Giganti ai fornelli

Carlo Antonio Borghi

Kastrum Karalis – Castello di Cagliari. Il Museo Archeologico Nazionale è ancora affollato dai giganti nuragici di Monti Prama. I piccoli bronzetti non ne possono più di questa intrusione ciclopica. Le grandi statue guerriere di arenaria hanno richiamato folle di visitatori: quasi centomila paganti.

I giganti si tengono in piedi grazie alle loro protesi ortopediche. Muti, impietriti e impalati ai loro sostegni espositivi, si lasciano fotografare senza battere ciglio. Soltanto Urgurù il capo tribù può parlare e muoversi nonostante le mutilazioni ma solo quando il museo chiude al pubblico. Intanto dagli scavi di Cabras, suo paese natale, riemergono altre membra sparse di giganti guerrieri retrodatabili alla prima età del ferro. Intorno a loro numerose tombe. Teste mozzate di netto. Piedi separati dal resto del corpo. Avambracci spezzati. Un popolo di giganti fatti a pezzi. Un geo-radar esplora la pancia della collina di Monti Prama.

A museo chiuso e spento Urgurù si mette ai fornelli. Gli piace cucinare e più di tutto gli piace il ragù. Lo assiste la sua restauratrice e curatrice Bustiana. “Ora gli studiosi cominciano a capire che a farci a pezzi sono stati quegli intolleranti dei Cartaginesi” – dice sminuzzando un bel trancio di speck. Lo batte e ribatte a coltello con mano esperta. “Avevate provato a difendervi in tutti i modi” – commenta Bustiana pelando e passando pomodori di campo. “Erano in troppi e molto meglio armati di noi che avevamo solo armi di pietra e fionde” – dice Urgurù mentre pensa al suo ragù. Lo speck è un dono di un turista trentino visitatore del museo. Insieme allo speck anche un bel taglio di trentin-grana. Doni votivi.

Tutto viene da una macelleria e da un caseificio di Fondo, in provincia di Trento e a 30 km da Bolzano. “Non sapevo che esistesse il ragù di speck” – dice Bustiana grattando il grana con una grattugia nuragica del secondo millennio a.c. “Quell’uomo trentino mi ha detto di provarci perché non avrebbe niente da invidiare al ragù emiliano o a quello napoletano” – precisa Urgurù rovesciando il battuto di speck sul soffritto che sfrigola in casseruola. La casseruola è dell’età del rame finale, un pezzo da museo. “A regalarmi gli ziti è stato un turista napoletano, portandomi i saluti di San Gennaro e della Sibilla Cumana – racconta il gigante alla sua piccola e spiritata Bustiana – io non li avevo mai visti e sulle prime mi sono sembrati frecce da mettere in faretra per i nostri archi”.

Bustiana spande la passata di pomodoro sulla carne di speck che rosola. Sobbollirà per un paio d’ore poi accoglierà gli ziti spezzettati e spolverati di grana. “Mi piace unire il sud di Napoli con il nord di Trento e Bolzano” – afferma Urgurù sorseggiando un vino di proprietà. “Un ragù così potrebbe andar bene anche per i nostri malloreddus” – sostiene Bustiana brindando con Urgurù. “Cara Bustiana – dice lui – mi pare che ti prendo e ti porto a Milano per l’Expò2015 e ci esponiamo lì tu e io, al posto di quei noiosi dei Bronzi di Riace”.

Il profumo di ragù li avvolge e spinge l’una nelle braccia dell’altro. “Se ne stiano pure a casa quelli di Riace e di Reggio Calabria – aggiunge Urgurù – quelli tentennano ciurlando nel manico e oltretutto a questi di Riace il ragù manco gli piace”. “Del resto voi giganti facevate la vostra bella figura quattro secoli prima di quei due figurini di bronzo ellenistico” – aggiunge Bustiana girando il ragù con un mestolo di bronzo ritrovato nella tomba di un cuoco nuragico.

Un ragù di speck non si era mai visto prima. Cotto e mangiato insieme agli ziti resterà memorabile. Ne avranno un piatto anche i custodi notturni del museo. Neppure un gigante come Urgurù si era mai visto prima e ora medita di mettere su una locanda con trattoria. La chiamerà: da Urgurù. Oltretutto, questo Urgurù è gran maestro di griglia e barbecue.

 

L’erba vorrei. Carlo Antonio Borghi

Vorrei. Qui ti voglio o qui ti vorrei? Cos'è meglio? Qui mi voglio e qui mi vorrei per dire di desideri probabili e non solo possibili. La probabilità mi eccita. La possibilità mi lascia indifferente e a volte mi deprime. Bevo un cordiale. L’erba voglio non esiste, come insegnavano le nonne. L’erba vorrei esiste ma bisogna trovarla.

Primo primo, vorrei che (come scrive Illuminati) ci decidessimo a stroncare per separare il grano artistico dall’olio della banalità. Stroncare per separare e differenziare e alla fine del processo critico, buttare nel contenitore giusto. In un campo si estirpano le erbe gramigne infestanti e parassite. Differenziare è anche un modo per combattere l’indifferentismo. In natura bisogna darsi da fare per assicurare la resistenza e la sopravvivenza del cosiddetto prato stabile, quello che preserva le migliori erbe, le migliori essenze e la naturalità del suolo.

Per secondo vorrei un’Italia liberata dall’etichetta invasiva e infestante di paese, rigirato e mantecato in tutte le salse: il paese, un paese, questo paese, il nostro paese. Basta e avanza il Bel Paese di Galbani. Per mangiare il riso amaro carnaroli vorrei due bacchette magiche. Una per far sparire per sempre e in un sol boccone la parola evento da programmi e resoconti di attività culturali sparse in ogni dove urbano, campestre e montano. La scomparsa della parola evento si porterebbe appresso nell’inabissamento, la parola territorio. Con la seconda bacchetta vorrei dirigere un’orchestra come quella di Butch Morris, in double conduction and revolution.

Vorrei teletrasportarmi nel quartiere alternativo, antiautoritario, autogestito e anarchico di Exarchia, al centro di Atene. Lì tutto passa di mano in mano e un pasto costa da uno a tre euro. Mentre digerisco vorrei trattenermi sulla soglia e aspettare, con una sigaretta tra le labbra, che passino a prendermi i manifestanti. Mi chiedo se questo vorrei non sia una letterina per il prossimo Babbo Natale. Da ex performer della prim’ora (ora in pensione) vorrei che tornasse la pratica dell’esposizione del corpo nudo d’artista maschio e/o femmina come segnale di rivolta contro i poteri e i persuasori occulti. Voglio ancora credere nella rivoluzione della carne. Keep on running and loving.

Per finire voglio/vorrei che si smettesse, una buona volta di recitare, l’insulsa definizione di cultura immateriale. In questa liturgia benculturalista si servono ostie di bocca in bocca. Si tratta di un salmo continuo mentre invece è il palmo della mano a dare sostanza materiale a ogni forma di cultura. Tutto questo vale come invito a una cena cucinata da una Big Mama mediterranea.

 

Il materialismo (a)storico

Carlo Antonio Borghi

Il benculturalismo universalista e globalista dell’UNESCO confida e pontifica su una categoria culturale che definisce immateriale. Dando corpo a questa balzana definizione l’Ente ha colpito anche in Sardegna. Alla fine del 2013 ha attribuito la sua medaglia di patrimonio dell’umanità alla Faradda della città di Sassari.

Patrimonio orale immateriale. La Faradda consiste nella discesa dei cosiddetti candareri, grandi macchine a spalla portate per strada grazie alla baldanza di molti uomini muscolati e allenati alla bisogna. Ogni candeliere è una alta e grossa colonna di legno che, in quanto cero votivo, rappresenta un gremio o corporazione d’arte e mestieri. Otto candelieri per otto gremi: mercanti, massai, sarti, muratori, calzolai, ortolani, conciatori e pastori. Partono da piazza Castello e corrono quasi a rotta di collo verso la chiesa di Santa Maria in Betlem. Ogni tot i portatori si fermano e fanno danzare il gran candeliere votivo.

La Faradda ogni 14 di agosto celebra la fine della peste del 1652. Cosa c’è di immateriale in una calata dionisiaca resa possibile solo dalla possanza fisica di tanti uomini?! La cultura, anche quella che si fonda sulla devozione popolare e tradizionale, è tutta materiale e materialista. Il popolo canta, applaude, incita e alla fine festeggia con abbondanti libagioni e danze bacchiche. Anche una supplica, una preghiera o un ex voto rivolti a questo o quel santo sono atti materiali e concreti. La cultura è materia prima che fatica, suda, sfama e disseta. Per l’UNESCO invece tanta parte della cultura incarnata nell’umanità è memorabile in quanto immateriale e incorporea. Sassari ora si ritrova repertoriata in quella categoria immaterialista.

Anche a Cagliari la festa e la processione votiva del 1° maggio intitolata a Sant’Efisio avrà prossimamente lo stesso riconoscimento. L’incartamento benculturalista è già sulle scrivanie dei funzionari dell’UNESCO. Anche in questo caso e da quasi 400 anni, si celebra in pompa magna il caso di una terribile epidemia di peste che mise in ginocchio la città nel 1656. Costumi sardi multicolori provenienti da ogni contrada e villaggio, carri a buoi carichi di bellezze ingioiellate e cavalli bardati a festa sfilano per ore e ore occupando i quartieri storici della città. Trionfi di dolciumi in pasta di mandorla e di ricotta allietano e confortano decine di migliaia di spettatori. Birra, vino e malvasia scorrono a fiumi. I fumi degli arrosti si alzano verso il cielo oscurando i fumi della vicina città petrolchimica chiamata Saras. Tutto immateriale, compresa la fitta infiorata di petali di rosa che accompagna il passaggio del santo guerriero e martire dioclezianeo.

Altrettanto immateriale doveva essere stata la peste epidemica che in quel 1656 si portò via migliaia di corpi di cittadini appestati e affamati dalla carestia. Quella del 1° maggio è la processione votiva più lunga del Mediterraneo: 40 chilometri di pellegrinaggio dalla città fino a Nora, luogo del martirio del santo e da lì altrettanti 40 chilometri di rientro in città. Del resto Cagliari vanta la spiaggia urbana più lunga dello stesso Mediterraneo: 8 chilometri di Poetto. Tutto immateriale. Tutto trasfigurato. Tutto fantasmatico. Seguendo quest’ordine delle cose culturali immateriali anche i Promessi Sposi o La Peste di Albert Camus sarebbero esempi di cultura letteraria immateriale e sulfurea. Il materialismo storico si sa cosa è stato e cosa ancora è.

Per l’UNESCO esiste un immaterialismo storico da santificare subito ma solo loro sanno di cosa possa trattarsi. Intanto Madonna pensa a un remake di se stessa: Living in a (im)material world and I am a (im)material girl you know that we are living in a (im)material world and I am a (im)material girl.

Giganti gitanti

Carlo Antonio Borghi

Sardegna. Gli ormai celebri giganti nuragici di Monti Prama hanno messo il naso fuori dalla loro clinica di restauro e se ne sono andati in gita. Alcuni hanno raggiunto Cabras dove furono riesumati da sottoterra e rimessi in luce per un totale di 6000 pezzi e frammenti. Cabras è terra di mezzo, in Sardegna.

Altri giganti hanno raggiunto Cagliari e la sua Cittadella dei Musei per sistemarsi nelle stanze della mostra L’Isola delle Torri, dedicata a Giovanni Lilliu. Cagliari (Karales) nella geografia isolana è il centro del cosiddetto Capo di Sotto. Sassari, dove i giganti sono stati ricoverati e restaurati, è il centro del cosiddetto Capo di Sopra. Tutta l’isola è ripiena di resti e torri della civiltà nuragica. I giganti lavati e stirati come per una cerimonia si sono divisi tra il Museo Civico di Cabras, affacciato sulla pescosa laguna e il Museo Nazionale di Cagliari affacciato a strapiombo sulla città bassa che corre verso il mare e gli stagni salinieri. Hanno scelto le giornate primaverili e benculturaliste del FAI per la gita fuori porta e fuori dalle mura del Centro di Restauro di Li Punti, borgata sassarese.

Arcieri, pugilatori, lottatori e opliti tutti allenati al combattimento fin dalla loro nascita tra il IX e l’VIII secolo avanti Cristo. Si sono portati appresso i loro giocattoli preferiti: turriti modellini di nuraghe. Sono come plastici ante litteram, una rappresentazione apotropaica del nuraghe ideale nella città nuragica ideale. A Cabras e a Cagliari fanno la fila per vedere le mega statue dal vero e la loro versione in 3 o 4 D. Sono tutti giganti. Nessuna gigantessa. Quelli esposti a Cabras sono proprio tornati a casa, anche se 3000 anni fa una vera e propria abitazione non l’avevano. Tutta l’area dove si ergevano statuari era un santuario con necropoli. Mangeranno i prelibati muggini cabraresi, bottarga compresa. I giganti ospitati a Cagliari non sanno se e quando rivedranno la loro terra natale e le loro amiche palme di Monti Prama. Cabras è anche famosa per la bellezza delle sue donne.

Intanto un geo-radar esplora il sottosuolo d’intorno alla collina dove furono ritrovati. Rileva presenza sepolta di altra arenaria in pezzi e blocchi. Altri giganti da riassemblare per ricostituire l’intero manipolo di quei sacri guardiani?! Le memorie dal sottosuolo sardo sono memorabilia nuragiche, megalitiche e imparentate con Dedalo. A Casteddu (Cagliari) i giganti mangeranno fritto misto del Golfo e gran premio di cavallo in salsa di olio, prezzemolo e aglio. Passata la festosa e gratuita domenica FAI si pagherà un biglietto di 5 euro per visionarli a tu per tu e cercare di fissarsi nei loro occhi spiraliformi, risolti in un tutt’uno con naso e bocca. Colpi da maestro scultore. In altezza superano i due metri. Sarebbero piaciuti a Costantin Brancusi e a modo loro sono adoratori della Colonna Infinita dello scultore rumeno. Sulle loro teste di pietra vola la Maiastra.

I giganti ora aspettano visite con orario da museo. Giovanni Archeologo Lilliu sosteneva che tra di loro non c’era un capo tribù, così come si usava tra i bronzetti. Il Sardus Pater della civiltà dei Sardi quella volta si sbagliava. Il capotribù c’è e si chiama Urgurù. Urgurù è stato a tu per tu con me che sono arteologo. Dice: io Urgurù ho condotto i miei compagni quaggiù, partendo da lassù con tutti i nostri equipaggiamenti al seguito, perché c’è da lottare anche nei beni culturali e per dire a Francesco Pigliaru, nuovo governatore regionale, che io Urgurù capotribù lo chiamerò Pigliarù e se volete saperne di più chiedete a Battista e a Sisinnio i due braccianti cabraresi che ci hanno arati e dissodati nel campo che gli dava da campare e che era un terreno di proprietà della Confraternita del Rosario. Era il 1974, 40 anni fa, l’anno del treno Italicus. Ancora oggi in Sardegna, passano lenti i treni per Toser e per Terranova (Olbia), a vapore o tutt’al più a gasolio. Sardus Pater et Sarda Mater, semper.

Palm Fiction

Carlo Antonio Borghi

In Sacro Gra di Gianfranco Rosi (Leone d’Oro a Venezia nel 2013) un personaggio buca davvero lo schermo: è Francesco l’uomo che con ostinazione cerca di trovare un rimedio per liberare le palme dall’assedio mortifero del punteruolo rosso (Ryncophorus Ferrugineus) pestifero portatore di un’epidemia che da un decennio sta devastando la popolazione delle palme italiane, isole comprese. Lui da botanico palmologo sperimenta una sua tecnica per liberare le palme dalla peste che non lascia scampo.

Cerca di distillare un ultrasuono che possa mettere a tacere quei coleotteri e chiudere quelle bocche fameliche che masticano il corpo delle palme, facendone carne di porco. A Roma e nel Lazio la moria delle palme è inarrestabile. Paesaggi costieri, città e campagne perdono palme una dopo l’altra, a decine, centinaia e migliaia. Potature mutilanti e antiparassitari chimici non possono nulla. Divorate da dentro, le palme perdono la chioma e tutta la loro linfa vitale. Non resta che segarle alla base per ridurle in moncherini da utilizzare come sedili o basi d’appoggio. Il resto del loro corpo-fusto deve essere bruciato e incenerito in un apposito rogo, per evitare che gli insetti che le hanno colonizzate si trasferiscano in altri esemplari di palmizi. Il punteruolo rosso viaggia su navi da trasporto. Così è arrivato anche in Sardegna dove ha preso dimora stabile.

Ora tocca a Cagliari di perdere per strada il suo patrimonio di palme: palme cimiteriali – palme del centro storico – palme dei viali dei bastioni e del lungomare – palme dei pubblici giardini – palme nel parco dell’ex manicomio – palme di cortili e di giardini privati. Nessun piano di contrasto messo in atto dalle pubbliche amministrazioni. Il paesaggio è destinato ad essere pesantemente modificato. Era un paesaggio mediterraneo anche grazie alla distribuzione delle palme in città, al mare, in periferia e nelle campagne dei vicini contadi. Così è andata in Sicilia e a Palermo dove nel 2010 l’associazione Carovana S.M.I. da Cagliari, dove risiede e opera, aveva portato un’azione di danza urbana intitolata Palm Fiction, all’interno della rassegna nazionale Movimenti Urbani.

L’azione con una serie di micro performance puntava il dito proprio sulla modificazione violenta dei paesaggi urbani e umani, prendendo come esempio la mortificazione delle palme, nostre compagne di vita e di strada. È stata un’azione performativa e dimostrativa in transito tra Sassari Cagliari e Palermo. È in atto un vero e proprio palmicidio, una danza macabra e violenta che non sembra avere fine. Chi ci guadagna da questa peste diffusa sono solo le ditte che si occupano a caro prezzo dell’asportazione e dell’incenerimento delle palme. Tutti fanno finta di nulla, a parte l’uomo palmologo che vive in simbiosi con le palme impestate del Grande Raccordo Anulare.

Film che c’è vita, c’è speranza… ma non per le palme. La polpa di palme è tenera e succulenta e il punteruolo rosso ne è ghiotto. Del resto noi stessi i cuori di palma li uniamo alle insalate. La progressiva strage delle palme da sud a nord, rappresenta un altro fallimento della contemporaneità italiana, peninsulare e insulare.