L’euro, moneta tedesca

Maurizio Lazzarato

L’ordoliberalismo è sicuramente una delle innovazioni politiche principali che stanno all’origine della costruzione delle istituzioni europee. La logica della governamentalità europea sembra costruita sul modello ordoliberale. Il suo metodo di far emergere lo “Stato” dall’“economia” è applicato quasi alla lettera. È questa la ragione per cui si può affermare che l’euro è una moneta tedesca. Essa è l’espressione della potenza economica tedesca, ma occorre anche sottolineare che la potenza economica è inseparabile dalla riconfigurazione dello Stato come “Stato economico”, come “Stato sociale”.

L’euro è l’espressione di un nuovo capitalismo di Stato in cui è impossibile separare “economia e politica”. La propaganda dell’informazione e degli esperti ci fa capire quanto sia assurdo il progetto della moneta unica, dal momento che occorrerebbero un’autorità politica, uno stato (o un centro di potere assimilabile) e una comunità politica per legittimare e fondare una moneta. L’euro ha operato e opera in senso inverso, partendo dall’economia, da cui la sua inevitabile debolezza e fallimento. Questo punto di vista riproduce delle analisi del capitalismo di Stato del XIX secolo e non riesce a cogliere le novità presupposte e la dinamica del capitalismo di Stato della seconda metà del XX secolo inventata e praticata dagli ordoliberali. La costituzione è scritta dall’economia, come direbbe Schmitt, lo Stato è creato dall’economia, come direbbero gli ordoliberali.

I pro-europei alla Cohn-Bendit, per contro, vorrebbero farci credere che la moneta unica è una misura assolutamente originale di superamento dello Stato-nazione. In realtà, come i sovranisti, essi non colgono ciò che è in gioco con l’euro, ossia la costruzione di un nuovo spazio di dominazione e di sfruttamento del capitale. La governamentalità europea cerca di costruire uno spazio e una popolazione di dimensioni adeguate al mercato mondiale. Lo Stato-nazione non rappresenta più né un territorio né una popolazione in grado di realizzare questo progetto capitalistico.

Claire Fontaine, Capitalism Kills Love (2008)

Contro i sovranisti occorre dunque affermare che il metodo non è assurdo e, contro i pro-europei, che è un metodo di potere e di sfruttamento neoliberista, una strategia adeguata alle nuove condizioni del capitalismo di Stato. Un capitalismo di Stato neoliberista che cerca uno spazio diverso dalla Nazione, una “comunità diversa” dalla società nazionale per costituirsi. Le istituzioni europee seguono l’insegnamento degli ordoliberali: lo Stato non è un presupposto dell’economia (e della moneta), ma un loro risultato. Più precisamente, lo Stato è una delle articolazioni di questo nuovo dispositivo di potere capitalista che esso contribuisce fortemente a creare e a mantenere. Questo progetto non mira all’unità e alla coesione dell’Europa, alla solidarietà dei suoi popoli, ma a un nuovo dispositivo di comando e di sfruttamento e dunque di divisione di classe. [...]

Il capitale ha ancora bisogno della “sovranità” della moneta statale per organizzare le operazioni di riconoscimento e di validità o di non riconoscimento e di non validità dei debiti che stiamo subendo. La finalità di questo nuovo dispositivo di potere a più teste, non è più quello dell’“emancipazione radicale dell’economico rispetto al politico”, in modo da “isolare la sfera economica da ogni perturbazione esterna, principalmente politica”. [...]

La crisi mostra, al contrario, che la riorganizzazione dei dispositivi di potere supera e integra i dualismi dell’economia e della politica, del privato e del pubblico, dello Stato e del mercato ecc., dispiegando una governamentalità a più entrate. Il potere del capitale è trasversale all’economia, alla politica e alla società. La governamentalità si definisce precisamente come tecnica di connessione e ha il compito principale di articolare, per il mercato, il rapporto tra l’economia, la politica e il sociale. La governamentalità neoliberista non è più una “tecnologia dello Stato”, anche se lo Stato vi gioca un ruolo molto importante. Foucault aveva reagito ai numerosi critici secondo i quali la sua teoria del potere non comprendeva una teoria dello Stato, affermando che la governamentalità “starebbe allo Stato come le tecniche di segregazione stavano alla psichiatria, le tecniche disciplinari al sistema penale, la biopolitica alle istituzioni mediche”.

Claire Fontaine, P.I.G.S. (2011)

Dagli anni Settanta assistiamo a ciò che si potrebbe chiamare una “privatizzazione” della governamentalità. Essa non è più esercitata esclusivamente dallo Stato, ma da un insieme di istituzioni non statali (banche centrali, “indipendenti”, mercati, agenzie di rating, fondi pensione, istituzioni sovranazionali ecc.), in cui le amministrazioni dello Stato non costituiscono che una articolazione importante, ma solo una articolazione. Questo funzionamento può essere esemplificato attraverso l’azione della Troika (Commissione europea, Banca centrale europea e Fondo monetario internazionale) nella crisi. In un primo tempo lo Stato e le sue amministrazioni non solo hanno favorito lo sviluppo della “privatizzazione”, ma l’hanno attuata. Così come hanno attuato la liberalizzazione dei mercati finanziari e alla finanziarizzazione dell’economia e della società. In un secondo tempo le stesse amministrazioni hanno assunto le modalità di gestione dell’impresa privata per la gestione dei servizi sociali e dello Stato sociale.

La crisi ci mostra in tempo reale la costituzione e l’approfondimento di un processo che Deleuze e Guattari chiamano “capitalismo di Stato”. L’intreccio tra Stato e mercato, tra politica ed economia, tra società e capitale è stato spinto ancora oltre approfittando del crollo finanziario. La gestione “liberale” della crisi non esita a includere uno “Stato minimo” come uno dei dispositivi della sua governamentalità. Per liberare i mercati, essa incatena la società, intervenendo in modo massiccio, invasivo e autoritario sulla vita della popolazione e pretendendo di governare ogni “comportamento”. Se, come ogni forma di liberismo, essa produce le “libertà” dei proprietari, ai non proprietari riserva un surrogato della già debole democrazia “politica” e “sociale”.

Anticipiamo un brano tratto dal nuovo libro di Maurizio Lazzarato, Il governo delle disuguaglianze, in libreria da domani per ombre corte

Pechino a congresso

Simone Pieranni

In Cina è in corso il diciottesimo Congresso del Partito Comunista, che si conclude oggi 14 novembre. Si tratta di un evento storico per diversi motivi: in primo luogo per il passaggio dalla quarta alla quinta generazione di leader. Dai tecnocrati, il potere passa nelle mani di politici che hanno vissuto la Rivoluzione Culturale in modo spesso tragico, o da guardia rossa o da figlio di perseguitato politico, che hanno studiato in Master internazionali e che si ritrovano a gestire la seconda potenza economica mondiale, in un clima di crisi globale. È storico anche perché per la prima volta nella sua vita il Partito è arrivato al Congresso dopo una feroce battaglia interna, diventata pubblica dopo la clamorosa caduta, epurazione e infine espulsione di Bo Xilai.

L'ex leader di Chonging è stato capace di attirare intorno a sé una frangia di opinione pubblica, intellettuali e funzionari definiti «neo maoisti», creando un grave problema per Pechino, sempre più orientata a una gestione collegiale, collettiva, e poco propensa a un ritorno al passato maoista. Bo Xilai, a seguito di uno scandalo che ha coinvolto anche la moglie condannata all'ergastolo per l'omicidio di un britannico, sospettato di essere una spia, è stato epurato come nelle migliori tradizioni del Partito, accusato di violazioni disciplinari e altri crimini.

Secondo molti osservatori il suo siluramento politico è stato dovuto anche alla creazione da parte del «principino rosso» del cosiddetto «Modello Chongqing»: una forma di sviluppo capace di attrarre investimenti stranieri, molti strappati a Pechino e Shanghai, e una politica sociale fatta di alloggi popolari, sostegno alle fasce più povere con un intervento massiccio dello Stato, unite a una retorica e nostalgia maoiste e a una feroce campagna contro le triadi locali. «Canta il rosso picchia il nero» è il motto di Bo Xilai, capace di crearsi un seguito popolare come nessun altro attuale leader cinese. Troppo ego per i burocrati pechinesi.

La caduta di Bo però ha alzato un polverone: se prima di Bo Xilai eravamo abituati a leggere le storie interne del PCC come uno scontro tra «principini» e «tuanpai», gli appartenenti alla Lega dei Giovani Comunisti, oggi tutto appare più sfumato: rimangono i principini, figli dell'aristocrazia cinese, divisi tra cricca di Shanghai, con a capo il vecchio Jiang Zemin, quelli fedeli al nuovo e futuro presidente Xi Jinping, i neomaoisti, che nonostante le epurazioni sembrano ancora forti, i riformisti che seguono Wen Jiabao, la Lega fedele a Hu, e i riformisti liberali più vicini a Wang Yang, che gli ultimi rumors danno però fuori dall'Ufficio Politico.

Fazioni politiche unite dalla stessa visione partitocentrica, ma che si dividono sull'economia. Durante il congresso infatti è emerso chiaramente che nell'ambito del partito comunista cinese si danno due tendenze trasversali, riassumibili in uno scontro aperto tra chi sostiene le grandi aziende di Stato e chi invece spinge per liberalizzazioni in molti settori. Secondo dati ufficiali ripresi dalla Reuters, le State-owned enterprise (Soe) pesano ancora per oltre la metà della produzione e dell’occupazione nazionale in Cina. Nel Partito c'è chi spinge per liberalizzazioni ma c'è altresì una sacca di resistenza molto importante da parte di chi sulle industrie di Stato ha campato e si è arricchito.

Nell’ultima ondata di riforme delle aziende di Stato negli anni Novanta, vennero istituite società per azioni a partecipazione statale e molte sono state quotate in borsa. Le aziende di Stato subirono un cambiamento radicale, passando da grosse perdite a grandi profitti. Tuttavia, studi di economisti cinesi dimostrano che i profitti delle aziende di Stato «provengono principalmente da politiche favorevoli di cui godono per ottenere terreni, prestiti, sussidi governativi e altri vantaggi». Nel 2008 i dipendenti delle aziende statali monopolizzate - energia, elettricità, telecomunicazioni e tabacco - rappresentavano solo l’8% dell’occupazione totale nazionale, mentre i loro stipendi pesavano per il 50% del paese intero.

Lo scontro è aperto, quindi, con un dato importante da considerare. Attualmente, nel comitato centrale del Partito ci sono infatti 23 tra amministratori delegati e presidenti di grandi Soe. Ed ecco l’importanza del Congresso: le nomine infatti non saranno solo apicali, ma sulla base di chi guadagnerà posti rilevanti, a cascata, seguiranno altre nomine. Se l’equilibrio cambia, la Cina potrebbe riservare alcune sorprese inaspettate, come sperano i liberali, con le inevitabili ricadute per l'economia del paese e quella mondiale.