Un amore in forma di pagina

Maria Teresa Carbone

Ruth Beale, Book Bed

L'Italia è un paese dove si legge, in media, molto poco. Lo vediamo quando osserviamo i passeggeri di una metropolitana o di un treno, e non possiamo fare a meno di notare quanto siano rare le persone che hanno in mano un libro. E ce lo ricordano impietose le statistiche anno dopo anno, ogni volta che si pubblicano i dati sulla fruizione culturale. Per qualche giorno si piange. Sui media gli esperti osservano come la diffusione della lettura sia correlata al benessere economico di un paese – lasciando intendere che se solo leggessimo un poco di più, saremmo tutti più ricchi. Ma poi, che l'equazione sia vera o no, i dati vengono dimenticati e tutto continua come prima, quasi che la scarsa passione per la lettura fosse un tratto caratteristico e ineliminabile dell'Italia, come la sua forma a stivale o il suo essere una penisola.

Non è così, e lo dimostra il progressivo aumento della lettura in Spagna, dove negli ultimi quindici o vent'anni sono state adottate e attuate in questo senso politiche energiche e, a quanto pare, fruttuose. Politiche che, d'altro canto, qui come ovunque, possono avere successo soltanto se partono dal presupposto che leggere non è scontato, che la lettura non appartiene alle attività “naturali” (per quello che può valere la parola) degli umani, come mangiare o parlare o camminare, ma va appresa e nutrita e praticata e stimolata, esattamente come avviene con uno sport o con uno strumento musicale. Per questo, “i dubbi intorno al piacere, forse anche al dovere, o alla necessità, o perfino alla inevitabilità del leggere, non devono essere mai repressi, o cancellati, o elusi”.

La frase, tratta dal saggio I diamanti in cantina di un pedagogista autorevole come Antonio Faeti, si trova nelle prime pagine di un testo, Il primo libro non si scorda mai, che ha un sottotitolo impegnativo, “Storie e idee per innamorarsi della lettura tra 5 e 11 anni”, e si rivolge a tutti coloro – genitori, insegnanti, bibliotecari – che si pongono il problema di accostare i bambini ai libri (o viceversa). E il fatto che l'autrice, Carla Ida Salviati, fra i maggiori esperti italiani di lettura per l'infanzia, la citi all'inizio di questo suo vademecum, chiarisce subito qual è l'impostazione di base – che appunto non esiste una idea astratta del libro, calata dall'alto e uguale per tutti, ma una pluralità di soggetti e di comportamenti, talora anche contraddittori fra loro e che tuttavia possono coesistere e che – soprattutto quando si parla di bambini – la lettura è un lungo allenamento, ed è un bel guaio se manca l'amore, anzi l'innamoramento che porterà a un amore – si spera – duraturo e senza il quale la fatica è solo fatica.

Così Salviati accompagna i suoi lettori adulti, lasciando intendere tra le righe, ma in modo inequivocabile, che loro stessi dovranno – se già non lo conoscono – scoprire e condividere con i figli o con gli allievi questo incantamento. Potrà accadere attraverso la lettura ad alta voce (“un dono al quale è difficile rinunciare”) o più tardi attraverso la scelta di titoli adatti, i più vari tra loro. In questo percorso, scandito su una architettura amabile e rigorosa (ogni capitolo contiene una parte generale introduttiva, dei puntualissimi consigli di lettura e infine una esperienza concreta in quel dato ambito), ai genitori, agli insegnanti e ai bibliotecari l'autrice non ha paura di mostrare i propri gusti, le proprie inclinazioni, e ricorda che gli adulti possono contare, come alleati formidabili, sui bambini stessi, perché “tutti i bambini, prima di leggere, vogliono imparare a leggere”. Molti, troppi, di loro perderanno questo desiderio e addirittura si dimenticheranno di averlo avuto. Ma non sarebbe ineluttabile.

Carla Ida Salviati

Il primo libro non si scorda mai

Giunti

pp. 144, euro 16

 

Carla Ida Salviati (con Antonella Agnoli, Roberta Mazzanti, Maurizio Caminito, Gino Roncaglia, Giovanni Solimine e tanti altri) sarà tra i partecipanti, oggi e domani, della XIV edizione del Forum del Libro, che si terrà a Pistoia (capitale del libro 2017) in collaborazione con la Biblioteca San Giorgio intorno al tema Bibliodiversità in biblioteca, in libreria e a scuola. Il programma completo si può leggere qui.

È possibile acquistare questo libro in tutte le librerie e su ibs.it.

Spoon River magistrale

diplomaCarla Ida Salviati

I necrologi sono una lettura interessante. E, se non sembrasse politicamente scorretto, direi pure divertente. Nulla ci raccontano della morte, di cui possiamo solo prendere atto; moltissimo invece ci dicono della vita. Le lapidi ottocentesche nei cimiteri monumentali delle nostre città ci restituiscono le idee dell’epoca sulla morale, sulle virtù da lodare e pertanto, sotto sotto, sui «vizi» dai quali una degna esistenza doveva tenersi lontana. Così si ergono a exempla il «probo cavaliere» dedito «al lavoro e alla carità», la «sposa e madre integerrima», la «fanciulla purissima», la consorte «immolatasi» nel compiere «il supremo dovere», e così via.

Documento storico di prima mano, il necrologio riassume con efficacia elogi per il defunto e monito per chi legge: nel caso poi di epitaffi professionali, è evidente che essi sono indirizzati ai colleghi viventi ed esplicitano le attese sociali nei loro confronti. Per tali complesse valenze, dunque, Anna Ascenzi e Roberto Sani si servono proprio dei necrologi pubblicati sulla stampa specializzata, come inediti ed efficaci scandagli di valori e significati vigenti nel corpo scolastico lungo il primo secolo dell’Italia unita. Si dipana così un percorso che descrive le qualità auspicate di un buon educatore: qualità che appaiono diverse nell’arco dei cent’anni presi in considerazione, e che portano ben impresso il clima del loro tempo. Nel 1892, ad esempio, il maestro Modesto Boccone di Alessandria è ricordato come un «buon soldato del progresso» dedito all’«amor di patria», mentre nel 1939 l’insegnante Augusto Antonelli è rimpianto come «combattente fermissimo per la grandezza imperiale della scuola», e nel 1949 il direttore didattico Giuseppe M. Grossi di Roma, «cristiano convinto e praticante sincero», viene commemorato in quanto sgradito al regime che lo aveva «osteggiato» nella carriera...

La stampa professionale ha giocato un ruolo nevralgico nel sostenere l’opera dei docenti delle elementari: nelle riviste infatti essi trovavano commenti politici e sindacali, notizie sulle retribuzioni, sui concorsi, sui trasferimenti, nonché – almeno in alcune testate, e non a caso le più longeve – materiali e suggerimenti didattici concreti per insegnare in classi numerosissime e in condizioni oggi inimmaginabili.

Per tanti maestri di fine Ottocento istruiti poco più dei loro stessi alunni (come denunciarono diversi Rapporti ministeriali), oppure per quelli del secondo dopoguerra che, dal Sud, accettavano supplenze nelle scuole sperdute delle valli alpine, il periodico è stato spesso l’unico mezzo di informazione e di aggiornamento. Ma è stato pure un potente antidoto alla solitudine, poiché intesseva una rete di rapporti a distanza, tracciando nel contempo uno spazio di aggregazione e di riconoscibilità. Anche per tali motivi il necrologio si rivela uno strumento formidabile: l’esaltazione postuma delle virtù educative va a rafforzare i legami ideali tra colleghi che, pur sconosciuti l’uno all’altro e pur lavorando in territori lontani, potevano «riconoscersi» nei richiami ai principi basilari della professione.

D’altra parte, i giornali che Ascenzi e Sani prendono in considerazione non sono affatto uguali per ispirazione e prospettive. La «famiglia magistrale», spesso invocata con enfasi, era in realtà abbastanza divisa e litigiosa. Quindi anche i profili dei trapassati finivano con l’assumere sfumature diverse: l’«Unione dei maestri elementari d’Italia», foglio piemontese attivo per cinquant’anni (1870-1920), ci appare attraversato dalle ventate del socialismo umanitario e non rinuncia a battagliare per la condizione dei maestri «umili operai del pensiero» trattati «peggio del campanaro, del becchino, della guardia campestre». Siffatta visione della professione inevitabilmente si riflette sui necrologi, ai quali il periodico dedica addirittura una rubrica fissa. Dei colleghi scomparsi si sottolineano le origini («venuto dal popolo»), l’impegno educativo («innalzare le plebi»), la laboriosità («vittima del suo instancabile zelo»). Insomma, come annotano gli Autori del saggio, la rivista tende «ad accreditare un’immagine del maestro quale moderno santo laico», autentico «artefice della rinascita morale e civile della nazione».

All’immagine del santo tout court si avvicinano invece i necrologi di «Scuola Italiana Moderna» negli anni Cinquanta. Il periodico bresciano dell’Editrice La Scuola, fondata da un gruppo di intellettuali cattolici tra i quali Giorgio Montini, padre del futuro Paolo VI, si erge a vero e proprio baluardo nella dura contrapposizione postbellica con il mondo laico. Le virtù dei maestri trapassati appaiono dunque coerenti con le posizioni della rivista e tendono a rafforzarne il messaggio complessivo: così viene messo in evidenza il fervore da «apostoli» nelle «sacrosante battaglie in difesa della scuola cattolica», nell’affermazione degli «ideali cristiani».

A mano a mano che ci si avvicina al decennio del boom economico, mutano i linguaggi e le metafore: anche su «Scuola Italiana Moderna», dismessi i toni da crociata, l’accento si sposta sulla «cultura», sulla «preparazione pedagogica», sull’impegno profuso «per il rinnovamento didattico e metodologico». L’insegnante elementare – sottolineano gli autori – si identifica dunque sempre di più in quello che, ben presto, verrà chiamato l’«intellettuale organico».

Cent’anni di necrologi di maestre e maestri delineano lo skyline di una professione sempre marginalizzata nella percezione sociale, e pur tuttavia snodo imprescindibile per la formazione delle nuove generazioni. Una passeggiata dei giovani insegnanti in questa specie di Spoon River magistrale farebbe loro scoprire affinità forse inattese con il passato. Non sarebbero, d’altra parte, passi perduti nella nostalgia o nella retorica: potrebbero invece riservare la sorpresa di solide radici dalle quali far crescere un’identità almeno in parte smarrita, e che manca a molti.

Anna Ascenzi, Roberto Sani

«Oscuri martiri, eroi del dovere». Memoria e celebrazione del maestro elementare attraverso i necrologi pubblicati sulle riviste didattiche e magistrali nel primo secolo dell’Italia unita (1861-1961)

Franco Angeli, 2016, 102 pp., € 13

A scuola si legge?

bambini_lettura_scuolaA scuola si legge! La lettura tra tecnologie e società globale è il titolo di una giornata di studio che si tiene oggi a Firenze e che prova ad affrontare un nodo di cui non molto si parla e che ancora meno si approfondisce: il ruolo della scuola per la promozione della lettura in un paese dove la consuetudine con la pagina scritta, sia essa di carta o digitale, è in costante calo. Proponiamo qui un intervento di Carla Ida Salviati, organizzatrice del convegno.

Carla Ida Salviati

Quando si parla di lettura non c'è mai da stare troppo allegri. Solo pochi giorni fa da Francoforte il presidente dell'AIE (Associazione Italiana Editori) ci ha annunciato che l'Italia continua la sua marcia a gambero con il record del 58 per cento di "non lettori". Davanti al dato sconfortante forse doveva esplodere qualche sommossa, forse dovevamo scendere in piazza umiliati dalla minaccia dell'analfabetismo di ritorno. E se l'espressione può sembrare antiquata, chiamiamolo pure "analfabetismo funzionale", fenomeno spaventoso - e certo non solo nostrano - per colpa del quale si apre uno scenario composto da pochi individui in grado di  leggere e capire mentre moltissimi, perdute le (fragili) abilità di lettura,  se ne stanno inebetiti davanti a "giochi e giochini" scaricati dalla rete o acquistati per pochi centesimi. Un bel risultato dopo 150 di Stato unitario e 70 di Paese democratico...

Sarà pur vero che l'AIE sciorina numeri di vendite, che parla di copie di libri e non di lettura. Però è ben triste dover  prendere atto che il commercio librario sta diventando sempre meno remunerativo. Non abbiamo neanche la soddisfazione di trovare il capro espiatorio nell'e-book ,  settore che non pare destinato a  magnifiche sorti, almeno per il futuro immediato.

Pare che gli unici lettori - sparuti ma accaniti - siano i ragazzi, e l'industria editoriale, giustamente,  se ne compiace‎. Peccato che scorrendo gli inserti librari dei nostri più diffusi quotidiani - affollati per ovvi motivi di concorrenza soprattutto tra il sabato e la domenica - devi armarti del classico lanternino per scovare una recensione degna del nome sui libri per i giovani, puntualmente ignorati anche quando "fanno numeri" da capogiro. 

Che cosa poi accada a questi ragazzi appassionati lettori quando arrivano le tempeste ormonali e spuntano i primi peli, è un fenomeno antropologico che - a quanto ne so io - non ha ancora trovato spiegazioni convincenti. Sta di fatto che, a mano a mano che crescono tette e compaiono brufoli, si legge sempre di meno andando  a rimpolpare quel famoso 58 per cento, percentuale che sembra destinata solo ad aumentare. 

Ma quando si parla di ragazzi, subito si parla di scuola. Inevitabile, visto che da quelle forche caudine tutti ci passano. Ma che fa la scuola? ci si domanda. Non è capace di insegnare a leggere! Anzi "ammazza il piacere di leggere" nei bambini che per  loro natura, invece, sarebbero tutti potenziali divoratori di pagine (l'accusa assassina e' tratta dal titolo di un convegno di qualche anno fa). 

Banalità? Accuse false e tendenziose? 

La risposta dovrebbe essere complessa perché il nodo è intricatissimo. Un paio di riflessioni però bisogna  farle. 

La prima riguarda la scuola in generale, frastornata in questi ultimi decenni da riforme e riformine che hanno sortito come frutto principale lo sconcerto di famiglie e insegnanti. A un certo punto qualcuno ha persino invocato "basta riforme!", anche perché  ‎mettere mano a una riforma complessiva  non è roba che si risolva in qualche mese, soprattutto se si considera il perenne fiato corto dei nostri governi (ci riusci' Gentile, e sappiamo il perché). Inoltre, dovendo cominciare "dal basso", tutte - riforme, riformine, riformette - sono iniziate dalla scuola elementare (primaria, come si dice propriamente) che infatti risulta la più "riformata" tra i vari gradi. Da tutto questo affannarsi,  la lettura è rimasta sostanzialmente fuori, mentre sono passate nelle aule  tecnologie ben  presto obsolete nel vago tentativo di essere al passo con la modernità. E' dai tempi di Berlinguer/Moratti che non si vede un piano per la promozione della lettura ma solo piccoli (in senso relativo, ovvio) interventi,  concentrati soprattutto sulle difficoltà di apprendimento. Interventi doverosi e meritevoli peraltro: ma che certo non sono andati nella direzione della diffusione di massa della lettura. Obiettivo che, a mio modesto parere, una scuola di massa dovrebbe  perseguire. 

Da questa "riformite" abbastanza sterile sono state appena sfiorate le due secondarie, inferiore e superiore, anche e soprattutto perché nessuno ha messo mano e testa al nodo principale, la formazione dei docenti. I quali, nel grado superiore, si aspettano di accogliere ragazzi pienamente abili a leggere, scrivere, far di conto: illusione destinata a franare miseramente in una  grande quantità di classi, come è sotto gli occhi del mondo.  Gli insegnanti della primaria, per loro conto,  spesso insegnano a leggere semplicemente "favorendo" il clima della classe, dando fiducia alla spontaneità e ignorando quanto la lettura sia invece un'erta, faticosa scala in salita che esige attenzioni, cure e metodo. Può accadere cosi  che nella primaria ci si accontenti troppo presto delle performance "corrette" (solo apparentemente tali) quando piuttosto si dovrebbero verificare e pretendere competenze piene e sicure: si "sa leggere" quando si è in grado di affrontare testi diversi per tipo e per complessità, quando si è lettori critici. 

Chiunque si rende ben conto che non si arriva a questi livelli se non dopo percorsi lunghi, ben più lunghi dei cinque anni di primaria. Ma la lentezza, la scuola della lumaca come scriveva un pedagogista da poco scomparso, non si addice ai nostri tempi e ai nostri costumi. Ci irritiamo di perdere tempo. E non ci accorgiamo che stiamo persino perdendo di vista l'obiettivo: la scuola di tutti non può permettersi un popolo che non sa leggere. Bisogna pensare alle nuove forme di analfabetismo: e qui non c'è davvero tempo da perdere.

Ogni domenica su Rai5, Alfabeta, programma in sei puntate di Nanni Balestrini, Maria Teresa Carbone, Andrea Cortellessa. Oggi alle 9.15 la replica di Spendere (con la partecipazione, fra gli altri, di Antonio Negri, Elettra Stimilli, Giorgio Falco).  Domani, alle 22.05, Giocare, con Umberto Eco, Gianni Clerici, Stefano Bartezzaghi, Giulia Niccolai.

Ufficio Stampa: Riccardo Antoniucci (tel. 3407642693, mail: pressboudu@gmail.com)