Pane e companatico

Carlo Antonio Borghi

Ora i libri si mangiano e le pietanze si leggono. La postmodernità è diventata uno stracotto e/o stufato di dispute tra filosofi realisti e filosofi interpretazionisti. Eppur si mangia! Si è aperta l’era aurea dell’enogastronomia tardo imperiale. Cibo e libro serviti a tavola o pronti per l’asporto. Intanto, il mitico agnello sardo aspetta il timbro DOC o IGP, per essere tutelato e porzionato in confezioni da supermercato. Qualcuno vorrebbe accendere per la prelibata e imbattibile bestia, una pratica per ottenere il riconoscimento Unesco di Patrimonio dell’Umanità. Umanità da mettere sulla brace o in casseruola con carciofi, pure questi rigorosamente sardi e spinosi. Sfogliare un carciofo o un libro può essere la medesima cosa.

Prelibato anche l’agnello ricco di uranio impoverito e di torio radioattivo allevato nei pascoli NATO del Salto di Quirra in Ogliastra, sulla piastra di Perdasdefogu. Magari sono nati deformi o mutilati ma non importa. Sulle braci le imperfezioni spariscono e tutto diventa succulento scottadito. Gli italiani: popolo di allenatori, bancarottieri e buongustai. Poeti, santi e navigatori sono finiti in dispensa. In via di esaurimento anche il suolo agricolo ma l’enogastronomia a metri zero tiene unita la nazione. Tutti a tavola. Tutti alla Fiera del Libro di Torino per farsi servire di cook-book in abbondanti porzioni divise in capitoli, da innaffiare con Amaroni e Vermentini, Brunelli e Aglianici, Lambruschi e Passiti tardivi.

I libri di cucina riempiono le librerie cartecee e virtuali. Primeggiano in classifica.Vanno a ruba e si dislocano in casa, in bella mostra e pronti all’uso per imbandire pranzetti e cenette nel corso delle quali non si parla d’altro che di cibo e ricette etniche o rivisitate. Ricettari, vademecum e prontuari gonfiano l’alta marea di libroidi che sommergono le librerie. Acqua alta di brodi o zuppe. A loro si aggiungono i tanti libroidi firmati da attori, cantautori, calciatori e altri scrittori della domenica. Le librerie indipendenti, per resistere sul mercato editoriale globale, dovranno offrire menù di libri imbottiti con antipasti di terra e/o mare. Ogni uomo è cuoco. Ogni donna è cuoca.

Gli intellettuali non fanno eccezione e sono sensibili ai maiali di cinta senese e al bue rosso del Montiferru di Sardegna. Economia domestica ed enogastronomica. Intanto il popolo bue stringe la cinghia. Quando va bene c’è il cavolo sul tavolo. Se va un po’ meglio un’aggiunta di ceci. Un successone quando agli ingredienti precedenti si può mischiare la fregola sarda di grano duro Cappelli. Per saperne di più, basta accendere la TV. È come un forno (su forru, in sardo) sempre acceso anche a microonde molecolari. In limba la pentola si chiama pingiada ed il tagliere tadderi.

La prossima rivoluzione nascerà dai forni (come al tempo dei Promessi Sposi) dai fornelli e dalle pentole ad alta pressione sociale. Pression cooker. Non c’è più religione, non c’è più fede. C’è tanto food fast or slow, scritto o cucinato. Resta negli occhi una scena da Una vita difficile (Dino Risi-1961) nella quale Alberto Sordi e Lea Massari affamati dalla fame post bellica, si ritrovano davanti a un trionfo di pasta al forno monarchica, edificata su un letto di polpette savoiarde. Era il 1946, l’anno primo della prima Repubblica.

1943: Carnevale di guerra

Carlo Antonio Borghi

Cagliari, Febbraio 2013. I Musei Civici cagliaritani lanciano un pubblico e accorato bando per la raccolta di immagini e documenti d’epoca provenienti dai comò e dagli album di famiglie che hanno visto con i loro occhi la tragedia dei bombardamenti aerei sulla città. Destinazione: una mostra collettiva e partecipata, da allestire nei sottopiani liberty dell’attuale Palazzo di Città o Municipio (spazio SEARCH da febbraio a maggio). Paesaggi di famiglie in tempo di guerra: testimonianze, fotografie, diari e lettere. È Carnevale. Le pasticcerie friggono tutti i santi giorni.

Cagliari, Febbraio 1943. Era Carnevale (Carnasciali o Carrasegare, in sardo) anche allora. Uno stormo di fortezze volanti angloamericane scarica sulla città tonnellate di bombe ad alto potenziale. I bombardieri passano e ripassano e rigirano la frittata. Del Carnevale non resta traccia e, quasi quasi, non resta traccia neanche dell’intera città. Non è stato il prologo di un’invasione via mare con truppe e mezzi da sbarco ma solo un test mirato di bombardamento a tappeto. Cagliari come Coventry e più in là come Dresda. Le rovine (ruinas, in sardo) occupano la scena urbana. Intanto, il Comando Alleato progettava lo sbarco in Sicilia. Ancora, dalla terra e dal mare, riemergono esemplari inesplosi di quegli ordigni. Erano passati 150 anni dall’ultimo bombardamento sopportato dalla città, quello dell’armata navale francese nel 1793.

I nati sotto le bombe del 43 hanno compiuto 70 anni. I nati sotto le bombe illuministe del 1793 avrebbero compiuto 220 anni. A Cagliari nel 1943 non c’erano tanti musei quanti se ne trovano ora, radunati in sistema o rete museale. C'erano una Pinacoteca Nazionale e un Museo Archeologico altrettanto nazionale: Retabli spagnoleggianti e Bronzetti nuragici. Tutta la città di allora era fuori di sé, sfollata nelle campagne, in cerca di rifugio e di cibo contadino. Cagliari (già Karel punica, poi Karales romana, poi ancora Kaller spagnola) vantava nel suo grembo un grandioso e mirabile edificio d’uso pubblico: il Partenone. Non un tempio sulla sua castellana acropoli ma un Mercato Civico in puro stile Decò, dove granito, ferro e vetro si fondevano in un articolato e funzionale complesso modernista. Tra le due guerre mondiali era il fiore all’occhiello della città, a due passi dal porto. Le bombe volanti del 43 lo spazzarono via. L’attuale Municipio, di fattezze liberty e suo coetaneo, si salvò a stento dallo spezzonamento.

Ora assessori, direttori e curatori della cultura municipale aspettano di ricevere, in comodato d’uso, le tracce familiari e domestiche di quella tragedia che ingoiò case, chiese e botteghe. Fu pesante come un terremoto. Intanto si frigge a volontà: zeppole, fatti fritti, frittura araba, meraviglie, ravioli dolci (culurzones durches, in sardo) fritti e ripieni di pasta di mandorle. Il Carnevale, di norma, esorcizza il Generale Inverno e anticipa la rinascita di Primavera. In politica, il Carnevale impazza tra mascheroni, mascherine e nasi finti con infingimenti e travestimenti… e le Stelle (filanti) stanno a guardare, prima di votare.

Pessimismo e Cottimismo

Carlo Antonio Borghi

“Il pessimismo della ragione e l’ottimismo della volontà”. Sintesi di Antonio Gramsci, ancora valida in questi tempi di Montismo. Uno schema che è come uno specchio che ti mette con le spalle al muro. Se il muro non c’è, si può tirarlo su con braccia da muratori. Ecco fatto, nel corso di una sola notte. Son tornati sulla scena i Cottimisti. Non sono i Cottimisti della premiata ditta Remondi&Caporossi che fece storia anche con Sacco e Richiamo, Pozzo, Rotobulo e altre perle dell’avanguardia teatrale italiana degli anni Settanta. I Cottimisti attuali sono i minatori sardi della Rockwool che cinque giorni prima di Natale si sono chiusi in galleria, dietro uno spesso muro di blocchetti di cemento, cementato a colpi di cazzuola. Iglesias - Monteponi, Galleria Villamarina, parco geominerario.

Lì, nel paesaggio minerario sulcitano, svettano montagne di fanghi rossi tossici che colano nei fiumi e finiscono in mare. Tutto molto pittoresco per i turisti di passaggio. In quel mare sfrecciano i Tonni Rossi, detti Tonni di Corsa. Nelle campagne viticole, vinifica il famoso rosso Carignano. Remondi&Caporossi, il muro di mattoni rossi e cotti lo costruivano in teatro. Il tempo che ci voleva ci voleva. Tempo di lavoro e tempo teatrale. Tutto a vista. I minatori murati vivi in miniera non li vede nessuno. Non c’è pubblico pagante ma la forza dell’azione è la stessa anche se loro ex cavatori di lana di roccia non sanno di Rem&Cap. Il loro muro d’arte teatrale era corredato di paperelle a spasso.

Remondi e Caporossi, Cottimisti (1977)

A Spazio A a Cagliari le figuranti erano galline di cortile. Succedeva nel 1978. I blocchetti di cemento hanno devastato il secondo Novecento. Non c’è stato e non c’è niente di meglio per tirare su alla svelta edifici abusivi. Tra le mani dei minatori dismessi sono diventati materia buona e utile per l’arte antagonista e operaista. I Cottimisti son tornati e sono pure tanti, con tanto di famiglie al seguito ma Rem&Cap forse non lo sanno. In ogni caso lui Caporossi è perfino architetto. Sale di mare e sale di miniera, per uscire dal fosso ci sarà un modo o una maniera? Pessimismo della ragione e ottimismo della libertà di chiudersi in fondo al pozzo. Paiuolo, cazzuola, livella e filo a piombo. Lavoro a regola d’arte. Riesce quando disperazione e immaginazione marciano insieme. Ultimo dell’anno 2012: i 54 ex minatori abbattono il muro e risalgono in superficie con la speranza di essere reimpiegati nelle bonifiche post minerarie. Sono passati gli ultimi undici giorni del vecchio anno.

Tempo presente con Presepe

Carlo Antonio Borghi

Sotto Natale. Mettere su un Presepe. Sembra facile ma occorre un certo coraggio, poiché può costare caro in termini di danaro. Lo scorso otto dicembre è passata l’Immacolata. Se n’è andata in giornata lasciandoci in eredità una mummia riesumata e imbellettata. L’Egitto, distratto dagli ambaradam di piazza, non ne ha richiesto la restituzione. Mettere su un Presepe, disponendo Monti&Monti di cartapesta sullo sfondo. Sistemare alberi ritagliati nel compensato a colpi di traforo. Far passare un fiume fatto di vetrini o carta stagnola. Non arriverà mai al mare. Distribuire pecorelle sarde affette dalla Lingua Blu.

Aggiungere maialini sardi (porceddus) infettati dalla Peste Suina Africana. Gli agnelli sono quelli modificati dall’uranio impoverito del Poligono Militare del Salto di Quirra, in Ogliastra. Riempire la scena di pastori e servi pastori e di donne contadine portatrici di brocche. Tutta gente sfrattata dai loro pascoli e poderi pignorati. Alcuni e alcune indossano l’Eskimo. Mettere su tutto il necessario ma badare bene a non tirar su casupole, capanne, ricoveri per animali, granai, mulini a vento e ad acqua, alberghetti e agriturismo. Ognuno di quegli edifici, per quanto in miniatura, verrebbe sottoposto all’IMU, l’inevitabile gabella sui fabbricati, di qualsiasi natura edilizia. Così non si è potuto dare un riparo alla Sacra Famiglia.

Neanche una capanna di fango e frasche che sarebbe tassabile come prima casa. Anche una grotta pagherebbe l’ICI. Anche una casa di bambole verrebbe tassata. Essendo un presepe senza tetti e solette, la Stella Cometa non potrà posarsi e resterà sospesa nel vuoto o striscerà per terra come un lumacone. A tutto il resto penseranno i Magi ai quali dello spread non importa un fico secco, essendo emiri e sultani. Ooooooohhh…it’s snowing! Fioccano rospi, salamandre e sanguisughe. Visti i tempi di ristrettezze e recessione, finiranno in tavola per il cenone. Poi toccherà alla Befana. Ci sarà solo da sperare che non sia una Kaimana. Speriamo sia la solita carampana spazzacamina e carbonaia. È un Natale sotto tutela dell’Unione Europea, Festival di Sanremo compreso.

Rhapsody Blue in Green

Carlo Antonio Borghi

Pare che il meglio debba ancora venire. En attendant il suo arrivo torna in mente la frase di Gramsci “Mentre il vecchio muore, il nuovo non nasce”. Intervallo di pecore nere sarde, quelle che danno il miglior latte del mondo. Viene in mente di mettere incinta una Dea Madre anche detta Venere Mediterranea. E poi attendere e sperare, nel giro di nove mesi, di veder nascere il Nuovo da quella pancia neolitica e callipigia.

Nota arteologica. Per poter ingravidare al meglio quella Matrix (cicladica e atlantidea) sarà necessario lo sperma di migliaia di corpi indignati e antagonisti presi nel pieno della loro capacità di fecondazione e riproduzione del Nuovo. L’opera d’arte nell’epoca della sua riproducibilità tecnica è stata digerita e museificata. Quel Nuovo (nato) avanzerebbe a grandi passi verso un futuro senza disuguaglianze e disparità. Avrebbe le fattezze di un nuovo Angelus Novus, né maschio né femmina. Un corpo del terzo tipo, tipo un manga o un androide. Nei suoi occhi scintillanti i lampi di una saldatrice appartenuta a un operaio della Fiom e ritrovata ancora intatta nello scavo arteologico di un'Officina Grandi Riparazioni del Reparto Grandi Rivoluzioni. VII/VIII decennio del XX secolo.

È già passato un secolo, ora che siamo nel 2080 dopo Cristo. In quel tempo le femministe ucraine marciavano in topless imbracciando una motosega. Le Pussy Riot erano state arrestate e mandate ai lavori forzati. Gli ascensori sociali si erano definitivamente bloccati nel primo decennio del terzo millennio. Si erano fermati ben prima dell’implosione degli elevators delle Twin Towers. In tanti occupavano Wall Street ma non poterono nulla contro l’intero World Trade Center. Le proteste non portarono a niente. Finanza e marketing avevano continuato a imperare. Disattivati progressivamente anche i discensori che trasportavano i minatori a centinaia di metri di profondità nel Sulcis in Sardegna. Tanti uomini-talpa si erano persi nel sottosuolo a cominciare da Rosso Malpelo.

A casa la marmitta degli operai era sempre colma di minestra di cavolo e patate, a tavola c'era ancora il vino, però non bastava per tutti. Molti aspettavano il giorno del Ringraziamento per poter mangiare un gran tacchino ripieno, ma in giro di tacchini non ce n'erano quasi più. Sessantotto anni fa, nel 2012, il giorno del Ringraziamento cadeva il 22 di novembre, quarto giovedì del mese. Il giorno dopo, come ogni venerdì, moltitudini in tante latitudini avrebbero comunque reso grazie seduti davanti a pollo fritto, onion rings e Platinum Mojito, dentro qualche locale intitolato TGIF Thanks God It's Friday.

Urgurù nella Città di Zingarò

Carlo Antonio Borghi

È stata Bustiana, la mia archeologa ministeriale personalizzata, a battezzarmi con il nome Urgurù. Sulle prime aveva pensato di chiamarmi Andalù, come l’aiutante ascaro ad eritreo di Angelo Lombardi Amico degli Animali. Dice che da piccola non ne perdeva una puntata in Tv. Io Urgurù della Tv non so dire nulla. Laggiù a Monti Prama, all’alba del primo Millennio avanti Cristo, di Tv non ce n’era. Prama in lingua sarda significa Palma. Monti significa Monte. Monti come Mario Monti quello che vi consiglia di tirare la cinghia, parlando nella vostra Tv. Anche noi da statue guerriere quali eravamo e ancora siamo, portiamo una cintura stretta intorno ai fianchi di arenaria. A guardarlo bene quel Monti recita anche lui con una sola espressione stampata in faccia. Ci assomiglia. Forse avrà antenati nuragici. Ai miei tempi tutti i lavoratori erano contadini e pastori, uomini o donne che fossero. Noi classe guerriera eravamo privilegiati rispetto a quelle classi subalterne. Noi Giganti vivevamo nelle Reggie Nuragiche e ci seppellivano nelle Tombe dei Giganti, da gran signori.

Io ho aperto gli occhi da poco, sarà qualche mese ma ho subito visto che la mancanza di lavoro e la disoccupazione vi portano alla disperazione. Allora io Urgurù ho preso su un bagaglietto e sono andato a fare un giro nel Sulcis, quello della Carbosulcis, dell’ALCOA e dell’Euroallumina. Bustiana non mi ha accompagnato. Aveva da ricucire certe ferite ancora aperte degli altri guerrieri ricoverati al Centro di Restauro. Sono arrivato a Carbonia con mezzi miei e grazie agli Stivali delle Sette Leghe Nuragiche. Qualcuno per strada mi ha scambiato per Gulliver ma non importa. Ciò che importa è che sono venuto a Carbonia non per i minatori in lotta ma per un’altra storia di lavoro. Carbonia città capitale del carbone autarchico, fin dai tempi del Ventennio. Storia vecchia. La storia nuova è che questa Carbonia è diventata la Città di Zingarò. Zingarò è il nome di una nuova sartoria, una bottega artigianale dove un manipolo di donne zingare taglia, imbastisce, cuce a mano e a macchina. Riparano e fanno di bel nuovo per uomo e per donna. Abitano nei campi Rom di Carbonia. Hanno imparato il mestiere di sartina e di modista frequentando corsi professionali. Quando mi hanno visto entrare nel laboratorio, le ragazze mi hanno fatto festa grande.

I sardi nativi mi festeggiano molto meno di quanto non faccia questa gente immigrata. Mi hanno fatto un pranzo al loro campo nomadi: un intero porchettone cotto allo spiedo e vino rosso Carignano del Sulcis, si capisce. In negozio, tra le macchine da cucire, provano a stare sul mercato dell’abbigliamento. È molto dura per loro. Le Corporazioni professionali e le Cooperative sociali non danno una mano sufficiente per poter tenere su l’impresa Zingarò. Loro sono belle come le palme del mio Monti Prama a Cabras. Della loro avventura di vita e di lavoro hanno scritto quotidiani e ne hanno parlato i telegiornali. Hanno perfino sfilato in Tv a RAI 2 indossando i loro modelli, ma c’è di più. Questo più che piace a Urgurù, è che in giro c’è un film documentario intitolato proprio Zingarò. Nel film le ragazze vivono, lavorano, viaggiano e fanno sogni. Quei sogni sono spesso incubi.

L’incubo di non farcela a tenere aperto il negozio. Il film l’hanno girato Marilisa Piga, Nico Nessler e Nicola Contini nativo sulcitano. Hanno ricevuto parecchi premi. L’ultimo è stato assegnato al Festival del Cinema di Gavoi: Tumbarinu d’Argento che qui in Sardegna vale come una Palma o un Leone. Il Tumbarinu è il tamburo tipico che suonano in banda i Tumbarinos di Gavoi. Intanto qui a Zingarò le ragazze mi hanno preso le misure con il metro. Vogliono farmi un abito. Non sarà facile. Io sono alto due metri e venti. Un Abito tagliato alla maniera degli antichi sarti sardi. Meglio loro che Antonio Marras da Alghero o Modolo da Fonni. Resterò ospite al loro campo nomade per qualche giorno. Al Museo possono fare a meno di me. Stiamo valutando se sia una buona idea pubblicitaria cambiare il marchio da Zingarò a Zingarù per il fatto che io Urgurù le ho adottate.
Vi saluto e sono come sempre vostro aff.mo Urgurù detto Er Più, ben più di quell’Er Più chiamato Celentano che predica a vanvera, canzoni alla mano.

Urgurù Gigante di Sardegna

Carlo Antonio Borghi

Ci sono voluti 3000 anni ma ora finalmente ho un nome anche io. Il mio nome è Urgurù e lo voglio partecipare alla tribù di alfapiù e non solo per una questione di rima baciata e accentata sulla U. Ve lo ridico in lettere stampatelle URGURÙ. Si capisce al volo che è il nome di un Sardo dell’antica stirpe nuragica e megalitica. Sono uno dei Giganti di Monti Prama, quei colossi di pietra riesumati a Cabras, non lontano da Oristano e che ora abitano in una sala del Centro di Conservazione e Restauro di Li Punti, borgata di Sassari. Come potete vedere dalla foto, sono quello che tiene lo scudo sulla testa come un cappello. Tra tutti i Giganti sono quello che risulta più intero. Agli altri miei compagni gli mancano pezzi qua e là, un braccio, una gamba, un piede ma ancora non sono stati dichiarati invalidi e disabili dalla Mutua. Eravamo alti dai due metri in su. Loro ed io che sono il capo, siamo databili intorno all’anno Mille prima di Cristo. Allora, anche il Baco del Millennio era di granito. Siamo stati rinvenuti sottoterra nel 1974 da un contadino che arava il suo terreno.

Ci sono voluti decenni di studio e poi di restauro manuale per rimetterci in posizione eretta. Molti di noi per stare in piedi hanno avuto bisogno di protesi e collanti speciali. Io sono stato più fortunato di loro. La mia archeologa restauratrice ha avuto la bella e grande idea di battezzare la fine del mio restauro filologico abbracciandomi stretto e baciandomi forte in bocca. Le sue labbra carnose hanno risvegliato e rianimato le mie labbra di pietra arenaria e di seguito tutto il resto. Così ora posso parlare e perfino muovermi a differenza degli altri 24 Giganti che restano ancora pietrificati. Noi Giganti Prama indossiamo cintura e gonnellino ma non siamo femmine.

Lei si chiama Bustiana che, in Sardegna, è il diminutivo di Sebastiana. Della Civiltà Nuragica conosce qualsiasi cosa ma in più sa baciare così bene da riuscire a rianimare un menhir, un betile o una statua e infatti eccomi qui, pronto a tutto anche a dare battaglia per la causa dei Sardi imbrogliati dai padroni delle ferriere e dalle multinazionali. È un imbroglio che dura fin dai tempi dei Punici e dei Romani. Ai miei tempi dell’Età del Ferro ho conosciuto quei trafficanti dei Fenici ma a loro importava solo di smerciare porpora e bottarga di muggine che è il caviale dei Sardi. A Cabras, dove sono venuto al mondo, si trovano i migliori muggini del Mediterraneo. Quella maga (jana in sardo) di Bustiana medita in cuor suo di rianimare gli altri miei fratelli e compagni giganti. Lei non è una gigantessa ma con i suoi baci può fare miracoli. Io Urgurù sono un gigante guerriero e campione di pugilato e di tiro con l’arco. Noi eravamo in 44 statue a tutto tondo e siamo nati prima di quei bellimbusti dei kouroi greci.

La Regione e il Ministero B.A.C. vorrebbero separarci mandandoci un paio in un Museo e un altro paio in un Antiquarium ma noi ci opporremo armi alla mano. Sono già in contatto con operai dismessi, pastori sfrattati e contadini pignorati. Ora varano la Flotta Sarda S.P.A. così potremmo navigare gratis per andare a manifestare a Roma. Qui ora è notte. Uscirò da questo ricovero museale che è come una Casa di Riposo per statue anziane. Bustiana mi ha insegnato come fare per non dare nell’occhio delle telecamere di sorveglianza. Faccio un giro a rivedere le stelle nuragiche e sarò di ritorno prima dell’apertura giornaliera. Darò notizia di me e degli altri giganti. Vi saluto e sono Vs. Aff.mo Urgurù affiliato ad alfapiù.
P.S. Il mio nome è Urgurù e la mia canzone preferita non può che essere Il mio nome è mai più di Jovanotti, Ligabue e Piero Pelù.