Pecora in cappotto

Carlo Antonio Borghi

I Sardi, fin dal tempo dell’invenzione del fuoco e della pietra sbozzata, la pecora la cucinano in cappotto. Viene bollita dentro una grande marmitta, insieme ad abbondanti patate e cipolle.
A volte capita che al posto di un pentolone o di un marmittone usino un mezzo scaldabagno recuperato da una discarica. Oltre a patate e cipolle non può mancare il pomodoro secco, pirarba in sardo. Le patate consigliate sono patate di montagna.

A fine cottura uno spesso strato di grasso ricopre il contenuto del pentolone. Sarà spesso come un coperchio e andrà estratto ed eliminato. Aldilà di tutta la carne risulta sempre un ottimo modo di cucinare le patate bollite. Preferibili le patate di Gavoi, patria del pecorino denominato Fiore Sardo e sede del Festival Letterario Isola delle Storie. La pecora tosata e macellata ad arte cuoce per tre ore. Gli intenditori consigliano la pecora nera sarda e in particolare quella pascolata in località Funtanazza-Arbus dai Fratelli Lampis.

La pecora in cappotto si può cucinare in casa con parti selezionate di pecora sistemate a bollire in pentola a pressione, con le sue patate, le sue cipolle, il pomodoro secco, il mirto e l’alloro. Con il brodo di risulta si possono cuocere capellini o spaghettini da scolare e ricoprire di pecorino grattuggiato (su succu). Queste carni ben si adattano al solito Cannonau ma, volendo cambiare, si può passsare ad un Bovale, un Cagnulari o un Nieddera, corposi rossi autoctoni.

L’estate è la stagione perfetta per questo bollito di Sardegna, dove in agosto si susseguono sagre specializzate con bicchierate postprandiali di bicicletta nuragica: tre parti di acquavite fileferru e una di mirto bianco. Chiedere ai Giganti Prama, per credere. Il cappotto della pecora in cappotto, non è quello di Gogol ma è la mastrucca tipica del pastore barbaricino. Cucinata in casa, la pecora in cappotto emanerà un intenso profumo (afrore) che resterà attaccato alle pareti, per giorni e giorni.

Dalla Sardegna con Bobore

Carlo Antonio Borghi

In Sardegna, nessuno parla più dei giganti nuragici di Monti Prama, Sos Zigantes di pietra alti oltre due metri. Tutti parlano e scrivono di Graziano Mesina ex re del Supramonte intercettato e pescato con le mani nel sacco e nella bisaccia, piene di sostanze stupefacenti. I giganti sono lì, internati nel centro conservatorista e benculturalista di Li Punti, borgata di Sassari. Sono lì, internati e ricoverati, in attesa di qualche turista che varchi la soglia del Museo, dopo aver varcato il mare sulle costose navi della Tirrenia. Loro sono arcieri, pugilatori, scudieri e spadaccini ma non hanno mai fatto del male a nessuno, né si sono mai riuniti in associazioni per delinquere o per sequestrare possidenti come ai tempi della Anonima Sequestri.

Tutti hanno detto di Roberto Saviano che ha pontificato, in affollati reading a Cagliari e Nuoro, di Graziano Mesina e di certi traffici negli ovili sardi. Fatti di cronaca nera misti a destrutturazioni etno-demo-antroposociologiche. I Giganti ci capiscono poco. Hanno altro a cui pensare e vorrebbero darsi da fare per riportare a galla la povera Sardegna finita nella disperazione profonda della crisi. Lorsignori giganti sono fatti di solida, cocciuta e sarda pietra arenaria ma sono così sensibili, a fior di pelle scolpita, che avvertono tutte le scosse telluriche che attraversano l’Italia e la sua schiena appenninica.

Sentono anche le scosse sismiche più piccole nonostante si trovino piazzati in Sardegna, terra asismica e granitica per eccellenza. Eppure di loro non si parla. Per fortuna c’è Bobore, gigante parlante per grazia ricevuta da una magica e sinuosa restauratrice. Intanto Grazianeddu prende i suoi pasti in cella. Molti uomini politici e d’affari ci tenevano a mettersi a tavola e in mostra con lui, in qualche locale stellato in costa più o meno Smeralda. Il gigante Bobore è il portavoce del popolo dei giganti (8/9° secolo a.c. – Cabras – Oristano - ora con fissa dimora a Sassari) ed è l’unico, tra 25 esemplari, capace di aprire bocca e di muoversi come un’automa. Bobore in sardo è Salvatore e nella sua precedente vita trimillenaria si chiamava Urgurù.

Scrive Bobore in un comunicato stampa intestato Centro di Conservazione e Restauro Li Punti: Noi Giganti Prama che abbiamo avvistato i primi Fenici che sbarcarono in Sardegna, non potevamo credere ai nostri occhi quando abbiamo visto Mesina Graziano e graziato che usciva dal carcere. Era l’inizio del 1°decennio del 3°millennio d.c., 2800 anni dopo la nostra epoca di bronzo e di ferro.

Quell’uomo sovrappeso portava un borsello appeso alla spalla. Un bandito che era stato un mito non poteva ripresentarsi libero con un borsello in mano. Ci caddero le braccia, così che dovettero riattaccarcele al busto con ripetuti restauri. Non c’è mai da fidarsi di un uomo in borsello, bandito o piazzista che sia e infatti eccoci qua con la primula rossa di Orgosolo di nuovo in gattabuia. Speriamo ora che si torni a parlare di noi statue giganti che per essere statue veniamo prima dei Kouroi e delle Korai elleniche. Ora metto su Agente 007 – dalla Russia con amore.

Era il 1963 e Grazianeddu, più o meno ventenne, già sparava pistolettate e fucilate e si specializzava in clamorose evasioni. Un giorno o l’altro, appena tutti noi giganti riprenderemo l’uso delle gambe, proveremo a fuggire da questa Casa di Sorveglianza e di Restauro. Il vero dramma è che la peste suina africana infesta il Supramonte e il Gennargentu. Carcasse di maiali e di cinghiali dappertutto, a putrefare. La Trichinellosi è in agguato e può colpire anche gli esseri umani, come già capitato in quella Orgosolo che ha dato i natali al bandito che diventò un mito. Siamo tutti da restaurare… non vi pare?!

 

Il Palazzo Enciclopedico visto dalla luna

Carlo Antonio Borghi

Nel Palazzo Enciclopedico che sovrasta la Biennale d’Arte di Venezia, fa bella mostra di sé il Libro Rosso di Carl Gustav Jung, libro immaginifico come pochi altri. Liber scriptus atque depictus, in un unico esemplare tirato a mano, deposto ed esposto in bacheca. Nell’ambaradan visivo della Biennale Enciclopedica manca un altro libro profetico, altrettanto immaginifico e cinematico. È il libro citato nell’Apocalisse di Giovanni, un libro sigillato da sette sigilli, un libro che poi è un rotolo scritto fuori e dentro, una pergamena arrotolata che contiene l’alfa e l’omega. Libro definitivo.

Apocalisse, da Apocalipton significa Rivelazione. Un’opera d’arte è buona se comporta e trasmette una Rivelazione e come tale una Apocalisse, qui e ora. Dentro gli appartamenti (appartamenti) del Palazzone o Palazzaccio Enciclopedico lagunare, stanno bene i libri di legno, quelli che si usavano negli anni Sessanta per riempire gli scaffali dell’unica libreria di casa, quella della sala da pranzo con buffet e controbuffet lucidati a spirito. Legni sagomati in forma di volume offrivano il dorso alle persone di casa e agli ospiti. Contenevano il vuoto, il silenzio, il nulla. Talvolta affiancavano la serie enciclopedica di Capire o dei Quindici.

La Biennale passa, la laguna resta e continuerà a fornire acqua alta, navi da crociera alte come palazzi di 14 piani e nuove torri grattacielo. Chi salverà la laguna e il suo saòr?! Per accendere la Rivelazione occorre una scintilla. Bisogna strofinare due legnetti, all’antica. Se il fuoco piglia, quello è il momento di passare dall’antropocentrismo all’antropodecentrismo. La trasgressione resta la migliore forma di Rivelazione.

Per avere un tot di rivelazione con brivido accessorio, bisogna spingersi alla Fondazione Cini, nell’Isola di San Giorgio Maggiore e affrontare la visione delle enormi tele di Mark Quinn, young british artist. Da lontano paiono teloni astratti ma da vicino a distanza di palmo di naso è carne di manzo con il suo grasso, pronta ad essere sezionata in bistecche e a finire sui carboni ardenti. Non si sa quanto possa costare al chilo. Potrebbe saperlo Germano Celant.

Nel Museo Enciclopedico lagunare manca il coccodrillo che la N.A.S.A. preparò in occasione della missione lunare Apollo 11. Se gli astronauti fossero esplosi dentro il loro LEM o se non fossero potuti ripartire dalla superficie lunare, Nixon avrebbe letto quel coccodrillo in mondovisione e in memoria dei cosmonauti. La Biennale vista dalla Luna sembra un ciondolo portafortuna.

Mark Quinn, Flesh painting - Fondazione Cini Venezia
Mark Quinn, Flesh painting - Fondazione Cini Venezia

Mangiabarche Open Gallery

Carlo Antonio Borghi

Un tratto di costa sarda diventa Galleria d’Arte a cielo aperto. Località Mangiabarche-Calasetta, costa sud ovest-Basso Sulcis. Un faro aiuta i naviganti a non farsi mangiare le imbarcazioni dalla imperiosa e agguerrita scogliera. Al largo spunta l’incantata isola di San Pietro o Carloforte. In questo lembo di costa, ricoperto di macchia mediterranea, un insediamento militare dismesso è stato riconvertito in Galleria a cielo aperto per l’Arte Contemporanea. In tempo di guerra era una postazione antisbarco navale e anti-attacco aereo.

Trincee a mare, piattaforme di cemento armato per le batterie di cannoni, torrette mitragliere, alloggi per i militari, un casamento per ospitare ufficiali e apparecchiature radio e telemetriche. Su un muro ora restaurato domina ancora la scritta sempre pronti all’accensione. L’accensione della battaglia è stata sostituita dall’accensione dell’immaginazione artistica site specific, da progettare e realizzare in loco in un centro di produzione permanente e internazionale, rigorosamente en plein air. Arte-acqua-terra e fuoco di esplosioni creative.

Questo è quel Sulcis che tutte le cronache descrivono come l’area più depressa d’Italia. L’opera di recupero e di ripristino con cambio di destinazione d’uso è stata attuata dalla Conservatoria Regionale delle Coste e dalla Fondazione Beyond Entropy, sulla base di un progetto curato dall’architetto Stefano Rabolli Pansera. Da avamposto militare abituato a sparare, il Mangiabarche è diventato posto per allestire e installare arte a cielo e a mare aperto. In questo mare regnano i pregiati tonni di corsa. Nel retroterra regna il pregiato vitigno Carignano. Mare fenicio e terra punica, così come dimostra la cittadina di Sant’Antioco, l’antica Sulki, con la sua necropoli e il suo altare-tophet per i sacrifici rituali.

A Calasetta sono abituati all’Arte Contemporanea grazie all’opera e all’attività promozionale del pittore Ermanno Leinardi, artista astrattista e concretista, famoso per le sue O dipinte.
A lui si deve il MACC, il Museo d’Arte Contemporanea di Calasetta. Il Mangiabarche non sarà un museo per fare conservazione, ma una residenza artistica permanente collegata a una rete di gallerie dislocate nel Mediterraneo. L’inaugurazione della Open Gallery è avvenuta al buio, installando nell’ambiente una lunga miccia incendiata e seguita passo passo dal sassofonista Enzo Favata. Un miracolo in una Sardegna che perde pezzi e speranze di rinascita.

mangiabarche

Quadrato

Carlo Antonio Borghi

Omaggio al Quadrato! È Josef Albers, manco a dirlo. Albers e il Quadrato sono sinonimi, nel dizionario storico dell’Arte Contemporanea. Il Quadrato come icona di se stesso e come trasfigurazione estrema di tutte le possibilità e di tutte le pratiche di astrazione. Gli omaggi o tributi al Quadrato di Albers sono ora esposti in una ampia mostra, spartita in due sedi: Galleria Nazionale dell’Umbria a Perugia e Museo Civico di Città di Castello. Perugia accoglie Albers in quella summa di Gotico e di Rinascimento che è la sua Galleria Nazionale.

Collocato tra un Piero della Francesca e un Duccio di Buoninsegna, il Quadrato di Albers piazza tutta la sua forza smaterializzante e spiazza chi guarda proponendogli una conversione percettiva che decongestiona la normalità e la banalità della visione comune. Il superfluo resta fuori dalle linee che perimetrano il Quadrato. L’interno è solo colore spalmato con rigore matematico e trascendentale. Potendo rivoltare una delle opere, si scoprirebbe la scrittura di pugno dell’artista che descrive con minuzia il tipo, il numero, la marca del colore usato e le modalità di applicazione del colore stesso, per spatolature distese direttamente sulla tela o sulla masonite.

Esponendo il retro del Quadrato, si avrebbe un’opera concettuale vera e propria. Esposto nel solito e giusto verso risulta tutt’altro. Astrazione di colore in purezza e non contaminata come nelle pratiche gestuali e rabbiose dell’Espressionismo Astratto dei suoi colleghi americani. Josef (1888-1976) era tedesco di Westfalia, la regione più cattolica della Germania. Formazione Bauhaus da studente e docente, poi nel 1933 espatriato dalla Germania Nazista per rifugiarsi negli Usa e praticare la professione di artista insieme a quella di docente all’innovativo Black Mountain College di Asheville in North Carolina. Cattolico osservante e fedele sposo di Anni, tessitrice provetta e rigorosa quanto lui, nella selezione di linee e di colori da perimetrare.

Rigore artistico quasi ascetico nel colore dei Quadrati. Rigore ed essenzialità spartana, tanto francescana quanto tibetana. Ogni suo Quadrato potrebbe fungere da pianta quadrata per un giardino zen, dove tutto si può vedere anche se nulla c’è. Nulla si perde e tutto si trasfigura, anche il suo amato Giotto riquadrato nella Cappella degli Scrovegni. La sua materia preferita era il vetro per consistenza e trasparenza. I suoi quadrati sono vetrofanie ottenute per stesure di colore sulla tela. Ognuno è una superficie mentale ed astrale, dove rigore e bellezza combaciano.

Ogni suo Quadrato è come un kerigma, un annuncio di rinascita. Ognuno sembra sorgere da quell’alba profonda e aurorale dove nulla di raffigurabile ancora c’è, sullo schermo del mondo conosciuto. È una spinta a fare quadrato contro ogni incultura al potere.
Titolo: Josef Albers - Spiritualità e Rigore - dal 19 marzo al 19 giugno 2013.

Su Re

Carlo Antonio Borghi

A pustis de tanti dolore Issu torrata luchere, e cun Issu su mundu. Con queste parole si chiude Su Re, l’ultimo lungometraggio di Giovanni Columbu. Parole profetiche da Isaia, dette dal sardista Michele Columbu, padre di Giovanni, scomparso un anno fa. Tradotte dalla limba sarda barbaricina quelle parole suonano così: dopo tanto dolore, Lui è tornato Luce e con Lui il mondo.

L’intero film è in limba, così come lo era il precedente lungometraggio del regista, Arcipelaghi (2001) tratto dall’omonimo romanzo di Maria Giacobbe. Se fosse rimasta traccia riconoscibile di una lingua e di una scrittura nuragica databili al Secondo Millennio prima di Cristo, Giovanni Columbu l’avrebbe messa in bocca ai suoi attori non professionisti. In mancanza di quella, ci pensa Sa Limba a dare corpo e suono doloroso a tutto il film.
Su Re è il Re dei Re, il Messia, il Salvatore, il Figlio dell’Uomo protagonista del Nuovo Testamento e dei suoi quattro libri chiamati Vangeli, sinottici e panoptici. Le azioni di persecuzione, condanna e crocifissione sono ambientate nel paesaggio livido e spigoloso dell’interno della Sardegna.

Panorami brulli, carsici e lunari dove, a volte, pare non esserci possibilità di vita e di storia. La narrazione risulta altrettanto indurita e tagliata con l’accetta, per sfrondarla da ogni superfluo. Il film parte dall’epilogo: la Crocifissione. Gesù diventa Cristo. Vento e silenzi sono con Lui. Anche il regista, a modo suo, diventa un Cristo con la macchina da presa caricata sulle spalle, come fosse una croce. Della storia tutti da sempre conoscono la trama, la premessa veterotestamentaria e l’esito. Tutti conoscono il movente, i mandanti, l’arma del delitto e gli aguzzini, eppure è sempre una vicenda che appassiona e buca lo schermo trapassandolo come può fare un chiodo ribattuto nel legno di quella stessa croce.

Dopo il passaggio ai Festival di Torino e Rotterdam, Su Re è uscito in prima nazionale a Cagliari e dal 28 di Marzo è distribuito sugli schermi italiani dalla Sacher di Nanni Moretti. L’occhio di Giovanni Columbu ha scavato nella pietra di calcare del Monte Corrasi dove si consuma la Crocifissione. Altrettanto scava tra le pietre di basalto squadrato di un Nuraghe dove si svolge il capitolo processuale del Sinedrio. La sua Ultima Cena, ambientata in una casupola, è la più magra e la più povera che si sia mai vista in tutta la Storia dell’Arte.

Il Cristo e il Creato. Questo è un Cristo sardo che si muove in un Creato altrettanto sardo. Una Teologia della Visione e forse della Liberazione alla maniera di quei missionari che camminavano il Nuovo Mondo con il Vangelo in una tasca e il Capitale nell’altra tasca o in bisaccia. Su Re, il Re dei Re, sullo schermo è Fiorenzo Mattu. Ogni schermo a fine proiezione diventerà una Sacra Sindone, ma sarda.

Natura Morta Politica

Carlo Antonio Borghi

Hammer and Sickle, Martello e Falce, così Andy Warhol aveva intitolato il suo ritratto della classica Falce e Martello. Per lui veniva prima il Martello e poi la Falce, almeno nel titolo che in lingua inglese suonava meglio di Sickle and Hammer. In ogni caso, invertendo l’ordine dei fattori e dei lavoratori, il risultato non cambiava. Tutto il comunismo novecentesco racchiuso in una imago del mondo comunista. Andy, Drella per gli amici della Factory, aveva accolto l’icona comunista internazionalista nel suo repertorio pop mentre si trovava a Roma nel 1972. Quel primo esemplare diventò la matrice di una serie di Martelli e Falci, realizzate tra il 1972 e il 1976 e poi esposte alla Galleria Leo Castelli di New York nel 1977.

In quel tempo, dentro le urne italiane aperte piovevano valanghe di schede con croce apposta su quel simbolone iperrealista. Una sottile linea rossa separava il P.C.I. dalla D.C. che, di lì a poco, si sarebbe ritrovata con Aldo Moro stretto nella morsa terrorista e riconsegnato morto alla partitocrazia italiana. Per Warhol il martello dei carpentieri e la falce contadina erano una Natura Morta Politica. Non trascurò di mettere in risalto il nome della fabbrica produttrice di tali ferramenta. Le raffigurò con una tecnica che avrebbe evitato lo sbiadimento e la scoloritura. Intanto e invece, nella realtà della politica attiva, quel marchio di fabbrica ruralista e operaista cominciava a sfocare e sfumare.

Warhol-Falce e Martello

Nel giro di pochi lustri querce e ulivi avrebbero preso il suo posto. A cancellarla definitivamente ci avrebbe pensato il capitalismo finanziario neoliberista. Drella morì due anni prima della caduta del muro di Berlino. La più bella e squillante delle Falci con Martello di Drella Warhol si trova al Moma: 1976 - vernice di polimeri sintetici e inchiostro serigrafico su tela 182,9X218,4 cm. La primigenia della serie si trova alla GNAM di Roma. Visitare per credere con matitona copiativa alla mano per tracciare una bella croce sopra l’opera, dopo aver umettato con la propria saliva la punta ben temperata. Ci fosse bisogno di una colonna sonora, si può buttare sul piatto Songs for Drella di Lou Reed e John Cale.

Alla stessa GNAM dal 19 febbraio è aperta la mostra Il fascino discreto dell’oggetto, composta da 150 nature morte non politiche scelte tra le 300 nature morte italiane di proprietà della Galleria e datate tra il 1910 e il 1950. Dipinti, disegni e stampe di artisti molto noti come De Chirico e De Pisis, Morandi e Manzù, Carrà e Pirandello ma anche opere di artisti e artiste fino ad ora ignorati e ignorate. Gli oggetti delle nature morte emanano un fascino discreto quanto quello emanato dalla borghesia ritratta da Luis Buñuel. L’esposizione chiuderà il 2 giugno prossimo, quando chissà quale governo ci toccherà sopportare o se dovremo tornare in cabina elettorale.