Una risata non li seppellirà

Dal numero 23 di alfabeta2 che esce in questi giorni nelle edicole, in libreria e in versione digitale

Daniele Giglioli

La cosa più sbagliata da fare è prenderli sottogamba, metterla in burletta, lasciarsi sedurre dall’incredibile mole di pasticci, retromarce, figuracce, ragionamenti sghembi e trattative levantine che hanno accompagnato in questi anni, in Italia, l’introduzione tardiva della cosiddetta «cultura della valutazione»: nell’università, nella scuola, nella pubblica amministrazione. Un paranoico potrebbe perfino pensare a una geniale strategia di comunicazione suggerita da qualche costosissimo spin doctor: non abbiate paura, siamo buffi. Sono buffi, ma di paura ne fanno e come. Certo la tentazione è forte: basterebbe raccogliere un dossier di neologismi tautologici, anglismi maccheronici, cifre sbagliate, test farlocchi, passarlo a un bravo comico (un Guzzanti, un Albanese), e l’effetto sarebbe assicurato, specie in un paese dove l’unica opposizione culturale visibile dell’ultimo ventennio è stata svolta, purtroppo, dalla satira.

Chi non ricorda il rettore della Sapienza mentre difende con vibrante accento sabino un test di ingresso basato sulla grattachecca della sora Maria? Chi non sorriderebbe (amaro) a rileggere i report delle agenzie di rating che ancora nel 2007 spergiuravano affidabilissimi i derivati della Lehman Brothers? Ma il pericolo è reale, e non c’è catarsi comica che possa scongiurarlo. La cultura della valutazione non usurpa il proprio nome, è davvero una cultura, una visione del mondo, un programma che ha ben chiaro, se non come va il mondo, almeno come dovrebbe andare. E prende piede, acquista carisma, fa ciò che dice, lo produce nel momento stesso in cui si insedia nei gangli di ogni agenzia decisionale.

Scuole e università, comuni e regioni, teatri e ospedali, musei e parchi verranno sempre più pensati e finanziati – da parte di un potere politico che sta cedendo ogni giorno porzioni della sua sovranità con l’allegra spensieratezza del patrizio rovinato, e da parte di un’opinione pubblica impotente di fronte al ricatto di termini civetta come meritocrazia, efficienza, prestazioni, razionalità (nientedimeno!) – in ragione di un punteggio assegnato, dicono i valutatori culturalmente più avveduti, non sulla base dei contenuti o del valore delle prestazioni, ma sulla loro efficienza, a sua volta identificata con l’adeguamento a standard che si pretendono oggettivi quanto più sono arbitrari. Sotto le spoglie di un’algida e impersonale terminologia pseudoscientifica, la cultura della valutazione è una forza che si fa ragione, non una ragione che diventa forza: o funzionate come diciamo noi, o siete fuori. E non conta nemmeno il fatto che perfino nel ramo in cui ci siamo inventati maestri prendiamo un granchio dietro l’altro: l’autorità, non la verità detta la legge.

Da terreno di razionalità intersoggettiva, procedura verificabile, libero dibattito, la scienza degrada a diktat, imposizione, uso connotativo, affettivo, alonale di parole e numeri che servono a sedurre, a stupire, ad ammutolire, non a dimostrare. La cultura della valutazione ha dalla sua molti punti di forza. La trasformazione molecolare del triangolo che ha dato forma al rapporto tra potere, sapere e produzione nell’età moderna (stato nazione, partiti di massa, istruzione obbligatoria, università humboldtiana, welfare, ricerca pubblica) è un fatto, non un’invenzione dei banchieri, dei tecnocrati o dei cantori della moltitudine. (Un’invenzione è semmai il ritornello: bisogna comunque razionalizzare, non ci sono più risorse. Le risorse ci sono e come, basterebbe chiederle indietro a chi se le è intascate. Razionalizzare non vuol dire accettare la miseria). Un fatto è che di fronte allo strapotere della finanza mondiale, apparati governamentali e non sovrani come le burocrazie tendono sempre più a porsi come unica controparte, come interlocutore che tratta da potenza a potenza, del capitale finanziario: da qui dovete passare, con le nostre procedure dovrete fare i conti, voi che pure vi dite tanto insofferenti dei famosi lacci e laccioli. E un fatto, infine, è che, almeno in un paese come l’Italia, lo status quo è indifendibile.

Non vi piaceremo, ma vi andava bene come andavano prima l’organizzazione scolastica, il reclutamento universitario, il funzionamento della pubblica amministrazione? Non vi lamentavate tutti degli sprechi, della corruzione, del nepotismo, della malagestione? Non ce l’avete fatta a riformarvi da soli, è giusto che qualcuno vi commissari. Fidatevi di noi, poiché non potete fidarvi di voi stessi. Questo è il punto cruciale, il punto d’onore della cultura della valutazione, ciò che ne fa davvero una cultura e non solo una tecnica. La sfiducia. La presunzione di minorità. La diffidenza nei confronti della capacità dei soggetti di autogovernarsi: vi ci vuole un padrone, il sovrano ieri, il tecnocrate oggi, l’agenzia terza, l’autorità nominata dall’alto, l’autoproclamata società di esperti muniti di banche dati, grafici e statistiche (raccolti a pagamento; e spacciati con tecniche di comunicazione da Gatto con gli Stivali: di chi sono queste terre? Ma del Marchese di Carabas!).

Diffidenza da trasmettere ai soggetti con ogni mezzo necessario. L’operazione è già a buon punto. Stupisce quanto debole – a parte l’opera meritoria di chi è capace di smontare pazientemente il meccanismo; e a parte qualche resistenza corporativa – sia stata la reazione di chi rischia di vedere stravolto il senso del lavoro che fa da uno scombiccherato armamentario di sofismi. Presupponendo cittadini inermi, la cultura della valutazione contribuisce a crearli: chi ha tempo e voglia di addentrarsi in quella boscaglia di pseudo numeri e pseudoconcetti? E ne vale la pena, intenti satirici a parte, nel momento in cui è acclarato che non la razionalità ma un principio di autoelezione inverificabile presiede a quelle pratiche? Tentare di prendere in castagna la cultura della valutazione sulla base dei suoi sfondoni è divertente e utile, ma non decisivo. Urge invece contrapporle un’altra cultura. Ci vorrà tempo, pazienza, idee e soprattutto fiducia nelle idee.

Posti vuoti

Giorgio Mascitelli

I giornali hanno riportato, spesso con una punta di soddisfazione, la notizia dell’insuccesso della manifestazione contro un inceneritore organizzata a Parma a fine settembre dal movimento di Beppe Grillo. La mia impressione, tuttavia, è che questa battuta d’arresto sia molto meno importante per un movimento come il Cinque Stelle, i cui caratteri i principali sono la virtualità e la depoliticizzazione, di quanto lo sarebbe per una forza politica tradizionale. Per un movimento depoliticizzato non conta tanto l’impegno personale o la militanza, ma il numero di persone che scrivono “mi piace” su facebook; per un movimento virtualizzato non conta la capacità di costruire un’iniziativa di massa, ma dare l’impressione di poterlo fare in qualsiasi momento.

Sarebbe sbagliato attribuire questi caratteri al populismo di quel movimento oppure alla sua natura prevalentemente mediatica e internettiana, perché in realtà essi sono tratti fondamentali della nostra società che si manifestano con maggiore immediatezza in certe situazioni. La virtualità, per esempio, come pratica sociale, non come categoria logica, non è un carattere dell’informatica, ma è tipica del mondo della finanza: è virtuale il carattere degli strumenti finanziari (opzioni, swap, future, pronti contro termine ecc.) che governano il mondo e dunque si virtualizza la società (e con lei la rete). Ed è ormai quasi una banalità trita ricordare che lo svuotamento del senso politico della cittadinanza e degli spazi di democrazia è direttamente connesso in primo luogo con le pratiche spettacolari del capitalismo e in secondo luogo con l’abbandono di ogni controllo statale sui flussi monetari concesso alla finanza internazionale dopo la caduta del comunismo sovietico.

È possibile avere una controprova della veridicità di questa tesi, se si analizza l’unico avvenimento in questi anni in Italia in controtendenza rispetto alle derive virtualizzanti e depoliticistiche della società ossia la duplice campagna elettorale per il sindaco di Milano e i referendum sull’acqua. In quel caso perfino la novità tecnica di maggior rilievo, ossia la capacità per la prima volta della rete di ridimensionare e infine sconfiggere il tradizionale potere televisivo, era subordinata al fatto che vi era stata una partecipazione di massa, cioè politica, alla campagna elettorale perché si avvertiva a ragione che vi era una posta in palio reale. Era in questo contesto di ripoliticizzazione che si era dispiegato quell’elemento di ottimismo della volontà, che proprio per la sua imprevedibilità è l’unico in grado di scompaginare le cose e di occupare i posti altrimenti vuoti di una cittadinanza politicamente attiva. Laddove questo non esiste, sussistono solo tecnici del governo e tecnici dell’opposizione e un volgo disperso che nome non ha.

Del movimento di Beppe Grillo, come di altri prima di esso, si suole dire che ha successo perché è populista, a me pare che sia vero proprio il contrario: è populista perché ha successo ovvero in una società depoliticizzata c’è il rischio che l’unica casella dell’opposizione sia quella populista. E poi anche l’uso della categoria di populismo diventa sempre più difficoltoso: a furia di definire populista qualsiasi istanza estranea agli interessi di banchieri ed eurocrati, come sta pericolosamente facendo la stampa responsabile, c’è il rischio che si crei veramente una situazione di ribellione delle èlite, tanto per citare qualcuno come Christopher Lasch, che era dichiaratamente populista; una situazione, cioè, in cui le classi dirigenti anche le più decenti, vivano con distacco e come avvenimenti di un altro pianeta le dinamiche delle società in cui abitano. Provvisoriamente, perché siamo nell’era della globalizzazione e uno è libero di andare a vivere dove vuole, a parte quelli che sono costretti ad andare a vivere dove vogliono gli altri.

La Repubblica del 99%

Amador Fernández-Savater

«Più legna, siamo in guerra!». Il treno dei Fratelli Marx è una straordinaria metafora del capitalismo odierno. Senza freni, lanciato nella sua fuga in avanti, pur di continuare ad alimentare la caldaia della locomotiva perde pezzi e smantella tutto: diritti, garanzie, vite, ricchezze, risorse, cure, legami, l'intero edificio della moderna civiltà sociale. La folle corsa del capitalismo minaccia di divorare tutto. Non esiste nessuna pianificazione possibile e tanto meno a lunga scadenza: l'unica strategia in opera è quella di usare tutta la legna necessaria per continuare a far correre la locomotiva. Il capitalismo è diventato completamente punk: «No future».

Qualcosa si è rotto. Facciamo finta di niente, ma in fondo lo sappiamo. C'è una sensazione diffusa, ed è che: «tutto è possibile»: che l'Unione Europea estrometta dall'euro uno di paesi PIGS, un ulteriore e drastico giro di vite, un'insurrezione, qualsiasi cosa. E però continuiamo ad aggrapparci con forza all'eventualità più remota, ovvero che nulla cambi e tutto resti così com'è, che si riesca a tornare alla «normalità». Il capitalismo improvvisa, ma anche i movimenti di opposizione fanno lo stesso. Le bussole sono inutili, le mappe che abbiamo sono inservibili, non sappiamo dove stiamo andando. Sembra che l'unica possibilità rimasta sia quella di seguire ciò che accade giorno per giorno: la cronaca politica più spicciola, domani poi si vedrà. Il tempo è fuori asse diceva Shakespeare.

Protestare sembra ormai inutile. I greci hanno organizzato più di dieci scioperi generali senza riuscire a frenare neanche di un punto l'assurda corsa della locomotiva e la sua terribile forza di devastazione. È come se il potere si fosse ormai sganciato dalla società e non esistesse più alcuna possibilità di colpirlo. Dal 2008 a oggi la velocità di distruzione del capitalismo si è moltiplicata per mille, è davvero pauroso: in pochi secondi è capace di distruggere conquiste sociali costate anni di lavoro e di lotte. E non sappiamo come fermare tutto questo. Se tutto precipita, partecipiamo almeno al crollo. Un amico di Barcellona mi fa notare che durante l'ultimo sciopero generale le azioni violente hanno goduto di un appoggio consistente: «Tu tagli, io brucio». Una risposta legittima. Cos'è un cassonetto bruciato di fronte a milioni di vite bruciate? Più legna, siamo in guerra: tagli, repressioni, bugie. La rabbia, l'odio, la violenza, sono normali, ovvie. È vero, sono risposte legittime, però inutili. Testate al muro, sempre più forti, cieche e disperate. La parete però non cede.

A porre le questioni, a decidere i tempi e disegnare gli scenari, sono loro. Sempre loro. Noi ci limitiamo a reagire.

Claire Fontaine, P.I.G.S. (2011)

Qualcuno ha visto Michael Collins? Il film sulla vita del leader rivoluzionario irlandese inizia con la rivolta di Pasqua del 1916. L'IRA occupa una serie di edifici, ma gli inglesi riescono a sbaragliarli. Non è la priva volta, sul terreno della guerra convenzionale l'IRA è condannata alla sconfitta. Nell'organizzazione c'è chi pensa che il continuo «sacrificio di sangue» finirà per aiutare la nascita della nazione irlandese, perché la repressione provocherà adesioni alla causa e quindi nuove insurrezioni. Tanto peggio tanto meglio. Michael Collins la pensa diversamente. In carcere riflette e propone di cambiare radicalmente strategia: «D'ora in avanti ci comporteremo come se la Repubblica Irlandese fosse già una realtà. Combatteremo l'Impero Britannico ignorandolo. Non seguiremo più le sue regole, inventeremo le nostre». Ha inizio così una guerra di guerriglia che metterà in scacco gli inglesi per anni, costringendoli alla fine a negoziare il primo trattato di pace e indipendenza con gli irlandesi.

Quello che propone Collins è di smettere di sbattere la testa al muro. Non gli basta avere ragione, e non vuole sacrificare nessuno in nome di un futuro migliore. Vuole vivere e vincere. E questo significa: produrre realtà. Il vero contrattacco consiste nel creare una nuova realtà. È in questo senso che Collins propone di mettere in atto una finzione paradossale: facciamo «come se» la Repubblica irlandese fosse già un dato di fatto.

Le finzioni sono cose serie. I rivoluzionari francesi del XVIII secolo decisero di fare «come se» non fossero più sudditi dell'Ancien Régime, comportandosi come cittadini capaci di pensare e di redigere una Costituzione. I proletari del XIX secolo decisero di fare «come se» non fossero quelle bestie da soma che la realtà li costringeva a essere, ma persone uguali a tutte le altre, capaci di leggere, di scrivere, discutere e autorganizzarsi. E hanno cambiato il mondo. La finzione diventa una forza materiale quando crediamo in essa e ci organizziamo di conseguenza. È finito il tempo per indignarsi, reagire e rivendicare. Bisogna piuttosto comportarsi da subito come se la Repubblica del 99% fosse già una realtà, combattere il potere ignorandolo, non seguire più le sue regole, ma inventare le nostre. Che cosa potrebbe significare tutto questo?

Immaginiamo che tutte le piazze insieme si dichiarino pronte a una rottura netta con la realtà ormai putrida dell'economia e della politica. Un gesto sereno, tranquillo: «Siete licenziati, addio». Sarà il nostro giuramento della Pallacorda. Quindi dovremo trarne tutte le conseguenze pratiche: la Repubblica del 99% è una realtà, cosa comporta questo? Decidere noi i tempi, porre noi le questioni, disegnare noi gli scenari. Fargli esistere e rispettare, durare e crescere. Abitare già da subito un altro paese: reale e fittizio, visibile e invisibile, intermittente e continuo allo stesso tempo.

Il modo migliore di difendere qualcosa è reinventarlo completamente. Non solo per te e per i tuoi compagni, ma per il 99% (viaggiamo tutti sullo stesso treno). La nostra vendetta è essere felici.

Traduzione dallo spagnolo di Nicolas Martino

Modesta proposta a proposito dei suicidi

Augusto Illuminati

Il suicidio sembra essere un fenomeno prevalentemente umano e individuale, per quanto vi siano casi di disperazione e rifiuto di vivere in esemplari animali sottoposti a imprigionamento o tortura da parte degli uomini ed esistano casi o leggende di annientamento collettivo. È il caso dei lemmings che si buttano a mare, anche se molti studiosi ritengono trattarsi piuttosto di un errore di valutazione sull’ampiezza dello specchio d’acqua da attraversare. In questo senso sarebbero raffrontabili al comportamento di alcune tribù semi-umane che vanno al disastro per scelte cieche, pensiamo ai leghisti della Brianza o ai pieddini alle primarie e al ballottaggio di Palermo.

Nella decisione individuale al suicidio si manifesta, in negativo, l’indeterminata unfitness umana all’ambiente e la possibilità di rapporti plurimi con un «mondo». La dissonanza cognitiva con il mondo, fra aspettative legittime e suo andamento reale o percepito, è l’anomia che Durkheim riteneva lo sfondo storico-naturale del suicidio. Vi rientrano molte considerazioni personali difficilmente identificabili da un osservatore esterno, che dunque deve mostrar loro pietà e rispetto, riconducendole a quell’esser vinti da cause esterne e così indotti a scegliere un male minore in confronto a uno maggiore, di cui parla Spinoza, Ethica IV, pr. 20, sch. Fino all’ammirato consenso in alcuni casi storici: vittime della tirannide, gesti pubblici di protesta, ma anche rifiuto di un’estrema medicalizzazione. Da Seneca a Bobby Sands, da Deleuze a Monicelli. In altri casi constatiamo che la barca dell’amore si è infranta sulla vita.

L’ondata di suicidi oggi concomitante con la crisi mostra invece, a livello di gruppi sociali (imprenditori in difficoltà, lavoratori precari e disoccupati cronici, tartassati dal fisco) e facendo la tara sulle fragilità psicologiche e sugli effetti di emulazione, il nesso micidiale fra indebitamento e colpevolizzazione che fa dell’homme endetté la figura centrale dell’economia e delle pratiche sociali del neoliberismo finanziario globale. Finché le cose vanno bene, l’indebitamento produce ricchezza per i signori della finanza, rischio e rapido degrado per gli indebitati. Quando le cose cominciano ad andar male, i finanzieri e i loro reggicoda pubblicitari (nel mondo accademico e professionale si chiamano: economisti) rastrellano bonus e si tirano indietro, e quelli che non hanno più credito ma solo debiti e mutui da rimborsare e tasse da pagare stanno alla fame, loro e le loro famiglie.

Stranamente, i primi non saltano giù dai grattacieli vecchiotti di Wall Street, della City e da quelli postmoderni di Pudong, mentre ad ammazzarsi sono artigiani-imprenditori veneti, precari e disoccupati assortiti, impiegati «in mobilità» di Telecom France, operai stremati della Foxconn. E, se non si ammazzano, sprecano la loro carica di violenza non dirigendola più contro se stessi ma scegliendo altre persone solo simbolicamente responsabili dello stato di cose che induce al suicidio: sequestri di impiegati di Equitalia, gambizzazioni di dirigenti inquinatori o tagliateste, bombette varie...

Ci piacerebbe persuadere suicidi e shahid a trattenersi, ad adottare altre forme collettive di resistenza e protesta. Ci piacerebbe altresì incoraggiare i veri responsabili a togliersi di mezzo, in senso proprio o figurato (mi sento buono stamani). I dirigenti delle banche fallite o salvate con i soldi pubblici, che hanno scaricato i debiti sui clienti e sugli Stati (dunque sui contribuenti). I dirigenti delle banche prospere, che evidentemente sono riusciti a dissanguare clienti, imprese e bilanci statali senza finire in rosso. Gli economisti accademici e mediatici, singoli e in coppie gemellari (Giavazzi-Alesina, Alesina-Ichino, Ichino 1 e 2), che hanno proclamato per decenni l’homo oeconimicus imprenditore di se stesso e adesso invece i sacrifici lacrime & sangue, che hanno lodato le magnifiche sorti e progressive del capitalismo globale e, per l’Italia, hanno detto prima che la crisi non c’era, poi che era meno grave del resto d’Europa, infine che c’è, è gravissima e quindi occorre fronteggiarla abbassando i salari, tagliando e procrastinando le pensioni, precarizzando il lavoro, togliendo le tutele sui licenziamenti e la maternità. I giornalisti specializzati che hanno suggerito l’acquisto dei bond Cirio, Parmalat, argentini, che hanno spiegato come farsi una pensione integrativa con i fondi privati.

I governanti che hanno gioiosamente applicato tutte le indicazioni di cui sopra, i parlamentari di maggioranza e di opposizione che, con commovente simultaneità, difendono i loro sozzi privilegi, i rimborsi zombies e l’impunità giudiziaria, mentre introducono unanimi in Costituzione il principio del pareggio di bilancio, ovvero la messa fuori legge delle opzioni keynesiane. Una media di tre suicidi al giorno di povera gente mi sembra eccessiva. Una media di zero suicidi nel ceto politico-giornalistico-finanziario mi sembra troppo esigua.

Analisi e genealogia del laboratorio politico tunisino

Anna Curcio e Gigi Roggero

La Tunisia è, oggi, uno straordinario laboratorio politico. Distruggendo definitivamente ogni inveterata reminiscenza del rispecchiamento coloniale, secondo cui le “periferie” dovrebbero osservare il “centro” per vedervi riflessa l’immagine del proprio futuro, sono invece le lotte a determinare il punto avanzato dentro il capitalismo globale. Fare inchiesta in questo laboratorio significa trovare risposte a nodi politici insoluti. Quelle in Tunisia e in Egitto, allora, sono state le prime insurrezioni dentro la crisi economica globale. Ancora di più, hanno rimesso all’ordine del giorno le parole d’ordine dell’insurrezione e della rivoluzione, di cui molti, troppi pensavano di essersi liberati insieme ai ferri vecchi del Novecento. Ma queste parole d’ordine vengono imposte all’agenda dei movimenti in modo nuovo. Leggi tutto "Analisi e genealogia del laboratorio politico tunisino"

Utopia for Sale!

Ilaria Bussoni

«Se sei un falegname e stai facendo un bellissimo cassettone, non userai un pezzo di compensato per il retro anche se finirà contro il muro e non lo vedrà nessuno. Tu lo sai che sta lì, per questo userai un bellissimo pezzo di legno anche per il retro. Perché tu possa dormire la notte, perseguirai l’estetica attraverso la qualità». Chissà se l’autore di questa sentenza dal sapore di maestranza artigiana considerava i propri dipendenti della fabbrica di Shenzhen alla stregua del falegname, o del compensato.

Se avrebbe scovato un’estetica nell’opera del cinese Li Liao, Consumption, composta da un contratto di lavoro alla catena di montaggio della fabbrica cinese della Apple, una lettera di licenziamento, un camice bianco a mo’ di tuta blu e l’iPad mini comprato con il salario di 45 giorni di alienazione. Di certo, nel Li operaio, Steve Jobs non avrebbe visto un soggetto dedito all’applicazione di un’arte manuale. Probabilmente, nel Li artista, non avrebbe visto l’ostinata persecuzione di un’estetica. Forse, avrebbe persino trovato discutibile quel punto interrogativo alla fine della frase Utopia for Sale?, titolo della mostra omaggio ad Allan Sekula (a cura di Hou Hanru e Monia Trombetta) dedicata dal MAXXI all’artista americano scomparso nel 2013.

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Perché che altro vende la Apple se non quel surplus non misurabile di valore, quel prototipo di un’immagine declinabile per qualunque immaginario, che ammanta tale un’aura una merce altrimenti prodotta in serie, fatta di circuiti elettrici, plastica e minerali in esaurimento? Senz’altro Steve Jobs avrebbe rivoltato la frase: Utopia for Sale! Del resto, è l’unico modo per vendere. Da tempo la dirigenza d’impresa si è fatta artista, e ben lungi dal limitarsi a proporre un semplice manufatto le tocca piazzare quell’intangibile che assume i tratti di uno scorcio di futuro, di una relazione, di un affetto, di un mondo desiderabile, meglio se libero. Difficile vendere un prodotto che promette perenne dittatura.

Ma la dirigenza d’impresa non si ispira a un artista qualunque, guarda piuttosto al trompe l’oeil dell’Aleotti (purché duri il tempo di un matrimonio), perché dietro la verosimiglianza devono stare le compatibilità, i margini di guadagno, i flussi e nel vendere utopia le tocca mascherare l’abuso di compensato operaio. Da tempo la merce non è più incarnazione di materia, sostanza al cui peso corrisponda un valore. Il valore della merce non è il sempre minor numero di ore di lavoro necessario a produrla, non è la materia di cui è fatta, non è l’originalità della matrice della quale è serie. Il valore della merce è, dopo Bretton Woods, una tautologia. Un decreto al rialzo o al ribasso a seconda delle fasce di mercato.

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Di come sia fatta e da dove arrivi una merce ce lo riepiloga l’artista Allan Sekula nel suo The forgotten Space, film documentario (girato con Noël Burch) dedicato alle rotte del trasporto globale e ai poli della logistica portuale. Dove all’utopia in vendita si sostituisce la concretezza del container che al mercato globale, al dumping sui prezzi, alla corsa al ribasso sui salari sta come la macchina vapore per la rivoluzione industriale. Tra navi cargo e slot, tonnellate di diesel e gantry cranes, automazione e cicli dello shipping, Allan Sekula ci mostra come, grazie a chi, per quali strade si realizzi quell’epifania scintillante che tanto rende utopiche le vetrine d’Occidente, e non solo.

Un mondo dell’armamento affatto immune da una certa stagionalità finanziaria (come ha più volte mostrato Sergio Bologna nel suo lavoro), che convive con retaggi di multiculturalità e tolleranza in tutto e per tutto topica (prerogativa dei porti) e forme residuali di cultura e solidarietà operaia. Nel mostrarci gli approdi delle rotte oceaniche e la vie intermodali del trasporto a terra, il film restituisce fisicità all’idea di circolazione, tracciando una concreta mappa dei flussi che è il precipitare del cielo dell’immaterialità finanziaria. Una terra ai più sconosciuta quella della logistica portuale globale, dove Amburgo, Rotterdam, Anversa si contendono a colpi di gru e banchine il ruolo primario di scalo europeo, diventando piccole comparse se paragonate a Los Angeles e il declinante Hong Kong.

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Il film di Allan Sekula, opera centrale di Utopia for Sale?, è un lavoro di critica che toglie alla merce qualunque aura, per questo non la si vede mai se non imballata, stoccata, contenuta, impilata. Unica eccezione è il capolino di un desiderio da parte di due giovanissime operaie cinesi, in cerca di un reggiseno imbottito chiaro per l’estate. Far trapelare con grazia un desiderio, in questo sta la grande critica, prerogativa dell’artista Sekula.

E non a caso una delle chiavi di lettura della mostra sta nelle prime opere esposte, di Amie Siegel. Provenance, un video che mostra il movimento di sussunzione del mercato dell’arte di quel modernismo architettonico nato in primis non per essere venduto, ma per proporre il «valore» di una buona vita. E, poi, Lot 248, che segue quello stesso movimento, continuo e inarrestabile, nell’istante in cui a un’asta di Christie’s trasforma in merce quella stessa critica dell’artista Siegel. Non più solo sussunzione, meta-sussunzione. Resta un margine? Per l’arte, per la critica? Per un valore che non sia quello del prezzo? Forse sì. È quello di un reggiseno imbottito chiaro per l’estate. Di un desiderio di libertà. E di chi, con grazia, riesce a filmarlo.

Nuovi disagi nella civiltà

Paolo B. Vernaglione

Che il “discorso del capitalista” sia parlato in sottotraccia da TV, rete e grandi giornali è evidente, soprattutto nella continua denegazione della crisi della finanza neoliberale. Che i tratti specie-specifici della natura umana (senza virgolette) risaltino nella prassi del presente è cosa meno evidente nel colpevole oblìo della critica.

Dunque l’attribuzione di valore alla natura umana e il discorso del capitalista costituiscono due polarità nel cui campo di tensione è possibile un’ontologia non complice dell’attualità. È quanto ottimamente è squadernato in Nuovi disagi nella civiltà, testo a 4 voci, a partire dalla densa introduzione e la puntuale guida al dialogo di Francesca Borrelli, e la cui terza parte è lo specchio in cui si riflettono i nuclei problematici di questa modernità: il sapere come “tra”, relazione transindividuale in cui si genera l’individuo; e la corporeità, in cui ha luogo quel cosiddetto “mutamento antropologico”, difficile per la teoria psicoanalitica quanto facile da osservare nella quotidianità.

Ciò che infatti fa problema, nel confronto tra il capitale testo di Freud del 1929 e una nuova sintomatologia di cui si stenta a ricostruire la genealogia (anoressìa, bulimìa, dipendenze, soggetto panicato…) nell’attuale civiltà digitale e del debito, è l’interpretazione dell’insieme delle molteplici realtà del disagio in un totalizzante “discorso del capitalista”, la cui asserzione consiste nel criminalizzare il godimento di merci (di oggetti, di esseri umani) latore di una pulsione di morte urlata nell’imperativo mercantile: “godi!”. In questa lettura della dinamica sociale il godimento verrebbe imposto a soggetti “senza inconscio”, o comunque lontani da un desiderio di norma procrastinato dalla legge del padre, la cui evaporazione avrebbe causato niente di meno che il crollo dell’intero orizzonte simbolico singolare.

Come invece ricorda Francesco Napolitano a partire dalla metapsicologia di Freud, la psicoanalisi, come scienza naturale, si incarica di ricostituire la naturale innaturalezza dell’animale umano, il cui tratto peculiare è quell’inestricabile intreccio di eventualità storica e invariante concettuale, anzitutto riscontrabile nella facoltà di linguaggio, oggi ampiamente sfruttata. Ciò significa che l’attribuzione delle parti di sfruttato e sfruttatore, padrone e servo, soggetto e assoggettato, come anche di un possibile discorso del rifiuto e di un discorso del capitalista, questa attribuzione non può essere univoca, laddove, ancora con Napolitano, “una buona dose di infelicità è intrinseca alla natura umana” – il godimento totale non essendo possibile.

Si tratta allora da un lato di indagare la finitudine umana in rapporto a qualsiasi legge e in relazione alla sua nostalgica reinvenzione; dall’altro constatare come l’eventuale restauro di un nome del padre, seppure a lettere minuscole, non farebbe altro che riprodurre un dispositivo simbolico di assoggettamento che si aggiungerebbe ai dispositivi di cattura neoliberali, in atto da tempo.

Ciò che dunque vale la pena chiedersi nel realizzare una cartografia delle nuove soggettivazioni è quanto l’interpenetrazione (De Carolis) dell’esteriorità sociale e della psiche individuale abbia effetto sulla legge del desiderio, l’Edipo, il rapporto tra istinto e pulsione e quello tra godimento e desiderio. Altrimenti il lacaniano discorso del capitalista diviene l’ombrello significante sotto il quale riparano senza eccezione tutte le dinamiche psico-sociali al tramonto della modernità. Forse invece è utile distinguere la clinica, da cui si evince la micidiale operatività del “discorso”, dalla filosofia, per la quale è più sensato recuperare l’inseparabilità di verità materiale e verità storica del soggetto “sotto” il capitale, poiché in quel punto rileva l’emergere dell’inconscio come dato ontologico e quindi etico.

Una teoria della clinica e una filosofia del disagio nella civiltà potrebbero invece insieme prendere sul serio, cioè alla lettera, l’ “orda primordiale” e “l’origine egizia di Mosè”, perché in quella lettera c’è forse qualcosa di cui ci parla oggi l’inconscio: l’intreccio di storia e metastoria, “già da sempre” e “proprio ora”, invariante biologica e variazione storica.

Perché o crediamo all’inconscio strutturato come un linguaggio (Lacan), cioè alla facoltà di linguaggio come dato naturale in una evolutiva invarianza, e in tal caso il compito sarebbe osservare in quali rapporti entrano in una certa epoca desiderio e godimento; oppure si crede che esista un orizzonte simbolico (il soggetto barrato, il Significante) le cui catene producono sia l’intero soggetto che l’intera realtà, entrambi assoggettati ad un significante-padrone di cui il godimento è unica legge, imposta in nome e per conto di un desiderio assente.

Mentre però il discorso del capitalista risolve la molteplicità delle forme di soggettivazione ad un dato quantitativo in un giuoco a somma 0 (tutto godimento, niente desiderio e niente legge), la cui economia andrebbe ristabilita nel nome di un padre oggi impronunciabile - come Dio per gli ebrei ortodossi - un’analitica del presente ci indica che le molte forme in cui il godimento si ottiene rimandano ad un’eterogeneità di rapporti al desiderio, di cui è quantomeno ardua la riduzione ad uno.

Gli è che, come De Carolis osserva, il presente invece di compiere il nichilismo lo fa troppo poco. Con Nietzsche, via Benjamin, bisogna volere il tramonto affinché la finitezza umana divenga accettazione della morte (senza cui non c’è eredità), ed esprima così la massima potenza di vita. Così il godimento, pulsione di morte, ha la chance di divenire la forma più radicale di rifiuto di qualsiasi “discorso” voglia ripristinare una legge che priva il soggetto di libertà, cioè di autonomia e di autorganizzazione.

Borrelli, De Carolis, Napolitano, Recalcati
Nuovi disagi nella civiltà. Un dialogo a quattro voci
Einaudi (2013) pp. XLVI - 202
€. 19,00