La paura neoliberista

Alessandro De Giorgi

Il 14 ottobre 1982 Ronald Reagan teneva un importante discorso in cui illustrava la svolta punitiva alla base della nuova politica criminale della sua amministrazione: «La crescita di una classe criminale senza scrupoli è stata in parte il risultato di una filosofia sociale sbagliata, che in modo utopico considera l’uomo come prodotto del suo ambiente, mentre la trasgressione è vista sempre come conseguenza di condizioni socio-economiche svantaggiate. Questa filosofia predica che dove si verifica un crimine è responsabile la società, non l’individuo. Ma il popolo americano sta finalmente riaffermando alcune verità indiscutibili: il bene e il male esistono, gli individui sono responsabili delle proprie azioni, il male è spesso frutto di una scelta, e la pena deve essere certa e immediata per chi si fa strada a danno degli innocenti».

A trent’anni da quella dichiarazione di guerra alla criminalità la popolazione carceraria degli Usa ha raggiunto la quota di 2,4 milioni di individui confinati in oltre 5000 istituti penali, per un tasso di incarcerazione di 756 soggetti per 100.000abitanti. Nel complesso 7,2 milioni di persone sono sottoposte a controllo penale: il 2,4% della popolazione. Sebbene trascurata dai media e dal dibattito politico, la situazione carceraria statunitense rappresenta una vera e propria emergenza sociale, risultato di quarant’anni di simbiosi tra liberismo economico e governo punitivo della povertà.

Le coordinate del neoliberismo punitivo si erano delineate già all’inizio degli anni Settanta. Parallelamente alla ristrutturazione capitalistica che sanciva il superamento del sistema fordista keynesiano a favore di un modello di accumulazione flessibile, si registrava una crescita prima progressiva, poi verticale (soprattutto in coincidenza con la distruzione del welfare, realizzata in modo bipartisan tra gli anni Ottanta e Novanta) del sistema penale quale strumento di governo della marginalità urbana.

Se fino ai primi anni Settanta i tassi d’incarcerazione statunitensi erano mediamente inferiori a quelli di altre democrazie occidentali, oggi gli Usa sono la prima democrazia punitiva del mondo. La pluridecennale guerra alla criminalità e alla droga, che nell’agenda politica revanchista della destra americana ha sostituito la guerra alla povertà dichiarata da Johnson nel 1964, ha determinato la legittimazione di ogni eccesso penale in nome della difesa sociale contro le nuove «classi pericolose».

Tra il 1977 e il 2007 negli Usa sono state eseguite 1099 condanne a morte, con una media di tre al mese. Sull’onda del panico morale suscitato da alcuni crimini eccellenti si sono moltiplicate pratiche penali di tipo autoritario e populista: la pena capitale anche per malati di mente; l’ergastolo anche per i minori; le leggi «Three Strikes» che prevedono l’ergastolo per chiunque commetta un terzo reato anche non grave; la reintroduzione dei lavori forzati in diversi stati del Sud; la pubblicazione dei dati personali e delle foto segnaletiche degli ex detenuti per reati sessuali.

Ma la rivoluzione punitiva si è estesa anche ad altri ambiti della vita sociale, investendo settori tradizionalmente estranei al sistema penale. Si pensi alla famigerata «riforma» del welfare attuata da Clinton nel 1996, che esclude dall’assistenza sanitaria, dall’edilizia popolare e dai sussidi di disoccupazione chiunque abbia riportato una condanna per reati di droga; o al fatto che i pochi poveri americani che ancora hanno accesso a qualche forma di assistenza sono sottoposti a forme di controllo stigmatizzanti e punitive – quali i test antidroga imposti in diversi Stati come condizione per l’accesso ai sussidi – che di fatto saldano l’assistenza sociale al sistema penale.

È stato con queste politiche, volte a disciplinare una popolazione in maggioranza afro-americana e latina sempre più povera e resa superflua dalla ristrutturazione capitalistica, che nell’immaginario sociale americano si è costruita l’equivalenza simbolica tra razza, welfare e criminalità. Le statistiche mostrano che gli afro-americani costituiscono la maggioranza della popolazione carceraria degli Usa, pur rappresentando solo il 12% della popolazione. Un giovane afro-americano su tre di età compresa tra i 20 e i 29 anni è oggi sottoposto a controllo penale. Alle attuali condizioni, un ragazzino afro-americano nato nel 2001 ha il 32%di probabilità di finire in carcere durante la propria vita: un evento più probabile che non iscriversi all’università, arruolarsi nell’esercito o sposarsi.

Ma questa dimensione getta luce solo su uno dei due versanti dell’incarcerazione di massa, quello legato al «sequestro» di intere generazioni di giovani afro-americani e latini provenienti da ghetti urbani nei quali l’economia illegale costituisce spesso l’unica via di fuga dalla povertà. L’altro versante, destinato peraltro ad assumere proporzioni drammatiche nei prossimi anni, è rappresentato dall’ampia fetta di questa popolazione reclusa che prima o poi fuoriesce dal sistema carcerario. Circa 600.000 detenuti vengono rilasciati ogni anno dalle prigioni Usa, una media di 1600 al giorno.

Questa popolazione, spesso reclusa per anni in un sistema carcerario che ha drasticamente ridotto i programmi di reinserimento sociale, di istruzione e perfino di assistenza medica di base per i detenuti, viene letteralmente «scaricata» negli stessi quartieri poveri e segregati dai quali era stata prelevata. Spesso priva di accesso al welfare, in molti casi affetta da patologie o tossicodipendenze, e in ogni caso stigmatizzata dall’esperienza dell’incarcerazione, questa popolazione è destinata a rientrare in massima parte nel circuito penale: il 70% dei detenuti rilasciati torna in carcere entro tre anni. Si comprende allora come il sistema penale-carcerario americano funzioni come un vero e proprio sistema di riciclaggio dell’eccedenza umana prodotta da un modello sociale incardinato nella simbiosi tra laissez-faire economico e populismo penale.

Infine, questa «scomunica sociale» della povertà urbana non si limita all’esclusione di milioni di poveri «immeritevoli» dai fondamentali diritti civili e sociali; al contrario, essa si estende anche ai diritti politici, rievocando il sistema segregazionista che ha caratterizzato gli Usa dalle origini fino agli anni Sessanta. Quattordici Stati americani escludono temporaneamente dal diritto di voto chiunque abbia riportato una condanna penale, anche dopo che la pena sia stata scontata, mentre otto Stati impongono tale bando a vita. A quasi cinquant’anni dal Voting Rights Act del 1965,che proibiva la discriminazione su base (esplicitamente) razziale nell’accesso al voto, il 13% dei maschi afro-americani è escluso dall’elettorato in virtù delle misure penali citate.

Come possiamo spiegare la condizione di «morte civile» cui l’ascesa dello Stato penale ha condannato una vasta popolazione di poveri resi superflui dalla ristrutturazione capitalistica degli ultimi trent’anni? L’interpretazione di senso comune è che il normale catalizzatore di qualsiasi reazione punitiva sia la criminalità. Si può ipotizzare allora che sia stato un aumento della criminalità di strada a determinare l’incarcerazione di massa che ha investito la società americana a far corso dagli anni Settanta?

Sono le statistiche ufficiali del Bureau of Justice americano a dimostrare che questa ipotesi è falsa. Dopo aver registrato un aumento negli anni Sessanta, i tassi di criminalità hanno esibito un andamento costante nei due decenni seguenti – con l’eccezione della criminalità violenta, in aumento alla fine degli anni Ottanta, soprattutto in seguito alla diffusione del crack nei ghetti urbani – per registrare negli anni Novanta una drastica diminuzione che ha riguardato tutte le tipologie di reato: i reati registrati sono diminuiti, mentre le persone denunciate, arrestate e condannate sono aumentate.

Questo contrasto tra la diminuzione della criminalità e l’escalation della repressione smentisce ogni interpretazione causale del rapporto tra criminalità e pena, e offre una chiara illustrazione dell’autonomia della sfera penale quale strumento di regolazione sociale. Nel corso della rivoluzione neoliberale americana l’arsenale retorico della penalità è stato utilizzato in modo del tutto indipendente dall’effettiva gravità della questione criminale. Piuttosto, la logica neoliberale dell’individualismo proprietario e la complementare ideologia della responsabilità personale hanno favorito l’assorbimento della questione sociale entro la sfera della penalità e dei suoi apparati di esclusione.

La diffusione di retoriche securitarie rivolte a una middle class resa insicura dalle crisi del capitalismo globale deregolato e il dispiegamento di politiche di criminalizzazione di massa rivolte ai poveri urbani convergono nel delineare una nuova razionalità di governo incentrata sulla guerra al nemico pubblico. Alimentando e poi «governando» paure simbolicamente efficaci e politicamente gestibili (come la criminalità, l’immigrazione clandestina, il terrorismo islamico), questo paradigma di governo ritrova nella questione penale quella legittimazione politica che la sovranità statale ha perduto nell’impatto con un’economia globale sempre più ingovernabile.

In questo modo, attraverso un’opportunistica esasperazione di quella che Alessandro Dal Lago ha definito «tautologia della paura», negli Usa, ma in modo crescente anche in Europa e in America Latina, questo modello di governo riesce da una parte a consolidare consenso su basi populiste e dall’altra a occultare provvisoriamente le conseguenze devastanti delle politiche economiche neoliberiste.

Ma, al di là della propensione ad accumulare capitale politico intorno al vocabolario dell’insicurezza urbana, della guerra alla criminalità e della tolleranza zero, questo paradigma di governo punitivo ha rivelato anche una straordinaria capacità di produrre capitale tout-court, generando enormi profitti per gli «imprenditori della pena» – dalle multinazionali dell’incarcerazione a quelle che gestiscono centri di detenzione per migranti, dai produttori di armi e tecnologie di polizia alle compagnie telefoniche delle prigioni, fino al vasto settore del «reinserimento» postcarcerario. Un dato che assume dimensioni esorbitanti negli Usa, dove il sistema penale è uno dei principali datori di lavoro del paese, i sindacati delle guardie carcerarie sono una potente lobby politica, la spesa pubblica nel settore penale è cresciuta in modo verticale parallelamente all’abolizione di fatto del welfare.

La logica del governo punitivo delle disuguaglianze sociali prodotte dal neoliberismo – una razionalità politica incentrata sulla criminalizzazione di massa delle popolazioni urbane segregate, rese economicamente superflue dalla ristrutturazione capitalistica postindustriale – ha dunque assoldato ai diversi fronti della guerra contro i nemici pubblici un vasto esercito costituito da forze di polizia pubbliche e private, multinazionali dell’incarcerazione, politici locali e nazionali votati alla causa securitaria, think tank impegnati a convalidare scientificamente la verità del crimine, mass media intenti ad alimentare la paura per capitalizzarne i profitti.

Negli Usa investiti dalla recessione economica globale, le elezioni presidenziali del 2008 (e poi quelle ben più incerte del 2012) sembravano aver riaperto quanto meno la possibilità di una riflessione pubblica sulla devastazione sociale prodotta da trent’anni di simbiosi tra neoliberismo e populismo penale. Dalla «grande depressione» degli anni Venti gli Usa uscirono grazie al New Deal: un ambizioso programma di ingegneria sociale che costrinse la società americana a fare i conti con la barbarie del capitalismo senza limiti. Ancora non possiamo dire se il secondo New Deal più volte evocato da Barack Obama sarà in grado di porre un freno alla barbarie del neoliberismo punitivo, ma per il momento poco è cambiato.

Il carcere in pellicola

Giacomo Pisani

Mercoledì 3 Aprile presso l’Ex Palazzo delle Poste dell’Università degli Studi di Bari è stata inaugurata la mostra “eVisioni – Il carcere raccontato in pellicola, collage e graffiti” a cura di Antigone Piemonte Onlus, finanziata dalla Regione Puglia – Assessorato al Mediterraneo, Cultura e Turismo, e realizzata in collaborazione col Dipartimento di Giurisprudenza dell’Università degli Studi di Bari, il Dipartimento di Giurisprudenza dell’Università degli Studi di Torino, la Mediateca Regionale Pugliese, il Centro studi dell’Apulia Film Commission, il Museo della Memoria Carceraria – La Castiglia di Saluzzo (CN), il Ministero della Giustizia – Casa circondariale di Bari e l’associazione “Sapori Reclusi”. La serata inaugurale è stata moderata da Luigi Pannarale, docente di Sociologia del Diritto presso l’Università degli Studi di Bari.

La mostra è visitabile fino al 18 Aprile, e raccoglie locandine cinematografiche di film a tema carcerario curata da Claudio Sarzotti e Guglielmo Siniscalchi. Sono inoltre esposti i collages realizzati dall’artista Agnese Purgatorio con le detenute della Casa Circondariale di Bari per il Centro di Documentazione e Cultura delle Donne, e fotografie di graffiti, a cura di Davide Dutto, realizzate presso l’ex carcere della Castiglia di Saluzzo (CN), che ospiterà tra qualche mese il primo museo in Italia dedicato interamente alla storia del carcere.

Il carcere è il lato oscuro della società, il negativo dell’esistenza normalizzata. È un buco nero e, in quanto tale, ha provocato a lungo l’uomo, delineandosi come ciò che è dall’altra parte, nel regno quasi intangibile dell’ingiusto, dell’anormale, della reclusione appunto. Il cinema ha gettato una luce sul carcere, lo ha oggettivato, ha reso lo spettro riconoscibile. Ma spesso esso è divenuto, in quanto oggetto, circoscritto nella sua irriducibile estraneità, quasi fosse altro rispetto all’umano. La sfida del cinema è tutta qui. Il cinema può ridurre la reclusione a oggetto de-limitato, nello spazio e nelle possibilità, alle mura del carcere, o farci percepire l’umanità della vita reclusa.

Esso può allora riempire il carcere di possibilità di uomini in carne e ossa, ponendoci di fronte al risvolto sempre eventuale delle nostre azioni. Perché è l’umanità stessa, al di fuori di un certo reticolo di possibilità “normali”, a sprofondare nella reclusione, nel lato oscuro, che è il negativo della vita istituzionalizzata. Esso, dunque, ci coinvolge costitutivamente, perché ha al fondo decisioni, condizioni e scelte, della stessa natura di quelle a cui, in ogni momento, la nostra esistenza è chiamata a dare risposta. Noi stessi siamo irrimediabilmente inscritti in questo gioco.

Il diritto, allora, non è un limite assoluto che, calato dal cielo, separa ciò che è giusto da ciò che non lo è. La vita è continuamente implicata nel negativo, nella non-possibilità, quella non normalizzata, nell’ingiusto. In tal modo, essa costituisce un piano di immanenza che si intreccia, sin dalle radici, al piano del diritto, che condiziona la vita e la dirige, senza tuttavia cancellare quel margine di indeterminazione che ci rende costantemente reclusi. Che ci impone, insomma, di scegliere continuamente. E nella scelta il negativo è sempre in agguato, al di là della pellicola, dove la vita prende forma.

Le locandine sono allora pezzi di vita che definiscono un universo di emozioni e di esperienze che rovesciano il negativo per impregnarlo di umanità. I graffiti sui muri del carcere sono strappi nel tempo piano e immutato, attraverso i quali l’uomo recluso cerca di avvicinare il mondo fuori dalle sbarre, per far filtrare frammenti di tempo vissuto. Perché il carcerato è recluso anche dal tempo, che scorre sempre identico, senza lasciarsi afferrare dalle scelte, indifferente alla noia, sordo ai passi che segnano il vuoto dell’attesa. Il cinema è tutto questo, è la vita rinchiusa dietro le sbarre, è lo sguardo del sorvegliante lì a pochi passi, eppure così lontano. Perché siamo tutti sospesi, fra la libertà e la reclusione, oltre la soglia di una scelta, fra le sbarre di una cella, dove gli occhi del sorvegliante sono come una pistola puntata sull’esistenza, in ogni secondo.

Tre leggi per la giustizia e i diritti. Tortura, carceri, droghe
Oggi 9 aprile si firma per la Campagna davanti ai Tribunali di tutta Italia

La tortura in Italia

Augusto Illuminati

Ma che razza di problema è la tortura in Italia? Li conosciamo bene i nostri veri problemi: mantenere o togliere l’Imu, smacchiare il giaguaro, lo spread, la moneta padana, il voto utile. Magari, sì, il sovraffollamento delle carceri, ‘sto tormentone dei radicali che adesso pure Napolitano ci ha messo bocca. Ma la tortura? Nella patria di Beccaria, per di più! mica stiamo a Guantanamo...

E invece il bel libro di Patrizio Gonnella, La tortura in Italia, ci viene a ricordare bruscamente che il nostro Paese rifiuta di includere il reato relativo nel proprio Codice, malgrado varie e sfortunate iniziative parlamentari che da ben 23 anni, sotto governi di centro-destra e di centro-sinistra, tentano di tradurre in legge positiva la Convenzione delle Nazioni Unite contro la tortura, pur ratificata nel lontano novembre 1988. Mentre si trovano agevoli maggioranze per un giusto divieto di maltrattamenti agli animali, non si riesce a concludere nulla per il ben meno rilevante divieto di tortura per gli uomini. E così la Cassazione ha dovuto, rammaricandosene, dichiarare prescritte, in assenza di una fattispecie specifica sulla tortura, le condanne per semplici lesioni inflitte a poliziotti e dirigenti per la macelleria della scuola Diaz e di Bolzaneto nel 2001.

Questo è stato l’episodio più clamoroso, ma la prescrizione è la regola non solo per la tenuità delle sanzioni per semplici atti di violenza e perfino per omicidi “colposi” ma per il ritardo con cui spesso i fatti vengono denunciati da detenuti a buon diritto esitanti a chiedere giustizia fin quando restano sotto il controllo dei seviziatori denunciati o dei loro colleghi. Più in generale, la riluttanza a introdurre il reato di tortura, procedibile in ogni caso d’ufficio (le lesioni lo sono soltanto se determinano danni superiori a 20 giorni di degenza), testimonia una malintesa riaffermazione della sovranità nazionale – crollata sul piano politico ed economico – proprio sul terreno più arretrato e moralmente discutibile.

Per usare le parole dell’autore, nel rifiuto di adeguazione alla norma sovranazionale si manifesta l’identificazione profonda di poliziotto e Stato, «in quanto il primo assicura la ragion di vita del secondo».Vi si aggiunge, terzo, il magistrato che dovrebbe controllare, chiudendo il cerchio dell’incensurabilità gerarchica «nel nome della sovranità intangibile e illimitata del potere punitivo».

Per un verso, Gonnella, forte di una lunga esperienza di tali temi quale presidente dell’associazione Antigone, distingue nettamente la tortura da altre forme di crudeltà, sopraffazione, degradazione e violenza, facendone un reato specifico dei pubblici ufficiali cui legalmente sono affidati soggetti privati di libertà, per l’altro estende tale definizione a tutte le forme di diminuzione o distruzione della dignità più ancora che del corpo della vittima, quindi a molte pratiche carcerarie riferibili a decisioni legislative e giudiziarie (l’art. 41 bis, l’arresto obbligatorio di consumatori di sostanze stupefacenti e di migranti clandestini, l’esclusione dei recidivi dai benefici) ma soprattutto all’esercizio indeterminato dei poteri di custodia.

Vi sono vessazioni, “legali” o arbitrarie, che umiliano o danneggiano fisicamente la vittima (interruzione del sonno, divieto di contatti con l’esterno o di lavoro, cella d’isolamento, ispezioni invasive, ecc.) in concorrenza o in associazione a punizioni corporali, spesso delegate ad altri detenuti, il tutto per tenere sotto controllo soggetti “riottosi” o per indurli a “collaborare”, secondo la modalità strumentale (mezzo per fini ulteriori) che è tipica della tortura a differenza del puro esercizio individuale di sadismo, che certo non scarseggia.

Lo scenario allestito nelle stipate prigioni italiane (già questa una sofferenza, ripetutamente condannata dalla Corte europea di giustizia, cinicamente messa in conto nell’uso della carcerazione preventiva) assomiglia talvolta a Guantanamo e Abu Ghraib, come l’officina artigianale sta alla grande fabbrica, ma la logica securitaria e intimidatoria è la stessa. Non dimentichiamo il sequestro Dozier, Genova 2001 e i recenti casi Uva e Cucchi. E teniamo d’occhio la Grecia, dove (esempio non contemplato dal libro, chiuso prima) la polizia ha diffuso le foto segnaletiche di quattro “sovversivi” indagati e vistosamente tumefatti a deliberato ammonimento dei facinorosi.

Un libro come questo è prezioso proprio in controtendenza all’imperante populismo penale che a destra pretende di tenere a bada il disagio sociale con un sovraccarico di criminalizzazione o si illude, in varie sfumature della sinistra, di combattere la corruzione con la retorica manettara e una restrizione del garantismo. In quest’ultimo caso, inquieta un’eccessiva presenza di operatori giudiziari e della sicurezza perfino nelle liste più alternative. Il faut défendre la société? Grazie, abbiamo già dato.

Patrizio Gonnella
La tortura in Italia
prefazione di E. Resta e postfazione di M. De Palma
DeriveApprodi (2012), pp. 143
€ 15

Manicomi criminali

Gian Piero Fiorillo

L’anno 2013 si apre con l’aspettativa del superamento degli ospedali psichiatrici giudiziari (OPG). Il periodo indicato dalla legge varata un anno fa dal governo Monti sull’onda dell’emozione seguita a un documentario RAI, a sua volta frutto di un’inchiesta guidata dall’onorevole Ignazio Marino (PD), è il bimestre febbraio-marzo, ma efficaci manovre dilatorie hanno reso impossibile l’attuazione della norma nei tempi stabiliti.

Leggerla è comunque istruttivo: gli OPG dovranno essere superati per moltiplicazione. Infatti dovranno essere chiusi gli attuali sei dislocati sul territorio nazionale, ma in compenso verranno istituite strutture regionali, in misura di una per regione, provviste di “attività perimetrale di sicurezza e vigilanza esterna”. Ma cos’altro è una struttura sanitaria espressamente dedicata a forme antisociali di disagio psichico e provvista di sorveglianza perimetrale armata, se non un OPG? Inoltre, non vengono messi in discussione i principi di reclusione, pericolosità sociale, infermità mentale. E grazie alla giustificazione terapeutica, che stranamente trascura in toto le acquisizioni della psicologia sociale, l’individuo viene ristretto e consegnato per la rieducazione ai poteri medico e giudiziario, capaci entrambi di segnarne prepotentemente la carne.

Con tardivo atto di insubordinazione le associazioni psichiatriche di area democratica si sono dissociate, e hanno proposto un’alternativa di sapore salomonico: doppia tutela e cittadinanza sorvegliata. L’imputato, anche se riconosciuto malato di mente, dovrà essere giudicato in tribunale; quindi, se condannato, tradotto in carcere. Qui verrà curato dai servizi locali di salute mentale che, al momento del ritrovato equilibrio psichico, lo prenderanno in carico sul territorio. In questo modo sarebbero salvi i diritti del soggetto alla difesa e alla cura, e ne sarebbe riconosciuta l’eguaglianza con tutti gli altri cittadini. Piccatissimo, Marino ha replicato sull’Unità: Curare in carcere? Hanno idea di cosa voglia dire oggi pretendere qualsivoglia cura in carcere?

Diceva Mencken che per ogni questione complessa c’è una risposta semplice e sbagliata. Talvolta anche più d’una, come si può vedere. Ma quando la questione si sottrae a tutte le risposte, bisognerebbe almeno avere il coraggio di ammettere la difficoltà. E scartare quelle soluzioni utili solo a soddisfare l’ibseniano esattore dei crediti ideali, che alberga oscuramente in ciascuno di noi.

L’amnistia e l’ipocrisia

Valerio Guizzardi (Associazione Papillon Bologna)

Per prima cosa, tanto per sapere con precisione di che si parla, occorrono alcuni dati come presupposto dal quale partire per qualsiasi discussione riguardante il pianeta carcere: dal gennaio 2000 al settembre 2012 nel circuito carcerario italiano si sono avuti 2.045 morti tra i quali, al momento in cui scriviamo, 732 suicidi (fonte: www.ristretti.it). Il resto sono da addebitare a malasanità e a “casi da accertare”; che già su quest’ultima espressione ministeriale ci sarebbe non poco da indagare. Stiamo quindi parlando, al di là di ogni ragionevole dubbio, di una vera e propria strage. Una strage di Stato.

Da lungo tempo il Partito Radicale, al quale si è unito il mondo dell’associazionismo carcerario e della cooperazione sociale che opera nello stesso campo, ha lanciato in modo pressante la richiesta di amnistia e indulto per fermare quella carneficina. Si tratta di riportare un minimo di legalità, in quella che oggi è una fabbrica di morte, affrontando l’inumano sovraffollamento con la fuoriuscita dalle galere di almeno 25-30.000 detenuti degli attuali 67.000. Contestualmente ai provvedimenti, per renderli efficaci nel tempo, occorre una radicale riforma della giustizia e l’immediata abrogazione delle tre principali leggi carcerogene: la Bossi-Fini, che ha riempito le galere di immigrati; la Fini-Giovanardi, che le ha riempite di consumatori di sostanze; la ex Cirielli, che vieta i benefici della Legge Gozzini ai recidivi. Non ci sono altre strade, e bisogna fare presto.

Come risponde la politica alle nostre richieste? Con un’ipocrisia senza limiti, con una falsità dirompente: “Non ci sono le condizioni”. Dal Presidente Napolitano (non a caso autore insieme all’allora collega Turco della prima legge che istituiva i lager per migranti, i Cpt) ai segretari di tutti i partiti oggi in Parlamento questa è la risposta. Va da sé, tanto è evidente, che anche un bambino potrebbe ribattere che le condizioni non ci sono perché nessuno di loro ha intenzione di crearle. Ed è facile capire il perché: da circa vent’anni tutti i governi che si sono susseguiti, al di là del colore, hanno sbandierato il vessillo dell’ossessione sicuritaria per attirare gli allocchi nel circuito della paura generalizzata contro il diverso, l’escluso, le lotte sociali. Un generatore di consenso sul piano del mercato elettorale.

Una truffa evidente, se si pensa che ogni statistica specializzata ci informa che i reati sono in calo considerevole e, guarda caso, la carcerizzazione in aumento. Insomma non vogliono perdere voti e tantomeno, come nefasta conseguenza (per loro), poltrone, privilegi, denaro pubblico per finanziare i propri comitati d’affari, spolpare i beni comuni per regalarli alle oligarchie finanziariste internazionali. Continuare a gestire il potere val bene una strage, e per farlo occorrono milioni di voti: consenso a mezzo di terrore. Ogni partito fa la sua gara.

Altrove, dove ci si aspetterebbe un forte impegno, nulla si vede all’orizzonte. E sono la sinistra sociale, i movimenti, le singolarità più sensibili, coloro i quali, per condizione, dovrebbero essere i primi a preoccuparsi poiché questa grave crisi economica prodotta dai cascami di un neoliberismo sempre più predatorio e di cui il governo Monti ne è l’esecutore in Italia, produrrà (si spera) a medio termine un conflitto sociale senza precedenti in seguito all’aumento irrefrenabile della povertà, della disoccupazione, della spoliazione definitiva dei diritti e della dignità di tutti coloro che non fanno parte di una casta o di una corporazione dedite all’arrembaggio finale di ogni bene pubblico. Sul perché di questa clamorosa assenza ci sarebbe molto da discutere. Sarebbe ora di cominciare, prima che sia troppo tardi.

Werner Herzog nel braccio della morte

Laura Busetta

Cinquanta minuti: questo il tempo massimo concesso a Werner Herzog per condurre i suoi Death Row Portraits, conversazioni con cinque detenuti all’interno del braccio della morte in alcune carceri di massima sicurezza fra il Texas e la Florida. Sono sufficienti per fornire un ritratto di Linda Carty, George Rivas, Joseph Garcia, Hank Skinner e James Barnes. Quattro uomini e una donna condannati per omicidio, cinque facce della pena di morte negli Stati Uniti, che si raccontano sullo schermo, intervistati dalla voce - rigorosamente fuoricampo - del regista tedesco.

Concentrazione dello spazio, oltre che del tempo: al regista è vietato effettuare riprese all’interno del braccio della morte, così all’inizio di ogni ritratto un travelling ripercorre simbolicamente lo spazio dalla cella del detenuto alla camera della morte, dove gli verrà somministrata l’iniezione letale. La posizione di Herzog riguardo alla pena di morte è ben chiarita nel prologo: «in quanto cittadino tedesco ospite negli Stati Uniti, sono rispettosamente contrario alla pena di morte, legale in 34 stati e praticata in 16».

Il progetto, presentato alla scorsa Berlinale e in programma da lunedì 11 giugno al Biografilm Festival di Bologna, costituisce uno sviluppo del precedente Into the abyss. A Tale of Death, A Tale of Life (2011), documentario sul condannato a morte Michael Perry, incontrato da Herzog otto giorni prima dell’esecuzione. I Death Row Portraits funzionano in modo analogo: ai piani fissi dell’intervistato si alternano testimonianze di legali, giornalisti e familiari, materiali di archivio, ricostruzioni delle scene del delitto.

Seguendo l’iter processuale e i rinvii delle udienze si intravedono alcune falle nel sistema giudiziario americano. Ma il regista chiarisce: la mia intenzione non è quella di realizzare dei film propagandistici, piuttosto di intraprendere un altro viaggio nell’abisso. Emerge subito un’attenzione a indagare la specificità dello spazio claustrofobico del carcere e l’isolamento che ne deriva. Herzog prova a immaginare le procedure di evasione di ognuno dei detenuti.

Perché dal carcere si può anche provare a fuggire. Come hanno fatto George Rivas e Joseph Garcia, che riuscirono a evadere nel 2000 da una prigione di massima sicurezza del Texas con un’orchestrazione strategica raffinatissima degna di un film, salvo poi essere catturati e condannati a morte. Oppure chiudendo gli occhi, come fa James Barnes, uomo accusato di stupro e omicidio, che rivela «sogno di immergermi nell’acqua in modo da lavarmi di dosso la sporcizia». Così il ritratto finisce con l’immagine del mare, solo immaginato dagli occhi di Barnes e ripreso dall’obiettivo cinematografico.

La macchina da presa si sostituisce a quello sguardo, diventandone un prolungamento e materializzando un fuoricampo assoluto. Poiché attraverso l’evocazione di un paesaggio proibito e di una dimensione immaginaria forse si può comprendere meglio anche lo sguardo che vi dà forma. Qualcuno ha una dimestichezza tale con i media (in America esistono serie in cui si intervistano i reclusi) da usare strategie raffinatissime per muovere le emozioni dello spettatore. «Ho avuto l’impressione che qualcuno mi stesse usando per ritardare la sua pena», dichiara Herzog alla presentazione del progetto negli Stati Uniti.

E quando alla fine di ogni conversazione la macchina da presa si sofferma per alcuni secondi sul viso muto e immobile dell’intervistato, allora davvero se ne fa un raggelante ritratto. Ecco il volto di un uomo che sa già come e quando morirà, condizione paradossale di morte in vita che rende la sua esistenza unica e differente da quella di chiunque altro. Nell’apparente fissità dell’immagine, mentre il film continua a scorrere esibendo il volto quasi immobile del recluso, il cinema diventa la morte al lavoro, per ricordare una celebre espressione del regista Jean Cocteau: in ogni istante di film che passa, un attimo in meno di vita che si consuma. Vocazione mortuaria di ogni ritratto, che blocca il soggetto strappandolo al passare delle cose.

Mentre la macchina da presa indugia fissa sul volto del detenuto, non posso ignorare ciò che Roland Barthes rilevava essere il punctum della fotografia di Lewis Payne in attesa della propria esecuzione. Penso: è morto e sta per morire. «Nell’immagine leggo nello stesso tempo questo sarà e questo è stato; osservo con orrore un futuro anteriore di cui la morte è la posta in gioco».

Galera Italia. Lo stato presente delle cose

Valerio Guizzardi

I provvedimenti governativi degli ultimi anni in fatto di sicurezza, Giustizia e carcere ci suggeriscono che un vento di restaurazione sta spazzando il nostro paese portando con sé diritti civili acquisiti in anni di lotte sociali e garantiti dalla Costituzione nata dalla Resistenza. In un contesto politico in cui ai valori si sostituiscono gli interessi delle oligarchie finanziarie criminali internazionali, arrivano a flusso imponente e continuo decreti legge d’urgenza che impongono pesanti restrizioni ai più elementari diritti di cittadinanza. Si va dallo smantellamento dei diritti sul lavoro e di manifestazione, all’abolizione del Welfare e delle politiche sociali, alla saturazione del Codice penale con una produzione inaudita, tutta ideologica, di nuove fattispecie di reato e aggravamento delle pene. Per non parlare dell’irresponsabilità della gran parte dei media e di certi schieramenti politico-finanziari nel creare emergenze continue prendendo di mira, di volta in volta, particolari gruppi sociali e usare le vittime dei reati per incitare l’opinione pubblica all’odio razziale e xenofobo. I media per aumentare l’audience quindi i profitti, i politici per incassare vantaggi sul piano del mercato elettorale. In ambedue i casi a nessuno importa dei danni procurati alla coesione sociale, di scatenare guerre tra poveri se possono perseguire i loro privati interessi materiali.

L’estorsione del consenso a mezzo di terrore è un meccanismo perverso che produce un’infinità di danni collaterali tra i quali, ogni giorno più evidente, la carcerazione non necessaria. Da una parte si impone l’inasprimento della povertà degli ultimi nella scala sociale e dall’altra ci si attrezza per prevenire con misure sempre più illiberali e repressive il conflitto sociale generalizzato che inevitabilmente arriverà. L’idea di una gestione autoritaria della crisi economica, infatti, esige uno stato d'eccezione legislativa permanente. Si tenta così di conservare ricchezze, potere e poltrone da parte di un’accozzaglia di comitati d’affari che qualcuno, contro ogni evidenza, chiama ancora Partiti e si scarica la crisi sul lavoro dipendente e su milioni di famiglie appartenenti agli strati meno abbienti.

Ma come l’esperienza c’insegna, se si risponde con lo Stato Penale alle turbolenze sociali, non si può ottenere che la radicalizzazione delle stesse. Se si assume come strutturale la precarizzazione del rapporto di lavoro, si aumentano i profitti d’impresa ma s’implementa di conseguenza l’allargamento dell’esclusione sociale, universalmente riconosciuta come principale fonte di devianza. Se si assume come normale che la pena insiste non più solo sul reato ma sull’individuo per le sue caratteristiche, si riempiono le carceri e i Cie di immigrati. Se al disagio giovanile si risponde con politiche proibizioniste, si riempiono le carceri di tossicodipendenti e di consumatori occasionali. Se, più in generale, si persegue l'ideologia indotta da un paradigma produttivo e dal modello sociale che esso ha creato, che porta le persone a rincorrere il feticcio del denaro e l'arricchimento ad ogni costo, non si fa altro che istigare al reato.

Ecco perciò come la pena detentiva assume un’importanza strategica, ancora di più oggi, travolti da una recessione globale di cui ancora non si conoscono la reale portata e i confini. Il carcere, dunque, come contenitore del conflitto, come discarica sociale, come non-luogo ormai deputato solo all’incapacitazione di donne e uomini relegati a classi sociali subalterne ritenute pericolose. Definiamo quindi di tutta attualità ed emergente il concetto di Carcere Sociale quale dispositivo normalizzatore biopolitico-statuale per il controllo e il disciplinamento dei corpi risultanti dall’eccedenza del lavoro vivo nella produzione materiale o cognitiva che sia.

Ciò nondimeno assistiamo sgomenti, dopo aver sorpassato la soglia di 67.000 detenuti, al ripetersi sempre uguale del teatrino dei politici di turno intento a proporci soluzioni populiste, a effetto mediatico di solo annuncio come la costruzione di nuovi istituti di pena in «project financing» (Decreto Monti «Salva Italia», Art.43) o al Decreto solo cosmetico e demagogico «Pacchetto Severino», detto anche «Svuota carceri», inventato di sana pianta per non svuotare proprio nulla. In altre parole si continua a ballare spensierati sul ponte del Titanic nonostante l’iceberg sia già bene in vista. Del resto le cifre del disastro carcerario sono note e si assestano tristemente a un detenuto morto ogni due giorni per malasanità e a un suicidato ogni quattro giorni. Negli ultimi dieci anni nell’intero circuito penale si sono avuti complessivamente duemila morti. Una vera strage, una strage di Stato.

Eppure gli osservatori più attenti ancora capaci di un pensiero autonomo, oltre all’associazionismo carcerario che, di fatto, vive accanto ai detenuti per supplire alle colpevoli mancanze delle Amministrazioni, le indicazioni le hanno date e non da oggi: abolizione delle leggi carcerogene come la Bossi-Fini sull’immigrazione, l’ex Cirielli sulla recidiva, la Giovanardi sulle droghe. Poi l’abolizione dell’ergastolo, la radicale diminuzione dell’uso della custodia cautelare in carcere, una riforma per un Codice penale minimo, l’ampliamento e una corretta esecuzione della Legge Gozzini unitamente a una forte limitazione del potere discrezionale in sentenza della Magistratura di Sorveglianza. E non ultimo l’inserimento nel Codice penale del reato di tortura. Questo solo per cominciare.

Ma nell’immediato occorre un provvedimento di amnistia e indulto che sfolli le carceri di almeno trentamila detenuti, condizione necessaria per fermare la strage e per mettere in campo contestualmente le riforme di cui prima. Altre soluzioni non ve ne sono, tutto il resto non sono altro che chiacchiere petulanti e/o pelosi interessi.