A che punto è la notte

Vladimiro Giacché

Una delle principali banche del paese ha maturato 2,2 miliardi di perdita netta nell’ultimo trimestre del 2012 e ha dovuto accantonare 1 miliardo per spese legali. La banca centrale ha ridotto ancora le previsioni di crescita. Nel solo mese di dicembre le vendite al dettaglio sono calate dell’1,7% rispetto a novembre, e del 4,7% rispetto al dicembre del 2011. No, non stiamo parlando dell’Italia, ma della Germania.

Della situazione drammatica in cui versano i paesi europei in crisi sappiamo molto: della disoccupazione in Spagna, dell’aumento dei suicidi in Grecia, e ovviamente dei fallimenti di imprese in Italia. Meno noto, invece, è il fatto che i paesi europei ritenuti «virtuosi» e «al sicuro» non se la passano affatto bene: la Banca Centrale dei Paesi Bassi prevede per l’Olanda un –0,5% del Pil nel 2013, e un ulteriore calo nel 2014; la disoccupazione è in aumento in Finlandia; quanto alla Francia, in cronico deficit della bilancia commerciale, lo stesso ministro del Lavoro l’ha definita «uno Stato in totale bancarotta».

Cosa sta succedendo? Semplice: nel 2007-2008 è saltato un modello di sviluppo che aveva sostenuto per trent’anni la crescita economica dei paesi a capitalismo maturo. Un modello imperniato sulla finanza e sul debito (privato e pubblico). L’implosione di quel modello non è più reversibile di quanto lo fosse la caduta del Muro di Berlino. Ciò nonostante tutti gli sforzi dell’establishment occidentale in questi anni sono stati indirizzati a rappezzare quel modello andato in frantumi.

Si spiegano così l’assenza di regolamentazione dei derivati, il tentativo (riuscito) di ritardare al massimo l’entrata in vigore delle nuove regole sul capitale delle banche, e infine l’abortita supervisione europea delle banche (che varrà soltanto per le pochissime banche con attivi superiori ai 30 miliardi di euro, ed entrerà in vigore non prima dell’aprile 2014).

Non solo: come ha rilevato Bill Gross di Pimco, il maggiore fondo d’investimento specializzato in obbligazioni, «quasi tutti i rimedi contro la crisi proposti sino a oggi dalle autorità di tutto il mondo hanno affrontato il problema con l’obiettivo di favorire il capitale contro il lavoro». Ma in Europa a questa durissima guerra di classe si è unita una guerra feroce tra capitali. Una guerra determinata dal tentativo del capitale di Germania e paesi satelliti di far sì che la distruzione di capitale in eccesso oggi necessaria avvenga nei paesi periferici, da trasformare sempre più in fornitori di manodopera e di beni intermedi a basso costo per lo hub economico centrale dell’Europa – la Germania, appunto.

Il vero significato dell’austerity estrema imposta a paesi già fiaccati dalla crisi sta tutto qui. Ma questo obiettivo, in parte conseguito (la regressione della produzione industriale italiana ai livelli del 1988 parla da sola), ha comportato un pesante effetto collaterale: un crollo di redditi e consumi dei paesi periferici di tale entità da avere un impatto assai pesante sugli scambi commerciali intraeuropei. E quindi anche sull’export della Germania e degli altri paesi del Centro-Nord dell’Europa. Risultato: il problema della sovrapproduzione industriale, appena scaricato sulle spalle dell’Europa del Sud, si ripresenta come un incubo nella stessa Germania.

Inoltre l’accesso ai mercati extraeuropei è reso più impervio dalla guerra valutaria scatenata dagli Stati Uniti e dal Giappone attraverso imponenti immissioni di liquidità nel sistema che hanno avuto l’effetto di provocare un forte indebolimento di dollaro e yen nei confronti dell’euro. Crisi economica, disoccupazione di massa, deflazione salariale, guerra valutaria: quattro ingredienti cruciali della crisi degli anni Trenta sono chiaramente dispiegati davanti ai nostri occhi, mentre anche il crescente attivismo militare europeo in Africa contribuisce a riportarci indietro di decenni.

È in questo contesto che i movimenti di opposizione, in Italia e in Europa, dovranno saper collocare i loro obiettivi. A cominciare dall’opposizione alle politiche di austerity depressiva e alla cornice istituzionale entro la quale si collocano, di cui il famigerato Fiscal Compact è soltanto l’ultimo tassello. Una cornice che ormai serve soltanto a puntellare malamente un modello di sviluppo che ha fatto fallimento.

Dal numero 27 di alfabeta2, dal 5 marzo nelle edicole, in libreria e in versione digitale

L’anti-Europa è sconfitta

Franco Beradi Bifo

L'Unione Europea nacque come progetto di pace e di solidarietà sociale raccogliendo l’eredità della cultura socialista e internazionalista che si oppose al fascismo.

Negli anni ’90 le grandi centrali del capitalismo finanziario hanno deciso di distruggere il modello europeo, e dalla firma del Trattato di Maastricht in poi hanno scatenato un’aggressione neoliberista. Negli ultimi tre anni l’anti-Europa della BCE e della Deutsche Bank ha preso l’occasione della crisi finanziaria americana del 2008 per trasformare la diversità culturale interna al continente europeo (le culture protestanti gotiche e comunitarie, le culture cattoliche barocche e individualiste, le culture ortodosse spiritualiste e iconoclaste) in un fattore di disgregazione politica dell’unione europea, e soprattutto per piegare la resistenza del lavoro alla definitiva sottomissione al globalismo capitalista.

Riduzione drastica del salario, eliminazione del limite delle otto ore di lavoro quotidiano, precarizzazione del lavoro giovanile e rinvio della pensione per gli anziani, privatizzazione dei servizi. La popolazione europea deve pagare il debito accumulato dal sistema finanziario perché il debito funziona come un’arma puntata alla tempia dei lavoratori.

Cosa accadrà? Due cose possono accadere: o il movimento del lavoro riesce a fermare questa offensiva e riesce a mettere in moto un processo di ricostruzione sociale dell’Unione europea, o il prossimo decennio vedrà in molti luoghi d’Europa esplodere la guerra civile, il fascismo crescerà dovunque, e il lavoro sarà sottomesso a condizioni di sfruttamento ottocentesco. Ma come fermare l’offensiva? Le elezioni italiane sono una risposta che può evolversi in maniera positiva o in maniera catastrofica. Dipende dai progressisti, gli intellettuali e gli autonomi del continente, dipende da noi.

Il 75% dell’elettorato italiano ha detto no al progetto anti-europeo di Merkel Draghi Monti. 25% si sono astenuti, 25% hanno votato per il movimento 5 Stelle di Beppe Grillo, 25% hanno votato per il partito della mafia e del fascismo, e per il più geniale truffatore della storia, Berlusconi, nemico giurato di Angela Merkel perché la mafia non può più accettare il predominio economico di Berlino.

Il movimento di Beppe Grillo è la novità di queste elezioni. Raccoglie soprattutto voti dai movimenti di sinistra e raccoglie anche voti anche dalla destra. Beppe Grillo – che ha una formazione autonoma antiautoritaria - ha detto più volte che il suo movimento intende sottrarre voti alla destra, e ci è riuscito. Non credo che il M5S potrà governare l’Italia, non è questo il punto. La funzione importante e positiva che il movimento ha svolto è rendere il paese ingovernabile per gli antieuropei del partito Merkel-Draghi-Monti.

L’elettorato italiano ha detto: non pagheremo il debito. Insolvenza. La governance finanziarista d’Europa è finita, anche se Berlusconi e Bersani si metteranno d’accordo per sopravvivere e continuare a impoverire il paese spostando risorse verso il sistema finanziario. Non durerà. Ma allora può cominciare il peggio. La classe finanziaria tenterà di strangolare l’Italia come ha strangolato la Grecia. La crisi politica si farà convulsa e violenta. L’esito può essere spaventoso. Mafia e fascismo hanno mostrato di controllare il trenta per cento dell’elettorato italiano, e la sinistra non esiste più. La secessione del Nord si riproporrà anche se la lega è crollata.

Epperò invece può iniziare un processo di liberazione d’Europa dalla violenza del capitale finanziario, una ricostruzione d’Europa su basi sociali. Fuori dagli schemi novecenteschi può diffondersi dovunque un movimento di insolvenza organizzata e di autonomia produttiva. Un movimento di occupazione può trasformare le università in luoghi di ricerca concreta per soluzioni post-capitaliste. Le fabbriche che il capitale finanziario vuole distruggere vanno occupate e autogestite come si è fatto in Argentina dopo il 2001. Le piazze vanno occupate per farne luoghi di discussione permanente.

Il programma lo ha enunciato Beppe Grillo nel suo programma, che a dispetto di quanto dicono i mentitori professionali de La Repubblica è un programma molto ragionevole:
Salario di cittadinanza.
Riduzione dell’orario di lavoro a 30 ore.
Restituzione alla scuola degli otto miliardi che il governo Berlusconi ha sottratto al sistema educativo.
Assunzione di tutti i lavoratori precari della scuola, della sanità e dei trasporti.
Nazionalizzazione delle banche che hanno favorito la speculazione ai danni della comunità.
Abolizione immediata del fiscal compact.

Il movimento cinque stelle ha impedito alla dittatura finanziaria di governare. Ora tocca al movimento della società. Avrà la società l’energia e l’intelligenza per gestire la propria vita con un movimento di occupazione generalizzato? Se non avrà questa energia avremo meritato il disastro che ne seguirà.

Monti. O Il Gattopardo

Lelio Demichelis

Molte parole, molte promesse. E molta ideologia. Con molte parole-chiave utili per la propaganda neoliberista: competitività, merito, crescita, mercato, liberalizzazioni. Un’Agenda, quella di Monti – la nuova come la vecchia – in realtà del tutto svincolata dalle leggi della realtà: una realtà fatta di -4,4% in un anno del potere d’acquisto degli italiani, di disoccupazione che cresce in tutta Europa, di un 40% di famiglie italiane che fatica ad arrivare a fine mese. Una realtà sociale drammatica che l’Agenda però di fatto de-rubrica sotto la voce: necessità (dettata da mercati e Ue).

Neoliberismo allo stato puro. Un neoliberismo biopolitico che dagli anni Ottanta ha imposto – conquistando l’egemonia sulla base di un corrotto concetto di libertà individuale e di edonismo/godimento illimitato – la sua surrealtà, poi ri-declinata in austerità, impoverimento e disciplina sociale. Un neoliberismo che vive – facendoci vivere – in una bolla ad alto tasso di arroganza (la sua) e nella «presunzione di verità» delle proprie congetture (gli algoritmi dei mercati, i moltiplicatori dell’Fmi, la mano invisibile), inattaccabili anche dalle più evidenti confutazioni.

Surreale, dunque anche la nuova Agenda-Monti. Perché è surreale e quindi falso scrivere che il processo di integrazione europea ha subito una accelerazione grazie alla crisi (è accaduto il contrario). È surreale leggere che: «La crescita si può costruire solo su finanze pubbliche sane», quando la crescita e il benessere dell’Europa, nei decenni passati sono venuti solo grazie a politiche keynesiane e non liberiste. È surreale insistere sulla (presunta) razionalità del pareggio di bilancio strutturale, se perfino il Fondo monetario ha dovuto infine ammettere che politiche di austerità basate sulla riduzione della spesa pubblica hanno effetti pesanti su reddito, domanda interna e sulla stessa competitività di un paese – per cui, si dovrebbe dire, non meno spesa pubblica ma più spesa pubblica (e ovviamente: buona spesa pubblica). Così come è surreale leggere che ricerca e istruzione sono i «motori della crescita»; o l’invocazione a maggiori liberalizzazioni dei servizi pubblici (dimenticando il no degli italiani al referendum sui beni comuni). Surreale, ancora, è voler decentrare ulteriormente la contrattazione sindacale e quindi i diritti, estendendo il devastante modello Marchionne-Bonanni-Angeletti.

Monti, dunque, come Tancredi nel Gattopardo di Tomasi di Lampedusa: per il quale tutto deve cambiare (in apparenza, con la crescita dopo la recessione, con la nuova agenda dopo la vecchia) perché nulla cambi, cioè il tecno-capitalismo. A Monti tecnocrate, poco interessa la distinzione tra destra e sinistra (cosa appunto del passato), essenziale è che destra e sinistra, ormai indistinguibili, e seguano ciò che l’apparato tecnico-capitalistico, nella sua irrefrenabile volontà di potenza e Monti come suo funzionario richiedono. Perché il capitalismo è trasformista per natura, cambia incessantemente per non cambiare nulla della sua essenza fatta di profitti, di accrescimento di sé come apparato di messa al lavoro e al consumo della vita degli uomini e di nichilismo, portando tutto a niente, uomini e società.

Occorre dunque e urgentemente cambiare Agenda, quella di Monti ma anche quella di Bersani&Vendola, troppo simili tra loro. In nome della società; dell’autonomia dell’individuo contro l’eteronomia indotta dal neoliberismo ma anche del comune; del futuro e della responsabilità. La nuova Agenda è già pronta, si chiama Costituzione. Dove chiarissimo è non solo il programma (termine preferibile ad agenda), ma anche la distinzione tra progresso (la Costituzione) e conservazione (ancora Monti e la sua Agenda).

O tra sinistra e destra – e qui vale ricordare quanto scriveva Pasolini, che la destra vuole lo sviluppo (oggi diremmo la crescita) – ovviamente, questo sviluppo, solo quantitativo – mentre la sinistra vuole il progresso («nozione ideale, sociale e politica») con valore ovviamente qualitativo. Il problema, ancora Pasolini, è che la sinistra poi confonde il progresso con lo sviluppo (oggi: con la crescita). E invece la sinistra deve evitare di rincorrere Monti, rivendicando nuovamente la distinzione tra destra e sinistra, che esiste e che è più viva che mai. Uscendo dalla sua ormai patologica paura di vincere.

Dal numero 26 di alfabeta2, dal 4 febbraio nelle edicole, in libreria e in versione digitale

Terminal Beach

Chiara Balsamo

Fondato da Silvia Maglioni e Graeme Thomson, Terminal Beach nasce nel 2005 come format radiofonico sperimentale trasmesso dalla stazione indipendente Radio Blackout. Oltre a presentare una vasta selezione musicale, il programma lasciava spazio a vere e proprie live performance a partire da mix deterritorializzanti e strategie di disorientamento dell'ascoltatore.

La vicinanza all'emittente radiofonica e il contesto torinese sono fondamentali per comprende il percorso di ricerca e la natura militante del progetto: Radio Blackout infatti si autodefinisce un soggetto rivoluzionario e un mezzo di comunicazione a partire dalla comprensione della distinzione tra comunicazione antagonista e propaganda. Il ruolo di Blackout è ad esempio di fondamentale importanza per la lotta No Tav in Valsusa e punto di riferimento per il movimento nel resto di Italia.

Occupazione ex caserma Colombaia, Susa, marzo 2012 (foto Chiara Balsamo)

La stessa necessità di riflessione sulle pratiche di produzione dell'informazione e della comunicazione è uno dei punti di partenza del progetto Terminal Beach che, in seguito alle prime sperimentazioni radiofoniche, si è ampliato costituendo una piattaforma indipendente per la produzione di lungometraggi, film documentari, laboratori, autoproduzioni editoriali, spettacoli e videoinstallazioni. Come essi stessi affermano, Terminal Beach è una zona di spostamento e di indeterminazione, uno stato d'animo, uno spazio di riflessione critica e di produzione creativa, che esplora le nuove possibili configurazioni di immagine, suono, testo, politica e pubblico.

Dal 2011 - partendo dall'esperienza dei Cinétracts realizzati da Godard, Marker e Resnais - Silvia Maglioni e Graeme Thomson sviluppano il progetto Tube-Tracts. Il progetto (attualmente in corso di lavorazione) consiste in una serie di brevi video che adottano le strategie della pratica di détournement situazionista e le metodologie dei precursori del Cinétracts. I Cinétracts sono una serie di 41 cortometraggi non firmati, che attraverso il montaggio di immagini di reportage giornalistico, slogan, poesie e pensieri sulla teoria della lotta di classe, aprono una discussione sul potenziale rivoluzionario delle immagini e del testo in relazione agli avvenimenti di Parigi nel maggio-giugno del 1968.

Blocco A32 Torino Bardonecchia, Chianocco, aprile 2012 (foto Chiara Balsamo)

Il più recente dei Tube-Tracts di Terminal Beach è Trans Euro Express, realizzato nel febbraio 2012 come reazione ai numerosi arresti che colpirono il movimento No Tav nel mese precedente. L'esperienza del movimento No Tav è esemplare nel problematizzare la condizione di stallo linguistico nella comunicazione e nei media. Il codice comunicativo utilizzato dal potere è caratterizzato da un utilizzo mirato di "parole d'ordine", imponendo una ricezione gerarchica e negando ogni possibilità di partecipazione. Come afferma John Berger la strategia ideologica della tirannia è quella di screditare l'esistente in modo che tutto si riduca ad una versione speciale del virtuale da cui trarrà una fonte infinita di profitto; partendo da questi presupposti il No Tav ha da sempre attuato nuove pratiche di resistenza e di linguaggio finalizzate a scardinare tale dispositivo egemoniaco in favore della ragione e dell'esistenza.

Il Tube-Tract si pone all'interno di un contesto di lotta come un mezzo di analisi critica, di soggettivazione e di azione diretta. Il quesito che vuole essere sollevato riguarda la capacità di pensare politicamente attraverso i media, che nel presente svolgono un'azione fondamentale nel controllo della società da parte degli organi di potere.

Nel comunicato che ha accompagnato l'uscita di “Trans Euro Express” sulla piattaforma Info Aut, gli autori affermano: "Trans Euro Express è un Tube-Tract che inaugura una nuova serie, che vogliamo portare avanti anche collettivamente, intorno alla politica del montaggio e delle immagini in uno spirito post-godardiano di youtube, ma è soprattutto una breve composizione affettiva per la resistenza dell'arte e l'arte della resistenza su scala epica (e micropolitica), per l'epopea dei popoli che si rivoltano e si costituiscono nell'atto di resistere alle macchinazioni del capitalismo finanziario".

Apolidi, Clandestini, Ircocervi

Giorgio Mascitelli

Le recenti polemiche scaturite dall’iniziativa in favore della campagna elettorale di Matteo Renzi per le primarie del centrosinistra promossa dal finanziere italiano Davide Serra, attivo nelle isole Cayman e fiscalmente residente a Londra, hanno riportato alla mia memoria la parola apolide. Non naturalmente perché ritenga che Serra sia un apolide, ma perché probabilmente la sua figura così legata al contesto internazionale ha attivato in me delle associazioni logiche con questa espressione e questo concetto ormai desueti.

Il termine apolide, infatti, sembra essere scomparso dal lessico pubblico senza lasciare traccia o quasi: devo confessare che la cosa mi colpisce perché durante la mia infanzia questa parola era spesso usata sui media (di solito riguardava qualche campione dello sport evaso dai paesi caserma del socialismo reale) e restava impressa nella mia mente come relativa a una creatura fantastica e stravagante al tempo stesso, una specie di ircocervo. In verità la vita di questo sostantivo è stata veramente breve: esso si è diffuso tra le due guerre mondiali, verosimilmente per il lascito di profughi della prima guerra e per l’introduzione dell’obbligo dei documenti di identità che in molti paesi data quegli anni, ma la prima attestazione ufficiale in lingua italiana risale solo al 1942.

Non è neanche facile indicare quale termine oggi occupi il suo spazio ideologico e semantico. Il clandestino che in prima battuta sembrerebbe il vero erede non gli corrisponde affatto: la sua condizione ontologica e materiale è di tanto inferiore a quella dell’apolide, che alcuni clandestini sperano di uscire dalla loro condizione attraverso l’asilo politico ossia proprio cercando di diventare apolidi. Ma c’è un’altra qualità che separa in maniera ancora più decisiva il clandestino dall’apolide: quest’ultimo nell’immaginario sociale era una figura drammatica ed eccezionale nel contempo, un’autentica individualità per così dire, la caratteristica del clandestino è al contrario quello di essere massa, numero crescente e perciò minaccioso, insomma di essere un’entità quantitativa e superflua senza dramma personale. Soy una raya en el mar (sono una linea che galleggia nel mare) dice il clandestino di sé nella famosa canzone di Manu Chao e veramente mi sembra che non ci sia definizione più precisa.

Tutte queste differenze, però, discendono da una fondamentale: l’apolide poteva sperare (non che succedesse sempre) di fuggire attraverso i confini verso un potere che ne riconosceva i diritti o quanto meno l’esistenza; il clandestino passa le frontiere per trovarsi sempre di fronte allo stesso potere perché i confini di oggi non sono veri confini, ma assomigliano a zanzariere, che vengono posizionate e tolte a seconda della necessità. Forse è proprio questo fenomeno che ha determinato il declino del termine apolide: in un mondo di frontiere retrattili ed estendibili possono ancora esistere persone che vivono la condizione di apolidia, ma cessa la loro capacità simbolica di diventare un caso. Perciò possono essere benissimo chiamate esuli o rifugiati, insomma con parole più comuni dotate di un basso grado di connotazione.

Ma la breve notorietà di Davide Serra ci mostra che una figura nuova ancora senza nome sta emergendo in questi tempi, una figura che va dappertutto e dappertutto è bene accolta perché sembra portare con sé idee per realizzare soldi e soldi per realizzare idee. Questa figura ha in comune con l’apolide il fatto di incarnare un perturbamento delle regole politiche dovuto alla delocalizzazione, anche se in questo caso volontaria, e il fatto di costituire un’individualità marcata, ma nello stesso tempo la sua apparizione sulla scena mette in crisi quello stato di diritto, che è invece per l’apolide l’unico sostegno nella forma del diritto di asilo. È infatti una figura che interviene anche nella politica nazionale, ma con modalità diverse sia da quelle della comune cittadinanza sia da quelle dei vecchi notabili. È radicalmente estranea a uno dei capisaldi dello stato liberale, quel principio di no taxation without rapresentation che sostituisce con l’idea che ci sia un interesse oggettivo a rappresentarla proprio perché non tassabile o tassata altrove.

Il fatto che questa figura sia ancora senza nome non è dovuto alla sua novità, ma rappresenta sul piano linguistico il primato della finanza sul sistema politico, che resta il simulacro o lo spettacolo di decisioni prese altrove. E così come non potremo mai vedere un ircocervo perché è parola senza contenuto reale, così non potremo vedere neanche un contenuto reale senza una parola che lo designi.

I’m choosy

Augusto Illuminati

Aiemmeciusi, sono schizzinoso, che ci volete fare. Anzi, fin troppo scrupoloso nelle scelte: choosy rimanda etimologicamente a un esagerato to choose. Quando sento accusare i tecnici e in particolare l’ineffabile Fornero di spirito troppo professorale, mi sento chiamato in causa per ragioni di colleganza: dopo tutto sono un parigrado, con qualche anno in più di esperienza, da povero pensionato per fortuna pre-riforma Fornero. Collega, dunque, con qualche piccola differenza imputabile a opzioni personali e a pur sempre soggettivi criteri etico-professionali. Mi sono sposato fuori dell’ambiente (vabbè, sono ragioni chimiche, ma evitano malintesi, soprattutto se il partner fosse uno già potente nel settore), non ho incoraggiato mia figlia a seguire le mie orme (questione di attitudini, d’accordo, ma ancora per schivare malintesi), ho cercato di restare all’interno di uno standard professionale di ricerca e pubblicazioni – quello che poi sarebbe stato pedantemente schedato in base a indici bibliometrici e alle ridicolaggini Anvur –, uno standard rispetto a cui la prof. Fornero è piuttosto al di sotto, offrendo facili argomenti ai critici della meritocrazia. Ma soprattutto ho cercato, con esiti variabili, di farmi carico della formazione delle giovani persone con cui venivo in contatto –una mission, wow, una mission!– e di riflettere anche sulle difficoltà del loro riconoscimento sociale e professionale.

Che in Italia, per una restrizione delle attività produttive in senso lato, una sciagurata politica scolastica e, non ultimo, un calo demografico e dunque una composizione del corpo elettorale sfavorevole alla rappresentanza di interessi delle generazioni più giovani, si sia determinato un privilegio dei primi occupanti le posizioni di potere e reddito, è un dato oggettivo. Ragion per cui è immotivato ogni atteggiamento di disprezzo paternalistico o risentito per chi è rimasto fuori dalla scialuppa del Titanic. Diciamo: non è elegante sublimare e spiattellare il (comprensibile) risentimento generazionale per chi (malgrado tutto) si diverte di più e, ahinoi, ci sopravviverà, nelle forme dell’insulto gratuito o di un’inesistente superiorità politica e culturale, laddove sussiste soltanto uno scarto irrimediabile di reddito e aspettative occupazionali imputabile al neoliberismo globale e alla grettezza politica locale. Sulla base della mia esperienza docente, mi sentirei di dare un giudizio positivo sulle leve più recenti di studenti, sempre tenendo conto delle differenze individuali e degli ostacoli frapposti dallo studiare fuori sede e dalle intermittenze del lavoro precario.

In complesso ho registrato nei più motivati una maggior padronanza delle lingue moderne (non delle antiche) e degli strumenti informatici, bilanciato da una contrazione del lessico e della proprietà ortografica che forse rientra in una trasformazione irreversibile della competenza linguistica. L’allargamento sociale della platea di iscritti, impetuoso negli anni ’70, in seguito molto rallentato, e la diversa composizione di genere consentirebbero un reclutamento migliore di operatori culturali di vario livello. La qualità degli aspiranti dottorandi e degli sparuti assegnisti è notevole e non è infrequente che dei ricercatori abbiano attitudini e bibliografie superiori a quelle di associati e ordinari addormentati dopo le valutazioni di ingresso. Il vero problema è che alla buona produttività non corrisponde neppure lontanamente una possibilità di impiego strutturato, con conseguenze nefaste sulla tenuta dell’Università e sullo sviluppo della ricerca. I più intraprendenti se ne vanno all’estero: buon per loro, ma lo spread aumenta e non è riassorbibile.

La retorica sui fannulloni, gli sfigati, da ultimo i choosy, non è soltanto cretina ma rivela l’arroganza di chi gestisce, in modo davvero poco professionale e ancor meno professorale, il declino programmato del Paese e il disfacimento dell’Europa. Non è faccenda d’età (di giovanotti coglioni sono piene le cronache politiche e televisive), ma di rottami non riciclabili abbandonati per strada a bloccare il traffico: la recidiva ministra suddetta e il suo garrulo vice Michel Martone, il banchiere Passera che esalta la finanza caymaniana e caimanica, Profumo che agita bastone e carota, Terzi che auspica un coinvolgimento militare in Siria, ecc. – solo per limitarci ai governanti attuali e non infierire sulla discarica di Arcore. A forza di tirare la corda magari qualche scontento finirà per ribellarsi, anzi qua e là lo sta già facendo. Le voci dei Guardiani cominciano a incrinarsi, chiocciano. I’m choosy, e pure un po’ incazzato.

Scosse dalla Grecia

Vassilis Vassilikos

C’è un'antichissima espressione greca che rimanda ai responsi di Pizia ed è difficilmente traducibile. Quest’espressione suona così: Η κατάστασις επεδεινουμένη βελτιούται. Che si potrebbe tradurre: «Più le cose vanno male, meglio vanno». In questa battuta, che sembra tratta da un atto unico di Ionesco, c’è la sintesi della situazione attuale del mio paese. Per dirla in altre parole: i tagli a stipendi e pensioni sono arrivati al punto estremo, al «muro della vergogna», con la diminuzione delle indennità, l’aumento di due anni dell’età pensionabile e con l’invenzione di soluzioni alternative a problemi altrimenti insolubili, come quello di evitare la scure sugli stipendi di giudici, generali e poliziotti.

Parallelamente l’Europa ha dato segni di risveglio. In primis con la mossa di Draghi (che se fosse stata fatta, come era giusto, due anni fa, ora le cose sarebbero molto diverse) e secondariamente domando la bisbetica frau Merkel. Per il momento, questa svolta al timone della Bce non porterà alla Grecia i vantaggi immediati dell’Italia e della Spagna. Ma l’onda lunga già partita dagli altri paesi mediterranei arriverà tra un paio d’anni anche nelle nostre spiagge. Questa è una prospettiva che crea quell’ottimismo finora mancato. Nel nostro paese, ora che le mucche non hanno più latte da offrire al mungitore/esattore, l’attenzione dei veterinari incaricati della salvezza del paese (cioè i nostri creditori attraverso la troika) si è concentrata sui tori. Notoriamente i tori da monta, ma anche i galli, corrispondono all’1% di mucche o galline. Costoro, i grandi capitalisti (per chiamarli con il loro vero nome) hanno spostato i loro soldi all’estero, in particolare nel paese di Guglielmo Tell, altrimenti detto Svizzera. Ignoti depositanti greci tengono in Svizzera settanta miliardi di euro: due volte il deficit del paese.

Prima però di arrivare a un accordo tra la Grecia e la Svizzera per tassare questi depositi, come ha fatto due anni fa la Germania, lor signori hanno già iniziato a spostare i loro capitali dalla Svizzera verso altri paradisi, magari asiatici. In questo modo, se ci saranno ulteriori ritardi nella conclusione dell’accordo, nel prato fiorito svizzero ci rimarrano solo le ortiche e i cardi spinosi, che, com’è noto, vanno bolliti per ottenere un decotto che dà grande sollievo alle disfunzioni epatiche e ad altri malanni del corpo umano. Ma solo a loro. Divento mio malgrado ironico perché so quello che noi tutti sappiamo, cioè che il denaro non ha patria. Ma quando la patria non ha il denaro necessario per rimanere patria, allora a che serve la parola patriota (a meno che non si riferisca ai missili Patriot), a che servono la bandiera, l’inno nazionale, la lingua, la Chiesa ortodossa d’Oriente e tutto quello che è compreso nella parola «greco»? Arriviamo così a quello che disse il poeta premio Nobel Giorgos Seferis: «Hellas vuol dire disgrazia» (Hélas in francese, con una l).

Ed è veramente questa la situazione in cui ci troviamo: nella «disgrazia». Quello che si sente continuamente nelle tragedie antiche: ahimè e ahinoi! Uccisioni, incesti, stragi, che comunque alla fine portano sempre all'antica catarsi. È proprio questa catarsi che si aspetta il popolo greco, quella che solo un deus ex machina può portare, visto che i nostri antichi antenati, i tragediografi, sono defunti da 2.500 anni. Ma il deus ex machina che ci hanno lasciato in eredità le loro opere rimane ancora la soluzione che porta alla salvezza.

P.S.: Molti amici stranieri mi rivolgono domande su Alba Dorata. Come ha fatto la malapianta a crescere? Io rispondo che, nei periodi più difficili della nostra storia, c’era sempre un 5% che svolgeva lo stesso ruolo svolto ora dai baldi giovani di Alba Dorata. Nel 1931 c’era l’organizzazione Eee che attaccava gli ebrei greci. Durante l’occupazione delle potenze dell’Asse, c’erano i Battaglioni di Sicurezza e il gruppo X. Durante la dittatura dei colonnelli avevamo i delatori senza nome. E ora abbiamo Alba Dorata che è cresciuta nei quartieri più sensibili grazie alle sue “opere caricatevoli” e all’assenza dello stato. Se la prendono con i pachistani, gli srilankesi, con quelli scuri di pelle. L’unica differenza con il Ku Klux Klan è che loro dispongono di seggi nel Parlamento degli Elleni, nel paese in cui è nata la democrazia. Involontariamente però svolgono anche quella funzione di cui parlavo prima, di deus ex machina che risveglia l’elleno dal letargo in cui era caduto per ben 35 anni di benessere in prestito e di un’apparente agiatezza ad altissimi tassi d’interesse.

Traduzione dal greco di Dimitri Deliolanes