La nuova ragione del mondo

Michele Spanò

Dopo la crisi del 2008 non poche furono le pubblicazioni che annunciavano la fine del neoliberismo o, più sobriamente (benché indulgendo alla barbarie del neologismo), l’avvento di un’età post-neoliberale; si sarebbe potuto credere che un’epoca – e, soprattutto, il paradigma interpretativo che permetteva di leggerla – fosse al tramonto.

È pertanto salutare l’effetto di après coup che viene dalla pubblicazione italiana del monumentale volume di Dardot e Laval (l’edizione francese data al 2009). Se infatti le letture che potevano considerare un ciclo finito o tramontante poggiavano sull’identificazione tra il neoliberismo e una ideologia politica o una dottrina economica influente, è proprio questa sovrapposizione ciò che Dardot e Laval mettono sotto cauzione. Al punto che la crisi, ben lungi dal costituirne la pietra tombale, è, per il neoliberismo, il più serio degli experimenta crucis.

Se si accetta la premessa di Dardot e Laval secondo cui con esso sarebbe in gioco nulla di meno che la “forma della nostra esistenza”, il neoliberismo andrà piuttosto considerato il nome della nostra epoca. More foucaultiano: esso incarna la razionalità tipica della governamentalità contemporanea. Dunque né ideologia né economia (o almeno non solo queste) a fornirne la fisionomia, ma un vasto insieme di discorsi e tecniche – altrimenti detto: una razionalità politica che esprime una speciale normatività – capace di ristrutturare da cima a fondo le condotte istituzionali e soggettive. Il principio di concorrenza da un lato e la forma-impresa dall’altro costituiscono il calco istituzionale e lo stampo soggettivo che hanno modellato e modellano il circuito di assoggettamento e soggettivazione che decide delle forme di vita contemporanee.

Questa promozione del neoliberismo a razionalità governamentale implica che di esso si dia una storia lunga e risalente. Il canovaccio della vicenda è custodito nel corso foucaltiano del 1979. In Naissance de la biopolitique, Foucault allestiva una genealogia intessuta di quelle fasi, quei passaggi e quegli snodi che avrebbero fornito consistenza alla “nuova ragione del mondo”: espressione certo poco foucaultiana e che tuttavia – aldilà dell’enfasi – rimanda allo statuto di razionalità onnicomprensiva (eterogeneità e compatibilità appaiono il suo sigillo e il suo blasone) e alla dimensione transnazionale del neoliberalismo (globalizzarsi e “viaggiare” sembrano la sua vocazione e il suo destino).

Il volume insiste perciò, e a ragione, sui termini della discontinuità che separano il liberalismo classico dal neoliberismo contemporaneo. Sideralmente lontano dal laissez-faire, esso è un’impresa costruttiva e produttiva. Nessuna naturalità del mercato e dei suoi attori; nessuna regolazione spontanea. Nessuna immediata ritirata dello Stato. Ma una certosina opera di produzione di regole e di produzione di soggetti. A rigore si dovrebbe dunque parlare di un modo di produzione dei soggetti. In questa formula forse non felicissima è infatti sintetizzabile anche un altro degli sforzi maggiori del libro: reimpaginare un dialogo tra Marx e Foucault. Impresa improba quante altre mai; e tuttavia è incrociando l’ascissa del capitale come rapporto sociale e l’ordinata di un potere produttivo più che repressivo che il quadro teorico di Dardot e Laval può cominciare a disegnarsi.

Alcuni hanno lamentato l’eccessiva compattezza dell’analisi; il rifiuto di ogni “fuori” della e dalla governamentalità; il fatto, per dirla brutalmente, che Dardot e Laval non si impegnino a dirci “come se ne esce”. Tuttavia questo non sembra certamente il limite maggiore dell’impresa; al contrario: in esso è custodita la lezione più preziosa che è possibile ricavare da un’assunzione integrale e radicale del paradigma governamentale. Se assoggettamento e soggettivazione stanno, nel neoliberismo, sotto il segno della libertà, quest’ultima designa allo stesso tempo il carburante del governo e ciò che fatalmente a esso sfugge. Allora si potrà biasimare piuttosto l’eccessiva speranza catecontica che gli autori ancora accreditano alla “sinistra” che non la mancanza di un programma generale di fuoriuscita.

La via d’uscita – ma l’espressione è ingannevole – non abita altrove che nella stessa dialettica che allaccia il governo di sé e il governo degli altri. Nella transitività che lega l’uno all’altro e nella mai totale riduzione del primo al secondo. È precisamente in questo scarto e in questo diastema – quella contingenza e quell’immanenza in cui operano le forme di vita contemporanee – che si gioca ogni possibile trasformazione.

C’è ancora troppo moralismo nell’immaginare una soggettività alternativa; che la si chiami cooperazione sociale o controcondotta quello che si designa altro non è che una forma di vita capace – dentro e contro la governamentalità neoliberale – di accordare il singolare e il comune in nome di una “cosa” tanto indefinibile e idiosincratica come può essere un certo modo di stare al mondo. Sono proprio queste irragionevoli condotte mondane che hanno già cominciato a disfare la ragione del mondo.

Christian Laval, Pierre Dardot
La nuova ragione del mondo
Critica della razionalità neoliberista

prefazione di Paolo Napoli
DeriveApprodi (2013), pp. 512
€ 27,00

Prendersi cura

Lelio Demichelis

Non c’è amore, non c’è relazione così come non c’è socialità senza un prendersi cura dell’altro (o dell’altra o degli altri come insieme); senza una coscienza/conoscenza di sé (sii te stesso/a) quale premessa necessaria per una responsabilità per gli altri e per ciò che è altro da noi. Ma come prendersi cura di qualcuno/qualcosa se la società di oggi è dominata da egoismo, solipsismo/egotismo, competizione, scontro, mala-educazione, tutti vivendo solo nell’immediatezza e nell’istantaneità del qui e ora (perdendo quindi il senso del futuro) e non con gli altri ma contro gli altri?

Questa è una società egemonizzata dal discorso del tecno-capitalismo: ieri (nel neoliberismo del godimento) indotto dalla diffusione del principio di piacere, del narcisismo, dell’edonismo; oggi, dalla crisi del 2007, indotto dal neoliberismo della colpa e della penitenza e quindi obbligata a impoverirsi per salvare quello stesso capitalismo che la sta uccidendo. È una società fatta di persone abbandonate a se stesse, senza più le tutele del vecchio welfare, quando c’era anche lo stato a prendersi cura di chi era in difficoltà; ed è una società transitata in pochi anni dal femminismo al bunga bunga e dove l’erotizzazione è massima e minima è invece la sensualità. Una società come questa, può ascoltare chi propone il passaggio ad un virtuoso prendersi cura come pratica quotidiana di vita, come quotidiano esercizio di responsabilità?

Ovviamente, per noi la risposta è: sì, dovrebbe, se vuole continuare a definirsi società. E ad aiutare la riflessione, ecco l’ultimo lavoro di Letizia Paolozzi, Prenditi cura, (et-al edizioni). Un libro che è «il viaggio di una parola-chiave, sgomitolata con tonalità, colorazioni, vocaboli diversi dialogando con tante donne (e alcuni uomini) in un percorso e in molti spostamenti che mi hanno fatto muovere la mente», un viaggio che vuole evitare «le interpretazioni di parte, i dogmi, le teorie coese.

Le donne (e i pochi uomini) sono partite da sé, nella loro differenza, andando verso l’altro (o l’altra), con la curiosità di sporgersi oltre gli impedimenti. Tenere in conto il proprio ‘io’ per una lettura della società è utile soprattutto in un tempo nel quale le culture della sinistra ci sono state sfilate come un tappeto da sotto i piedi».

Ma cos’è la cura? In primo luogo non è una questione di donne, anche se è rimasta per secoli solo nelle loro mani, mentre dovrebbe riguardare anche (o soprattutto) gli uomini, che invece hanno lavorato poco o niente in questo senso. E avere come altro di cui prendersi cura non solo gli altri, ma anche l’ambiente, le prossime generazioni e il futuro - ed ecco l’incontro con il principio responsabilità di Hans Jonas.

L’attenzione alla cura non dovrebbe essere poi neppure solo cosa da femministe, perché si impone con urgenza come dovere di tutti per salvare almeno quel poco di società e di socialità rimasto in piedi dopo la loro quasi-demolizione da parte dell’economia e della tecnica, apparati che riducono gli uomini e le donne da persone a merci o a nodi di una rete (e Letizia Paolozzi giustamente ricorda che nel femminismo «viene preferita una felice disomogeneità dei pensieri alla mitizzazione della Rete»). La cura, dunque, per tornare a costruire una trama di relazioni tra persone e non invece, come oggi sembra accadere, con un aggeggio tecnologico che traduce il prendersi cura in un misero mi piace.

Tutto nella convinzione che la cura possa recuperare l’idea di un buon vivere. Che sconfigga il mal vivere di oggi. Ma per farlo occorre «cambiare il modello sociale ed economico del nostro quotidiano, prestando attenzione alla qualità dello sviluppo, alla messa in sicurezza del territorio, delle scuole, delle case», ovvero «significa immaginare un ordine simbolico diverso da quello del dominio, della competizione, dello sfruttamento». Ma il capitalismo e la tecnica sono strutturalmente maschili; e per di più i maschi «insistono nel disegnare cattedrali astratte piuttosto che partire dalla materialità della vita. E la materialità della vita comprende l’avere cura».

Vero. Ma forse – è una osservazione da maschio, costruttore instancabile di cattedrali, di utopie, di astrazioni - è anche vero che non basta partire dalla materialità che è o sarebbe pratica femminile; che senza grandi narrazioni o senza immaginazione progettuale e/o senza utopia, anche il prendersi cura degli altri e della terra faticherà a diventare un sapere sociale condiviso e capace di spezzare finalmente l’egemonia del modello tecno-capitalista, della sua volontà di potenza, della sua incapacità di cura perché intrinsecamente nichilista.

D’altra parte, come ricorda Letizia Paolozzi, «l’esperienza della cura si aggrappa a una narrazione appena tentata, ancora insufficiente». Eppure necessaria, per re-imparare ad essere e a vivere in-comune. In-comune, appunto: pratica virtuosa oggi sopraffatta da quelle logiche di comunità (territoriali o di rete) che ci fanno dimenticare che il passaggio dalla comunità/comunitarismo all’essere-in-comune (ma ce lo ricorda Laura Pennacchi) è fondamentale «per alimentare la ricchezza e la molteplicità, superando la dicotomia individualismo-comunitarismo».

Letizia Paolozzi è comunque ottimista. E per fortuna, almeno le donne lo sono ancora: legate alla materialità (pur con i limiti, per noi, detti sopra) non si lasciano sopraffare dal crollo continuo e disperante – per noi maschi – delle nostre astrazioni e delle nostre grandi narrazioni che pure (e per una fortuna speculare) continuiamo a cercare. Oggi infatti, molte gerarchie si sono sfarinate, il mondo è pieno di fatti nuovi, dunque «non lasciamo le cose come sono. La cura del vivere rappresenta, comunque, una condizione di conoscenza».
Da sottoscrivere.

Letizia Paolozzi
Prenditi cura
et al. (2013), pp. 80
€ 9,00

Il governo dell’uomo indebitato

Federico Chicchi

Non è oggi giunto il tempo per mollare gli ormeggi? Non è giunto il momento di mettersi in viaggio? “Partire nel mezzo, per il mezzo, entrare e uscire, non cominciare né finire”, per Deleuze, partire significa tracciare una linea, una linea di fuga: e nelle linee di fuga “c’è sempre un tradimento (...), si tradiscono le potenze fisse che vogliono trattenerci”. Occorre svincolarsi dai segmenti che ci trattengono, che hanno il potere di individuarci e di decidere la qualità dei nostri sogni.

Questo “potente” tema deleuziano, attuale più che mai, immersi come siamo nelle piaghe putrefatte della società salariale, mi pare in sintesi la tensione fondamentale che attraversa, dall’inizio alla fine, l’ultimo e formidabile libro di Maurizio Lazzarato Il governo dell’uomo indebitato (DeriveApprodi, 2013). L’oggetto specifico del tradimento, cui ci invita l’autore, si palesa solo negli ultimi capitoli del volume, ma après-coup fornisce una pragmatica a tutto il volume. Il tradimento da realizzare passa dal rifiuto del lavoro.

Scrive, in proposito, Lazzarato: “Oggi il rifiuto del lavoro contemporaneo mette in discussione più profondamente il capitale di quanto non abbia fatto il rifiuto operaio, perché riguarda la società nel suo insieme e la soggettività in tutte le sue dimensioni. Ciò che è in gioco è l’«antropologia» della modernità”. In questa infedeltà al lavoro salariato, inteso come spazio privilegiato ma al contempo oggi smisurato, dei processi di soggettivazione capitalistici, c’è la possibilità, o meglio, l’opportunità, di tracciare delle linee di fuga che possono distribuire la soggettività su di uno spazio aperto, certamente insidioso e rischioso, ma anche generativo e creativo.

Insomma in gioco c’è la possibilità, anzi ci dice Lazzarato “la necessità di scoprire, produrre e ricomporre temporalità e soggettività eterogenee” e a questo fine occorre “continuamente neutralizzare e sottrarsi alle tecniche di assoggettamento e di asservimento della governance”. Occorre precisare subito che il testo di Maurizio Lazzarato è organizzato dentro un incalzare continuo e sorprendente di argomentazioni teoriche che trovano il loro binario concettuale privilegiando il riferimento alle sollecitazioni francesi di Gilles Deleuze, Felix Guattari e Michel Foucault. Sollecitazioni però che si ibridano e contaminano, senza sosta, con molti altri autori, tra cui forse il più sorprendente risulta essere Pasolini.

La trama interpretativa che si dipana progressivamente tra le pagine del libro in modo chiaro e convincente, nonostante la complessità filosofica dei temi, produce un originale e coerente affresco del nuovo neoliberalismo “governamentale”. In altre parole ciò che risulta tratteggiato è un capitalismo che a partire dalla crisi iniziata nell’ormai lontano 2007, rilancia e riorganizza i suoi apparati di potere dentro una tanto inedita quanto ossimorica governamentalità autoritaria. Occorre, ci dice l’autore, far passare alle categorie foucaultiane (cui quella di governamentalità appartiene) l’esame della crisi economico finanziaria del presente.

Infatti oggi “La governamentalità non si limita a incitare, sollecitare, favorire, poiché essa impone, vieta, norma, dirige, comanda, ordina e normalizza”. Assoggettamento da un lato e asservimento dall’altro. È nell’incrociarsi sinergico e complementare di questi due apparentemente opposti movimenti del potere che il capitalismo segmenta e traduce la vita, il bios, al suo piano sintattico e “grammaticale”. Scrive ancora Lazzarato: “Da un lato siamo prodotti in quanto soggetti, siamo assegnati alla nostra «natura» di individui, colpevoli e responsabili (del debito) (...). Dall’altro siamo istituiti come «dividuali», funzioniamo cioè come semplici elementi, pezzi, ingranaggi della macchina dell’economia del debito”.

Soggettivati e spinti al culte de la performance e al contempo disciplinarizzati e de-soggettivati. Il segreto di questo doppio movimento, di questa disgiunzione inclusiva, è rintracciabile secondo l’autore, seguendo Deleuze e Guattari, nella peculiarità capitalistica dell’assiomatica. L’assiomatica funziona spostando continuamente e dinamicamente i limiti di funzionamento del capitale, metabolizzando e segmentando le linee di fuga soggettive e quindi piegandole al lavoro attraverso «enunciati operativi», semiologie di cattura.

L’assiomatica permette così di assumere le crisi dinamiche della macchina capitalistica come un normale funzionamento. In altre parole rendere elastici i propri limiti di funzionamento significa de-codificare e assiomatizzare contemporaneamente. “Significa che possiamo definire il capitalismo come un’assiomatica sociale”. Affermava Deleuze nel 1971, l’anno precedente all’uscita de L’anti-Edipo: “e non è al livello del modo di vivere che il capitalismo ci rende schizo, ma al livello del processo economico (...) il capitalismo funziona come un’assiomatica, un’assiomatica dei flussi decodificati. Tutte le altre forme sociali hanno funzionato sulla base di una codifica e di una territorializzazione dei flussi, e, tra la macchina capitalista che fa un’assiomatica dei flussi decodificati in quanto tali o deterritorializzati in quanto tali e le altre formazioni sociali, c’è veramente una differenza di natura che fa essere il capitalismo il negativo di tutte le altre formazioni sociali”.

Secondo Lazzarato l’assiomatica della/nella crisi coincide con la liberazione degli apparati di cattura del valore prodotti nella cooperazione sociale “ovvero dell’appropriazione e dell’espropriazione della produzione sociale” ma ancora di più “Nella crisi del debito, il modello di realizzazione dell’assiomatica funziona con un numero ancor minore di assiomi: rimborsare i creditori, ridurre drasticamente i salari e i servizi sociali, privatizzare lo Stato sociale”. La base organizzativa e irrinunciabile della nuova governamentalità neoliberale è allora lo Stato. In quanto organizzazione che si occupa di realizzare gli assiomi del capitalismo e proteggere gli interressi dei nuovi rentier.

Su questo Lazzarato insiste davvero molto, mostrando, in modo convincente, i limiti delle interpretazioni che vedrebbero nel neoliberalismo il puro dispiegarsi del dominio del mercato tout court. Il capitalismo contemporaneo è invece un capitalismo di Stato, dove quest’ultimo ha il compito prioritario di gestire l’ambivalenza, la duplicità del potere. Emerge dunque nella lettura propostaci dall’autore “una nuova concezione della sovranità nella quale non è più possibile distinguere l’economia dallo Stato, il potere politico dalla potenza del capitale, la governamentalità dalla sovranità. (...) Lo Stato massimo, come la crisi ha l’onere di mostrarci, è del tutto compatibile con i neoliberismo”.

In conclusione, cercando di pagare dazio al nostro ruolo di recensore, voglio segnalare un aspetto del volume (ma che soprattutto riguarda il volume precedente La fabbrica dell’uomo indebitato, DeriveApprodi 2012) che credo andrebbe maggiormente articolato. In estrema sintesi non mi convince pienamente il modo in cui il tema della colpa è analizzato nella determinazione del rapporto di potere emergente basato sulla forma creditore/debitore.

Sottolineare troppo il ruolo di questo elemento “morale” nella determinazione del soggetto rischierebbe, come d’altronde pare esserne pienamente consapevole l’autore, di farci perde di vista l’elemento macchinico e dividuale del potere contemporaneo (l’asservimento). Inoltre, per quanto riguarda invece specificatamente l’assoggettamento, la colpa è un meccanismo psichico tipicamente nevrotico, che ha che fare con un atto di trasgressione rispetto a un ordine simbolico istituito. Il senso di colpa, secondo Freud, si produce a causa della cogenza della legge istituita dopo l’uccisione del padre. Totem e tabú. La colpa “funziona” insomma in una società fondata edipicamente sull’interdizione paterna.

Nelle società attuali a stampo governamentale e caratterizzate dalla evaporazione del padre, l’unica colpa possibile mi pare essere, lacanianamente, quella di non essere in grado di godere come il dispositivo ci stimola e orienta a fare maniacalmente. In questo senso la colpa sarebbe, al limite, l’esito non dell'indebitamento ma quella del non riuscire ad accedere a nuovo credito. Certo la crisi come ci ricorda Lazzarato articola in forme nuove il dispositivo biopolitico e re-inscrive soggettivamente, la vergogna e la depressione, più che la colpa, del fallimento... e questo è un problema non di dettaglio che ci chiama con urgenza alla composizione di nuove linee di fuga capaci di sedimentare nuove temporalità soggettive e di produrre nuove istituzioni sociali. Prendiamo il largo.

J’accuse! L’Europa è morta il 22 settembre

Lelio Demichelis

J’accuse! Ma a differenza di Zola – che si rivolgeva al presidente francese – noi non possiamo rivolgerci a presidenti come Barroso, Angela Merkel o Mario Draghi, perché non sono super partes come poteva essere Félix Faure ma anzi, e peggio, sono loro gli autori diretti di un’autentica e deliberata ingiustizia.

Di più: di un autentico crimine economico e sociale (oltre che intellettuale) compiuto contro l’Europa come ideale e contro l’umanità di milioni di europei oggi impoveriti e con aspettative di qualità della vita (individuale e sociale, politica ed economica) drammaticamente decrescenti. Tutto questo mentre vi erano (e vi sono) alternative decisamente migliori rispetto alle politiche (antipolitiche e antisociali) fin qui adottate dall’Europa. E se non sono state adottate, è perché l’ideologia ha prevalso sull’intelligenza.

Il crimine – da loro compiuto con ostinatissima determinazione e ideologica premeditazione (con dolo) – è di aver fatto morire ancora di più l’Europa (che già non stava troppo bene) e i suoi valori di solidarietà, socialità, uguaglianza, libertà e fraternità, e di ricerca di un virtuoso essere-in-comune. E di averlo fatto usando la crisi finanziaria come alibi/grimaldello per ridefinire e rimodulare in senso autoritario (leggi: indebolire se non cancellare) i diritti sociali e quindi anche politici e civili, la giustizia sociale e non solo, la democrazia, un’idea di progresso – il tutto sempre nella logica ideologica neoliberista per cui non deve esistere società ma solo individui, dimenticando che è impossibile essere individui senza società e democrazia.

Diritti e valori che erano le linee guida virtuose dell’Europa nel trentennio 1950 - fine anni Settanta, quando la politica aveva cercato di democratizzare il capitalismo. Che poi i maledetti trent’anni successivi – quelli del neoliberismo che voleva abbattere la democrazia sostanziale anche se non quella formale (e perché farlo, se bastava svuotare la democrazia di quei diritti e di quei valori e governare in nome di un incessante stato d’eccezione, pur chiamandolo ancora democrazia?) – avevano iniziato ma non erano ancora riusciti a demolire del tutto.

Il lavoro di solidificazione della società e degli individui sotto la pesantissima egemonia tecnocapitalistica (esito inevitabile della baumaniana modernità liquida) doveva essere portato a compimento ed è stato facile farlo sotto i colpi della crisi, imponendo ancora più mercato e meno Stato, riducendo il welfare e allo stesso tempo imponendo una jüngeriana mobilitazione totale nella esasperazione del principio di prestazione secondo Marcuse e del principio di connessione nella società di massa della rete.

Portate dunque a niente, l’Europa e la sua democrazia sociale. In nome di un’ideologia neoliberista socialmente devastante e fatta di pure astrazioni (come il rapporto Pil/deficit/debito); portando a niente l’idea stessa di unione che presuppone solidarietà ed empatia, e non abbandono, esclusione, impoverimento. Con europei preda infine di un sempre più pervasivo senso di impotenza e di stanchezza e insieme di un utilitarismo che porta a chiudersi in se stessi (i falsi individui del neoliberismo, i nuovi solipsismi narcisistici, i nuovi comunitarismi e i nuovi tribalismi), demolendo il vecchio contratto sociale e riportando tutti a un regressivo stato di natura, all’homo (oeconomicus) homini lupus.

Un’Europa portata a niente dal nichilismo tedesco, ora nella sua forma teologico-economica e non più teologico-politica e diventato ormai nichilismo europeo, in overdose di cinismo. Che si è sommato al meta-nichilismo implicito nel tecno-capitalismo. Portando infine alla resurrezione dello schmittiano amico/nemico tra europei, oggi tradotto nel virtuosi-predestinati contro colpevoli-peccatori; tra vincenti che vogliono vincere ancora di più (credendosi predestinati) e perdenti che devono perdere ancora di più. Per questo Angela Merkel ha vinto facile tra tedeschi che si credono virtuosi ma dimenticano i loro 7,5 milioni di minijob a 450 euro al mese.

Dunque, questo è un J’accuse! rivolto direttamente agli europei («è a loro che va gridata questa verità», usando ancora Zola), cioè a tutti noi. Noi: che sognavamo di poter essere cittadini di una Unione infine politica e che invece ci ritroviamo a essere sudditi di una dis-Unione dove niente è politica, poco (sempre meno) è democrazia e tutto (sempre di più) è economia, mercato e impresa. Noi: europei-non-più-europei che hanno permesso che l’Europa diventasse un incubo fatto di 26 milioni di disoccupati (19 milioni nella sola euro-zona e 4 in Italia), con una disoccupazione giovanile che ha superato il 60% in Grecia e il 40% in Italia.

Una lenta agonia

J’accuse! Perché dopo una lenta agonia, durata più di cinque anni, l’Europa è morta ufficialmente il 22 settembre 2013. Dov’è finito allora il sogno di Altiero Spinelli e di Ernesto Rossi e del loro Manifesto di Ventotene? Era più di un bellissimo sogno (migliorabile, ma bellissimo e in parte realizzato, prima della sua attuale rottamazione), un sogno a occhi aperti figlio di una ragione politica illuministica-liberalsocialista capace di guardare avanti, di cercare il futuro oltre le rovine di quella prima parte del secolo breve novecentesco.

Con la vittoria di Angela Merkel, invece, quel sogno muore (forse) definitivamente sotto il peso delle rovine (recessione, disoccupazione, impoverimento, malessere sociale, perdita di futuro per i giovani) che questa Europa ha voluto/dovuto rovesciarsi addosso per l’inettitudine, l’ostinazione, la paranoia di una oligarchia che ha sequestrato la democrazia e manipolato la verità; e di una massa di europei capaci di indignarsi solo un po’ (ma poco), di occupare un po’ (ma poco) qualche piazza e di impegnarsi (ahimè, molto) rincorrendo populismo o disimpegno.

Un secolo lunghissimo – il Novecento – (e non breve), iniziato con le rovine prodotte (1914) a Sarajevo e che si conclude (forse) con le rovine prodotte oggi da Berlino e da Francoforte su gran parte dell’Europa, mentre il neoliberismo continua a trionfare indisturbato, facendo profitti sulla vita degli europei – perché egemone, perché ha indotto tutti a pensare che non ci siano alternative (la sindrome della Tina), perché è riuscito a fare di ciascuno anche una preda docile della sindrome di Stoccolma (solidarizzare con chi sequestra la nostra vita).

Un nuovo Manifesto di Ventotene

Certo: chi siamo noi italiani per dire che gli altri (in particolare i tedeschi) hanno sbagliato? Noi che abbiamo Berlusconi e Renzi, Monti, Letta e Beppe Grillo; che abbiamo dilapidato risorse immense; che abbiamo la peggiore classe imprenditoriale del vecchio continente? Chi siamo per proporre qualcosa di nuovo e soprattutto di radicalmente diverso? Eppure Spinelli e Rossi lo hanno fatto – con Mussolini al potere! – con il loro Manifesto di Ventotene.

Dunque, come allora, e fatte le debite proporzioni, abbiamo nuovamente il dovere di proporre alternative radicali. Le proposte ci sono: da Sbilanciamoci.info ai beni comuni, da La via maestra di Zagrebelsky, Rodotà e Landini per la difesa e l’attuazione della Costituzione, all’idea di un nuovo new deal secondo Luciano Gallino. Ma questo non basta ancora. Occorre ripartire dalla consapevolezza che il tecnocapitalismo e il neoliberismo non sono democratizzabili (oltre a essere economicamente ed ecologicamente irrazionali). Con un primo obiettivo: quello di difendere, per ampliarli ulteriormente, i diritti sociali. Che dobbiamo imparare a considerare come diritti universali e indisponibili dell’uomo al pari (se non di più, essendo il presupposto per la loro effettività) di quelli civili e politici.

Se oggi questi diritti sociali sono considerati uno spreco che non possiamo più permetterci; e se difenderli viene considerato un atteggiamento conservatore, ebbene noi siamo radicalmente conservatori e orgogliosi di esserlo (in realtà siamo rivoluzionari nel senso di volere cambiamento e miglioramento). Per questo, oggi, serve lanciare o rilanciare – è ciò che qui facciamo – l’idea di un nuovo Manifesto di Ventotene.

Abbiamo poco tempo per provarci: da qui alle prossime elezioni per il Parlamento europeo. Pochi mesi, per non far morire del tutto il sogno europeista, cacciare le oligarchie al potere e rottamare la loro nichilistica e folle ideologia.

alfadomenica dicembre #1

Capitalismo infinito - Valentini/Castellucci - Gilda Policastro - La fabbrica dell'uomo indebitato

SUL CAPITALISMO IN_FINITO DI ALDO BONOMI
Lapo Berti
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CARTEGGIO VALENTINI/CASTELLUCCI A PARTIRE DA THE FOUR SEASONS RESTAURANT
Valentini-Castellucci
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FILI
Gilda Policastro
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MAURIZIO LAZZARATO, LA FABBRICA DELL'UOMO INDEBITATO
Un video di Francesco Forlani
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*alfadomenica è la nuova rubrica di alfabeta2 in rete:
ogni domenica articoli di approfondimento, dibattiti, scritture, poesie ecc.

L’avvenire di una rivolta

Paolo B. Vernaglione

Psicoanalista, semiologa, scrittrice, femminista. Nella sua densa e acuminata opera critica Julia Kristeva pensa la totalitaria paura infusa nei corpi e nelle anime da un capitalismo in cui gli esseri umani producono da sé stessi la propria miseria, le condizioni di un singolare assoggettamento.

L’avvenire di una rivolta, raccolta di interventi e conferenze della seconda metà degli scorsi anni Novanta scandisce il percorso di pensiero dell’autrice della trilogia dedicata al “genio femminile” (Hannah Arendt, lo splendido Melanie Klein, e Colette), mostrando come questa tarda modernità al lavoro sui corpi per negarne la potenza genera disagio nell’omologazione, nella distanza da sé, nell’invocare un’ “interiorità” politicamente corretta ed eticamente riprovevole.

Rivoltarsi dunque è giusto, a partire dal piano di consistenza in cui al soggetto è negata la qualità peculiare della finitezza, del limite nella diversità, della malinconìa nell’aver perso un mondo della nascita di cui si può recuperare il tempo, a patto di ribellarsi. Chi si rivolta, cioè risale il legame che lo lega al mondo, che lo manca a sé stesso, che lo rovescia, lo fa nella relazione psicoanalitica, di cui Kristeva enuncia la censura da parte di una terapeutica cognitivista (ego terapy) che ha sciolto la relazione all’altro nel potere illimitato dell’”io”, che ha depotenziato Freud e normato la sovversione del soggetto.

Chi si rivolta è lo straniero, di lingua, di sangue, di stato-nazione, il cui verbo estraneo (per Kristeva il bulgaro-francese-inglese) contesta la “langue”, il patrimonio nazionale, la discorsività ufficiale in cui si insedia il contagio della comunicazione, la volontà di sapere, la soggezione ad un potere. Chi si rivolta è colei e colui che scrive, dal fondo dello strato extralinguistico ove, come in Proust, emerge il cristallo raro di verità che alcuna verbalizzazione può rinchiudere.

Le tre figure naturalmente politiche della ribellione assumono il profilo della negazione, teorizzata da Freud nel saggio omonimo del 1925 e sottesa al tracciato analitico, che comporta il doloroso distacco dagli oggetti “piccoli” del consumo in direzione dell’ “oggetto materno”, per Klein “sufficientemente buono” da scatenare la pulsione “sans phrase” che la lingua convoglierà nel desiderio.

Contrastando il capitale, in cui i viventi mandano in cortocircuito biologia e linguaggio, pulsione e discorso, sensibilità e sapere, l’impresa del rapporto analitico consiste nel risalire il desiderio dell’altro attraverso la corporeità, fino al limite extralinguistico in cui la realtà dei segni slitta su quella dei significati. La rivolta fa del soggetto il luogo di distinzione, di negazione e di estraneità, spazio di un terzo genere di conoscenza che Kristeva chiama semiotica (i segni della pulsione, ancora non desiderio), diverso dalla significazione, dall’attribuzione di senso, dalla discorsività.

Mallarmè, Ruskin, Artaud, Bataille lavorano la realtà “sensuale” del linguaggio da stranieri, da nomadi, da sovversivi, da in-fanti. Il ribelle, lo straniero, lo scrittore, celebrati dalla filosofia nei sacri luoghi della teoria politica, della sociologia radicale e della critica letteraria, sono per Kristeva gli odierni profili dell’attività di soggettivazione, in cui si stendono, più che nell’estensione della tecnica o nell’interiorità celebrata dalle religioni, i campi di tensione tra saperi, poteri e individui. La rivolta fa fare un giro completo al “discorso del capitalista”(Lacan), rovesciando i rapporti tra linguaggio e realtà, convertendo il consumo mercantile in produzione consumatrice (Marx), in animalità libera, l’ “in principio era il Verbo” in principio della carne, situazione di piacere, trasformazione di potere, radicamento di un sapere.

L’uomo in rivolta (oggi la donna, principio rivoluzionario), lungi dal voler riacquistare come in Camus una modernità perduta, rischia l’ identità, scopre l’inganno dell’“intimità”, distrugge il mito brutale dell’umanesimo, delle regole del mercato divenute legge morale, tenuta democratica, rispetto delle norme in cui si perpetuano gerarchie e discriminazione.

Il rivoltoso verifica la tenuta dell’essere soggetto in rapporto ad un potere, nella gestione di un sapere, nell’esercizio di una volontà. Se la psicoanalisi è scontro con l’esteriorità, se l’esodo costituisce la rivolta permanente contro lo stato e il lavoro salariato, se il testo e la scrittura (Barthes) animano la sovversione del soggetto, il campo di sperimentazione della propria corporeità è campo politico, luogo in cui la rivoluzione si fa carne, in cui la ribellione costruisce alternative di vita, in cui cioè la rivolta è negazione permanente, insistente, corroborante.

Bisogna dunque essere giusti con Freud, che scopre nel “fort-da” del traumatico movimento di presenza e di assenza la zona di traduzione della pulsione in desiderio, della sensibilità in linguaggio, della mancanza in negazione linguistica. Il ribelle analizzante, lo straniero traduttore di una lingua, cioè di un ethos in un altro “non materno”, lo scrittore che perviene al non essere del linguaggio a partire dalla propria testuale corporeità, divengono in ogni istante risorsa non catturata dall’impresa capitalistica, dalla logica del senso, dalla morale di un “democratico” assoggettamento.

Julia Kristeva
L’avvenire di una rivolta
Il melangolo (2013), pp. 84
€ 12,00

Europa e America a Città del Messico

Virginia Negro

Il quartiere Roma a Città del Messico ricorda la Belleville à la page popolata da gallerie d’arte, ristoranti etnici e botique del vintage, spontanei ricettacoli di giovani bobo. Un’oasi in cui il fenotipo ricorrente non è esattamente quello latino: il canone qui nella Roma è un teutonico e traslucido pallore. Eletta a simbolo del cosmopolitismo, questa zona della città è la nuova meta di pellegrinaggi notturni per gli amanti della movida messicana, affollata da locali per tutti i gusti, dalla discoteca al karaoke passando per i concerti acustici.

I resti di un Messico che ha poco a che vedere con questo glamouroso angolo d’Europa sono appesi al grigiore decadente ma pittoresco delle facciate di certi vecchi palazzi, oggi disabitati, le cui porte non sono che trompe l'oeil, entrate sul nulla, meri supporti per avanguardistiche battaglie d’arte urbana. Il fenomeno che ha cambiato l’identità di questa colonia, e con lei il profilo sociale dei suoi abitanti oltre all’estetica architettonica, si chiama gentrificazione.

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Il geografo Chris Hamnett lo definisce un miglioramento fisico del patrimonio immobiliare, che comporta il cambiamento della gestione abitativa da affitto a proprietà, e la sostituzione della popolazione operaia con la classe media. Un’operazione sempre più frequentemente venduta come un indispensabile rinnovamento grazie a un lessico che nasconde dietro a termini come riqualificazione e miglioramento urbano l’intenzione di spostare verso la periferia una popolazione costretta alla marginalità non solo economica ma anche spaziale.

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E invece resistono come naufraghi in un oceano in tempesta le ventidue famiglie del palazzo di calle Merida al civico 90, all’angolo con Tabasco e Colima. L’edificio si chiama America, risalente agli anni venti, rappresenta un modello residenziale diverso, con un patio in comune, bagni esterni condivisi da più famiglie, e nel centro della terrazza uno spazio adibito a lavanderia.

A distruggere l’antica struttura dell’immobile non sono state le inondazioni o i frequenti terremoti, ma la precisa volontà dell’INVI, l’Istituto per le politiche abitative del Distrito Federal, con un progetto di “riforma” urbana, inaugurato da un’ordinanza di demolizione sotto minaccia di sfratto forzoso. Nel 2003 l’INVI dichiarò la costruzione inagibile, dando ai suoi affittuari un preavviso di due settimane per sloggiare, pena l’evacuazione coatta.

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Il diritto a una casa sicura diventa terreno di scontro tra l’amministrazione messicana e gli affittuari dell’edificio America. Un contrasto le cui radici affondano in una storica e profonda difformità di interessi. Il quartiere Roma da un lato è territorio fertile per speculazioni immobiliari, dall’altro è un crocevia dove sopravvive un secolare amalgama culturale, un matrimonio surreale troncato dalle politiche del governo federale.

Dopo il terremoto del 1985, si impone un regime residenziale teso a incentivare la proprietà privata, le case del centro si trasformano in complessi di piccoli appartamenti di lusso, mentre la classe media si indebita con Infonavit, un organismo statale che concede prestiti ai lavoratori.

Le case dell’Infonavit sono blocchi residenziali costruiti alla periferia della città. Vere e proprie cittadelle nuove di zecca. La maggior parte disabitate. Moltissimi degli impiegati con un’ipoteca Infonavit hanno poi abbandonato la propria casa perché troppo lontana dal luogo di lavoro. In una megalopoli di più di 20 milioni di abitanti spostarsi dalla periferia al centro può significare anche 4 o 5 ore di calvario automobilistico.

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La vita degli abitanti dell'edificio America è raccontata dalla macchina fotografica della brasiliana Livia Radwanski che ha realizzato un lavoro documentale durato un biennio. Per ogni finestra un abitante, per ogni porta una famiglia. Storie che convivono quotidianamente con uno Stato ostile, nella giungla del capitalismo più violento, soprannominato dalla filosofa messicana Sayak Valencia Capitalismo Gore, dove un operaio è costretto da un salario davvero insignificante ad alloggiare, o per essere più precisi squattare, nel cantiere dove lavora.

foto_merida07 Livia Radwanski

Rimane una rete fatta di affinità vicinali dove emerge una società civile costretta a supplire alle carenze della politica pubblica. In questo senso la sopravvivenza dell’America rappresenta una vittoria significativa. Purtroppo si tratta di un successo zoppicante: i rapporti di vicinato continuano a essere messi a dura prova dall’aumento vertiginoso del carovita, e la colonia è sempre più invasa da tribù caucasiche assuefatte ai prezzi maggiorati.

Ma cos'è che ci spaventa così tanto da dover inventare un enclave del vecchio continente anche dall’altra parte dell’oceano? La fortezza Europa si è tramutata in un prodotto da esportazione. Che, a quanto pare, si vende facile.

Tutte le foto sono di Livia Radwanski