Tre autori per una cultura (del) materiale. Franco Bucci, Massimo Dolcini, Gianni Sassi

Carlo Branzaglia

2Un volume curioso, che nasce dalla mostra Oltre il territorio (Pesaro, 2013) a sua volta dedicata a tre autori molto diversi ma contigui per frequentazioni (negli anni Settanta) e approcci culturali: il ceramista Franco Bucci, il graphic designer Massimo Dolcini, e Gianni Sassi, operatore culturale a tutto tondo, come ben sanno i lettori di Alfabeta che Sassi progettò ed editò.

Curioso perché parte dall’idea di genius loci, ovvero da una localizzazione territoriale e vocazionale: Pesaro e la sua provincia, terra di ceramisti e sede della prima scuola pubblica di livello universitario dedicata al design grafico, l’ISIA di Urbino: ancorché Sassi fosse milanese, ma di costante frequentazione, negli anni Settanta, di quell’area marchigiana, proprio nella collaborazione con Bucci.

Curioso perché appunto incrocia ceramica e graphic design, per i due appena citati e per Massimo Dolcini, anch’egli ceramista forse un po’ più che per passione, visto che anche il suo maestro, Michele Provinciali, in quel materiale aveva realizzato quei contenitori resi celebri dai suoi progetti di comunicazione. Una materia in cui peraltro il curatore del libro, Roberto Pieracini, si diploma, all’Istituto d’Arte, nella sua Pesaro, e che affronta con il Laboratorio Pesaro, fondato proprio con Bucci e Nanni Valentini, prima di partire alla volta di Milano per lavorare con Ettore Sottsass.

4Curioso infine perché procede giustapponendo testimonianze dirette e testi a mo’ di ‘scheda’, a tratteggiare una situazione generale assai variegata, quella di una zona che oltre ai tre personaggi citati fece incontrare dagli anni Sessanta una quantità di altri autori di diverse esperienze, attività e provenienze. Per poi concentrarsi sulla triade, all’interno della quale il milanese Sassi fa la parte del leone, in termini di paginazione (e, bisogna, dire, anche di storia, tuttavia), con un repertorio particolarmente vasto e variegato.

Ma il volume, nella forma come nella sostanza, non è poi così anomalo se si considera che è stato tracciato da un progettista, Roberto Pieracini; anzi un grande progettista, perché direttore dell’Ufficio Pubblicità e poi responsabile del Servizio Grafico Editoriale in Olivetti, quindi titolare di Cagnone&Pieracini, Presidente dell’associazione dei graphic designer italiani (l’Aiap), Direttore della stessa ISIA di Urbino. Nella sua struttura, questo volume è quasi uno sketch book, un libro di schizzi e appunti, quelli che sempre i progettisti compongono per raccogliere e catalizzare spunti, immagini, idee, parole.

resistenza per la pace contro il terrorismo

E allora va bene la formula un po’ discontinua della testimonianza (Giancarlo Iliprandi sull’ISIA, Alberto Ridolfi sulla comunicazione – celeberrima - del Comune di Pesaro dagli anni Settanta ai Novanta), o del testo dedicato a un particolare autore (ceramisti come Zauli, artisti come Mattiacci e i Pomodoro…) a una particolare istituzione (il CSAG, da cui nasce poi l’ISIA), a una particolare esperienza (la immagine coordinata di Urbino, pensata da Albe Steiner con gli studenti dell’Istituto d’Arte della città, nel 1970), a una particolare galleria (quella estremamente ‘contemporanea’ di Franca Mancini). Un affresco un po’ impressionista, in particolare quello che costituisce la parte iniziale del volume, dove si mescolano figure provenienti da entrambe le discipline, chi stanziali chi più passeggere, con sconfinamenti ovvi fra arti visive, decorazione, progetto grafico, editoria e via dicendo.

Appunti, in qualche modo, di uno sketchbook destinato a descrivere una delle attitudini chiave dei progettisti: quella di essere delle sorte di antropologi del quotidiano. Chi progetta prodotti e servizi, infatti, non può che ideare una serie di relazioni, che questi artefatti soddisfino e incarnino, partendo dalla percezione (perché si tratta di una forma di analisi assai partecipata) di esigenze, problematiche, intuizioni latenti nella nostra cultura, e quindi nella nostra società. Costruire artefatti è sempre generare strumenti che dialogano con la cultura corrente, la modificano, talora la rivoluzionano (pensiamo al Post It, al Walkman o al tablet). Dunque, per un progettista l’interesse per la cultura materiale è sostanziale perché lì egli muove, lavora, raccoglie effetti e risultati.

11E allora, il volume di Pieracini e Facchini può essere pensato come una interpretazione in chiave storica di quelle ‘design researches’ che tendono oggi ad esprimere la modalità di indagine utile al designer (di qualsivoglia area: graphic, service, product…) per affrontare compiutamente un progetto; un volume che prova a delineare, nel passato, le tracce, gli stimoli, le situazioni che hanno generato una sorta di laboratorio permanente (specie nel graphic design, bisogna dire) attivo a tutt’oggi. Oppure anche, se vogliamo, una piccola elegia di uno dei tanti territori di eccellenza che l’Italia vanta, dove dinamiche sociali, culturali e imprenditoriali si sono mescolate (e tutt’ora si mescolano) in un tutt’uno.

Franco Bucci Massimo Dolcini Gianni Sassi
a cura di Roberto Pieracini con Federica Facchini
Aiap Edizioni, 2017, euro 24,00

Nelle immagini:

Franco Bucci, Laboratorio Pesaro, Vaso V2, 1968

Michele Provinciali, Franco Bucci, contenitori, anno ‘80

Massimo Dolcini, manifesto, Comune di Pesaro, 1980

Gianni Sassi, manifesto, Milano Poesia, 1988

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Artisti in copertina (di un disco)

Carlo Branzaglia

keith-haring-emanon-the-baby-beat-box-prints-and-multiples-offset-lithographCasa editrice che ha letteralmente reso popolari i repertori iconografici di artisti visivi e arti applicate, la tedesca Taschen edita dal 1980 volumi preziosi in termini di qualità e quantità dei materiali visuali proposti, secondo una logica, invero alquanto variegata, di source book, ovvero libro di fonti, che ancor oggi rappresenta strumento basilare di aggiornamento per chi si occupa di comunicazione visiva, moda, design (o per semplici appassionati e curiosi) perché capace di raccogliere materiali adeguati e selezionati, secondo chiavi di lettura ben più precise di quelli che ci offre il web (e con definizione delle immagini ben più alta…). Non ultimo, il fatto che Taschen pubblichi a prezzi abbordabili i suoi volumi, tenendo conto delle qualità di stampa e di curatela editoriale dei volumi, grazie anche a una formula intelligente di pubblicazioni a gruppi di lingue per libro.

Sono premesse che vanno fatte, raccontando una delle ultime fatiche della casa editrice, Art Record Covers, a firma di un autore italiano, Francesco Spampinato, il quale ha saputo sfruttate al meglio l’opportunità offerta. Sospinto da una propensione multidisciplinare che, nel suo curriculum italoamericano vanta un’attività di artista visivo, ma anche di curatore, di saggista in temi di comunicazione visiva e arti visive, di educatore, negli, Usa, presso una scuola prestigiosa come il RISDI. E infine, di collezionista. Proprio negli States Spampinato aveva scritto un altro seminale volume, di carattere saggistico, sul tema della progettazione condivisa nelle arti visive e del design, Come Together, per i tipi di Princeton Architectural Press.

La curiosità del curatore, la competenza del saggista, la voracità del collezionista si incrociano quindi in questa esuberante carrellata di immagini (più di cinquecento), debitamente commentata in apertura, schedata progetto per progetto, e accompagnata da una serie di interviste ad alcuni autori particolarmente legati al mondo della musica, come Shepard Fairey, Kim Gordon, Christian Marclay, Raymond Pettibonche. Immagini che, oltre a rappresentare un repertorio molto ricco di soluzioni peculiari, raccontano anche dei mutamenti di assetto della figura dell’artista nell’orizzonte culturale dal dopoguerra ad oggi. Da un lato, infatti, agli artisti è concesso, anzi è proprio richiesto, di andare al di là di una logica di un approccio stilistico o corporate legato alla dimensione distributiva e commerciale del disco, o del cd, perché a essere chiamata in causa è l’autorialità dell’artista stesso. Dall’altro, le diverse problematiche dell’arte contemporanea, e non solo le loro dinamiche poetiche e stilistiche, offrono un curioso spaccato delle relazioni fra arte, mercato, società.

jeff-beck_beck-ola_600E da questo punto di vista la varietà degli esempi non manca certo. Per incominciare, ci sono scelte che vengono fatte dai musicisti (o dai produttori) nei confronti delle immagini di artisti celebri, con conseguente liberatoria sui diritti: ad esempio, René Magritte, di cui viene pubblicato La Chambre d'Écoute (1952), usato da Jeff Beck per Beck-Ola (1969). Ci sono poi inviti specifici ad autori dotati di poetiche compatibili a quelli dei musicisti, come quello a Richard Hamilton da parte dei Beatles per l’art direction di The Beatles (ovvero il leggendario White Album, 1968). Infine, i casi nei quali l’artista è a sua volta produttore o musicista, quindi coinvolto a tutto tondo nel prodotto e package finale, come ad esempio Jean-Michel Basquiat nella sua Tartowm Records (una sola release, invero).

E’ sul secondo caso prioritariamente (specie nello specchio che copre gli ultimi 30 anni) che si accorpano gli esempi più numerosi: ed anche sul terzo, ad indicare comunque, nel mare magnum delle possibilità, una scelta che privilegia decisamente la costruzione di un progetto comune fra musicista ed artista.

Ovviamente, le variabili sono di nuovo molteplici, in questi casi. Un Keith Haring o uno Shepard Fairey (aka Obey the Giant) hanno avuto un tale impatto sull’immaginario collettivo da passare da David Bowie ai RUN DMC (il primo) e da Tom Petty agli Anthrax (il secondo), con formule iconografiche magari diverse e contestuali. Mentre la cover del pop-surrealista (underground Mark Ryden) per Dangerous di Michael Jackson (a fianco di quelle per Warrant o Screaming Trees) testimonia di come il mainstream più assoluto sappia cogliere, in tempi anche assai rapidi, i segnali provenienti dai sottoscala del pianeta.

Sull’altro versante, la leggendaria banana di Andy Warhol per i Velvet Underground, cresciuti nella Factory dell’artista, racconta una dinamica analoga certo, ma non omologabile con quella delle copertine del graffitista Rammellzee, a sua volta rapper, per compilation dedicate a una scena da lui stesso praticata, quella del turntablism newyorkese.

Insomma, al di là della ricchezza del repertorio; al di là delle sinergie fra musica e immagine in termini progettuali o addirittura sinestetici; il volume ci offre uno spaccato della ricchezza degli incroci che intercorrono fra hi and low culture, e ancor di più dei tracciati che all’interno della cultura pop intersecano mainstream e underground. Libero ogni lettore di ripercorrerli, guidati dalla efficacia di un regesto così decisamente ricco e strutturato

Francesco Spampinato
Art Record Covers
Edited by Julius Wiedemann
Taschen, 2017
€ 49,99

Alfadomenica # 2 – maggio 2017

fibraottica2Da mesi il tema delle fake news occupa un posto centrale nel dibattito mediatico italiano e internazionale. Ma le molte parole che si spendono al proposito tendono quasi sempre a ridurre l'analisi a una contrapposizione fra la notizia “vera” (e quindi buona) e quella “falsa” (cattiva), con tanto di prescrizioni più o meno convincenti per evitare il contagio di quest'ultima. In realtà la circolazione di “verità alternative” non è una novità dell'era Trump. E anche l'attenzione che oggi le dedichiamo dovrebbe essere oggetto di riflessione, così come è necessario prestare attenzione ai meccanismi attraverso i quali l'informazione si diffonde e agli ambiti dove l'assenza di uno sguardo critico può avere conseguenze inattese e pervasive. In questo senso si pone il seminario organizzato dall'Associazione Alfabeta (il primo del Cantiere di studi che la rivista ha avviato a febbraio) in programma a Roma giovedì 25 maggio alle 18 presso lo Spazio culturale Moby Dick (via Edgardo Ferrati 3). All'incontro partecipano Mario De Caro, filosofo, Ida Dominijanni, giornalista e filosofa, Andrea Grignolio, storico della scienza, Vincenzo Piscitelli, esperto di postproduzione fotografica, Fabrizio Tonello, politologo. L'incontro è aperto a tutti, ma gli iscritti all'Associazione Alfabeta (e anche chi si iscriverà quel giorno) avranno in regalo una copia dell'ultimo volume pubblicato dalle edizioni alfabeta2, Ricreazioni. L'arte tra i frammenti del tempo, a cura di Achille Bonito Oliva.

A proposito del nostro quotidiano alfapiù, invece, ci piace annunciare che quest'anno seguiremo da vicino il Festival di Cannes, grazie alle recensioni che ci manderanno ogni giorno dalla Croisette Mariuccia Ciotta e Roberto Silvestri, del quale trovate oggi un primo sguardo generale sulla rassegna.

Ed ecco il sommario completo di Alfadomenica:

  • Roberto Silvestri, Cannes 70, attrazione fatale: Tutto il cinema mondiale, alto e basso, neoantico o ipermoderno, del nord e del Sud, hollywoodiano e d’autore, di qualità commerciale o d’arte, tossico o indipendente, ancora una volta, si ritroverà sulla Croisette, dal 17 al 28 maggio, prima edizione dell’era Macron, per il suo Golden Gala. Anche se la situazione geopolitica è imprevedibile (come ha ricordato in conferenza stampa il 13 aprile scorso il presidente della manifestazione, Pierre Lescure) e non si conosce ancora quale ministro della cultura sarà della festa, l’anniversario esige un’edizione di lusso. E, intanto, autocelebrativa. - Leggi:>
  • Carlo Branzaglia, Artisti in copertina (di un disco): Casa editrice che ha letteralmente reso popolari i repertori iconografici di artisti visivi e arti applicate, la tedesca Taschen edita dal 1980 volumi preziosi in termini di qualità e quantità dei materiali visuali proposti, secondo una logica, invero alquanto variegata, di source book, ovvero libro di fonti, che ancor oggi rappresenta strumento basilare di aggiornamento per chi si occupa di comunicazione visiva, moda, design - Leggi:>
  • Antonella Sbrilli, Alfagiochi / Intitolati. Torna il gioco degli anagrammi: Qualche giorno fa, su Twitter, un messaggio di Luigi Scebba ha riportato in vita il gioco degli anagrammi, con cui ci siamo intrattenuti mesi fa. Il tweet di Scebba presenta il nome dell’artista ferrarese “Filippo de Pisis" anagrammato in “doppi pesi sfili”. La frase era accompagnata da un quadro con due pesci disposti sulla spiaggia, nello stile rarefatto e sfilacciato tipico di questo pittore che affascinò Montale, Comisso e Bassani - Leggi:>
  • Alberto Capatti, Alfagola / Che idea! La frittata... : La ricetta è un testo didattico e insieme un programma immaginario. La tentazione di creare un piatto e di restituirgli una identità di fantasia la percepiamo non solo negli spaghetti alla puttanesca o all’arrabbiata ma negli uccelli scappati e nelle sarde a beccafico. Titoli che stregano e intrigano appiccicati a prescrizioni apparentemente meticolose e ripetitive. Capita poi che la ricetta si trasformi in un vero e proprio testo letterario senza perdere ingredienti, dosi e fonti di calore. E’ il caso di una frittata colta al volo nella prefazione de L’antiartusi di Luigi Volpicelli (1978). - Leggi:>
  • Una poesia 27 / Julian Zhara: La luce accelera il passo, si sbriciola, scioglie ed espande, / insegna agli occhi stupiti a cedere allo stupore, / la luce là versa nell’aria, abbevera tutto il paese, / adesso la luce si sperpera in sabbia, si stacca dai muri, si mischia alla polvere. Leggi:>
  • Semaforo: Creativi - Influencer - Operai - Leggi:>

Il design della salute

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Sistema di segnaletica ambientale, Hospital Universitario Santa Virgen de las Nieves , design: Tau Design, 2004

Carlo Branzaglia
con Laura Valentini
Il tema del rapporto tra design e salute ha subito una costante evoluzione, da questioni di prodotto a questioni di servizio e di sistema. In poche parole, la progettazione di dispositivi medici (per esempio, i somministratori di insulina), magari mobili, specie se ad alta informatizzazione, finisce per essere un elemento di quella esternalizzazione di servizi, per lo meno parziale, che alloca parte delle procedure all’esterno delle strutture di cura, riservando agli operatori specializzati (medici, infermieri…) le fasi del rapporto diretto col paziente.

In questo modo, il somministratore di insulina – per quanto ovviamente più urgente – fa il paio con strumenti di orientamento salutista, come il contapassi o il rilevatore di battiti cardiaci, disponibili su telefonini o altri terminali più quotidiani. Secondo una logica di wellness, ovvero di cultura del benessere, che informa di sé le più interessanti proposte ospedaliere e sanitarie in genere, trasformate nel passaggio del punto di vista dalla malattia al benessere, dalla medicina alla cura.

Wellness è d’altra parte il nome che viene dato al comparto prima definito biomedicale in una regione, l’Emilia Romagna, che in questo settore ha svariate competenze da vantare, dall’area del prodotto farmaceutico spicciolo (Alfa Wassermann, per dirne una) al packaging per medicinali (Marchesini) fino a un intero distretto della protetica, quello di Mirandola, in provincia di Modena. Solo che wellness non è una parola inglese: è una definizione registrata da Technogym, neologismo assoluto a indicare una cultura dello star bene, dove le macchine da allenamento della azienda cesenate hanno un ruolo effettivo, mettendo al centro il benessere e la sicurezza del corpo rispetto allo sforzo atletico e muscolare, tipico di altri macchinari. E Wellness Valley si chiama quella area alle porte di Cesena ‘aperta’ proprio da Technogym e oggi praticata da altre aziende della medesima filiera.

In questo percorso dal prodotto al servizio, e dal servizio al sistema, il design ha un ruolo fondamentale, perché nel suo progettare relazioni, storicamente, prima ancora che artefatti, assume facilmente il ruolo di visualizzatore di competenze, funzioni, legami di filiera altrimenti destinati a non esplicitarsi, e quindi a non essere fruiti. Siamo dalle parti del tanto conclamato design dei servizi, che sostanzialmente serve a far sì che essi vengano usati tramite la creazione di interfacce (nel senso più vasto possibile del termine) efficaci. Nella consapevolezza che se un servizio non viene usato, non esiste.

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Graphic facilitation per Kara Bobowski, progetto Opta, concept: Latveria Design, scribing: Jacopo Ferretti, 2011

Così, il 24 gennaio a New York si è tenuto The Measured Symposium (organizzato dal Master in Social Innovation di SVA, celebre scuola di design della Grande Mela) dedicato al tema Design+Health, che ha letteralmente misurato il perimetro dell’area, spaziando dall’architettura ai programmi sanitari nazionali, in attesa della HealthCare Design Conference, programmata a Orlando nel novembre 2017. Iniziative che rappresentano un'inversione di carattere pressoché filosofico: il passaggio cioè dalla malattia al benessere, che corrisponde al passaggio dal risultato al processo (di elaborazione del risultato stesso), caro alla attuale psicologia della salute; ma anche al design, che ha scoperto come un buon artefatto (o tanti buoni artefatti…) sia sempre frutto di un processo adeguato. Cioè: il segreto del “made in Italy”.

Mai come in questo settore la questione è evidente: un sistema che mette in relazione azioni, servizi, oggetti; e che agisce secondo processi. Così, procedendo per gradi, i somministratori di insulina Omnipod progettati per Insulet da Continuum (agenzia internazionale di design molto attiva nel settore) nel 2010 rappresentano una svolta a livello di utenza personale nella gestione della cura, rendendola gestibile dal paziente medesimo; e anticipano quella delocalizzazione di prassi e anche di informazioni che modifica il rapporto con gli stessi istituti di cura, e che è centrale in progetti come quello di Tau Design per lo Hospital Universitario Santa Virgen de las Nieves di Granada, che dal 2004 prevede una serie di azioni online che si integrano alla gestione degli spazi e alla stessa segnaletica interna della struttura. Ma che è anche il brief di base dato dalla multinazionale Mortara Rangoni, produttrice di macchine per l’assistenza cardiologica, al Design Center Bologna per un progetto esposto a Shanghai durante l’Expo, ove si andava, per garantire assistenza all’infartuato, dal dispositivo domestico al chip nascosto nel gioiello, al portale 2.0 per assistenza reciproca fra ex pazienti.

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Immagine guida The Measured Symposium: Design+Health, School of Visual Arts, New York, 2017

Questo passaggio fra prodotto e servizio è d’altra parte alla base della ricerca svolta dallo Health Design Network, guidato dalla visual designer Gullermina Noël, e da Jorge Frascara, professore emerito all’Università di Alberta: che raccoglie, grazie ai suoi componenti, designer attivi nel settore, una vasta serie di esperienze e di documenti che si spingono fin verso strumentazioni di carattere educativo, interfacce utente, supporti per portatori di disabilità (anche cognitive). Il tutto proiettato sulla user experience, oggi riportata al centro delle procedure di progettazione: che nello specifico significa migliori condizioni di accesso al servizio per l’utente, ma anche per l’operatore sanitario; e, parlando in termini più ampi, la centralità della persona (non del paziente) come elemento nodale nella declinazione dei protocolli di cura.

È un tema che si propongono diverse strutture ospedaliere, peraltro: una fra tutte, con una esperienza che viaggia verso il decennio, quella di Forlì, fortemente informatizzata (nell’erogazione delle medicine, ad esempio, ma anche nella gestione delle lavanderie), all’interno del quale a essere qualificato è lo spazio, quello comune (di accoglienza), quello destinato ai pazienti, quello di lavoro per medici e personale. Una visione estesa al centro satellite della struttura romagnola, l’IRST (centro per la cura dei tumori) di Meldola, arredato, grazie ad accordi privilegiati con i fornitori, nella maniera meno medicale possibile, a cominciare dalle sedie colorate di Kartell.

D’altra parte, il design per il settore medicale finisce per incrociare il tema del Design for All, dato che quest’ultimo si preoccupa di individuare nelle diverse abilità, fisiche, cognitive e anche culturali (un migrante è un disabile, nella misura in cui fatica a partecipare ai beni e servizi offerti dal paese ospite) un criterio per migliorare le prassi di progettazione per tutti. Lo slogan Good design enables, bad design disables, coniato da Paul Hogan, scomparso fondatore di DfA Europe, sintetizza magistralmente il ruolo stesso del design, nel suo essere strumento abilitante (lo diceva anche Ezio Manzini) capace di mettere in moto azioni e relazioni, individuali come collettive.

Un aspetto peculiare di questa visione olistica riguarda infatti il parallelismo fra le metodologie di progettazione e quelle in uso in ambito psicologico. Dove il design, nel suo ruolo di fluidificatore di competenze diverse, si spinge fino alla co-progettazione (all’interno di gruppi aziendali così come di cittadini, nelle pratiche partecipate), assumendo un ruolo di facilitatore per certi versi complementare o scambievole con quello degli psicologi, che su pratiche di gestione dei gruppi agiscono ormai dagli anni venti, con Kurt Lewin e la Teoria del Campo (che si richiama alla Gestalt, configurazione, altro termine comune con il mondo della progettazione). E la figura del graphic facilitator usa strumenti derivati da quelle mind maps che Tony Buzan canonizzò negli anni Settanta a descrivere le dinamiche della mente umana.

Ancor di più, è la visione focalizzata sul processo ad avvicinare ultimamente il design alla psicologia. Laddove proprio nelle analisi della psicologia dei gruppi si evidenzia che è più importante il processo del risultato, intendendo nell’attivazione del primo la chiave per il raggiungimento di una consapevolezza in grado di generare il secondo (o i secondi…); si offre al settore del design una chiave per valorizzare quelle fasi di metodologia (nella ricerca, nella relazione con gli utenti, nella definizione dei concept) che rappresentano il cuore della dinamica progettuale, proprio nella capacità di determinare consapevolezza di mezzi e fini, e una dinamica di innovazione continua. Certo, pensare a una analogia fra psicologi e designer potrebbe non piacere né agli uni né agli altri; ma entrambi di fatto risultano essere specialisti nell’intervenire su procedure inter-relazionali (relative alle dinamiche personali) intra-relazionali (inerenti alle dinamiche interpersonali) o materiali/somatici (connesse agli artefatti che abilitano funzioni) che siano.

Alfadomenica # 2 – aprile 2017

cantiere12Apriamo l'Alfadomenica di oggi con un intervento di Bifo sulle fake news, il tema a cui dedicheremo il primo dei seminari legati all'attività del nostro Cantiere (l'incontro si terrà il 25 maggio a Roma presso il centro culturale Moby Dick, e parteciperanno Mario De Caro, Ida Dominijanni, Andrea Grignolio e Fabrizio Tonello, ve ne riparleremo). A proposito del Cantiere (che - ricordiamo - è lo spazio di discussione riservato agli iscritti all'Associazione Alfabeta) si è aperto un nuovo thread, "Il libro fra 100 anni", mentre nei prossimi giorni verranno inseriti nuovi materiali della prima serie di Alfabeta2. Vi aspettiamo!

Ed ecco il sommario dell'Alfadomenica di oggi:

  • Franco Berardi Bifo, Verità e simulazione: La Germania è sempre all’avanguardia quando si tratta di ristabilire il bene contro il male, il giusto contro l’ingiusto e il vero contro il falso. Infatti il Parlamento di quel paese ha legiferato contro la falsità. “Vasto programma” disse il generale De Gaulle a chi si proponeva di abolire l’imbecillità dalle vicende umane. Ma la mente semplice del popolo gotico non si ferma davanti alle quisquilie filosofiche, e legifera.  - Leggi:>
  • Carlo Branzaglia con Laura Valentini, Il design della salute: Il tema del rapporto tra design e salute ha subito una costante evoluzione, da questioni di prodotto a questioni di servizio e di sistema.  - Leggi>
  • Alberto Capatti, Alfagola / Ricetta perduta e ritrovata:  È un foglietto manoscritto inserito ne Le vostre giornate di Lidia Morelli, agenda 1936. Mese d’aprile, seconda settimana. Ecco la Minestra di crostata o torta di riso - Leggi:>
  • Una poesia 22 / Roberta Durante: l’ospedale in fondo ha un certo stile / se fosse casa mia starebbe bene con le porte: - Leggi:>
  • Semaforo: Ferrovie - Lotterie - Unicorni - Leggi:>

Iliprandi, un design che non c’è più?

Carlo Branzaglia

Layout 1Nel novembre dello scorso anno, durante Bookcity Milano, si è tenuto un convegno, Gli anni ruggenti della grafica italiana, con cui l’Associazione Disegno Industriale ha voluto ricordare Giancarlo Iliprandi, che della ADI fu presidente e che, scomparso il 15 settembre 2016, all’età di 91 anni, ha lasciato un vuoto strutturale nel mondo del design italiano, e non solo del design grafico, il campo nel quale ha mosso la sua lunghissima attività. “L'ultimo testimone di un'epoca che oggi si può solo rimpiangere”: così Iliprandi è stato definito nel corso dell’incontro a cui hanno partecipato, fra gli altri, Luciano Galimberti, Vanni Pasca, Cinzia Ferrara, Alberto Saibene, Beppe Finessi, Salvatore Gregorietti e Mario Piazza.
Ma in effetti, più ancora che testimone, Iliprandi è stato protagonista di una Milan School che vedeva il design (compreso quello per la comunicazione visiva) come strumento fortemente integrato alle politiche di una borghesia imprenditoriale lombarda attenta alla dimensione non solo economica, ma anche culturale ed etica del proprio lavoro. Una borghesia progressivamente scomparsa sotto i colpi di delocalizzazioni e globalizzazioni, che trovava appunto nella dimensione del progetto una leva di avanzamento non solo del mercato ma anche dei linguaggi, e dei rapporti con l’utente, in una logica poco chiassosa, anzi votata all’understatement, che diede vita a un boom economico accompagnato da una coerente eco sociale.
DischidelSoleA questa dimensione il lavoro di Iliprandi fu strutturale, con lo stesso understatement, con un impegno a tutto tondo nel mondo del progetto, con una dimensione critica ed etica che l’approccio umano, professionale, associativo del designer ha sempre proposto, fino a pochi mesi dalla sua scomparsa. Una dimensione anche poetica, confermata dall’ultimo libretto di schizzi, Figli del vento, prodotto postumo dal suo studio alla fine del 2016, dove lo ritroviamo nella sua qualità di grande e attento viaggiatore.
Ma Iliprandi è innanzi tutto un progettista, che incrocia la storia di grandi imprese italiane come Rinascente, Rai, Fiat, Standa, a partire dagli anni Cinquanta. E lo fa con progetti corporate, che tuttavia inventano territori di frontiera, come l’exhibit per Rai, i pittogrammi per i cruscotti delle Fiat, le livree del team automobilistico di GuidaTV.

popular117Nello stesso tempo, Iliprandi costruisce immaginari destinati a lasciare un segno permanente nella nostra iconosfera, attraverso le copertine dei I Dischi del Sole, e l’art direction di riviste come la unica ed inimitabile Phototeca (fra le tante altre testate, come Interni, Popular Photography Italiana, L’Arca…), inni a un linguaggio vernacolare e colto al tempo stesso, di indiscutibile originalità. Questa capacità di innovazione dei linguaggi di comunicazione gli è stata effettivamente riconosciuta, nella lunga serie di premi ricevuti, dal Compasso d’Oro del 1979 e 2004, e quello alla Carriera nel 2011, alla laurea ad honorem del Politecnico di Milano in Disegno Industriale, al Gran Premio Internazionale alla Triennale di Milano del 1964. Ed è tutta raccolta in un bel volume, davvero educativo, che Iliprandi dedica alla sua esperienza: Note, edito da Hoepli nel 2015.Ma all’attività professionale Iliprandi ha sempre accostato altri impegni, primo fra tutti quello associativo, che lo vide presidente di Art Directors Club Milano; di ICOGRADA (l’interassociativo internazionale del mondo del design grafico), fra i pochissimi italiani a ottenere una carica di tale livello in organizzazioni globali di progetto; di ADI, unico graphic designer nella storia di una associazione che, per quanto votata ad esprimere la filiera del design italiano (raccogliendo imprese, progettisti, istituzioni etc) ha le sue dichiarate origini nel design di prodotto. E proprio in questa veste Iliprandi tentò già negli anni Novanta una missione ancor oggi impossibile, quella di riunire le varie associazioni del mondo del progetto attive sul territorio nostrano.
Giancarlo_laRinascenteuomo_disegnoUna questione di impegno culturale e di presenza personale attiva, mai negata fino all’ultimo, che si riverbera nell’attività didattica, svolta con coerenza al di fuori di logiche accademiche, per l’Umanitaria, il Politecnico di Milano, l’Istituto Europeo di Design (sempre Milano), e l’ISIA di Urbino, prima vera istituzione didattica nel design grafico italiano di cui guarda caso fu uno dei fondatori, presente nel primo Comitato Scientifico Didattico. In quel mix fra ricerca e impegno che ha caratterizzato tutta la sua carriera. E poi una dimensione etica, rimarcata e rivendicata per il mondo del progetto proprio nell’ultimo decennio, quando forse gli era maggiormente evidente come tessuto sociale ed economico, attitudine professionale e dimensione culturale si andassero scollando sempre di più. La serie di iniziative sviluppate con studenti di Politecnico e Naba a Milano, confluite in tre volumi (Basta, Per, Con), sono la testimonianza di chi ha vissuto una dimensione globale del progetto, via via depauperatasi nel tempo a pura rendita commerciale. Un richiamo a una dimensione intellettuale e consapevole che non sempre il design italiano è stato in grado di esprimere. 

alfadomenica #2 – febbraio 2017

circuito-elettrico copiaCare lettrici, cari lettori, il nostro cantiere online, lo spazio di dibattito aperto ai soci dell'associazione Alfabeta, è quasi pronto e nella seconda metà di febbraio invieremo agli iscritti le modalità per accedervi. In attesa che il forum sia attivo, ci limitiamo a anticipare che il primo tema di discussione sarà la "sentimentalizzazione" del lavoro (manager come motivatori, uso e abuso del concetto di intelligenza emotiva, retoriche della responsabilizzazione individuale...).  A chi non si è ancora iscritto e vuole saperne di più sull'associazione Alfabeta, consigliamo di visitare questa pagina del sito.

Oggi su alfadomenica:

  • Serena Carbone, Val di Susa senza Euridice:  Come dice Erri De Luca, «povera è una generazione nuova che non s’innamora di Euridice e non la va a cercare anche all’inferno». Euridice ha in sé la parola δικη/dike. Dike nell’antica Grecia era la dea della Giustizia. Euridice, letteralmente, significa «grande giustizia». Da qualche mese in libreria, Un viaggio che non promettiamo breve di Wu Ming 1 e Fuori dal tunnel di Marco Aime affrontano secondo due prospettive tangenti le vicende che hanno coinvolto, e coinvolgono ancora, non solo gli abitanti di quella valle ad ovest di Torino ormai da decenni sotto scacco del fantasma della TAV da costruirsi nella tratta Torino-Lione. Leggi:>
  • Carlo Branzaglia, Iliprandi, un design che non c'è più?Nel novembre dello scorso anno, durante Bookcity Milano, si è tenuto un convegno, Gli anni ruggenti della grafica italiana, con cui l’Associazione Disegno Industriale ha voluto ricordare Giancarlo Iliprandi, che della ADI fu presidente e che, scomparso il 15 settembre 2016, all’età di 91 anni, ha lasciato un vuoto strutturale nel mondo del design italiano, e non solo del design grafico, il campo nel quale ha mosso la sua lunghissima attività. “L'ultimo testimone di un'epoca che oggi si può solo rimpiangere”.  Leggi:>
  • Alberto Capatti: Alfagola / Frittelle di vento, frittelle a vento:  Christofaro di Messisbugo era scalco, sovrintendente delle cucine e dei banchetti della Corte di Ferrara nella prima metà del ‘500. Serviva il suo signore Don Hippolito d’Este e delle sue feste era l’ideatore gastronomico e spettacolare. Libro Novo s’intitola la sua opera unica, stampata in Venezia nel 1557, con il sottotitolo nel quale s’insegna a far d’ogni sorte di vivanda secondo la diversità dei tempi, così di Carne come di Pesce. Leggi>
  • Semaforo: Generosità - Memoria - Umiltà. Leggi:>