Una storia del e sul nulla

manuCarlo Antonio Borghi

Le cose avevano per noi una disutilità poetica. - Nel fondo del cortile era molto ricchissimo – il nostro dissapere. - Inventammo un trucco per fabbricare giochi – con parole. - Il trucco era solo diventare scemo. - Come dire: ho appeso un bentevì nel sole...

Così comincia Il libro sul nulla per mano di Manoel De Barros, edito da Oedipus Edizioni.

Per la prima volta, il maggior poeta brasiliano si ritrova tradotto in Italia, dopo essere stato trasfuso in lingua francese, spagnola e tedesca. Era stato il maggior poeta brasiliano vivente fino al 2014, quando era scomparso alla bella età di 98 anni. Fino ad allora si era sentito un fanciullo e non la finiva di dire che la perdita dell'Eden consisteva nella perdita della fanciullezza.

Era nato e scomparso nel Pantanal, una regione del Brasile che, in tutto e per tutto, potrebbe rappresentare una mirabolante forma di natura primigenia. Una natura vivente e fremente come un intero Paradiso Terrestre o un Eden sceso in terra o un indorato Giardino delle Esperidi. In quel nulla del titolo, si fa la storia in versi di una primigenia disposizione alla conoscenza di sé, attraverso gli oggetti e gli archetipi naturali. Una conoscenza poematica e anche sciamanica, intuitiva e animistica dell'esistente.

Da quella terra edenica e cosmogonica, fotografata dallo sguardo poematizzante di Manoel de Barros, germogliano parole nuove che un attimo prima non esistevano. I suoi neologismi campestri e rupestri hanno la forza spiazzante e rigenerante tipica di molti avanguardismi del 900: il Futurismo, il Surrealismo e perfino il Dadaismo.

È una storia del nulla nella quale nulla manca, nel giro di una manciata di poemazioni.

Il fatto è che, in quel sempiterno paesaggio sempre disponibile e a volte incontenibile, tutto diventa nome e parola: gli umani, il mondo animale, il regno (o Eden) vegetale, il substrato minerale.

Nei dettagli di quella natura sovrana, sintesi di tutte le nature possibili, si ritrova la mano di Dio o degli dei animisti, nativi del posto e disposti a parlarti con le labbra di un sasso o di una rana o con il becco di un uccello bentevì.

È poesia antropofaga che mangia tutti i frutti possibili, anche quelli proibiti. In quell'archetipo di natura, nulla è proibito ed è vietato vietare.

Le radici poematiche di Barros risalgono all'esperienza e alla pratica del Modernismo brasiliano e all'opera di autori come Mario e Osvaldo De Andrade che, dagli anni Venti del 900 in poi, avevano smosso la stagnante e accademica cultura brasiliana. Il loro Manifesto Antropofago, declinato sui toni apoditici dei manifesti teorici delle avanguardie europee, aveva sfrondato i romanticismi e i barocchismi colonialisti della cultura brasiliana, aprendo la strada a quella nuova onda chiamata Antropofagia Culturale.

Antropofagia naturale e culturale al tempo stesso. Un antropofago culturale mangia, mastica, digerisce e assimila i passatismi accademici e le superfetazioni colonialiste. Alla fine del pasto nudo, si ritrova pronto e libero di ripensare a una ricostruzione del suo nativo universo.

Quello di Barros è un paroliberismo naturista che scorre lento, una slow-poetry, disintossicante e rigenerante. Sono versi della sopravvivenza, come quelle erbe e quegli ortaggi selvatici che salvano la vita a chi il cibo se lo può procurare solo andando per campi a raccogliere ciò che la natura spontaneamente offre.

Diviso in quattro parti, il suo libro sul nulla occupa circa 80 pagine con testo a fronte in lingua brasiliana del Pantanal.

Il piccolo libro è aperto da una rutilante introduzione di Giorgio Sica, intitolata La dispoesia di Manoel De Barros (collana di letteratura brasiliana).

Dis-poesia di un dis-poeta che si dis-perde e si dis-fonde nello scenario naturale che lo circonda e lo dis-comprende.

Manoel dispoeta Barros è uno scrittore che vola alto e basso al tempo stesso, prendendo l'abbrivio poetico dal rasoterra di un suolo selvatico o coltivato per raggiungere le altezze aeree dei suoi amati e indigeni uccelli.

Così scrive Giorgio Sica: I punti di contatto più interessanti si trovano a mio avviso, più che con i poeti, con i narratori simbolo della Geracao de 45, in particolare con la prosa di Clarice Lispector e di Joao Guimaraes Rosa.

Nelle sue parole, anche in quelle sconosciute prima della loro dis-velazione, si rintraccia quel sentido che nella lingua brasiliana raccoglie in se il significato e il significante, il senso e il non senso, il verso e l'inverso.

Il poeta Geraldo Carneiro scrive di Barros: Dai tempi di Guimaraes Rosa la nostra lingua non si sottomette a una tale instabilità semantica.

Manoel De Barros procede per una continua verifica e combinazione dei sensi, sempre attento a dis-tillare e titillare parole capaci di trascendere e trasfigurare se stesse.

Scrive Giorgio Sica: In questo processo distillatorio, a Manoel vengono in aiuto le correspondances baudelairiane e, ancor di più, il dereglement rimbaudiano.

...Non ebbi studiamento di tomi. - Solo conosco le scienze dell'analfabetismo. - Tutte le cose hanno un essere? - Sono un soggetto remoto. - Aromi di giacinti mi infinitano. - E questi ermi mi sommano.

Così finisce Il libro sul nulla, dopo aver detto molto se non tutto.

Manoel De Barros

Il libro sul nulla

Oedipus, euro 12

introduzione e traduzione a cura di Giorgio Sica

alfadomenica #4 maggio 2016

Oggi su alfadomenica:

  • Franco Berardi Bifo, L’era Trump. Una scoreggia ci seppellirà?L’era Thatcher comincia a declinare? Il consenso di cui godeva l’ideologia neoliberista negli anni Ottanta e Novanta entrò in crisi a Seattle nel 1999. Negli anni successivi al 2008 la fede nel Mercato è rapidamente crollata: oggi solo i lupi della classe finanziaria esaltano l’autoregolazione perfetta del capitalismo assoluto e solo gli imbecilli ci credono. Dopo il gigantesco intervento con cui i governi di tutto il mondo dopo il 2008 hanno gettato nella disperazione e nella miseria milioni di persone per salvare il sistema bancario, la maggioranza della popolazione sa che l’assolutismo finanziario è una trappola mortale anche se non sa come se ne possa uscire. Leggi: >
  • Walter Paradiso, Teatro delle Albe, luce in Birmania:  Occorrerebbe che gli anni più significativi di un’esistenza, di qualsiasi esistenza, venissero rappresentati mettendo in scena uno spazio della mente, un luogo dove la cronaca, gli interessi, i raggiri siano come messi a riposo, e consentissero di concentrarsi su cosa veramente è capace di ribaltare la storia politica di un Paese.  La Birmania è distante, ci è distante – come opportunamente ricorda la voce di Ermanna Montanari all’inizio dello spettacolo Vita agli arresti di Aung San Suu Kyi del Teatro delle Albe. Leggi: >
  • Carlo Antonio Borghi, Una storia del e sul nullaLe cose avevano per noi una disutilità poetica. - Nel fondo del cortile era molto ricchissimo – il nostro dissapere. - Inventammo un trucco per fabbricare giochi – con parole. - Il trucco era solo diventare scemo. - Come dire: ho appeso un bentevì nel sole... Così comincia Il libro sul nulla per mano di Manoel De Barros, edito da Oedipus Edizioni. Leggi: >
  • Semaforo, a cura di Maria Teresa Carbone: Porno - Sessismo Leggi:>

Una città del sole

Carlo Antonio Borghi

Nel 1963, Francesco Alziator descrisse Cagliari come la città del sole. Erano i tempi del boom. In quell’epoca Cagliari era anche città del sale e lo rimase fino a quando negli anni ottanta le gloriose Saline di Stato non furono dismesse.

Da questo sole e da questo sale è partita la campagna elettorale per le Regionali del 16 febbraio prossimo. Intanto le campagne sarde sono ancora impastate di fango e macerie lasciate dal nubifragio del novembre scorso. La Sardegna in ginocchio ascolta le intenzioni dei candidati governatori.

Intanto all’antico porto di Cagliari, arriva Luna Rossa, la regina dei mari e dei regatanti d’alto bordo. Cagliari sarà la sua casa, al Molo Sabaudo. Tre anni di residenza in città nel suo cuore portuale, con annessi e connessi di equipaggi, tecnici e strutture di supporto. Dicono che la sua permanenza sarà un valore aggiunto per la Città del sole e del sale e che peserà sulla valutazione di Cagliari come candidata a Città Europea della Cultura nel 2019.

Luna Rossa si preparerà alla prossima Coppa America, all’ombra del vicino santuario di Bonaria, signora protettrice dei marinai e di tutti i naviganti, compresi quelli che solcano le onde col pedalò o sulla moto d’acqua. Nostra Signora di Bonaria è lì dalla metà del secolo XIV, insediata dagli Aragonesi. All’ombra del suo colle si sono esibiti i due maggiori candidati a governatore regionale: Francesco Pigliaru per il Pd e Ugo Cappellacci governatore uscente, per il centro-destra.

Entrambi hanno scelto la Fiera Campionaria Internazionale della Sardegna, per lanciare al popolo i loro rispettivi programmi. Pigliaru lancia il suo monito: Cominciamo il domani. Cappellacci ribatte: Aspettavamo Topo Gigio e si è presentato un asesSoru. Si riferisce al professor Pigliaru che della Giunta Soru è stato assessore alla programmazione. La Fiera è un quartiere cittadino di padiglioni destinati all’esposizione di merci. Apre in maggio in corrispondenza con la plurisecolare sagra di Sant’Efisio martire e patrono dell’isola. Il santo Efisio e la sua sagra si accingono ad entrare nel cosiddetto patrimonio culturale e immateriale dell’umanità. Dicono che anche questo sarà un altro valore aggiunto per la città.

Ci sarebbe da sparare a vista nel mucchio dei benculturalisti e degli assessori alla cultura quando usano e sbandierano l’aggettivo immateriale legandolo alla parola cultura. La cultura da che mondo e mondo è tutta materiale. Intanto Pigliaru la parolina cultura la dispone come ciliegina finale sull’intera torta regionale di prossima spartizione. Un accessorio, un decoro. “Lavoro, disoccupazione, istruzione senza dimenticarsi della cultura” – dice l’economista Pigliaru, salendo in cattedra con il suo piglio di professore. È figlio di Antonio Pigliaru, il grande decifratore dei barbaricini codici della vendetta e della balentia banditesca. Ha sostituito, come candidato, Francesca Barracciu (vincitrice di primarie e indagata per abuso di fondi destinati ai gruppi politici) ma ha tenuto in lista nomi sottoposti a indagine giudiziaria e altri derogati ai quali consentire una terza legislatura.

In questi giorni, per un regolamento di conti interno ad una faida di paese, un pastore padre e un pastore figlio sono stati eliminati a fucilate nel loro ovile. Intanto al porto di città, per ricevere al meglio il veliero Luna Rossa lucidano moli, banchine e bitte. Nello slogan democratico Cominciamo il domani verrebbe da sottolineare l’articolo il. In E se domani di Mina, si sottolineava se. Era il 1964 e il benessere economico cominciava a svanire.

Molti di noi il domani l’avevamo cominciato nel 1968/69. Ora siamo tutti sulla stessa barca ma non è Luna Rossa (arrubia, in sardo) tutt’al più è un traghetto ex Tirrenia. Intanto in questo fronte del porto, gli emigranti rifugiati con in tasca il certificato di asilo politico dormono sotto i portici della palazzata che comprende la sede del Consiglio Regionale. Stretta la foglia larga la via ora a Cagliari ci sono due lune e così sia.

Body talk

Carlo Antonio Borghi

Slanci, aspirazioni e vertigini di azioni in successione. L’obiettivo era quello di passare dalla vista alla visione, in altrettanta e fulminea successione. La felicità si trovava nell’azione in corso e nell’immaginazione dell’azione successiva. La felicità, per Gustave Flaubert, stava tutta nelle possibilità e nella pratica dell’immaginazione.

Fare un libro esaltante. E morale. Come conclusione provare che la felicità è nell’Immaginazione. Valeva anche per un’opera d’arte, oggetto o corpo che fosse. La spirale, non il cerchio, come ancora insegnava Flaubert e come, da un certo punto in poi ha dimostrato Richard Serra con le sue ciclopiche spirali forgiate nell’acciaio e percorribili fino a perdere il senso dell’orientamento. La performance-art era una forma di allucinazione in pubblica esposizione, tra le quattro mura di una galleria con o senza bagno. Ogni esibita allucinazione veniva riportata nel privato delle quattro mura domestiche, con bagno e magari con garage e replicata a tu per tu o triangolando.

“Se ti fai di oppio diventi subito doppio, con o senza specchio!” – diceva l’alter-ego. Un Pensiero Dominante. Una performance dominante, totalizzante e quasi sempre invadente. Stato di performance mentale e corporale. L’immaginazione è come uno Zibaldone infinito, perpetuo. I veri, nudi e crudi performer dei tempi andati, erano antropologi della contemporaneità, prima ancora che della modernità. Mettere e mettersi in discussione tra qualche delusione e un’infinità di illusioni squadernate in sequenze espositive ed esibizioniste. Soffrire ma anche ridere delle proprie ferite autoinferte sulla carne, per arma da taglio.

Forma d’arte asserzionista e spesso definitiva di un corpo solo e singolo davanti a un pubblico di visitatori e celibatori, anche cannibali e antropofagi culturali. Intervalli autoriali ed esposizionisti tra un corteo, una guerra, un genocidio e l’eugenetica. L’immaginazione è la forma di fusione e di finzione più vicina alla realtà. Leopardi fuggiva dai suoi giovani dolori andando a procurarsi sfogliatine alla crema, babà e gelati. “Le idee vanno con tutti, come le prostitute” – diceva Diderot. “La ragione non è padrona nella casa della mente” – aggiungeva Francisco Goya.

Per fortuna non è ancora disponibile in libreria o nei bookshop di grandi mostre il manuale della performance pratica o manuale pratico della performance. Ecco in fondo al corridoio la porta che si apre sulla post-contemporaneità. In un angolo e in bella mostra, staziona un appendiabiti in arte povera dotato di micro telecamera nascosta. Di fronte a lui un letto con comodini incorporati. Non importano i lumi. La micro telecamera è a raggi infrarossi e può visionare e registrare tutto ciò che capita sul letto. Spy art. For sale. L’arte di questi tempi è tutta esposta nelle televendite, compresi orologi da polso con macchina video fotografica, peluches con micro telecamera per occhio, deodoranti da bagno vedenti e capaci di registrare immagini e suoni corporali.

Corpo nostro che sei in terra, dacci oggi la nostra performance quotidiana. Questo era il credo giornaliero nella liturgia del corpo esposto. Il dramma è venuto quando la performance e il performer sono entrati nei teatri, credendosi attori e servi di scena. Così la performance-art perse i suoi luoghi dell’immaginazione e la sua forza d’urto anche erotico. Guardare colui che guarda e toccare colui che tocca, questo era l’atteggiamento e il modo di comportamento. C’è sempre un motivo di mezzo. È Body Talk degli Immagination – 1981. Proprio quando i body artisti abiuravano la performance art per passare alle performing arts. Ci sono posti del nostro corpo che non riusciamo a vedere. Per fortuna possono vederli gli altri, per descriverli anche per servirsene. Take away.

Il corpo nudo dell’artista era l’immagine e la scena primaria, anche prevaricatrice. Il resto delle immagini possibili, di artista o no che fossero, scivolavano in secondo o terzo piano, in cerca di sparizione. L’assenza di immagini e suoni faceva allo scopo e al gioco della ricerca sulla via del comportamento. Si sa che la musica preferita degli artisti gestuali era ed è il jazz, dal be bop al free, da Birdy e Dizzy a Trane e Coleman. Così era per i pittori azionisti ed espressionisti astratti. Drippers and Boppers. Nella performance art lo stile musicale più praticato era il silenzio il più atto a sottolineare i suoni del corpo, dalla voce in giù.

Nel caso dell’arte gestuale si sarebbe potuto parlare di jazz-tuale. Nel caso della performance art il riferimento sonoro primigenio erano i 4 minuti e 33 secondi di John Cage, poi venne il momento di In a Silent Way di Miles Davies ed eravamo solo nel 1969. In quegli anni bisognava sbrigarsi a scaricare tutte le pulsioni, una dietro l’altra, anche freneticamente e senza fare opposizione a nessuna tentazione. L’impressione generale era che il tempo della libertà di immaginazione e di azione sarebbe finito di lì a poco. Così è stato.

Nel 1980, in sincrono con il grande e fallito sciopero Fiat, tutto era già finito e i performer processuali, concettuali e comportamentali che fossero, si erano trasformati in attori, registi e scenografi. Alla procedura della trasgressione in corpore vivo si era sostituita l’installazione multimediale. Nella P. Art c’era spazio anche per la fissità come linea di confine tra razionalità e passionalità.

In libreria arriva Da capo a piedi – Racconti del corpo moderno o Atlante della gestualità, di Claudio Franzoni – edizioni Guanda… ma ancora non ci siamo. Resta disponibile alla consultazione il DSM 5 Diagnostic and Statistical Manual of Mental Disorders a cura di A.P.A. (American Psychiatric Association), in corso di traduzione presso Raffello Cortina. Contiene istruzioni per l’uso dei disordini mentali e comportamentali ma anche questo non basta.

Tutto è gesto

Carlo Antonio Borghi

Milano. Diego Armando Maradona spunta dal tabernacolo di Fazio Tv e ipnotizza l’Italia con palleggi e dribbling da par suo. Roma. Jan Fabre occupa l’ingovernabile e invasivo MAXXI con 92 (novantadue) tavoli vetrati imbanditi con abbondanza di reperti del suo corpo di performer.

El Pibe de Oro risplende di luce propria e di luce in technicolor della tv e della tribù di Fabio Fazio. Sulle sue spalle di fantasista non porta il glorioso numero 10 (dieci) da regista tutto campo, ma una croce salvifica che lo protegge e gli ispira funambolismi anche senza palla. Palleggio e pontifico ergo sum. Gianni Minà e Fabio Fazio giocano da raccattapalle al suo servizio lungo i bordi del campo televisivo. Non c’è arbitro.

Intanto a Roma Jan Fabre apre le porte del Museo d’Arte del Ventunesimo Secolo, perché tutti possano godere e nutrirsi del suo corpo crudo e crudele, servito a tavola in 92 tavoli, ognuno da almeno otto posti. Prenotare per credere. Lo chef stellato è Germano Celant. Il MAXXI è opera ingombrante di archistar, Zaha Hadid. Il belga Jan Fabre, in azione e in scena da 40 (quaranta) anni, lavora da archistar della performance d’arte e del teatro performativo. Tutti fanno oooooh e anche di più alla vista del suo sangue, dei suoi muscoli, del suo respiro, dei suoi peli e dei suoi genitali sotto vetro.

Quei muri da archistar possono respingere e rigettare qualsiasi cosa si voglia appendere a un chiodo. Problema risolto: esporre la passata e storicizzata gestualità di Fabre chiusa dentro ripiani di vetro. Museo o ristorante stellato?! Intanto Diego San Gennaro Maradona cava dal suo repertorio di top player il gesto dei gesti: il gesto dell’ombrello o gancio, proprio quello. È una furbata atletica del calibro di un pallonetto o di un cucchiaio alla Francesco Totti.

Maradona 1 Equitalia 0. Tripudio sugli spalti dello studio-stadio. Detto fatto il divino Maradona riparte per gli Emirati Arabi dove regna e lavora per i sultani. Jan Fabre si tratterrà nell’Urbe per i prossimi mesi. Tutta la sua roba performativa resterà lì sottovetro e sottovuoto. La polvere non la contaminerà. Tutte le reliquie del suo corpo performante sono compulsivamente e scientificamente numerate e catalogate di tavolo in tavolo. Via Crucis di 92 (novantadue) stazioni. Manico d’ombrello e digitus impudicus. Gesti da maschio scimmione che minaccia di metterla in quel posto a qualche altro maschio. Così interpretano gli antropologi.

Succede anche nella vita, in tv, negli stadi e nelle maxi mostre. In arte ormai, del corpo del performer non si butta via più nulla. Umori e secrezioni si possono conservare e preservare dal degrado e dal disfacimento. Riscrivo il titolo: da tutto è gesto a se questo è un gesto. Del resto, mica siamo stati concettuali per niente. Intanto sul ring di Milano - Palazzo Reale, Andy Warhol incrocia i guantoni con Pollock e la sua ghenga di Irascibili mentre a Roma – Scuderie del Quirinale, Frida Rivera Khalo sfida a mani nude la statua colossale di Augusto, in bella mostra nudo come Mamma Roma l’aveva fatto.

Murales a Karales

Carlo Antonio Borghi

Mentre la Karel punica, la Karales romana e la Kaller spagnolesca concorrono all’investitura di capitale della cultura, in città scompare un grande affresco murale, l’unico della Cagliari moderna e contemporanea. L’opera era firmata da Pinuccio Sciola che, nel 1986, l’aveva pitturata a fresco sull’intonaco altrettanto fresco della facciata cieca di un palazzone nel centro città.

L’aveva intitolata Tre Pietre. Del resto Sciola è noto nel mondo per le sue pietre megalitiche che possono essere mute come menhir o sonore come arpe e violini di pietra. Era alto sei piani quel murale parietale. Gli era stato commissionato da La Rinascente che il suo edificio storico lo mantiene incastonato nella palazzata Novecentesca di via Roma che scorre parallela al porto. Pinuccio Pictor Sciola aveva eseguito l’opera in pochi giorni.

Pinuccio Sciola è stato il propagatore dell’arte muralista in Sardegna, a partire dalla sua nativa San Sperate che dagli anni Settanta è diventata paese museo a cielo aperto. Tutto era nato sull’onda del muralismo messicanista rivoluzionario di maestri muralisti come Rivera, Orozco e Siqueiros. Messico, murales e nuvole in tanti paesi-museo en plein air, Orgosolo compreso.

Il murale cagliaritano di Sciola è andato perso per essere stato smantellato insieme all’intonaco che lo sosteneva, durante il rifacimento della facciata laterale del palazzone. L’affresco prospettava su via Dante, una delle principali arterie della città. La facciata finestrata e balconata del grande condominio prospetta su Piazza Repubblica, nota per l’imponente struttura del Palazzo di Giustizia eretto in forme monumentali postfasciste. Scalpelli e martelli di un’impresa edile incaricata dal condominio dell’esecuzione dei lavori di manutenzione straordinaria, hanno demolito il murale per rifare l’intonaco e ridipingere il prospetto in arancione monocromo.

Il Comune e i suoi funzionari dei Lavori Pubblici e dell’Urbanistica non si sono accorti di nulla. Si sarebbero almeno potuti conservare i calcinacci dell’affresco e farne un cumulo-tumulo in memoria dell’opera perduta. Era un esempio di street-art segnaletica collocata in un punto nodale della giungla d’asfalto e di cemento più o meno a vista. È stato Vito Biolchini giornalista, blogger e commentatore di Cagliari Social Radio ad accorgersene per primo e a fotografare la grande parete obliterata del suo murale. È stato il web a far emergere questo caso di mancata tutela del patrimonio artistico urbano. La cancellazione muratoriale delle pietre muralizzate è dispiaciuta anche a Tex e Kit, ad Asterix e Obelix e a tutti i Flinstones.

Tutti questi sono di casa in scenari rocciosi e in paesaggi di pietra. L’operazione non rientra nei canoni dell’arte che cancella svelando alla maniera di Christo e Isgrò. L’imbarazzata giunta di sinistra si è scusata con Pinuccio Sciola e ha rilanciato proponendogli di replicare il murale su un muro urbano da trovare.

Lui ha declinato proponendo a sua volta di affidare il murale a giovani street-artist. Capita a Cagliari, dove solo da pochi mesi il Comune ha deliberato di apporre su un muro di città un’iscrizione lapidea per Antonio Gramsci: Istruitevi, perché avremo bisogno di tutta la vostra intelligenza. È l’antico muro ex conventuale dietro il quale Gramsci aveva frequentato il Liceo Classico Dettori, dal 1908 al 1911.

Franziscu

Carlo Antonio Borghi

Domenica 22 settembre nel cuore storico della città di Cagliari Papa Francesco diventa Papa Franziscu e parla alla folla a braccio e ogni tanto in limba. La marea umana lo acclama ma contemporaneamente si alza al cielo un grido ritmato come se ci fosse in corso una manifestazione: lavoro-lavoro-lavoro.

I sardi questa disgraziata parola la pronunciano raddoppiando e triplicando la V: lavvvoro-lavvvoro-lavvvoro. È un Papa performer. Parla a braccio e usa le braccia e la faccia in cerca del contatto fisico con disoccupati, cassintegrati, precari. Issu Franziscu, lui Francesco. Franziscu evoca immagini di idoli globalizzati che concentrano le risorse del mondo in poche mani. Riceve in dono un caschetto da minatore o da operaio petrolchimico del profondo Sulcis. Riceve in dono la bertula, una bisaccia tessuta e cucita dai pastori in lana di pecora.

Quella di Sua Santità è una danza di gesti e parole come nella contact-dance tanto cara alle arti performative della contemporaneità. Lascia piazza Yenne governata dalla statua di re Carlo Felice e prende la via che porta al Santuario di Nostra Signora di Bonaria, quella Madonna che ha dato il nome alla ciudad de los Buenos Aires nella prima metà del XVI secolo. Lungo la via benedice e da il cinque. Lo aspettano i centomila nella piazza detta dei centomila, distesa ai piedi del sagrato del santuario fondato dagli Aragonesi nella prima metà del secolo XIV.

Fraseologia, Teologia e Narratologia della Liberazione, attraverso il valore-lavoro in forma di parabola ad alta voce e nella sua postura di Santità coram populo. Liberazione dall’indigenza e ricerca della solidarietà globale e locale. Qualcosa di marxista si spande nell’aria e nell’area sacra del santuario simbolo di Cagliari. Miracolo! Per un attimo dall’alto del sacro colle si vede Buenos Aires e il suo popolo di cartoneros che campano la vita raccogliendo e rivendendo cartone. A Baires stessa si incontra una omonima Basilica di Bonaria ma di forme neogotiche, eretta negli anni venti del Novecento.

Ora Franziscu ha ricevuto anche le tipiche e rigide scarpe dei pastori sardi, sos hosinzos. Serviranno per marciare, protestare e transumanare. La mancanza di lavoro fa più vittime delle armi da guerra, chimiche e tradizionali. Il genocidio consumista strozza e soffoca la speranza di uguaglianza. Mentre Franziscu si offre alla folla, in Kenya e in Pakistan gli integralisti islamici fanno strage di cristiani nelle chiese e nei centri commerciali.

I lavoratori, i malati, i carcerati, i poveri, gli immigrati incontrati da Franziscu sarebbero tutte componenti di un’unica prossima classe globale. Non ci sarebbe altro da fare che rimboccarsi le maniche e provare a organizzarsi per portare altrettanti centomila lavoratori ed ex o non lavoratori nella stessa piazza dei centomila.

Il testimone e la mano passano alla sinistra. Papa Franziscu ha chiesto al suo Dio di aiutarli a lottare per avere lavoro e dignità. Si fa avanti una classe pronta a lottare con la benedizione gestuale e vocale di Papa Franziscu? Dall’alto delle empiree sfere dell’Eden megalitico e nuragico Giovanni Lilliu Sardus Pater I si unisce a lui Papa Franziscu I. Umana marea di sardi in una perfetta mattina della terza domenica di settembre.

Umana cosa è aiutare gli afflitti – scriveva Boccaccio nell’incipit del Decamerone al tempo della peste di sette secoli orsono. Siamo ancora nelle pesti. Ben venga un cenno di benedizione se è segno di mobilitazione.