Onde lunghe – e pericolo iceberg

referendumG.B. Zorzoli

Negli ultimi cento anni tre sono state le maggiori crisi europee. La grande guerra 1914-1918 lasciò un continente stremato, con la generazione di mezzo decimata, stati enormemente indebitati e alle prese con la non facile riconversione dell’industria bellica, gonfiatasi oltre misura. Per di più alla fase precedente il conflitto, che aveva vissuto la novità di una prima, parziale globalizzazione, si era sostituita una chiusura nazionalistica, aggravata dall’umiliazione di trattati di pace simili a diktat, subìta dai paesi sconfitti, e dalle tensioni derivanti dalla definizione dei nuovi confini. La proposta vincente fu il fascismo in Italia, il nazismo in Germania, Salazar in Portogallo, Franco in Spagna, e regimi sostanzialmente autoritari nella penisola balcanica. Ne rimasero esenti il Regno Unito e i paesi scandinavi. L’alternativa di sinistra ai vecchi gruppi dirigenti aveva già perso credibilità quando, all’inizio del conflitto, i partiti socialisti francese e tedesco avevano votato i crediti di guerra e quello italiano aveva pensato, furbescamente, di cavarsela con lo slogan «né aderire, né sabotare». L’incapacità di gestire la crisi postbellica e la lotta fratricida contro i socialdemocratici, scatenata dai neonati partiti comunisti, fece il resto. Il prezzo per liberarsi dal nazifascismo fu altissimo: una seconda guerra mondiale, da cui l’Europa uscì spaccata in due.

Meno drammatiche, ma altrettanto preoccupanti sotto il profilo economico-sociale, furono le conseguenze delle due crisi petrolifere degli anni Settanta, che tra fine 1973 e 1979 videro il prezzo del greggio moltiplicarsi per venti. In un’Europa, molto più oil dependent di oggi, per descrivere quanto stava accadendo si dovette inventare un neologismo: stagflazione, stagnazione più inflazione a due cifre. In questo caso il retroterra erano però il ’68 e le lotte operaie degli anni precedenti. Gli effetti politici della crisi furono quindi la caduta delle dittature greca, portoghese e spagnola, il successo del PCI nelle politiche del 1976, la vittoria di Mitterrand, sostenuto da socialisti e comunisti, nel 1981, quando per la prima volta dal 1958 i gollisti vennero estromessi dal potere.

Il successo di Mitterrand fu il canto del cigno di quella stagione. Alla fallimentare politica del PCI, che seppe solo garantire l’appoggio subalterno a monocolori democristiani, si aggiunse la rinuncia del presidente francese ad attuare il programma proposto ai cittadini francesi. Contemporaneamente la vittoria della Thatcher nel Regno Unito e di Reagan in USA rilanciarono politiche neoliberiste, che rapidamente vennero fatte proprie anche dalla maggior parte della sinistra europea. Quali erano, ad esempio, vent’anni fa, le stelle polari del neonato governo italiano di centro-sinistra? Tony Blair, che in Gran Bretagna aveva continuato imperterrito la politica thatcheriana, e Bill Clinton che, rimuovendo gli ultimi dei vincoli posti da Roosevelt al funzionamento dei mercati finanziari, aveva completato la politica avviata da Reagan e creato le condizioni per l’innesco della crisi finanziaria 2007-2008.

È quindi comprensibile che condizioni molto simili a quelle presenti dopo la prima guerra mondiale stiano producendo effetti analoghi. La rabbiosa protesta anti-establishment e anti-globalizzazione ha fatto prima vincere la Brexit e ha ora portato Trump alla Casa Bianca, creando una profonda spaccatura, non facilmente sanabile, in entrambi i paesi; nella società americana, senza precedenti dai tempi della guerra civile.

Questa volta l’onda lunga della rivolta è iniziata nelle due nazioni che, nelle altre due circostanze, erano rimaste alla finestra, salvo poi intervenire in modo risolutivo: con le armi della guerra nel primo caso, della controriforma economica nel secondo. La Brexit, ma soprattutto la vittoria di Trump avranno indubbiamente un forte impatto sulle elezioni europee del 2017, in particolare su quelle francesi: non si può infatti escludere che l’onda lunga della rivolta anti-establishment e isolazionista porti alla vittoria della Le Pen. In tal caso, l’assetto comunitario ne sarebbe sconvolto. Se si arrivasse alla Frexit, una Merkel, presumibilmente indebolita dai risultati delle elezioni tedesche e privata della coperta formale di una partnership a due con la Francia, avrebbe enorme difficoltà a tenere insieme i cocci, che stanno crescendo ancor prima delle tornate elettorali dell’anno prossimo.

In Bulgaria e in Moldova hanno appena vinto i due candidati filorussi. Il prossimo 4 dicembre, il successo alle presidenziali austriache dell’ultrareazionario Norbert Hofer è quasi una certezza matematica. Lo stesso giorno si voterà in Italia sulla proposta di riforma costituzionale. Ci arriviamo dopo uno scontro, più che un confronto, tra i fautori del sì e del no; rispetto ai passeggeri del Titanic, la differenza è meramente comportamentale: allora si ballava, oggi si litiga.

L’iceberg, però, incombeva allora come incombe oggi. E sarebbe bene ricordare che nel secolo scorso lo scontro tra comunisti e socialdemocratici venne superato, con la creazione dei Fronti popolari contro il nemico comune, solo nel 1934: si è chiuse la stalla solo quando, con Hitler al potere, i buoi erano già scappati. E che, anche se il personaggio non ci piace, il nemico comune oggi non è Renzi.

La cerimonia dell’innocenza è annegata. Quindici anni dopo Genova

Franco Berardi Bifo

Things fall apart; the centre cannot hold;

Mere anarchy is loosed upon the world,

The blood-dimmed tide is loosed, and everywhere

The ceremony of innocence is drowned;

The best lack all conviction, while the worst

Are full of passionate intensity.

Yeats, The Second Coming

Fine del thatcherismo

Quindici anni dopo Genova, quando il globalismo neoliberista festeggiò sanguinosamente il suo trionfo, molti segnali fanno pensare che tutto stia precipitando: il dominio neoliberista, che ha garantito un equilibrio di potere a livello globale, sta franando, e la guerra civile frammentaria si espande in ogni area del pianeta, fino a coinvolgere gli Stati Uniti d’America dove la diffusione capillare di armi alimenta la quotidiana mattanza di cui gli afro-americani sono la vittima privilegiata.

I segnali si moltiplicano, ma come interpretarli? Quale tendenza intravedere?

E soprattutto come ricomporre l’autonomia sociale, come proteggere la vita e la ragione dalla follia omicida che il capitalismo finanziario ha attizzato e il fascismo nelle sue varianti nazionaliste e religiose sempre più spesso aggredisce?

Il 2 luglio del 2016, pochi giorni dopo il referendum che ha sancito l’uscita della Gran Bretagna dall’Unione europea, l’Economist testata che ha sempre entusiasticamente appoggiato le politiche neoliberiste – dichiara improvvisamente e drammaticamente la disintegrazione del processo di globalizzazione. In un editoriale intitolato The politics of anger, sulla rivista, che in copertina mostra un paio di mutande con i colori della bandiera inglese e il grido punk Anarchy in the UK, possiamo leggere (con un certo sbalordimento): «dall’America di Trump alla Francia di Marine Le Pen, moli sono arrabbiati. Se non trovano una voce nelle forze di governo finiranno per farsi ascoltare uscendo dal sistema. Se non credono che l’ordine globali funzioni per loro il Brexit rischia di diventare solo l’inizio di un disfacimento della globalizzazione e della prosperità che essa ha creato».

La rabbia degli esclusi dalla globalizzazione, aggiunge l’Economist, è giustificata. «Coloro che propongono la globalizzazione, compreso il nostro giornale, debbono riconoscere che i tecnocrati hanno fatto degli errori e la gente comune ha pagato il prezzo. La scelta di dar vita a una moneta europea è stata una scelta tecnocratica che ha prodotto stagnazione disoccupazione e ora sta distruggendo l’Europa. Elaborati strumenti finanziari hanno confuso i regolatori, rovinato l’economia mondiale e hanno finito per far pagare ai contribuenti il salvataggio delle banche».

Confesso che non mi sarei mai aspettato un’autocritica da parte della rivista che ha sempre con arroganza propagandato le politiche neoliberali. E invece: «Mentre il prodotto americano è cresciuto del 14%, i salari medi sono cresciuti solo del 2%. I liberali credono nei benefici di una rinuncia alla sovranità per il bene comune. Ma come mostra il Brexit, quando la gente sente di non controllare la propria vita e di non ricevere i frutti della globalizzazione, colpisce duro. E l’Unione europea è diventata un obiettivo».

È dunque finita l’epoca neoliberista? È dunque prossimo il crollo del capitalismo globalista? Le cose non sono così semplici. Nessuno ha idea di come sostituire le politiche neoliberali, nessuno ha in mente un modello sociale che possa prendere il posto della dittatura dei mercati che negli ultimi quattro decenni, partendo proprio dallInghilterra della Thatcher, ha trasformato la società il lavoro e la politica. Inventare un processo di fuoriuscita dal capitalismo è il compito gigantesco che attende l’intelligenza autonoma. Mentre intorno infuria la guerra.

Una bomba a orologeria

Il Brexit fa paura per tante ragioni: perché spalanca le porte del nulla di fronte all’Unione europea, perché rende possibile uno sgretolamento dello stesso Regno Unito, perché apre prospettive recessive all’economia globale che già si trova in condizioni di stagnazione e sovrapproduzione deflattiva. Ma anche, e forse soprattutto, perché l’Inghilterra è stata negli ultimi due secoli l’avanguardia del capitalismo mondiale: lì iniziò l’offensiva neoliberista, perché quando qualcosa accade a Londra ben presto gli effetti si fanno sentire dovunque. Prima di tutto si fanno sentire negli Stati Uniti, dove nel 1980 Ronald Reagan importò le politiche thatcheriane, e dove oggi si svolge una campagna elettorale dominata dalla ridicola figura di Donald Trump.

Forse anticipando la futura vittoria trumpista, all’inizio di luglio il presidente Obama ha partecipato a Varsavia a un vertice NATO di cui non si è parlato abbastanza. In questo vertice si sono prese decisioni che possono portare l’Europa sull’orlo di un abisso militare. Dopo aver dispiegato 25.000 soldati NATO nell’esercitazione Anaconda, in Polonia, ora la NATO decide di schierare permanentemente truppe nei paesi Baltici, in un’area in cui la più piccola provocazione potrebbe portare a due esiti: il confronto militare con la Russia di Putin, o il disfacimento della NATO. Il colpo di stato in Turchia mostra che quel paese è diventato un terreno di scontro tra Russia e NATO. Sconfitti i generali filo-americani, Erdogan trasforma il paese in una dittatura islamista e fascista, e stringe un patto con Putin.

Perduta la motivazione originaria, la NATO è oggi una fragile architettura che rischia di intrappolare l’Europa. Lo scrive il tedesco Jochen Bittner in un articolo dal titolo Does NATO still exist? (Sul New York Times dell’8 luglio): «La NATO tenta di contrastare il suo declino col suono delle sciabole più pesanti. Il suo gruppo dirigente vuole fare degli stati baltici quel che un tempo era Berlino Ovest: un detonatore nucleare». Il vertice di Varsavia, poi il colpo di Stato in Turchia: la NATO è ormai una bomba a orologeria la cui esplosione può avere effetti inimmaginabili.

Estate nera in America

Mentre in America inizia la campagna elettorale, un’impressionante successione di omicidi razzisti, che suscitò nell’autunno 2014 il movimento Black lives matter, porta la popolazione afro-americana a un tale grado di esasperazione che nelle manifestazioni si grida: «Kill the police», e a Dallas un ragazzo nero di nome Micah, addestrato alla guerra in Afghanistan, ha sparato sui poliziotti uccidendone cinque. Confesso che dopo aver ricevuto le prime informazioni sulla strage di Dallas, quando ancora circolava la notizia che si trattasse di un gruppo armato, ho pensato che dopo tanti anni si ripresentasse sulla scena un’organizzazione rivoluzionaria armata come il Black Panther Party dei primi anni Settanta. La realtà si è rivelata ben presto più banale. Nessuna azione collettiva armata, ma il solito atto di disperazione suicida, simile ai tanti che da Columbine in poi punteggiano la vita di un paese in cui chiunque può procurarsi armi micidiali perché la National Rifle Association possa incrementare i suoi profitti.

La reazione dell’establishment è stata di un’ipocrisia rivoltante. Dicono che l’azione di Micah Jones avrà il risultato di far perdere al movimento la sua influenza e i risultati che aveva acquisito. Ma quale influenza e quali risultati? Da Ferguson in poi il movimento è cresciuto, ha marciato in tutte le città del paese, ma lo stillicidio di omicidi razzisti polizieschi non ha mai rallentato il suo ritmo.

All’inizio di luglio molti si sono chiesti se si tratti dell’inizio di un’insurrezione nera, simile alle rivolte che da Newark a Watts a Detroit segnarono in maniera indimenticabile gli anni Sessanta americani. Io direi di no.

Negli anni Sessanta e Settanta la rivolta nera faceva parte di un movimento che si dispiegava in ogni area del mondo e si prefiggeva di trasformare i rapporti sociali in senso progressista e rivoluzionario, e che riuscì effettivamente a migliorare le condizioni di vita di milioni di persone, tra cui naturalmente la popolazione afro-americana. Purtroppo quel movimento mondiale antiautoritario e socialista fu sconfitto dalla controrivoluzione capitalistica. Quel che è accaduto, dagli anni di Thatcher in poi, è noto: distrutto il movimento dei lavoratori con l’attiva collaborazione degli infami partiti della sinistra, il capitalismo finanziario ha potuto liberamente devastare l’ambiente, la vita sociale e l’equilibrio psichico dell’umanità. Qualcuno aveva detto: Socialismo o barbarie. Il socialismo è stato sconfitto. E la barbarie avanza inarrestabile.

Il movimento nero che un tempo gridava Black power ora implora Black lives matter. Queste parole sono il segno di una sconfitta gigantesca. Fate di noi qualunque cosa, ma per favore non ammazzateci.

Razzismo bianco Fascismo islamista Guerra civile globale

I lavoratori sono stati ricattati, precarizzati, impoveriti, e non hanno più alcuno strumento per difendersi. Perduta ogni possibilità di emancipazione e di organizzazione, oggi si aggrappano disperatamente alla sola forma di identità che gli rimanga: l’appartenenza etnica, religiosa o nazionale. Rotta la solidarietà internazionalista la disperazione si aggruma in forma identitaria, e il fascismo si ripresenta. Non siete operai sconfitti, ma popolo – questo dice il fascismo. E i popoli fanno la guerra, perché è la sola cosa che sanno fare.

L’eredità di secoli di colonialismo e di schiavismo si ripresenta oggi in tutto il mondo. Per i popoli colonizzati, depredati, sottomessi a schiavitù, la sola ribellione è la vendetta armata. L’islamismo radicale è l’avanguardia di questa vendetta. La migrazione di massa dal sud al nord del mondo è la conseguenza dell’irrisolta eredità coloniale, e delle nuove guerre che la vendetta armata non fa che alimentare.

E intanto l’impoverimento dei lavoratori bianchi d’Europa e d’America alimenta unonda di razzismo sociale e di nazionalismo i cui effetti sono il Brexit e lo sgretolamento dell’Unione. Numericamente declinanti, i bianchi invecchiano, mentre le popolazioni colonizzate, più giovani e demograficamente crescenti, premono alle frontiere. C’è una sorta di frustrato supremachismo al fondo dell’inconscio bianco, che si oppone al supremachismo aggressivo dei popoli che cercano vendetta. Esiste una possibilità di evitare che lo scontro tra razzismo supremachista e pressione aggressivamente disperata dei popoli colonizzati si risolva in una carneficina globale? Esisteva, e si chiamava socialismo. Quella possibilità stata cancellata e quello che rimane è barbarie, razzismo e la guerra civile globale.

L’eredità del colonialismo

Secoli di oppressione coloniale impoverimento e deportazione della forza lavoro stanno presentando il conto. Solo una cultura internazionalista renderebbe possibile la necessaria redistribuzione delle risorse, e solo una politica egualitaria e socialista può rendere possibile l’internazionalismo. La sconfitta del movimento operaio (di cui è responsabile la sinistra convertita al liberismo) ha distrutto quella possibilità aprendo le porte dell’inferno. Ora siamo all’inferno e non si vede via d’uscita.

La pressione migratoria sulle frontiere europee continuerà e l’Unione europea reagisce da potenza coloniale. Un documento della Commissione europea dell’inizio del giugno 2016 sostiene che entro il 2025 occorrono 83 milioni di lavoratori ad alta qualificazione, che l’Europa in calo demografico (e in piena descolarizzazione) non è in grado di fornire. Di conseguenza il documento afferma che occorre favorire l’afflusso di lavoratori qualificati dal sud del mondo. Gli altri crepino in mare o nelle mani di Erdogan. I paesi poveri verranno ulteriormente impoveriti dal drenaggio di cervelli mentre aumenteranno le forze del terrore.

L’Unione Europea è un morto che cammina.

Il sistema bancario europeo (Deutsche Bank in testa) batte cassa di nuovo, per l’ennesima volta. Naturalmente il sistema bancario otterrà quel che vuole e la società europea pagherà, per l’ennesima volta. La sinistra francese, sprofondata nell’abiezione morale, impone un salto di qualità nella precarizzazione del mercato del lavoro e cancella le 35 ore. Si tratta delle ultime battute di un ceto politico infame, che si segnala soltanto per la sua incultura e il suo servilismo. Presto penzoleranno sulla forca che i fascisti gli stanno preparando in Francia come in Austria come altrove: dovunque.

Questi sono gli attori sulla scena europea: il ceto finanziario predatorio e questuante e il nazional-socialismo montante. I governi sono ridotti a ripetere bofonchiamenti sulla democrazia e la crescita imminente. Che farà Merkel ora che il suo beniamino Erdogan provoca un colpo di stato per eliminare definitivamente ogni parvenza di democrazia? Concederà il visto ai turchi per ottenere che l’assassino ospiti i migranti siriani che i popoli europei non sono disposti ad accogliere?

L’orrore

In una sorta di crescendo dell’orrore, la demenza islamo-fascista lancia attacchi contro la vita quotidiana nelle città europee, mediorientali e asiatiche. La carneficina nizzarda compiuta dal macho fallito Mohamed Lahouaiej Bouhlel giunge contemporanea alla notizia che il signor Manuel Barroso, presidente della Commissione Europea tra il 2004 e il 2014 (massima autorità del morto che cammina) è ora ufficialmente dipendente dell’agenzia finanziaria Goldman Sachs, un organismo internazionale al cui confronto Bouhlel appare come un dilettante, nell’arte del massacro.

Conclusione

Come scriveva Yeats nel 1919:

La marea insanguinata s’innalza e dovunque

La cerimonia dell’innocenza è annegata.

I migliori mancano di ogni convinzione mentre i peggiori

Sono pieni di intensità appassionata.

La resistenza può oggi organizzarsi soltanto in forma marginale: la società è paralizzata, incapace di difendere i suoi interessi e i suoi diritti. In Italia si gioca a fare i referendum, come se il problema fosse la forma della democrazia, quando è del tutto evidente che la democrazia è un arnese da tempo spuntato, privo di ogni efficacia e credibilità. Al referendum d’autunno andrò comunque a votare, non perché me ne importi delle forme della democrazia: voterò perché voglio che il governo Renzi crolli, e si acceleri il crollo di quel che resta dell’Unione.

Solo allora la società comincerà a porsi il problema della solidarietà, dell’autorganizzazione e della fuoriuscita dal cadavere del capitalismo.

Il prossimo decennio sarà dominato da una guerra sempre più sanguinosa e devastante. Chi non lo vede è in pericolo. Chi cerca di negarlo è pericoloso. Chi lo sa cominci a costruire le strutture della solidarietà che serviranno a sopravvivere, e a ragionare sulle forme di una società egualitaria, per ritornare un giorno a vivere. Forse.

17 luglio 2016

Speciale: Post-Brexit

British-hot-air-balloon_330x400Nello speciale:

  • Emanuela Patti, Goodbye Britain. L'ospite inatteso di un teorema chiamato globalizzazione
  • Florian Mussgnug, In difesa del melodramma. Meno paternalismo e più dibattito, please

Good Bye, Britain!

L’ospite inatteso di un teorema chiamato globalizzazione

Emanuela Patti

Quello del 24 giugno è stato un risveglio alla Good Bye, Lenin! Aprire gli occhi in quella che ormai da anni molti di noi hanno eletto come «casa» e non riconoscere più il luogo, la gente, certi valori culturali condivisi con gli altri tutti i giorni, da anni, e che fanno ormai parte del nostro DNA. Per giorni la sensazione è stata quella di essere al funerale di uno dei tuoi migliori amici, morto suicida — in questi termini ne ha anche parlato l’ambasciatore Terracciano a Londra. Stesso mal di testa e senso di confusione, stessa voglia di piangere improvvisamente sulla metro, sveglia improvvisa alle 4.30 per diversi giorni, più o meno l’ora in cui era stato comunicato l’esito del referendum quel venerdì, per scorrere le notizie di Twitter e trovare poi altri amici e colleghi ugualmente svegli e che stavano facendo lo stesso: leggere articoli su articoli per cercare di dare un senso all’incomprensibile delirio politico che stava accadendo e che pareva estraneo a quell’«ordine delle cose» con cui eravamo abituati a vivere in questo Paese.

Questi sono gli appunti che presi in quello stato confusionale dei primi giorni che ha seguito l’esito del referendum del 23 giugno. Riflettono in buona parte uno stato psicologico condiviso da molti nelle prime settimane, come conferma anche la testimonianza di Ian McEwan pubblicata sul Guardian del 9 luglio: uno sgomento generale provocato dal fatto che un certo ordine delle cose fosse stato completamente stravolto nel giro di una nottata da un plebiscito di dubbio proposito e riconoscimento legale, tramato dai Tories per risolvere scissioni interne e propagandato attraverso lo Ukip di Farage con una serie di menzogne populiste. Fuggiti dalla scena quasi tutti i principali responsabili del «pasticciaccio», la realtà con cui ci tocca fare i conti oggi è quella della rigida Theresa May e della sua controparte farsesca, Boris Johnson, anticipazione di una probabile nuova ondata di thatcherismo.

In Good Bye, Lenin!, film del 2003 diretto da Wolfang Becker, Christiane si risveglia dopo otto mesi di coma durante i quali erano stati spazzati via, con il Muro, quarant’anni di socialismo. Per attenuare il suo trauma, il figlio Alex preserva per lei uno stato di normalità DDR. A noi non è stato concesso lo stesso edulcorato trattamento della signora tedesca. È bastata una sola notte, quella del 23 giugno, per metterci di fronte alla fine di quarant’anni di storia europea del Regno Unito. In un sistema culturale, politico ed economico basato da decenni sull’interdipendenza, non si può davvero parlare di innalzamento di un nuovo Muro ma piuttosto di un mattone portante sfilato via da una parete costruita insieme. Il risultato è una «frantumazione multipla» (G.B. Zorzoli), prima tenuta salda da quella doppia, per quanto fragile, unione tra le parti (il Regno Unito dentro l’Europa Unita), a sua volta ben mascherata da quella proiezione virtuale che chiamiamo «globalizzazione».

Trattandosi di un ordine delle cose plurale, fatto di interconnessioni complesse, un po’ come in Teorema di Pier Paolo Pasolini per ciascuno di noi l’arrivo dell’Ospite inatteso ha significato la fine di una qualche illusione di realtà, con cui da anni si era stretto un «patto narrativo». A quasi un mese dal referendum, quello che resta al netto delle prime emozioni è la consapevolezza che Brexit ha fatto esplodere tutta una serie di bolle e contraddizioni di cui è fatta una società neo-liberale, pseudo-globalizzata e super-diversificata come quella britannica.

Inutile andare a cercare una sola Ragione dominante che ha causato una rottura tanto brusca: la rivolta delle working class abbandonate dai Laburisti, il voto dei vecchi a scapito dei giovani che non vanno a votare, la vendetta delle province escluse dalla globalizzazione, il grande divario che separa le élites delle migliori università del mondo e il resto della popolazione locale che in qualche modo riflette un sistema educativo fortemente classista et cetera, et cetera. Il comune denominatore, nonché il cuore dei problemi qui elencati, resta a tutti i livelli — sociale, culturale, economico, politico — la difficile e faticosa integrazione di parti diverse non comunicanti in una società di matrice neo-liberale. Questo è il dark side della globalizzazione. Laddove Brexit ne rappresenta il crollo «simbolico», i fatti di Nizza del 14 luglio ne mostrano la tragica realizzazione «materiale». Non riesco a concepire altra giustificazione al forte dolore fisico provato per entrambi gli eventi, se non pensando che, in un caso e nell’altro, il suicida che ha causato la sofferenza di tante persone rappresenta una «mancata integrazione».

Per chi come nel nostro caso, lavoratori europei nel Regno Unito, l’integrazione l’ha costruita, giorno per giorno e faticosamente, come fatto reale, trasformandola, al tempo stesso, in un valore di vita privata, professionale, politica con cui si misura tutti i giorni nelle propria attività di ricerca e programmi di insegnamento, Brexit appare, a tutti gli effetti, come un «tradimento storico» (Pierpaolo Antonello). A volerlo ricostruire, questo percorso d’integrazione che ha portato a identità culturali ibride, bisognerebbe risalire alle nostre prime esperienze itineranti per l’Europa e per il mondo, iniziate con l’adolescenza, che ci hanno accompagnati fino all’età adulta con borse di studio Erasmus (ma anche del comune), programmi di scambio, master e dottorati internazionali. Il mio è iniziato con tre settimane a Londra a quindici anni, tre mesi presso una famiglia ed una scuola a Vienna a sedici, una settimana di scambio con una ragazza di Siviglia e tre settimane a Parigi nell’estate dei diciasette, un lungo Erasmus ad Amburgo a ventidue, e poi l’arrivo nel Regno Unito a ventitré, subito dopo la laurea dove ho intrapreso i miei studi di master e dottorato. Nei periodi che ho passato in Italia negli ultimi ventanni, mi sono occupata di insegnamento dell’italiano agli stranieri, prima come volontaria presso una comunità di Padri Camilliani a Torino che ospitava minorenni albanesi senza famiglia, poi al Centro Linguistico d’Ateneo dell’Università di Cagliari. Per molti di noi, forse ci dimentichiamo, essere cittadini europei (e più estesamente del mondo), ha significato sopratutto questo: non tanto un’idea astratta di «unione» tra gli Stati, basata su equilibri economici gestiti da élites, ma una pratica quotidiana di integrazione culturale costruita negli anni con colleghi, amici, partner. Una pratica su cui basiamo i nostri programmi di insegnamento all’università nei dipartimenti di Modern Languages e Comparative Studies per cui lavoriamo, la nostra convivenza civile e sociale, la vita familiare, in molti casi.

Chi è approdato in città come Londra, Oxford, Cambridge, Cardiff, Birmingham, Edinburgo eleggendole sia come «casa» che come «luogo di lavoro» (e non solo «luogo di lavoro») ha portato in questo Paese non solo delle specializzazioni professionali, ma anche e soprattutto una lunga e preziosa esperienza di integrazione culturale itinerante di cui si è preso responsabilità. Non per tutti è stato così e conosco molti colleghi ed amici che mai si sono sentiti veramente «a casa» nel Regno Unito – in parecchi casi, questo è anche dovuto al fatto che l’esperienza formativa si è giocata solo su due Paesi e quello di origine è rimasto, molto chiaramente, il luogo degli affetti e delle radici culturali. Ma per tanti altri, come nel mio caso, per cui le radici erano già un fatto problematico per una storia di immigrazione o per composizione familiare mista, e che hanno vissuto, studiato e lavorato in più Paesi, questo è stato il «progetto Europa»: parte di un’idea di globalizzazione con cui abbiamo riscoperto alcuni dei migliori valori etici ereditati delle vecchie ideologie in un momento storico in cui, dopo il crollo simbolico e materiale dei Muri, la società si stava trasformando sul piano tecnologico, sociale, economico e politico in una grande Rete di interconnessioni.

Inclusività, diversità, multiculturalismo, pari opportunità di genere, razza e credo religioso sono sembrati i principi migliori per ripensare una società di convivenza pacifica, rispetto delle differenze, condivisione delle idee, libero movimento di persone – qualcuno ha recentemente scritto che abbiamo sbagliato a non riconoscere la globalizzazione come un valore di Sinistra (Anna Momigliano) e penso che il riferimento fosse a questo tipo di globalizzazione. La mia Londra è quella in cui esperienze di integrazione conquistate con fatica e sofferenza, e che per molti di noi sono diventate oggetto dei nostri libri e pratiche professionali, si incontrano e convivono serenamente: Irma Brenman Pick, ex presidentessa della British Psychoanalytical Society (nonché madre del mio vicino di casa Daniel Pick, storico che a sua volta ha dedicato molti suoi studi al nazismo), arrivata nella Londra razzista negli anni Cinquanta dallo Stato Libero dell’Orange di matrice fascista, racconta in questo video una storia molto simile a quella dei miei genitori arrivati dal sud d’Italia nella Torino razzista degli stessi anni in cui venivano affissi cartelli come «non si affitta ai meridionali». Oggi la mia Londra ha la faccia di Sadiq Kahn.

Così come per molti di noi, ormai identità ibride, è impensabile tornare a distinguere tra le parti che ci compongono, la soluzione a una difficile globalizzazione non potrà essere il tentare di separare parti che ormai sono interdipendenti. Lunga è la strada che porta all’integrazione, e sicuramente dovranno esserne ripensate le modalità, ma è la strada che più ragionevolmente potrà consentirci di superare i pericolosi effetti di un inevitabile sradicamento, che caratterizza la vita di molti, con una controproposta sociale e culturale di segno positivo.

Brexit è stato per me un wake-up call fortemente liberatorio. Se è stato duro accettare che dietro quello che vedevo utopicamente come un unicum chiamato multiculturalismo – e che mi rendeva uguale alle persone con cui condivido quotidianamente la mia vita sociale e professionale, dal mio centro sportivo al mio dipartimento – in realtà si celano non solo storie, ma status politici diversi, e spesso risentimenti (molti colleghi asiatici di un mio amico che lavora da Morgan Stanley, a Canary Wharf, hanno votato «Leave» per rivendicare proprio una differenza di questo tipo, nei confronti di colleghi europei più facilitati nell’integrazione professionale), oggi, a un mese dal referendum, il percorso che lega il mio passato e presente verso il futuro mi sembra più chiaro che mai.

Londra, 18 luglio 2016

In difesa del melodramma

Meno paternalismo e più dibattito, please

Florian Mussgnug

Cosa possiamo imparare dalla crisi politica della Gran Bretagna? La romanziera nigeriana Adaobi Tricia Nwaubani commenta: «Gli africani possono apprezzare il fatto che non è necessario far melodrammi quando giunge il momento di lasciare un incarico». Piuttosto che «aspettare proteste di piazza o appelli infiniti delle Nazioni Unite», possono seguire l’esempio di David Cameron e «dimettersi con grazia». Nwaubani è una romanziera satirica di talento, celebre per le sue raffigurazioni taglienti della vita politica, ma in questo caso mi pare che sbagli il bersaglio. Ciò di cui ha bisogno la Gran Bretagna in questo momento non è una dose maggiore di decoro politico. Al contrario, il Paese deve trovare il tempo e la voglia per un dibattito più appassionato, più aperto e capace di coinvolgere tutti intorno al referendum e intorno alla questione su cosa significherà vivere in un paese spaccato. Brexit trasformerà la vita dei cittadini britannici e dei milioni di cittadini che vivono e lavorano in Gran Bretagna e considerano il Paese la loro casa. La campagna referendaria ha scatenato passioni forti e contrastanti; ha messo a nudo le speranze e le paure di un’intera nazione. I politici britannici devono trovare un linguaggio per dar voce, in maniera responsabile, a tali emozioni. Ciò di cui oggi la Gran Bretagna ha bisogno è insomma il senso del melodramma.

Seguendo l’esempio di Nwaubani, proviamo a immaginare come una crisi politica di tale portata sarebbe stata vissuta in altri Paesi. Prendiamo in esame, per contrasto, gli stili del dibattito politico in altre parti d’Europa: gli intellettuali francesi amano i pamphlet dalle parole forti; agli italiani piace continuare a difendere la loro posizione pubblicamente anche quando hanno perduto; gli scandinavi, amanti del consenso, si sottopongono a sedute estenuanti pur di raggiungere l’unanimità. In Germania, secondo un adagio noto come legge di Godwin, i dibattiti vanno avanti fino a quando un partecipante dà del nazista a un altro; a questo punto la controversia ha fine e l’autore della reductio ad Hitlerum automaticamente perde la disputa.

Anche la cultura britannica, celebre per la sua abilità retorica, ha le sue peculiarità. La secolare, illustre tradizione delle debating societies continua a influenzare la vita pubblica a tutti i livelli, dalle associazioni studentesche alle Case del Parlamento, dalla TV nazionale alle assemblee più ordinarie. Colpiscono in particolare due tratti: la profusione di verve e humour, e l’atteggiamento di perfetta equanimità che prevale anche dopo le discussioni più accese. In un Paese che fa vanto del suo spirito sportivo e del suo fair play, perdere una battaglia, per quanto importante, è anche una questione di condotta appropriata. Addurre scuse per la propria sconfitta è considerata mancanza di stile; dichiarare che l’avversario ha barato è inaccettabile; borbottare sotto i baffi è appena perdonabile. Per la sorpresa di un europeo continentale, salire sulle barricate non è considerata un’opzione possibile.

Questo spiega, in certa misura, la reazione dell’élite politica britannica al risultato del referendum e alla crisi costituzionale che ne è seguita. Data l’enormità delle questioni in gioco e i livelli di ansia e shock per tutto il Paese, un periodo prolungato di incertezza sembrava inevitabile. La nuova Prima Ministra, invece, ha già intrapreso l’incarico con ferrea determinazione e ha dichiarato che «Brexit significa Brexit e ne faremo un successo». Tale lapidario truismo ci dice poco sul modo in cui Theresa May, ex sostenitrice del remain, intende definire il nuovo ruolo della Gran Bretagna in Europa e nel mondo. Tuttavia le sue parole contengono un messaggio chiaro: la discussione è chiusa e bisogna accettare con grazia il risultato. Non si deve mettere in dubbio la legittimità del referendum, anche se questo ha danneggiato la reputazione della democrazia parlamentare britannica e potrebbe scardinare alcune delle sue più gloriose istituzioni. Non si deve protestare né mostrare rimpianto, né accusare l’avversario di aver barato. Intanto l’incertezza sul futuro domina, i crimini di odio razzista aumentano, ma che nessuno punti il dito sull’odiosa campagna referendaria o sui politici conservatori che l’hanno dominata, anche se alcuni di loro sono ora diventati ministri.

Sarà sufficiente l’austero senso di dignità di Theresa May a impedire il caos e a pilotare il Paese attraverso tempi difficili, nel nome della democrazia e del fair play? O questo governo sta semplicemente provando a tagliar corto una controversia che continuerà ad agitare il cuore di molti cittadini, britannici e non? In contrasto con la Prima Ministra, molti scrittori e intellettuali britannici hanno trovato parole appassionate per descrivere i loro sentimenti. «Per me, inglese europeo da sempre, questa è la più grande sconfitta politica della mia vita», scrive lo storico Timothy Garton Ash. E aggiunge: «Mi sembra un giorno tanto brutto quanto fu bello il giorno in cui cadde il muro di Berlino. Temo che segnerà la fine del Regno Unito». La scrittrice Ali Smith ha dichiarato: «Brexit è un incubo dal quale sto ancora cercando di svegliarmi». Ian McEwan, uno degli autori britannici più amati, dipinge un quadro particolarmente cupo: con il partito laburista in preda allo scompiglio e l’opinione pubblica paralizzata dall’ansia, il futuro politico del Regno Unito nelle mani di un pugno di politici conservatori, mentre tutti gli altri sono ridotti al ruolo di spettatori impotenti, come domestici in una magione vittoriana: «È difficile scuotersi di dosso quella sensazione da sottoscala», scrive McEwan. «Noi cremlinologi possiamo solo ipotizzare quello che succede nei club di St James o nelle case di campagna dell’Oxfordshire. Sappiamo però che quella che da ogni parte viene definita la più grave crisi politica della nostra generazione è una creatura messa al mondo dal solo partito conservatore».

Gli imminenti negoziati tra la Gran Bretagna e l’UE saranno ardui e lunghi; richiederanno chiarezza, abilità e competenza. Decisioni importanti dipenderanno da questioni legali che non sarà facile spiegare ai non specialisti. Per la maggioranza dei cittadini britannici si preparano mesi di ansia e attesa impotente, mentre il nuovo governo renderà nota la sua interpretazione della volontà politica del popolo. È necessario avere fiducia nella competenza dei leader politici, ma non possiamo accettare ciecamente le loro decisioni. E soprattutto dobbiamo guardare con sospetto a questo nuovo paternalismo che, ironia della sorte, ha molto in comune con il populismo della campagna referendaria, e non solo nella figura di Boris Johnson.

Nel 1762 Jean-Jacques Rousseau scrisse un dramma basato sul mito di Pigmalione, che riscosse grande successo ai suoi tempi ed è considerato uno dei primi esempi di arte melodrammatica dell’Europa moderna. Nella versione che il filosofo dà della storia, la statua di Galatea si ribella al suo creatore e rifiuta di essere una mera personificazione dei suoi desideri. Mentre il nuovo governo della Gran Bretagna si prepara a plasmare il Paese secondo i suoi desideri, ecco una lezione da imparare dal melodramma e dal filosofo che convinse i suoi concittadini che nessun re è investito di potere divino: controbattere.

Londra, 21 luglio 2016

Nostalgia della guerra fredda

brexitGiorgio Mascitelli

I rischi di una crisi irreversibile dell’Unione europea innescati prima dalla crisi economica, poi da quella umanitaria dei migranti e infine dalla Brexit sembrano trovare una loro corrispondenza ideologica con ricadute anche operative in una sorta di nostalgia per la guerra fredda che si respira in molte capitali europee, non ultima proprio Londra. La progressiva derubricazione della Russia di Putin da paese partner dell’Occidente a paese concorrente fino a pericolosa reincarnazione dell’Impero del male sovietico non rivela soltanto un gusto vintage delle élite occidentali nell’elaborazione delle propri strategie politiche, ma è infondo la logica conclusione di un percorso avviato anni fa allorché, agli albori del suo potere, Putin provvide a sostituire gli oligarchi eltsiniani, legati a doppio filo alla grande finanza anglosassone, con altri più vicini a lui.

La descrizione della Russia come superpotenza minacciosa, in corrispondenza con la propaganda dello stesso Putin, è un ingrediente essenziale per rendere credibile questa operazione: tanto più in ragione del fatto che, aldilà di una recuperata efficienza militare, questo paese non è cosi forte demograficamente ed economicamente da potersi permettere di rinunciare a priori a una politica di cooperazione con l’Europa. Inoltre, a differenza dei tempi sovietici, l’ideologia nazionalista conservatrice di Putin non appare capace di diventare un punto di riferimento internazionale a dispetto di qualche dichiarazione o gita turistica a Mosca di Marine Le Pen o di Salvini proprio a causa del suo nazionalismo. Non è un caso che tra i governi europei che presentano caratteristiche simili al nazionalismo con venature autoritarie putiniano vi siano proprio quello polacco e quello ucraino, annoverati abitualmente tra i peggiori nemici della Russia.

Un’Europa realmente unita e pertanto desiderosa di tutelare le proprie frontiere orientali avrebbe a sua volta tutto l’interesse a rafforzare la collaborazione economica con la Russia per varie ragioni anziché partecipare ad ambigue avventure come quella ucraina in compagnia di personaggi espressione del mondo neocon statunitense come Victoria Nuland e i suoi sponsor politici ed economici. Non si tratta soltanto del fatto che questi venti di guerra fredda spingono e spingeranno sempre di più la Russia nelle braccia della Cina né dei danni economici immediati dovuti alle sanzioni, che all’Italia stanno costando più della Brexit, ma anche del fatto che il clima di tensione è stato abilmente sfruttato da Putin per rafforzare il proprio potere personale e l’architettura autoritaria dello stato russo. A due anni da quello che era stato pomposamente chiamata la rivoluzione democratica di Maidan si è ottenuta una guerra civile non ancora sopita, un regime di oligarchi fascistoidi a Kiev e l’azzeramento dell’opposizione a Putin in Russia in nome della patria in pericolo. L’esempio dello scrittore Limonov, che da deciso oppositore del presidente russo è diventato un suo sostenitore dopo l’attacco alle province orientali dell’Ucraina da parte del governo di Kiev, sembra incarnare uno stato d’animo diffuso.

Ovviamente questa rinascita della guerra fredda è destinata a offrire un nuovo ruolo politico alla NATO, che dopo la caduta del muro di Berlino aveva perso importanza nello scacchiere internazionale. La visione geopolitica che la NATO porta con sé è tuttavia quella di un’Europa che non ha autonomia politica dagli Stati Uniti, che può tutt’al più mirare a un coordinamento economico sempre in funzione di una politica internazionale occidentale e volto a privilegiare rapporti commerciali interatlantici, anche quando si creano possibilità più favorevoli con altre aree del mondo. E’ chiaro che una politica del genere contrasta con il progetto o, visto lo stato delle cose, il sogno di un’Unione europea realmente federale. Infatti tra i più ardenti sostenitori di questo ritorno della NATO si trovano i paesi più euroscettici come la Gran Bretagna e la Polonia. Benché la Brexit con il suo carico di instabilità politica ed economica non sia funzionale a questo disegno nell’immediato, sul medio periodo un attivismo politico di marca NATO finirebbe con il diventare oggettivamente, a prescindere da scelte in tal senso, una sponda politica per tutti quei governi o movimenti politici che vorranno giocare la carta di un nazionalismo antieuropeo senza rischiare l’isolamento.

Insomma questo gusto per il revival della guerra fredda rischia di trasformarsi in una sorta di boomerang in questo momento in cui le sorti del progetto europeo appaiono già minacciate ed è sorprendente constatare che opinionisti e analisti accreditati di dichiarata fede europeista vi indulgano tanto spesso, forse in una sorta di riflesso politico condizionato, che ignora le condizioni politiche presenti.

Un deserto chiamato liberalizzazione

brexit-ukG.B. Zorzoli

Al dramma potrebbe aggiungersi la farsa. Secondo il Guardian, la decisione di Cameron di trasferire al proprio successore la notifica dell’uscita dall’UE sarebbe la prima mossa di una politica del rinvio, nella speranza che le prime conseguenze negative del referendum producano il ripensamento di una parte di coloro che hanno votato “leave”, e anche di alcuni leader dello schieramento antieuropeo. Il “non c’è fretta” della Merkel va nella medesima direzione. Sarebbe il bis del referendum greco, il cui esito è stato immediatamente contraddetto dalle decisioni del governo che l’aveva promosso.

Non stupisce che si consideri credibile l’ipotesi di una replica, a Londra, di quanto accaduto ad Atene. Il voto del 23 giugno ha sancito la frantumazione multipla (territoriale, generazionale, sociale) di un Regno che di Unito ha conservato soltanto il nome. Una frantumazione oltre tutto priva di rappresentanza politica, come conferma il divario tra la grande maggioranza dei parlamentari britannici, favorevoli alla permanenza nell’UE, e l’esito del referendum.

Analogo è il responso delle elezioni spagnole che, per la seconda volta in sei mesi, confermano la fine del bipartitismo popolari-socialisti e nel contempo segnalano la battuta d’arresto di Podemos, cioè del tentativo di proporre un’alternativa che non sia di pura protesta. Anche i segnali di fondo, emersi dalle amministrative italiane di giugno e dalle precedenti elezioni regionali francesi, ci parlano di una disarticolazione territoriale, sociale, generazionale, che il tradizionale sistema politico non è più in grado di rappresentare e, quindi, di gestire.

Vengono al pettine i nodi della finanziarizzazione dell’economia mondiale – l’unica globalizzazione pienamente compiuta - realizzata attraverso lo svuotamento di tutti gli strumenti di controllo sull’operato dei suoi protagonisti e la subordinazione di qualsiasi altro obiettivo alla compatibilità con quelli perseguiti da chi comanda a Wall Street e alla City. Costoro hanno fatto il deserto, chiamandolo liberalizzazione, grazie anche al contribuito di un fenomeno di solito trascurato: la subordinazione dell’economia reale alla finanza.

Chi dirige un’industria deve fare i conti con i cosiddetti fattori produttivi, fra cui i lavoratori, oggi meno numerosi di un tempo, ma pur sempre essenziali. Se la situazione di un paese in cui un’industria opera si deteriora, la scelta di chiudere la fabbrica e di trasferirsi altrove non è indolore; ha sempre un non trascurabile costo economico. Tutto ciò pone dei limiti all’autonomia decisionale.

Viceversa, nelle ultime settimane i media ci hanno informato dell’intenzione di gruppi finanziari con sede nella City di trasferirsi altrove, in caso di Brexit, e l’hanno fatto con lo stesso tono che avrebbero adottato per dirci che qualcuno ha preso un cachet perché aveva il mal di testa. Un amico di ritorno da Londra mi ha in effetti confermato che ai dipendenti di gruppi finanziari sono state fornite comunicazioni del genere, quasi si trattasse di ordinaria amministrazione. E certamente lo è per il vertice aziendale, che deve semplicemente spostare i computer e gli archivi, essenzialmente informatici, in uffici ubicati in altri paesi.

Nel mondo finanziario l’antinomia marxiana tra lavoro concreto e lavoro astratto è infatti sostituita dalla dominanza del secondo, che non crea nessun oggetto o servizio, ma solo una forma sociale: il valore. Priva dei vincoli posti dal lavoro concreto, la grande finanza continua a non avere inibizioni, come dimostrano le risposte che sta dando alla crisi provocata dalla Brexit.

Per contro, in chi è colpito dalla frantumazione multipla sembra prevalere la spinta ad accettare questo stato di fatto, con connotazioni diverse, che evocano però sempre la chiusura. La rivendicazione dell’identità nazionale e la demonizzazione dell’immigrato ne sono la rappresentazione più evidente, ma di non minore rilievo è l’accentuata difesa di interessi e di posizioni corporative (altrimenti non si piegherebbe la Brexit, come il favore che incontrano Trump e Le Pen).

Sanders in USA e Podemos in Spagna dimostrano che un’alternativa è possibile, ma sono ancora gocce che rischiano di evaporare rapidamente nel deserto in cui cadono.

L’inglese se n’è gghiuto

brexit-ukFranco Berardi Bifo

L'inglese se n'è gghiuto e soli n'ha lasciati"
Non credevo nella Brexit, pensavo che solo un popolo di ubriachi poteva decidere una simile autolesionistica catastrofe. Dimenticavo che gli inglesi sono per l'appunto un popolo di ubriachi. Scherzo, naturalmente, dato che non credo nell'esistenza dei popoli. Ma credo nella lotta di classe, e la decisione degli operai inglesi di affondare definitivamente l'Unione europea è un atto di disperazione che consegue alla violenza dell'attacco finanzista che da anni impoverisce i lavoratori di tutto il continente e anche di quell'isola del cazzo.
La City si preparava a festeggiare l'ennesima vittoria della finanza , e invece l'hanno spuntata i proletari resi nazionalisti dalla disperazione (e dalla patetica arroganza imperialista bianca).

Ma non possiamo liquidare come fasciste le motivazioni di coloro che vogliono uscire dalla trappola europea, visto che è ormai dimostratissimo che l'Unione europea non è (e non è mai stato) altro che un dispositivo di impoverimento della società, precarizzazione del lavoro e concentrazione del potere nelle mani del sistema bancario. Gran parte di quelle motivazioni sono comprensibili, tant'è vero che la maggior parte dei "leave" proviene dalle aree operaie mentre le forze del finanzismo davano per certa la vittoria alla faccia di chi in nome dei "valori europei" si fa derubare il salario.

Ma il problema non sta nelle motivazioni, il problema sta nelle conseguenze.
L'Unione europea non esiste più da tempo, almeno dal luglio del 2015, quando Syriza è stata umiliata e il popolo greco definitivamente sottomesso.
Ci occorre forse un'Europa più politica come dicono ritualmente le sinistre al servizio delle banche? Sono anni che crediamo nella favoletta dell'europa che deve diventare più politica e più democratica. Ci siamo caduti anche noi, mi spiace dirlo, ma non è mai stato vero. L'Unione europea è una trappola finanzista da Maastricht in poi.

Un articolo di Paolo Rumiz (Come i Balcani) uscito il 23 su La Repubblica dice una cosa che a me pareva chiara da tempo: il futuro d'Europa è la Yugoslavia del 1992. Rumiz lo dice bene, solo che dimentica il ruolo che la Deutsche Bank svolse nello spingere gli yugoslavi verso la guerra civile (e Wojtila fece la sua parte).

Ora credo che dobbiamo dirlo senza tanti giri di parole: il futuro d'Europa è la guerra. Il suo presente è già la guerra contro i migranti che già è costata decine di migliaia di morti e innumerevoli violenze.
Forse suona un po' antico, ma per me resta vero che il capitalismo porta la guerra come la nube porta la tempesta.

Cosa si fa in questi casi? Si ferma la guerra si impongono gli interessi della società contro quelli della finanza? Naturalmente sì, quando questo è possibile. Ma oggi fermare la guerra non è più possibile perché la guerra è già in corso anche se per il momento a morire sono centinaia di migliaia di migranti in un mediterraneo in cui l'acqua salata ha sostituito il ZyklonB.

I movimenti sono stati distrutti uno dopo l'altro. E allora?, allora si passa all'altra parte dell'adagio leniniano (segnalo per chi avesse qualche dubbio che non sono mai stato leninista e non intendo diventarlo).
Si trasforma la guerra imperialista in guerra civile rivoluzionaria.

Cosa vuol dire? Non lo so, e nessuno può saperlo, oggi. Ma nei prossimi anni credo che dovremo ragionare solo su questo. Non su come salvare l'Unione europea, che il diavolo se la porti. Non su come salvare la democrazia che non è mai esistita. Ma su come trasformare la guerra imperialista in guerra civile rivoluzionaria. Pacifica e senz'armi, se possibile. Guerra dei saperi autonomi contro il comando e la privatizzazione.

Ma insomma, non porto il lutto perché gli inglesi se ne vanno. Ho portato il lutto quando i greci sono stati costretti a rimanere a quelle condizioni (e adesso che ne sarà di loro?).
Cent'anni dopo l'Ottobre mi sembra che il nostro compito sia chiederci: cosa vuol dire Ottobre nell'epoca di internet, del lavoro cognitivo e precario?
Il precipizio che ci attende è il luogo in cui dobbiamo ragionare su questo.

 

 

Brexit, la vittoria del neoliberismo o “tanto rumore per nulla”?

brexit-ukSalvatore Palidda

Grazie alla Thatcher e poi a Blair il Regno Unito è stato il paese europeo in cui s’è sperimentata più in profondità la svolta liberista con amalgami o ibridazioni apparentemente singolari di “arretrato” e “postmoderno”, comprese eredità di destra e di sinistra. Il primo obiettivo liberista è stato e resta la permanente destrutturazione economica, sociale, culturale e quindi politica. Non solo perché divide et impera è da sempre la modalità vincente di ogni dominio, ma anche perché così si erodono o si cancellano le possibilità e le capacità di agire politico collettivo che negli anni 68-75 portarono alla conquista di diritti e di miglioramenti per lavoratori e studenti.

Non deve quindi stupire che i risultati del referendum scombinino tutte le carte tradizionali della lettura della realtà: per il Brexit hanno votato sia razzisti e “popolo” di destra sia quello di sinistra, sia nazionalisti che semplici qualunquisti, sia zone considerate l’“Inghilterra profonda” sia zone popolari alla periferia di Londra, sia operai che neo-ricchi, sia acculturati che “analfabeti di ritorno”. E, in parte, lo stesso è avvenuto per quelli che hanno votato per restare nell’UE: nazionalisti scozzesi e nord-irlandesi, tutto il mondo della finanza, a parte probabilmente qualcuno che ha scommesso sulla sorpresa inaspettata visto che tutti si sono fatti abbindolare da sondaggi fallaci ma super mediatizzati. Proprio il clamoroso fallimento dei sondaggi può essere considerato l’indicatore emblematico della profonda destrutturazione sociale. I sondaggisti, infatti, costruiscono i loro campioni e algoritmi per le ipotesi di oscillazioni secondo criteri, categorie e parametri che non sono mai al passo con i cambiamenti continui di una società fortemente soggetta alla segmentazione instabile e discontinua, propria dell’andamento liberista dell’economia che si riflette anche nelle rappresentazioni culturali e nei comportamenti sociali e politici.

In altri termini, la vittoria del Brexit è il trionfo di una “frattura sociale” e politica permanente (in parte lo stesso avviene un po’ in tutti i paesi). La vittoria della grande illusione liberista è voler fare del Regno Unito sempre più un grande paradiso fiscale, un paese dove non si vogliono immigrati con diritti, a parte la cosiddetta “immigrazione scelta”, il che immancabilmente equivale a volere immigrati clandestini cioè schiavizzabili come appunto i tredici milioni negli Stati Uniti o i circa 300 o 400 mila in Italia, risorsa eccezionale per le economie sommerse e semi-sommerse. E’ evidente, infatti, che nessun paese ricco può sopravvivere senza il lavoro di quasi neo-schiavi, di inferiorizzati a cui si danno i salari più miserabili, i lavori più pesanti e più nocivi e che si possono eliminare tout court senza alcuna ambascia come “eccedente umano” (o waste life). Una manodopera, questa, essenziale per il “gioco del ricatto incrociato”: al clandestino si danno 2 euro l’ora, all’immigrato regolare 4, all’autoctono 6 o anche 8; chi si lamenta sa che lascia il posto a chi sta in fila ad aspettare.

Il funzionamento di questo dispositivo passa grazie a un certo consenso sociale e la connivenza se non il coinvolgimento/corruzione di ispettori del lavoro, ispettori Asl, polizia, alcuni dell’ente locale. Questa è la prassi abituale in tanti luoghi degli Stati Uniti, d’Italia e di altri paesi, cioè la legittimazione di illegalismi tollerati e di quelli bollati come intollerabili. Ma la vittoria del Brexit provoca un altro fallimento: tanti sono gli inglesi che svolgono attività che necessariamente hanno bisogno del libero mercato europeo. Può esistere una città come Londra senza stranieri ? Tanti operatori economici stranieri e anche semplici immigrati e inglesi che lavorano a stretto rapporto grazie al mercato libero europeo non potranno accettare misure autarchiche. E se Londra punterà a diventare città-stato che ne resta del Regno Unito? Le schermaglie sono già all’opera. Johnson e tanto meno Farage difficilmente possono ricevere l’incarico di formare il nuovo governo. Il successo della Vandea inglese non può portare all’autarchia; nell’attuale congiuntura del liberismo globalizzato è la city che decide il futuro. E’ allora probabile che il Brexit finirà per ridursi a nulla o al massimo ad accordi con l’UE simili a quelli con il Canada e gli Stati Uniti. Insomma nulla esclude che tutto finisca in “tanto rumore per nulla”.