Aspettando le Operaiadi

Carlo Antonio Borghi

Visione in 3D: Disoccupazione, Devastazione e Disordine. Disoccupazione dilagante e invalidante. Devastazione imperante e ricorrente dei luoghi della vita e del lavoro. Tanto ricorrente da divenire permanente. Disordini psichici e sociali dietro ogni angolo. I Futuristi della prima onda avevano pensato alla Ricostruzione Futurista dell’Universo. Era l’11 Marzo del 1915, per le firme di Balla e Depero. Ora ci sarebbe urgenza di una Ricostruzione Psicofisica dell’Universo Postmoderno, intendendo l’Universo come microcosmo personale unito al macrocosmo globale. Tutta la realtà è riproducibile in Alta Definizione. Tutto quanto ci è dato di vedere risulta in Blue Ray.

La depressione economica corre in pista gomito a gomito con la depressione nervosa. La nervous breakdown viene definita immateriale ma è tangibile e materica quanto la prima. Materica quanto l’arte scottata e bruciata di Alberto Burri, informe e informale. Con entrambe le forme di disagio tocca fare i conti, in tasca e in testa. Il corpo spesso resta basito e impedito ad agire. Una buona forma di azione è quella di autoinchiodarsi in cima a tralicci, silos, ciminiere e campanili ad altezza variabile dal suolo. È una modalità usata da operai in lotta per mettere in mostra lo stato di devastazione depressiva causato dal connubio mefistofelico di disoccupazione + disordine.

Nelle arti performative la condizione di immobilità del corpo dell’artista in pubblico è manifestazione estetica e critica verso il moto perpetuo dei villaggi globali e delle città verticali. La stessa cosidetta Danza Urbana spesso mette i suoi performer fissi con le spalle al muro o con i piedi inchiodati sull’asfalto. Più stai fermo più ti fai notare nella massa che non fa altro che andare. Il corpo fermo e disteso aspetta di essere indagato. L’indagine può procedere per via di pratiche amorose o per il tramite di accertamenti sanitari. In tutti e due i casi si ottengono corpografie riproducibili in tutti i formati, meccanici e digitali.

A Milano nella mostra Addio Anni 70 Arte a Milano 1969-1980 (Palazzo Reale) sono state rimesse in luce tracce e impronte del passaggio del corpo in movimento o in stato di immobilità. Il corpo punto di partenza e di arrivo come progetto e concetto di se stesso. Allora nel Corpo dell’Artista trovavano unione di sensi e di intenti il corpo individuale e quello sociale, il corpo dell’intellettuale e quello del lavoratore metalmeccanico o petrolchimico. Il corpo si era messo di mezzo e spesso di traverso, fin dai tempi dell’amicizia tra Cage e Duchamp. Una amicizia a scatti e a scacchi.

Di seguito il corpo divenne Fluxus, flusso ininterroto di matrice lunare, mentale e corporale. Quando Fabio Mauri proiettò il Vangelo Secondo Matteo sul petto di Pasolini seduto, tutto risultò ancora più chiaro, chiaro come la camicia bianca di lui. Appeso allo schienale della sua sedia il giubbotto di pelle poetica. Il resto del corpo dentro ai jeans. Ci aveva visto bene Pino Pascali quando, alla fine degli anni Sessanta, ingravidò una bella tela bianca. Era una tela che desiderava un figlio d’artista concettuale. Gravidanza a rischio. È ancora lì appesa e ferma sui muri del MACRO, con il suo pancione del settimo o ottavo mese. Stato di gravidanza permanente. Avrebbe potuto partorire il futuro e forse un giorno lo farà.

Per il momento i corpi più attraenti, riprodotti dagli schermi Full HD, sono risultati quelli delle post Olimpiadi di Londra 2012. Corpi di persone disabili variamente e spesso artisticamente menomati ma determinati alla competizione agonistica. Con orribile dicitura il C.O.N.I. le chiama Paralimpiadi. Varrebbe la pena di chiamarle Disabiliadi. Corpi d’oro, d’argento e bronzo. Avrebbero potuto gareggiare anche tante statue greco-romane variamente mutilate o menomate o acefale, a cominciare dalla Venere di Milo e comprendendo anche Aurighi, Discoboli e Pugilatori amputati. Corpi differenti. Corpi differenziali. Corpi che fanno la differenza, molto più dello spread. Intanto, la forbice si allarga. Sul podio la Triade Capitolina con Giove Giunone e Minerva, variamente amputati ma ben visibili a Montecelio sopra Guidonia.

Cosa fare dopo l’Orgia?!

Carlo Antonio Borghi

Orgia. Festa sfrenata spesso a sfondo sessuale:orge carnevalesche; fare un'o.; darsi, abbandonarsi all'o.; notte di o.(Dizionario Hoepli).

2.
Orgia. Normalmente si tratta di una azione collettiva nel corso della quale corpi maschili e femminili mettono in atto molteplici congiunzioni e disgiunzioni, di durata variabile. I corpi passano di mano. È un quadro vivente di eccitazione permanente. L’orgia è una forma nascosta di performance e di Body Art. Nasce come happening, non si sa quando. Non si sa come, né dove. Forse la prima potrebbe risalire a un tempo immediatamente successivo a quello della Cacciata dei Progenitori dall’Eden.

3.
Baudrillard (o chi per lui) durante un’orgia disse ad una delle ragazze: “Cosa fai dopo l’orgia?!” Glie lo aveva detto all’orecchio. Lei gli aveva strizzato l’occhio e non solo. Dopo l’orgia andarono a prendere un caffè. Lui liscio, lei macchiato. L’amore disorienta. Il sesso riposiziona. Il caffè riconfigura. Estasi singolari o promiscue.

4.
Rivedo i Draghi Avvinghiati di la Qalah, acropoli della siriana Aleppo, martoriata dalle bombe lealiste. Siamo tutti draghi ogni volta che facciamo sesso in coppia, in trio, in quartetto, in quintetto da camera. Ritrovo Leopold Bloom nella strada dei bordelli di Dublino. Mabbot Street. Anche lì passava un tram da chiamare desiderio del poco e dell’assai. Tutto questo alla luce dei lampioni e dei lumi a gas. Sesso a gas e poi elettrico. Corpo a gas e poi elettrico.

5.
“Cosa fare dopo l’orgia?!” Sono passati almeno due decenni dalla domanda epocale di Baudrillard. Ne sono passati più del doppio da quando è cominciata l’orgia della modernità. Orgia della produzione e del consumo. Tutto è stato prodotto e riprodotto, consumato e riconsumato. Tutto è stato liberato: il corpo, il sesso, i costumi. Tutto è stato sperimentato e assaggiato. Tutti i piaceri sono stati esposti e catalogati. Tutti gli eccessi. Tutti i surplus. Tutte le combinazioni sono state messe a tavola e a letto, da quel dì. Le Porte della Percezione sono state aperte o divelte. Tutte le gambe sono state divaricate e condite. Tutti i fluidi corporali sono stati scambiati barattandoli alla pari o pagandoli un tot di denari. Tutti i frutti sono stati spremuti. Tutti gli schermi sono stati bucati, prima, durante e dopo Ultimo Tango. Tutte le Grandi Abbuffate sono state ingoiate, digerite ed evacuate anche a costo della vita. Volevamo tutto. Per un attimo è sembrato di averlo avuto. Finito tutto in un battito d’utopia.

6.
Dopo l’orgia, non ci resta altro da fare che ricominciare da capo. Al tempo di Piero Manzoni, non ci restava altro da fare che uscire dall’opera d’arte e metterci a vivere. Al resto ci pensa lo Specchio.

alfadomenica marzo #1

MARCHESI su TOO EARLY TOO LATE - BORGHI sulle LUNÀDIGAS – GIOCO(E)RADAR di Giovenale - RUBRICHE di Carbone/Capatti

MAI STATI MODERNI
Sara Marchesi

Too Early, Too Late. Middle East and Modernity è il titolo della mostra inaugurata presso la Pinacoteca Nazionale di Bologna lo scorso 22 gennaio. Il primo intento della mostra è quello di “interrogare le modalità con cui la scena artistica e la cultura visiva mediorientali rileggono oggi il rapporto locale con la modernità, nella consapevolezza però che non sia più possibile isolare dei campioni della cultura politica globalizzata”.
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LE LUNÀDIGAS
Carlo Antonio Borghi

Tra le barbaricine pieghe della lingua sarda, risiede un termine di consistenza agropastorale: lunàdigas o in variante consonantica e geografica lunàrigas. I pastori marchiano come lunàdiga la pecora che nel gregge si rifiuta di figliare e quindi di dare reddito di agnelli a un tot al chilo. Le documentariste Marilisa Piga e Nicoletta Nesler hanno adottato la parola lunàdigas per dare un titolo spiazzante, eccentrico e sonante al loro film documentario sulle donne che hanno scelto di non mettere al mondo figli.
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GIOCO (E) RADAR #07 - LO SPAZIO SI VERBALIZZA 
Marco Giovenale

“Lo spazio si verbalizza, non il contrario”: questa frase di Paolo Giovannetti, in un suo acuto saggio di prossima uscita dedicato all’edizione inaugurale (2013) dell’incontro EX.IT – Materiali fuori contesto, può venire felicemente trafugata e impiegata per marcare la differenza – ad esempio – fra gli esperimenti de La Nuova Foglio (di Villa, Costa, Mussio fra molti altri) negli anni Settanta, e alcuni di quelli attuali.
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IL SEMAFORO di Maria Teresa Carbone

Contraccezione - Leggende - Virus
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LA RICETTA di Alberto Capatti

La Vignarola secondo la ricetta di Leda Paravi. Me l'ha preparata  ieri a Roma, eccola scritta solo da lei.
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Le Lunàdigas

Carlo Antonio Borghi

Tra le barbaricine pieghe della lingua sarda, risiede un termine di consistenza agropastorale: lunàdigas o in variante consonantica e geografica lunàrigas. I pastori marchiano come lunàdiga la pecora che nel gregge si rifiuta di figliare e quindi di dare reddito di agnelli a un tot al chilo. Le documentariste Marilisa Piga e Nicoletta Nesler hanno adottato la parola lunàdigas per dare un titolo spiazzante, eccentrico e sonante al loro film documentario sulle donne che hanno scelto di non mettere al mondo figli, di non riprodursi così come natura vorrebbe. Dal 2008, quando è nata l'idea di inoltrarsi in un tema così poco indagato, hanno incontrato e filmato decine di donne pronte a rivelarsi come non madri in tutto e per tutto.

Nelle Scritture le donne prive di prole si definivano rami secchi o aqrah, giunchi sterili. Ora, nel linguaggio contemporaneo internazionale vengono definite childfree o no mamas. Le stesse due registe, nate negli anni Cinquanta e quindi perfette baby boomer, sono lunàdigas in prima persona e in corpo di donna non madre. C'è sempre di mezzo il corpo delle donne, questa volta identificato e filmato da un altro versante. È un versante che per tanto tempo è stato considerato un lato oscuro, il lato oscuro di una luna a volte storta. Le donne che si susseguono nel montaggio sono tutte Lune, una dopo l'altra o una con l'altra e raccontano storie della loro vita, una vita passata senza l'obbligo o il dovere di badare a uno o più figli. Donne che non saranno mai nonne, tutt'al più zie, spesso zitelle o bagadie come si dice in sardo. Il testimone della narrazione lunatica passa di mano in mano dall'una all'altra e ognuna buca lo schermo con il suo volto in viva voce di non madre, senza filtri e senza figli.

La macchina da presa le trova accomodate nei loro ambienti domestici o per strada o al mare o mentre lavorano o riunite in gruppo per qualche attività sociale. Molte di loro provengono dalle esperienze del femminismo storico. C'è chi ha abbastanza anni per poter ricordare e riproporre tutto il film della propria vita lunàdiga. Nella narrazione cinematica conta tanto la parola quanto l'immagine. Tutto è in movimento di pensiero, di idee, di riflessioni, di sospensione del giudizio. Donne scrittrici come Lea Melandri, Lidia Menapace, Valeria Viganò, Moidi Paregger, Ferdinanda Vigliani, Paola Leonardi, Melissa P. e altre entrano nel film impastando una materia rimasta per tanto tempo poco lievitata. In certe dicerie popolari si favoleggiava che lo stesso lievito madre non potesse essere maneggiato da mani di donna sterile o senza figli per scelta di vita.

Altrettanto contano nello svolgimento le testimonianze di donne comuni come insegnanti e ostetriche, medici, commercianti, pensionate. Appare la stella di Margherita Hack e brilla di suo anche come non madre. Appare Veronica Pivetti con la sua frizzante testimonianza. Appare Maria Lai che il suo istinto materno lo aveva trasferito alla sorella Giuliana. Entra in scena Monio Vadia, nella parte di non padre. Tra le pieghe e i risvolti delle storie vere, spunta fuori anche uno Shakespeare nei panni di Guglielmina che lasciò sonetti dedicati alla procreazione ma non figli in carne e ossa di poeta o drammaturgo. Nelle comunità contadine e pastorali le lunàdigas erano malviste, perchè ritenute improduttive e pericolose per il buon esito di raccolti e nuove nascite di animali da allevare. Lunàdiga è una parola ready-made, un oggetto linguistico ri-trovato ed esposto ad arte.

L'artista Monica Lugas (Santadi-Sardegna) l'aveva applicata come titolo ad alcune sue sculture: una bella mammella di ceramica bianca come il latte chiusa dentro una gabbia per conigli. La Lugas non è una donna lunàdiga. In Lunàdigas web-doc entrano in scena donne celebri del passato che tutto hanno fatto meno che figli: Giovanna d'Arco, Vittoria Colonna, Jane Austen, Rosa Luxemburg, Camille Claudel, Dora Maar, Frida, Greta Garbo, Maria Medea Callas, Barbie. Sono interpretate da alcune attrici sarde come Lia Careddu, Gisella Vacca, Tiziana Troja, Michela Sale Musio, Vanessa Podda, Cinzia Mocci.

Partendo dal loro corpo e dal loro comportamento e andamento di non madri, le registe hanno ideato e disteso un affresco audiovisivo ambientato iconograficamente negli anni Cinquanta, il decennio dei e delle baby boomer, il decennio del piano fanfaniano dell'INA Casa ideato per dare un buon tetto a lavoratori e baraccati e favorire così l'incremento demografico. Ora, nell'Italia del terzo millennio non ci sono abbastanza nuovi nati per assicurare un normale ricambio generazionale. A sorpresa e in partecipazione straordinaria, fa capolino la lupa capitolina che testimonia come femmina che non ha generato figli ma ha adottato due trovatelli: un certo Romolo e un certo Remo. De te lunadiga fabula narratur. Lunàdigas è un'opera audiovisiva, visionaria e iperrealista al tempo stesso, un'opera metamorfica che accoglie continue palpitazioni e rigenerazioni. Il senso è quello di provare a rinnovarsi per ritrovarsi anche attraverso un web doc. Dante direbbe intuarsi, intendendo l'azione di mettersi in altrui panni.

Lunàdigas
web documentario, accessibile e visibile in www.lunàdigas.com
di Marilisa Piga e Nicoletta Nesler

alfadomenica novembre #5

CORTELLESSA con MASTRELLA e REZZA – EMMER sul CLASSICO – BORGHI sulla PERFORMANCE – RUBRICHE di Carbone e Capatti *

DIVERSAMENTE ABILISSIMI

Un'anticipazione da Clamori al vento (Il Saggiatore, dal 4 dicembre in libreria) di Flavia Mastrella e Antonio Rezza. Con una nota introduttiva di Andrea Cortellessa. «L’unica parola intelligente è quella che si strozza in gola». Così recita uno dei dieci, cento, mille aforismi dell’atteso libro-tutto della più impertinente macchina spettacolare del nostro tempo: quella costituita non dall’unione, non dal sodalizio, non dalla «compagnia» – semmai dalla macchina da guerra che risponde al binomio RezzaMastrella.
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CLASSICO E ANTICLASSICO
Michele Emmer

In questi giorni si parla della cancellazione o meno del liceo classico. Dello studio delle lingue morte, il greco ed il latino, la storia dell’arte, della musica, della storia e così via, diminuendo come è logico anche gli anni di studio. Perché a cosa serve lo studio, a che serve saper comprendere delle frasi e delle idee dei filosofi greci e latini? A formarsi una coscienza critica e morale? E a che serve tutto questo nel mondo di oggi? Una grande diversità di questi nostri tempi così veloci ed effimeri è che è oramai nell’uso che tutti parlino di tutto, che bisogna diffidare di chiunque sappia qualcosa degli argomenti di cui si dibatte.
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LA PAROLA PERFORMANCE
Carlo Antonio Borghi

Performance: atto estetico e mimetico di congiunzione tra arte e vita e di incarnazione del sè in bilico tra un hic et nunc di un luogo specifico e l’altrove dell’immaginazione. Ancora oggi, c’è più performance nell’impassibile taglio di Fontana che in tutte le attuali azioni di etno-demo e antropoarte. C’è ancora più performance nel puro pigmento in blu di Klein che in tante attuali evoluzioni ed esibizioni circensi della attuale arte socio-relazionale.
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SEMAFORO di Maria Teresa Carbone

Geografie/Cina - Geografie/Curlandia - Geografie/Kenya - Geografie/Russia1 - Geografie/Russia2
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RICETTA di Alberto Capatti 

La genovese. Che se ne cerchi la ricetta ne La cucina napoletana di Jeanne Caròla Francesconi, un classico ristampato dal 1965, o nell’ultimo, Artusi Remix di Donpasta, uscito or ora (pasta alla genovese di carne), è un compito in classe, anzi un esame di maturità.
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La parola performance

Carlo Antonio Borghi

C’è stato un tempo nel quale la parola performance in ambito artistico è stata sinonimo di imprevedibilità e irripetibilità interazionale. Succedeva qualcosa di inaspettato, di sorprendente e a volte inquietante in un luogo e in un momento preciso, grazie alla corporea irruzione di uno o più artisti disposti a tutto. Futuristi e dadaisti sono stati i progenitori della performance art o live art, con forte propensione alla scelta della situazione come momento privilegiato dell’atto artistico rivoluzionario.

Tra gli anni 60 e i 70 i performer hanno sperimentato e manifestato un tentativo a suo modo globale di ricostruzione dell’universo, tramite l’uso del corpo come strumento moltiplicatore di gesti e atti destinati alla rigenerazione dei sensi e delle intenzioni. La performance, nella sua competenza di arte comportamentale, è stata spesso una forma metamorfica di art-coopera. Ora, nella società delle disuguaglianze e dello spettacolo formattato, la parola performance ha perso per strada gran parte della sua significanza. Neanche le forme più estreme di danza contemporanea urbana sono riuscite a conservarne lo specifico, e nel tempo hanno favorito il suo tramonto rendendola sostanza solubile nel mare magnum delle cosiddette arti performative. In altri tempi la performance art, nata dalle vibranti costole delle arti visive contemporanee, garantiva sequenze di effetti di sorpresa e straniamento. Il performer era come il dio Bacco che poteva vantarsi di essere nato più volte da una madre doppia. Quella madre era il catalogo generale delle arti visive. Nell’epoca postmoderna e ultratecnologica che ha consentito qualsiasi possibilità di contaminazione e combinazione, la parola performance ha perso la sua chirurgica e sinestetica precisione di significazione.

Ora, rientra nelle forme di intrattenimento e di convivialità, anche per l’uso in ambiti performativistici di materie prime enogastronomiche rigirate in salsa drammaturgica su un letto di contesti territoriali. Piccole sagre d’arte benedette da un tocco performativo di artista-chef crossmediale. La parola performance, prima del suo abuso, dava un brivido blu solo a sentirla pronunciare o a vederla scritta in un volantino tirato al ciclostile. Poteva essere un brivido blu-Klein, un brivido color pelle come di Abramovic e del suo Ulay, un brivido rosa Pistoletto nel silenzio operaio delle pennellesse veneziane, un brivido rosso sangue di Gina Pane e Franco B., un brivido color carta stampata nel giornale parlato per strada dalla bocca dei Poeti Visivi. A un certo punto i brividi sono finiti. Tutti ormai sono manipolatori e moltiplicatori di immagini. La parola performance è usata a sproposito e per di più accostata alla parola evento. Perfino i flash mob vengono annunciati e messi in calendario. Tutto è repertorio con infinite possibilità di rivisitazioni, come in cucina tra i fornelli. Il ricettario delle arti performative prevede ogni possibilità di intervento. Se ne ricavano effetti di ridondanza e saturazione. Ormai non resterebbe che contare su una archeologia della performance o arteologia della medesima che, con procedura stratigrafica e sinestetica, possa rimettere in luce quei certi brividi primari che sono stati la materia dei nostri sogni di cambiamento.

La parola moltitudine (tanto cara a Toni Negri) ha sempre avuto necessità del tu e infatti lo tiene incastonato nella terza delle sue cinque sillabe. Era coraggiosa e combattiva la parola performance e pugnace come quel Perseo che era stato capace di liberare la bella Andromeda incatenata allo scoglio e prigioniera della Medusa. È finito quel tempo. La parola performance era uno spioncino dove buttare l’occhio indagatore. L’occhio, nel pieno della sua visione retinica, penetrava l’immagine come nel caso di Etant Donnès - Marcel Duchamp 1946-1966, quando a nessuno saltava in mente di parlare di arti performative. Siamo stati capaci, nel giro di pochi decenni di disinnescare l’ardore conoscitivo di due parole: performance e rivoluzione. La militanza era il primo passo di danza.

La performance nuda e cruda buttava l’ansia, metteva agitazione, eccitazione. Ora al corpo dell’artista e dello spettatore gli resta solo l’ansia della prestazione nel dopo teatro e nel dopo cena. Non sapendo più a che santo votarsi e cosa fare con il proprio corpo nomade, i performer si mischiano con i passeggeri degli autobus o tra i clienti dei mercati civici, si inoltrano nelle suburre, per raccogliere testimonianze sonore e visive. Non è performance ma antropologia urbana, tutt’al più artropologia. Per ritrovare un’antica soddisfazione corporale e comportamentale non resta che attendere la prossima epifania di Regina Josè Galindo. Quella sarà performance.

Performance: atto estetico e mimetico di congiunzione tra arte e vita e di incarnazione del sè in bilico tra un hic et nunc di un luogo specifico e l’altrove dell’immaginazione. Ancora oggi, c’è più performance nell’impassibile taglio di Fontana che in tutte le attuali azioni di etno-demo e antropoarte. C’è ancora più performance nel puro pigmento in blu di Klein che in tante attuali evoluzioni ed esibizioni circensi della attuale arte socio-relazionale. Basterebbe dare un’occhiata alla mostra Yves Klein e Lucio Fontana - Milano Parigi 1957-1962 (Museo del 900 di Milano fino al 15 marzo 2015). C’era molta più performance nella tela in stato interessante di Pino Pascali o nei suoi metri quadri di acque ferme.

La performance non è più un atto di rottura, diluita com’è in un bricolage-fai da te fatto di assemblages e installazioni multisensoriali, spesso ri-mediate. Costruire un mondo sensato uscendo dalla macchina del mercato (Toni Negri) anche dal mercato globale e dal mercatino locale delle arti performative. Occorrono progetti innovativi di una immaginazione liberata dalla cattività del post moderno. Per Toni Negri l’arte è potenza ed etica. Pittura, musica e poesia. Viene il sospetto che in Arte e multitudo, Toni Negri possa aver dimenticato la performance. La (per)forma(nce) dell’essere. Non resterà che leggerlo e prendere appunti con una penna a sfera Bic-Body Action.

Lampedusa caput culturae

Carlo Antonio Borghi

Stretta finale per la città italiana capitale della cultura europea nel 2019. In ordine alfabetico: Cagliari, Lecce, Matera, Perugia, Ravenna e Siena. Venerdì 3 ottobre sono sbarcati a Cagliari gli ispettori europei, con il compito di investigare tra le pieghe culturali della città. Hanno percorso luoghi e monumenti in visita guidata ma se ne sono anche andati in giro per loro conto e per vedere come fa o non fa la città nella realtà.

Cagliari è stata la prima ad accogliere l’ispezione. Cagliari è stata anche la prima delle città candidate ad essere ospitata in Rai Radio Tre, per esporre al microfono le linee guida del suo progetto. A Fahrenheith, Loredana Lipperini ha condotto e tradotto al microfono l’assessore alla cultura Enrica Puggioni, il direttore artistico Massimo Mancini e lo scrittore Giorgio Todde. In ordine geografico, la città più a nord è la Ravenna dei mosaici e delle raffinerie. Da lì, passando per la Siena del panforte, si raggiunge il centro a Perugia, città di rinascimenti. Di seguito si scende a Matera città di rondini e Falchi Grifai. Poi Lecce città di barocco mediterraneo. Cagliari è città più vicina a Tunisi che a Sassari. In Italia tutte le città sono belle e fanno storia. In più per un verso o per un altro c’è sempre di mezzo il Mediterraneo e di questo mare ce n’è talmente tanto che a capitale europea della cultura si sarebbe dovuta eleggere Lampedusa, d’imperio e senza tante storie. Lampedusa capitale europea della cultura da qui fino al 2019 compreso.

Mentre a Cagliari gli ispettori indagavano la città, a Lampedusa commemoravano l’anno trascorso dal naufragio del 3 ottobre 2013. Trecentottantasei bare migranti. A fare e rifare memoria nell’isola ci pensa Ascanio Celestini con il Festival delle Culture Mediterranee ma soprattutto ci hanno pensato tante donne buttandosi in acqua e coprendosi ognuna con un lenzuolo bianco. Mentre facevano questo, altri barconi con centinaia di imbarcati avvistavano le coste dell’isola, prima terra ferma d’Italia. Qui il culturalismo europeo avrebbe dovuto concentrare la sua attenzione, spedendo i suoi ispettori a bordo di un barcone. Intanto a Cagliari, tra il due e il tre di ottobre, è arrivato nelle case il nuovo elenco telefonico. In copertina il magico Cagliari di Rombo di Tuono. Chissà se gli ispettori si saranno fatti impressionare. Nelle altre città candidate i nativi cercano auspici nelle loro tipicità. A Ravenna nei fumi petrolchimici. A Siena, nelle viscere del maiale di cinta. A Matera, nelle acque ipogeiche dei Sassi. A Perugia nelle cartine dei baci Perugina. A Lecce nel pasticciotto che è un bombolotto simile al pastis di Lisbona. A Cagliari, qualcuno cerca prefigurazioni nelle geometrie del volo a V dei fenicotteri rosa.

Intanto dappertutto, si continua a vendere cultura culturalista materiale e immateriale. L’unica cultura possibile è quella materiale. Le rondini, i falchi, i fenicotteri e tutti gli dei ci scampino dalla fuorviante idea dell’immaterialità. Venerdì 17 ottobre, una delle sei città italiane finaliste sarà eletta capitale dell’Europa culturalista. La vincitrice dovrebbe, elegantemente, abdicare e passare il suo scettro a tutta l’isola di Lampedusa e al suo mare. Una vera e buona idea di rigenerazione urbana e di ricomposizione culturale del tutto materiale, può nascere solo laggiù, ai confini della realtà europea.

Per stare più vicini al Golfo degli Angeli, a Cagliari, gli ispettori hanno desinato in un famoso ristorante affacciato sulle scogliere puniche del Borgo Sant’Elia. Il quartiere di Sant’Elia comprende un vecchio borgo di pescatori e una fungaia di case popolari in forma di palazzoni. Negli anni Settanta era stato il centro della contestazione cittadina, per mano di militanti extraparlamentari con la benedizione quotidiana di Vasco Paradisi prete rosso e parroco di strada. Solo a Lampedusa Ulisse potrebbe incontrare Amleto, per unire il mare del nord a quello del sud. Tra loro due la bella Europa insidiata da Giove che tutto vede e a tutto provvede, almeno a teatro. Se sopravvissuto, ogni non identificato sarà un Nessuno ma mai un Ulisse. Se annegato, ogni non identificato sarà uno spettro, quello di Amleto.