una figura centrale dell’antagonismo di classe quale è stato l’operaio massa, e il tentativo di riesumarne la funzione raggruppando le proliferanti identità del nuovo proletariato sotto la categoria di moltitudine. Infine il terzo lutto mancato, il più paradossale, nella misura in cui riguarda un approccio teorico che dichiara d’aver preso congedo dalla dialettica storicista: mi riferisco al persistente riferimento alla tesi marxiana secondo cui la contraddizione fra sviluppo delle forze produttive e rapporti di produzione è destinata a raggiungere il punto di rottura nel momento in cui la potenza del general intellect divenga tale da svelare la “miseria” della legge del valore – momento che si ritiene superato con l’avvento dell’economia della conoscenza. Questo evento, che negli anni Sessanta e Settanta veniva inquadrato nel concetto di tendenza, viene ora considerato come pienamente realizzato, al punto da determinare la forma stessa degli attuali rapporti di produzione, i quali possono apparirci ancora capitalisti solo in ragione della costituiva ambivalenza della realtà sociale in cui viviamo. Vediamo ora di districare i tre nodi in questione seguendo l’ordine appena elencato.

A tratti Vecchi sembra ammettere che la transizione dall’utopia al mercato (che personalmente definirei come la metamorfosi dell’originaria narrativa hacker – fondata sui principi della condivisione delle conoscenze e della collaborazione competitiva fra tecnici informatici professionali e amatoriali – nell’attuale narrativa neomanageriale) è un processo compiuto e irreversibile. Ciò avviene, per esempio, laddove afferma che, dietro a un cybercapitalismo che si basa sulle nuove tipologie di “lavoro libero”, si annida in realtà un modo di produzione in cui l’unica libertà concessa resta quella di vendere la propria forza lavoro. Oppure laddove allude al “patto luciferino” che lega imprese e professional, accomunati da un unico obiettivo: garantire una crescita di produttività in grado di tradursi in costante aumento del valore delle azioni (passaggio in cui si avverte un’eco delle tesi di Dardot e Laval sulla costruzione dell’homo competitivus come soggetto antropologico neoliberista). O infine laddove, nel contesto di un’analisi del mondo Apple, si parla di convivenza fra forme di lavoro servile e militarizzato con i knowledge workers e la potenza della cooperazione sociale messa a profitto (colpisce però la mancata analisi del conflitto di interessi fra questi diversi strati di classe).

Eppure Vecchi non riesce a dare per chiusa la partita. Al contrario: è evidente come restino potenti le seduzioni che continua a subire sia da parte delle sirene anarcocapitaliste di Yochai Benkler, sia degli annunci di democrazia diretta e partecipativa di Manuel Castells (il guru della “autocomunicazione di massa”). Così, quando si misura con il discorso di Benkler, non resta insensibile alla tesi secondo cui il fatto che la conoscenza sia divenuta il principale mezzo di produzione comporterebbe automaticamente la messa in discussione della sua appropriazione privata. Per Benkler – che rivendica esplicitamente la propria vicinanza alle visioni “libertariane” degli anarco capitalisti – ciò significa postulare la possibile transizione a un “capitalismo senza proprietà”, fondato sulla cooperazione/competizione fra piccoli produttori indipendenti, disponibili a condividere conoscenze sulla base di un’inedita economia del dono. Vecchi, pur non sposando esplicitamente tale tesi, sembra concordare sul fatto che le strategie di enclosure dei beni immateriali “non riescono a bloccare la condivisone del sapere in quanto tratto distintivo di Internet”. Al contempo tenta di tradurre la visione di Benkler nel lessico marxiano, postulando “l’intrinseca eccedenza” di saperi e conoscenze rispetto alle norme imposte dai rapporti di produzione vigenti.

Come conciliare queste oscillazioni con la presa d’atto della resa dell’utopia hacker al patto luciferino con il capitale? Semplice: basta postulare la “assoluta ambivalenza” dell’attitudine hacker. Ambivalenza che viene chiamata in causa anche laddove Vecchi, dialogando con Castells, ne rilancia l’idea secondo cui “lo spazio dei flussi” (cioè lo spazio virtuale delle relazioni sociali mediate dalla Rete) sarebbe il contesto in cui “prendono forma nuove procedure per la decisione politica al di fuori del monopolio dello stato”. Eppure Vecchi non ignora le analisi critiche – che cita del resto ampiamente – di Evgenj Morozov e altri autori (compreso il sottoscritto) nei confronti della presunta vocazione democratica della Rete; ciò non gli impedisce di sostenere che, pur essendosi convertita in una tecnologia di controllo sociale, la Rete resterebbe il contesto dove poter immaginare sia una politica di riappropriazione della ricchezza sia un modello alternativo di organizzazione politica. Immaginare è sempre lecito, resta da stabilire se, prima di assumere la Rete a modello, anche solo immaginario, non convenga appurare se gli algoritmi che governano lo spazio dei flussi siano strumenti neutri, dei quali basterebbe riappropriarsi per rovesciarne senso e funzione (ma di questo più avanti).

Passiamo al secondo nodo. L’idea che la direzione di sviluppo dell’accumulazione capitalista sia interamente determinata dalla necessità di superare la resistenza operaia, è un dogma fondativo dell’operaismo, per cui si capisce come risulti difficile prendere atto della disfatta del lavoro vivo nei decenni successivi al ciclo di lotte conclusosi con gli anni Settanta. Pur di non riconoscere che l’inversione del rapporto di forze fra lavoro vivo e capitale è stato il frutto storicamente determinato e contingente del modello produttivo fordista, ci si è arrampicati sugli specchi per identificare, di volta in volta, nuove figure in grado di incarnare la tendenza: operaio sociale, lavoratori della conoscenza, lavoro autonomo di seconda generazione sono stati variamente convocati per recitare la parte del nuovo soggetto in grado di esercitare pratiche autonome di “autovalorizzazione”.

Di fronte all’irriducibile polimorfismo della nuova forza lavoro globale, invece di analizzarne nei dettagli la composizione, stabilendo una gerarchia fra i diversi strati in base al tasso di antagonismo praticato (e non virtuale!), si è preferito ricorrere alla categoria passepartout di moltitudine. Un concetto privo di ogni concreta determinazione sociale e politica, in cui si tenta di insufflare vita definendone un’improbabile identità produttiva. Ciò emerge con particolare chiarezza quando ci si misura con la sfida della produzione in Rete, e infatti Vecchi – consapevole dell’impossibilità di attribuire un ruolo di “avanguardia” alle addomesticatissime schiere dei knowledge workers impiegati nel ciclo high tech – se la cava estendendo illimitatamente il concetto di lavoro cognitivo, per cui la totalità delle relazioni sociali mediate dalla Rete diventa cooperazione sociale produttiva di saperi sans phrase. Peccato che il concetto di produttività sociale diffusa - assieme a quello secondo cui l’accumulazione originaria non è un evento storico puntuale, bensì un processo ricorsivo di estensione degli ambiti di vita subordinati al rapporto di capitale – siano stati tematizzati da Marx secoli prima dalla rivoluzione digitale né costituiscano, di per sé, il presupposto di un processo di soggettivazione antagonista (ma sono al contrario utilizzabili, vedi Dardot e Laval, come materiali per la costruzione del soggetto neoliberista).

Veniamo ora al terzo nodo, il più aggrovigliato, per cui sarò costretto ad accennarvi sinteticamente semplificando drasticamente i termini della questione. Come ho già sostenuto in scritti precedenti, sono convinto che, se c’è una categoria marxiana che occorre relegare in soffitta, è proprio quella della presunta contraddizione fra forze produttive e rapporti di produzione. Residuo di una visione hegeliana della storia, e di una fiducia positivista nel ruolo progressivo della scienza e della tecnica, tale visione, tanto ottimista da avvicinarsi pericolosamente a una teoria del crollo, dovrebbe apparire superata a chiunque abbia nutra una sia pur minima consapevolezza che le innovazioni scientifiche e tecnologiche, non solo non sfuggono alla sovradeterminazione da parte dei rapporti di dominio della classe capitalistica sulle classi subordinate, ma li incarnano in modo diretto ed esplicito.

Non lo hanno compreso Lenin e Gramsci, affascinati dall’organizzazione “scientifica” del lavoro, al punto da vedere nel fordismo/taylorismo uno strumento di cui il proletariato avrebbe potuto impadronirsi per volgerlo ai propri fini. Non lo capiscono i postoperaisti che, in alcuni scritti raccolti nel volume Gli algoritmi del capitale (ombre corte, 2014), arrivano a teorizzare che gli algoritmi che governano i flussi dei dati in Rete non sono “del” capitale perché ne incarnano la logica di razionalizzazione e dominio della produzione sociale, ma solo perché i rapporti di forza impediscono ai lavoratori della conoscenza di farne buon uso.

Non lo capisce Vecchi, il quale partendo dal presupposto neoschumpeteriano che l’innovazione - nella misura in cui è oggi frutto di un processo collettivo e sociale – sia di per sé positiva, denuncia il tentativo di stati e imprese di frenarla e dirottarla dagli indirizzi che tenderebbe a seguire spontaneamente ove “liberata” dalla governance capitalista. Dal che discende che “la mossa migliore è sempre quella di stare dentro e contro il regine di accumulazione capitalistico”. Detto altrimenti: l’ambivalenza dell’attuale modo di produrre genera continuamente le condizioni del suo superamento. Con buona pace del detto gramsciano che invita ad associare l’ottimismo della volontà al pessimismo della ragione.

Il mistero buffo della rielezione

Carlo Formenti

Come definire la rielezione di Giorgio Napolitano? Non parlerei di golpe perché, in questo coup de theatre, il dramma si mescola alla farsa, per cui preferirei definirlo (in omaggio a Fo) mistero buffo. Ma veniamo alle performance degli attori; a partire dai media,
i quali, invece di recitare il ruolo di cronisti sono stati fin dall’inizio parte in causa, incalzando la “casta” perché svolgesse diligentemente il compito di passiva esecutrice dell’interesse dei mercati.

Così Michele Ainis (sul Corriere del 21 aprile) ha salutato la rielezione di Napolitano come sbocco inevitabile del “tempo dell’eccezione” (citazione schmittiana?), e il giorno dopo il duo Alesina - Giavazzi ha indicato sulle stesse pagine la via obbligata tracciata dallo “stato di necessità”: ridurre le tasse e tagliare la spesa pubblica. Intanto nessun giornale, a parte Micromega, dedicava uno spazio adeguato alla notizia che i due massimi teorici dell’austerità, Carmen Reinhart e Kenneth Rogoff, avevano ammesso che i loro dati erano sbagliati (ennesimo scacco per la teoria secondo cui non si esce dalla crisi senza ridurre il debito pubblico).

Passiamo a Napolitano. Come è stato autorevolmente argomentato, non c’è stata violazione della Costituzione. Il vero punto è un altro: che senso ha parlare di stato di eccezione se non esiste un sovrano? O meglio, se sovrano non è lo stato nazione, che Napolitano dovrebbe incarnare, bensì i mercati? In effetti Napolitano è stato rimesso lì proprio per servire il vero sovrano, ruolo che aveva già assolto egregiamente chiamando Monti alla guida di un governo che ha fatto strame delle nostre condizioni di vita.

Chi ce lo ha rimesso? Tutte le componenti di un sistema democratico in stato di decomposizione avanzata (non a caso molti hanno evocato lo spetto di Weimar), ma il vero regista del mistero buffo è stato il Pd, o meglio la sua attuale, palese impotenza, approdo finale della lunga deriva iniziata con il compromesso storico, con il definitivo accantonamento della sua identità di classe e la conseguente trasformazione in uno dei tanti partiti che si dicono interpreti dell’interesse generale e del bene comune – pompose espressioni dietro le quali (come ben sapevano i vecchi militanti del Pci) si nasconde appunto l’interesse del mercato sovrano.

Ora Vendola (e Barca?) si candidano a rifondare una “vera” sinistra riformista, degna di sedere al fianco delle socialdemocrazie europee. Ma è un’operazione fuori tempo massimo, visto che anche quei partiti, sebbene con stili più dignitosi, accettano passivamente i diktat di istituzioni europee che agiscono come una cupola regionale del finanzcapitalismo globale. Perché il Pd non ha votato Rodotà, si sono chiesti i milioni di elettori di Sel, 5Stelle e dello stesso Pd.

Ebbene, il Pd non poteva votare Rodotà e non tanto perché, come si è detto, ciò avrebbe spaccato il partito (che probabilmente si spaccherà comunque), ma perché a proporre Rodotà è stato 5Stelle, un movimento che – sia pure rozzamente e senza un vero progetto politico – rappresenta quella rabbia popolare contro l’austerità che terrorizza un sistema di cui il Pd è parte integrante; e ancor più perché Rodotà incarna una cultura politica e giuridica che tenta di fare sintesi fra principi e valori della sinistra tradizionale e la domanda di nuovi diritti che sale dai movimenti (parla troppo di beni comuni e troppo poco di bene comune).

Tentativo senza dubbio problematico e in ogni caso troppo radicale per non risultare indigesto all’establishment. Infine due parole su Grillo. La sua reazione è stata significativa: ha gridato al golpe ma poi ha edulcorato il giudizio parlando di “golpettino furbetto”; ha evocato la piazza ma poi si è ben guardato dal mobilitarla.

Grillo “cavalca” la rabbia popolare ma al tempo stesso la teme, ha paura che gli sfugga di mano perché non è in grado di governarla politicamente. Per farlo ci vorrebbe una sinistra antagonista che oggi in Italia non esiste. Tocca dunque sperare che i tanti progetti paralleli di rimetterla in piedi la smettano di contemplarsi l’ombelico, e diano vita a un serio progetto di aggregazione a partire dall’obiettivo comune: rendere la vita difficile al sovrano.

Dal numero 29 di alfabeta2 - a maggio nelle edicole e nelle librerie