Jair Bolsonaro: come le élite finanziarie lo hanno aiutato a prendere potere in Brasile – e perché potrebbero pentirsene

Heike Doering, Cardiff University; Glenn Morgan, University of Bristol, e Marcus Gomes, University of Exeter

Il Brasile ha appena vissuto una delle elezioni più importanti e divisive dalla fine della dittatura militare del paese dal 1964 al 1985. Le prime elezioni presidenziali dall’impeachment di Dilma Roussef nel 2016 hanno avuto luogo in uno scenario di instabilità politica ed economica. E questo si è rivelato terreno fertile per il vincitore – il conservatore populista di estrema destra, Jair Bolsonaro.

Molto è stato detto della retorica trumpiana anti-establishment di Bolsonaro e del palese disprezzo verso i diritti delle minoranze, che hanno avuto risonanza tra la popolazione sempre più disillusa dalla politica. Ma Bolsonaro ha anche vinto il sostegno dell’élite finanziaria del Brasile, che ha una lunga storia di influenza nella politica del paese.

Abbiamo esaminato come l’élite finanziaria del paese abbia cercato di influenzare la politica brasiliana dal 2002, fino al suo recente appoggio a Bolsonaro. E le nostre scoperte vanno in qualche modo a spiegare come il paese abbia oscillato dall’estrema sinistra all’estrema destra in poco meno di un decennio.

Quando Luiz Inácio “Lula” da Silva del Partito dei Lavoratori (PT) è stato eletto presidente nel 2002, la prospettiva di un governo di sinistra ha scioccato l’élite finanziaria del Brasile e i suoi sostenitori internazionali. L’élite finanziaria ha inizialmente ritirato il suo supporto dall’economia brasiliana attraverso una riluttanza a investire, portando al crollo della borsa, al collasso della valuta e all’aumento degli interessi passivi del governo. Di conseguenza, Lula è stato costretto a promettere il rialzo della stabilità macroeconomica, per controllare l’inflazione e per arrivare all’equilibrio fiscale.

Questo riconoscimento degli interessi dell’economia è stato la base di un'alleanza forse sorprendente  fra l’amministrazione di sinistra di Lula e le potenti organizzazioni economiche. Il programma sociale ed economico di Lula, soprannominato “Novo desenvolvimentismo”, mirava a supportare lo sviluppo delle multinazionali brasiliane assicurando bassi interessi sui prestiti dalla banca di stato, BNDES. Alcuni commentatori hanno perfino chiamato questa politica economica la “FIESP agenda” (come la più potente organizzazione economica, la Federazione di Industrie di São Paulo), dimostrando quanto era stretto il legame tra la grande industria e il governo PT per la maggior parte degli anni 2000.

Nonostante la stretta relazione del suo governo con l’economia, Lula ha anche lanciato politiche di redistribuzione come la “bolsa familia”, la quale ricompensava finanziariamente le famiglie povere che decidevano di tenere i propri figli nei programmi scolastici e sanitari. In uno scenario di aumento del prezzo delle materie prime, di crescita dei redditi, di espansione della classe media, le diseguaglianza sono diminuite – e numerose compagnie brasiliane si sono espanse all’estero e sul crescente mercato nazionale.

La fine dei bei tempi

Successivamente, però, la relazione tra il governo di sinistra e la grande industria si è inasprita. Dal 2012 in poi, il governo PT, ora sotto Rousseff, ha affrontato un’economia internazionale meno favorevole, ostacolata dalla crisi globale del costo delle materie prime, che ha danneggiato le esportazioni brasiliane. In Brasile questo ha condotto a un crescente gap tra entrate e uscite di stato, insieme a un alto livello di prestiti e alla minaccia dell’aumento delle tasse. La scarsa qualità dei servizi pubblici e dei progetti di infrastrutture – inclusi i Mondiali di calcio del 2014 e le Olimpiadi del 2016 – e le prove crescenti di corruzione su larga scala tra i politici di tutti i partiti, ha condotto a proteste di massa nel giugno 2013.

La nostra ricerca evidenzia come FIESP e i suoi alleati nei media e nella legislatura, abbiano incanalato queste proteste in una narrazione che focalizzava la colpa sull’ipotetica corruzione del PT e sulla sua cattiva gestione dell’economia. FIESP, quindi, è diventata un punto di forza dietro le crescenti proteste contro Rousseff (e la loro mascotte, un gigantesco papero giallo gonfiabile).

Il papero simbolizza il proverbio brasiliano “pagar o pato” (pagare il papero). Il detto si riferisce al pagare ingiustamente per gli sbagli di qualcun altro – in questo caso, gli sbagli del governo PT.

Per correggere gli evidenti errori del PT, il nuovo programma di FIESP si  è focalizzato sul ridurre il “custo Brazil”, l’elevato costo della vita e della burocrazia in Brasile. Questo richiederebbe il taglio delle tasse, il diritto alle pensioni e altre spese per il benessere sociale, come anche il cambio di una serie di regolamentazioni sull’ambiente e sul lavoro. Ciò ha attratto varie fasce della popolazione. Questa propaganda nelle strade ha portato all’impeachment di Dilma Rousseff e alla sua sostituzione con Michel Temer che ha iniziato ad applicare alcuni aspetti della nuova politica di FIESP.

La crescita di Bolsonaro

Bolsonaro è emerso da una relativa oscurità. Usando tattiche simili a quelle di Donald Trump, ha fatto commenti oltraggiosi, amplificati dai social media, per alimentare le paure riguardo alla violenza urbana, alla distruzione dei valori morali “tradizionali” e della famiglia, e all’endemica corruzione dell’establishment brasiliano.

Durante i suoi 27 anni nel Congresso, Bolsonaro ha una storia di supporto del protezionismo e di liberalità nel settore pubblico. Così, nel diretto tentativo di rassicurare le grandi imprese, ha nominato come consigliere economico il ben noto neoliberale della scuola di Chicago Paulo Guedes – e ha cominciato a esporre sempre più idee pro-mercato. Di conseguenza, i membri dell’élite finanziaria, incluso il presidente della FIESP, Pauol Skaf, hanno dichiarato il loro supporto per Bolsonaro credendo che potrà eseguire i loro programmi economici.

Ma questa è una strategia ad alto rischio, come tutta l’élite finanziaria del mondo ha scoperto quando ha dovuto fare i conti con populisti di destra come Trump, Rodrigo Duterte nelle Filippine, Viktor Orban in Ungheria, Recep Tayyip Erdogan in Turchia e i pro-Brexit in Inghilterra. Questi leader hanno in comune la disponibilità a rischiare una grande instabilità minando istituzioni sia domestiche sia internazionali attraverso l’uso simbolico di gesti che attraggono superficialmente, ma che potenzialmente possono danneggiare l’economia.

Quindi come può evolversi la presidenza di Bolsonaro, visto che cerca di combinare una politica neoliberale di deregolamentazione con la sua mobilitazione populista di odio verso la politica sui social media? Se Bolsonaro iniziasse a dimostrare verso i mercati lo stesso grado di disprezzo che ha dimostrato verso tanti altri gruppi in Brasile, l’élite finanziaria potrebbe pentirsi del suo supporto. Come dice la Bibbia, uno dei libri preferiti del famoso cristiano Bolsonaro: “Chi semina vento, raccoglie tempesta”.

Questo articolo è uscito su The Conversation il 29 ottobre 2018 / This article is republished from The Conversation under a Creative Commons license. Read the original article

Traduzione di Francesca Mambelli

Ancora il popolo?

Ricardo Gomes

La forza rivoluzionaria del cinema di Glauber Rocha, ci dice Deleuze, è l’assenza del popolo. Ma assenza vuol dire unire un desiderio esasperato con una potenza inventiva e assolutamente libertaria, anarchica (come emerge in Estetyka do Sonho, 1971) di creazione di un popolo. Quindi quello che manca è la mancanza di un popolo, perché ciò che è proprio del popolo rivoluzionario è di essere un processo costante di attualizzazione della sua deviante linea creativa.

Per tale motivo, il popolo è sempre stato lì ed è sempre fuggito. Come una grande linea tagliando e intensificando i desideri che, sebbene esasperati, hanno saputo produrre divenire o quel di fuori (Foucault, 1986) assoluto tanto ricercato da Glauber e dagli altri. Molti lo hanno cercato in modo sbagliato, non comprendendo che questo di fuori è soprattutto immanenza che si insinua nelle deviazioni delle grandi collettività identitarie o in certe deformazioni civilizzatrici.

La favela, ad esempio. Spazio che si ribella e che in un movimento errante scrive le proprie geografie mostruose in un territorio che non doveva essere il suo, praticando una deterritorializzazione statale. Porta con sé la lunga storia di una diaspora che per lo più non ha accettato di entrare in un processo di costante indebitamento/sottomissione alla quale tutti gli uomini civilizzati devono cedere. Essere civilizzato è soccombere a un processo penoso d’indebitamento e di conseguente colpevolizzazione per il debito originale, costante e infinito.

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foto di Katja Schilirò

Processo che non dimentica, che non permette dimenticanza, che segna i corpi in relazione a una legge immanente che da un lato modula le soggettività e dall’altro crea una macchina sociale di tortura quotidiana, macchina che crea le condizioni affinché desideriamo la nostra propria sottomissione. Per questo parliamo di deformazione, in quanto si tratta di un processo di invenzione di un modo di essere che problematizza necessariamente, deforma l’ordine stabilito. La favela è resistenza, fuga da tutto ciò. Invenzione che per prima ha permesso che un’altra socialità fosse sperimentata e diffusa al di là dei suoi confini. Per tale motivo diciamo che resistere è continuare in un processo senza obiettivi, senza intenzioni.

Nella misura in cui tutta la follia capitalista si mostra, in un primo momento, razionale e necessaria, insistere in un flusso grezzo di desiderio che non considera perdite e guadagni, ma percorre e costituisce vicoli e stradine che seguono un ritmo indifferente a quello del capitale, è forzare le macchine desideranti verso una mobilizzazione dove le linee di forza e di produzione possano incontrare i flussi liberi nel loro processo reale di lotta e di autopoiesis.

Diciamo ad esempio che laddove vi è un’economia lucrativa dell’ozio è perché prima vi è stato un ozio che ha generato un profitto al di fuori dall’economia che essa ha dovuto riconoscere, affrontare e mobilizzare da dentro la macchina capitalista, ovvero, l’economia capitalista ha montato una struttura di limite e liberazione, produzione e anti-produzione (per usare i termini dell’Anti-Edipo, 1972), infine, ha articolato, sempre di forma immanente, un grande blocco sociale regolato per riterritorializzare quel flusso ancora libero e infiltrare in esso una mancanza, la produzione della mancanza è la forza maggiore del capitalismo.

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foto di Katja Schilirò

Detto ciò possiamo tornare al popolo. Se il popolo è il di fuori assoluto che s’insinua, è corretto dire che le manifestazioni brasiliane sono uno dei momenti forti di questa insinuazione violenta e costituente. Quello che accade nelle strade brasiliane ha la forma dell’immediato e sembra essere la piega di questo di fuori. La folla inattesa, ma da sempre all'erta, ha ridotto in frantumi il consenso dei governi, sbloccato la riproduzione di omicidi selettivi e sistematici. Se l’uccisione di poveri e neri da parte dello Stato era naturale, adesso già non lo è più.

Abbiamo un nome, che è meno e più di un’identità, Amarildo (abitante della favela della Rocinha che è scomparso dopo essere entrato in un’automobile della polizia) è la vita stessa nella sua fragilità e potenza davanti all’istinto distruttivo delle democrazie neo-liberali. Il popolo resiste anche ai più recenti atti autoritari di un governo senza sostegno popolare, ma che è riuscito a costituire un mostro legandosi a un potere giudiziario per la maggior parte servile e corrotto, a imprenditori avidi di controllare ogni volta di più la città e ai media che temono qualsiasi tipo di conflitto sociale, ovvero, a un élite che non accetta di perdere nessuno spazio.

Questo governo attacca la popolazione e la costituzione del paese con arresti illegali e persecuzione, disprezzando i desideri della popolazione. Il popolo resiste e continua nelle strade il suo processo costituente nella creazione di un soggetto collettivo e unico, un divenire puro e sperimentale, un divenire-brasile-minore che, nelle lotte, ha forgiato allegramente orizzonti possibili con le curve caotiche delle linee del di fuori.

Il “di dentro del di fuori” emerge nei nuovi gruppi che sorgono e agiscono, sempre in cooperazione, nei retrocessi dei poteri istituiti, nella costante mobilizzazione decentrata e, infine, nella continuità dei desideri emergenti di produrre altre forme di vita e socialità. È lo splendore della costruzione del popolo.

L’etica dell’anonimato, la vita della filosofia e le maschere del potere

Alexandre F. Mendes

La critica sentenziosa mi fa addormentare; mi piacerebbe una critica fatta con scintille d’immaginazione. Non sarebbe sovrana o vestita di rosso. Porterebbe con sé i raggi di possibili tempeste.
(Michel Foucault)

Nel periodo in cui ho lavorato come difensore pubblico a Rio de Janeiro, ricordo di aver partecipato a una prima riunione con gli abitanti della favela Metrô Mangueira, la quale si trovava sulla Avenida Radial Oreste, di fronte al Maracanã. Essi portavano, afflitti, decine di risultati di perizie, i quali sancivano come necessarie le interdizioni dalle loro case, affermando che la prefettura voleva sgomberarli in quanto si trovavano in aree a rischio.

Ricordo che ci colse di sorpresa il fatto che l’interdizione fosse stata giustificata con una descrizione identica per tutte le case (un paragrafo breve e generico), così come ricordo l’informazione che la protezione civile aveva montato una “tenda” nella comunità, avvisando che chiunque non avesse firmato la propria interdizione sarebbe stato espulso senza alcuna alternativa.

In seguito fummo informati che circa un centinaio di famiglie, terrorizzate con tutti i tipi di minacce e intimidazioni, si era appena trasferito nel lontano quartiere di Cosmos, negli appartamenti di “Minha Casa Minha Vida” (Casa Mia Vita Mia). Altre famiglie, eccetto un gruppo di commercianti, riuscirono a resistere e a lottare “fino alla fine” per i loro diritti. Se la memoria non mi inganna, fu nei fatti una grande manifestazione, incorporata al “Grito dos Excluidos” (Grido degli Esclusi), il giorno sette di settembre del 2010, la quale segnò l’inizio di un cambiamento importante per la questione.

In seguito a molte pressioni e alla chiusura della stessa Avenida Radial Oreste, gli abitanti e i commercianti riuscirono ad ottenere una riunione con l’allora Segretario Municipale per l’Abitazione, il sig. Jorge Bittar. La difesa pubblica accompagnò gli abitanti e quello stesso giorno tutti conobbero, con molta sorpresa, la ragione per cui venivano sgomberati. Si trattava in realtà del progetto di “riqualificazione” urbanistica del Complesso del Maracanã, che avrebbe guadagnato nuovi e pomposi investimenti pubblici ed era oggetto di interessi privati. I divieti furono riconsiderati e le negoziazioni iniziarono a ruotare intorno a proposte di reinsediamento in locali più prossimi (Conjunto Mangueira II), il che venne alla fine accettato. Riguardo i commercianti, sembra vi siano tuttora controversie, essendo stato il sindaco recentemente sul posto.

Nell’imminenza del prossimo sette di settembre, sono stato preso da questi ricordi e ho pensato alle famiglie che furono trasferite forzatamente a Cosmos (limite del comune), le cui vite sono state, in prevalenza, profondamente perturbate o distrutte dall’azione della prefettura di Rio. Non c’è dubbio che queste sono state colpite da un potere che minaccia, attacca e non mostra il suo volto. Che necessità c’era di mascherare il progetto? Perché ripetere lo stesso schema di attività in luoghi come Prazeres, Estradinha (Tabajaras), Labouriaux (Rocinha), Vila Harmonia, Restinga, Vila Autódromo, Providência, nelle occupazioni urbane del centro e, adesso, all’Horto, per fare soltanto alcuni esempi?

Alcuni mi dicono: “Poteva andare peggio, la polizia è lì a dimostrazione”. Ebbene, nel 2010, soltanto nelle aree con la Unidade de Policia Pacificadora (Unità di Polizia di Pacificazione), vi furono 119 scomparsi secondo l’Istituto di Pubblica Sicurezza (ISP). Quello stesso anno, secondo il medesimo istituto, abbiamo avuto 885 casi di morte in seguito ad azioni di polizia, registrati come “atti di resistenza”. Secondo Michel Misse, che adesso partecipa alla commissione creata dalla OAB-RJ (Ordine degli Avvocati Brasiliani - sezione di Rio de Janeiro) sui desaparecidos della democrazia, in dieci anni (2001-2011) è stato possibile contare niente meno che dieci mila morti registrate sotto questo titolo. Sono forse gli atti di resistenza e gli atti di interdizione due maschere dello stesso potere esercitato sui poveri?

Nel 2013, il "Grito dos Excluídos" è iniziato prima del 7 settembre e ha acquisito proporzioni senza precedenti nella storia politica brasiliana. Da giugno a settembre hanno avuto luogo tante proteste, eventi, episodi e discussioni che sarebbe impossibile delineare in questa sede qualsiasi narrazione di sintesi. Forse in nessun altro momento il tempo cronologico si è convertito tanto vorticosamente in intensità effettiva. Perdere un giorno significa rinunciare a capire tutta una serie di deflagrazioni e cambiamenti repentini tessute dal Kairós prodotto nelle strade e nelle reti. Il tempo ha guadagnato consistenza ed è divenuto produttivo: una nuova nervatura del reale si è costituita!

E non si producono soltanto avvenimenti, ma, principalmente, il filo che lego il processo di lotta è la costituzione della verità. Nella dinamica materiale della sua costituzione, le mobilitazioni hanno strappato al potere confessioni intimidite e insperate: il Globo ha appena riconosciuto di aver appoggiato la dittatura; il prefetto ha ammesso di essere stato “nazista” con le favelas sgomberate o minacciate di sgombero e il governatore si è ricordato di aver perso completamente la capacità di dialogo cadendo nel puro autoritarismo. E altrettanto gli sono state strappate decisioni poco piacevoli: le tariffe non sono aumentate, gli sgomberi iniziano ad essere sospesi, il progetto del Maracanã è stato modificato, il museo è tornato agli índios, i movimenti sociali e sindacali tornano ad essere ricevuti, etc.

Come fermare il tempo e ripristinare il vecchio ordine? Ecco il dilemma che il potere, a partire da giugno, tenta incessantemente di risolvere. L’andirivieni nell’uso della forza poliziesca, le contraddizioni negli editoriali, le disastrose infiltrazioni nelle proteste e persino l’intervento di Pelé, a giugno, dimostrano che innumerevoli tentativi sono stati sperimentati finora senza successo. Dentro questo permanente lancio di dadi, credo che stiamo passando attraverso un nuovo tentativo di cattura, svuotamento e repressione delle mobilitazioni che hanno affrontato, quotidianamente, la violenza e il segreto del potere.

La formula non è così nuova, si tratta della classica inversione secondo cui la dittatura fu esortata a salvare la “democrazia”, secondo il famoso editoriale del giornale carioca. Il potere, sempre mascherato e ultraviolento, trasferisce ad altri la sua infamia e, nello stesso movimento, agisce per rimanere esattamente come tale. Il finale è prevedibile: le citazioni della polizia sono arrivate più rapidamente nelle casse dei manifestanti rispetto al risultato della ricostruzione della morte di Amarildo, il tutto in nome di una “democrazia” che ha bisogno di essere ristabilita.

Meno classica, tuttavia, è la partecipazione a quest’operazione dei settori che collaborarono e lottarono per la ridemocratizzazione del paese a partire dagli anni ’80. Diciamo che per loro, convenientemente, il giorno 20 giugno del 2013 il tempo si è fermato. La comparsa sulle strade di ciò che già esisteva, una destra ultranazionalista, ha fatto in modo che una parte della sinistra, in particolar modo quella di governo, rimproverasse tutti di “fascismo”. Poco importa se quei gruppuscoli hanno definito o no la traiettoria del movimento. Il tempo semplicemente si è fermato il giorno 20.

Il problema è che questa diffidenza generalizzata nei confronti del movimento assume, adesso, contorni veramente repressivi. Questi vennero disegnati, a poco a poco, da una sintomatica unione tra i grandi media e i blog governativi, tra alcuni filosofi di sinistra ed editorialisti di estrema destra, tra critiche opportuniste e concreti atti di governo. Tutti a intonare un unico e astratto giudizio: “i mascherati sono violenti e attentano alla democrazia”.

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foto di Katja Schilirò

In questo discorso, la memoria della dittatura è usata e vilipesa in nome della manutenzione di un ordine che, neppure troppo da lontano, è minacciato da qualunque tipo di fascismo. Al contrario, la tattica governativa è la stessa, ogni volta più simile, con la dottrina della ragion di stato, in cui l’auto-salvazione dello stato medesimo costituisce l’unico obiettivo della politica. Ogni sedizione è minaccia, ogni resistente è nemico.

L’ultimo contributo in questo campo fu notoriamente realizzato dalla filosofa Marilena Chaui. In un’intervista alla rivista Cult e, in seguito, in un intervento per niente meno che la Polizia Militare di Rio de Janeiro, la professoressa della USP ha abusato di deliri punitivisti. In primo luogo, costei ha fatto riferimento ad una “violenza fascista” da parte di alcuni gruppi di sinistra, la quale avrebbe lo scopo di “distruggere l’altro”. E successivamente, rispondendo ad un’indagine della polizia, ha affermato che “intellettuali di sinistra”, lettori di Foucault, Negri e Agamben, starebbero incitando alla violenza in questi gruppi.

Coincidenza o no, la ripugnante intervista è assolutamente in sintonia con le tattiche di repressione inaugurate negli ultimi giorni. Per le strade, la repressione del 27 di agosto è stata, nelle parole dei manifestanti, “la più violenta di tutte”. I poliziotti hanno concentrato l’uso delle armi sulle donne e sui media che seguivano la manifestazione. Una giovane militante e studentessa di diritto, che tra l’altro ha lottato assieme a me contro gli sgomberi coatti, è stata colpita alla testa mentre si trovava ancora nel concentramento. Altre sono state picchiate da diversi poliziotti, anch’esse con colpi alla testa. Bossoli di armi da fuoco sono stati trovati per terra, secondo quanto registrato dagli avvocati della OAB-RJ.

Nelle reti iniziano a giungere citazioni della Delegazione per la Repressione dei Crimini Informatici, volte ad appurare il crimine di pubblica apologia di reato (art. 286, CP), dimostrando che molti sostenitori delle manifestazioni possono essere criminalizzati genericamente. Qui il termine “incitare alla violenza” non si trova nella grammatica punitiva della rivista Cult per caso: esso permette un vago e conveniente utilizzo dell’apparato punitivo a partire dall’espressione di opinioni e dalla condivisione di immagini. Vi sono segnali, pertanto, del fatto che i prossimi passi possono consistere in una coreografia violenta tra manganelli, bombe e criminalizzazione dell’opinione.

Non sembra esserci battuta d’arresto, tuttavia, nella disposizione dei manifestanti, i quali paiono intendere la strategia di repressione. Domenica scorsa l’Ocupa Cabral ha promosso una svolta culturale in cui i partecipanti hanno spiegato, pur senza perdere l’umorismo, la ragione dell’uso delle maschere: “perché mi posso trasformare in Amarildo”; “perché se lo scopre mia mamma sono fritto”; “a causa della persecuzione politica”; “perché la trovo fashion”; “perché lo garantisce la costituzione”; “perché è fondamentale fare un po’ di fiction”, etc.

Sembra evidente che l’anonimato nelle manifestazioni è fondamentalmente una garanzia effettiva e necessaria contro criminalizzazioni abusive, sequestri lampo, torture, sparizioni forzate e morti. Bisogna ammettere che il diritto di espressione, di riunione e di manifestazione è esercitato, in questo momento, in un luogo dove muoiono ripetutamente dieci mila cittadini ogni dieci anni in seguito ad azioni di polizia. L’anonimato in uno stato che ha nella violenza la sua zavorra è, quantomeno, la scappatoia che i giovani della periferia hanno trovato per potersi esprimere politicamente, come sembra essere il caso.

Oltre a ciò, le maschere sono una protezione efficace contro le armi meno letali. Chi non si è messo un panno sul viso quando è stato colpito da spray al peperoncino o gas lacrimogeni? Non sarà questa la caratteristica principale della “revolta do vinagre”? Quello che cerca il potere è proprio di rendere fragili i manifestanti affinché resti loro il sapore di un uso eccessivo degli strumenti di repressione. In questo senso, la maschera è tanto autodifesa quanto potente costituzione dei corpi che mettono in discussione gli arcani del governo. Urge, pertanto, non confondere le maschere della resistenza con le maschere del potere.

Questa importante distinzione non è passata inosservata a uno dei più significativi pensatori del ventesimo secolo. Volendo rivolgersi più direttamente al proprio lettore, Michel Foucault pubblicò nel 1980 un’intervista per Le Monde Diplomatique intitolata “Il filosofo mascherato”, che restò anonima fino alla sua morte. Qui Foucault traccia, col suo stile bello e peculiare, le relazioni tra l’esercizio della filosofia, la produzione di verità, la costituzione etica del soggetto e il lavoro dei movimenti sociali. Al contrario di Marilena Chaui, sempre ardita nel lanciare verdetti sugli intellettuali, indagando su di loro Foucault rispose:

Intellettuali, non ne ho mai incontrati. Ho incontrato persone che scrivono romanzi e persone che curano denti. Persone che studiano economia e persone che compongono musica elettronica. Ho incontrato persone che insegnano, persone che dipingono e persone di cui non ho capito se facevano qualcosa. Ma non ho mai incontrato intellettuali. Al contrario, ho incontrato molte persone che parlano dell’intellettuale. E, ad ascoltarli tanto, mi sono costruito da solo un’idea di che tipo di animale si tratta. Non è difficile, egli è il colpevole. Colpevole un po’ di tutto: di parlare, di tacere, di non fare nulla, di impicciarsi di ogni cosa… Insomma, l’intellettuale è la materia prima da giudicare, da condannare, da escludere…

Egli era preoccupato, di certo, di tutti i giudizi violenti cui siamo soggetti quando siamo osservati dagli occhi del potere nella figura dell’intellettuale. “Mi dica, non ha per caso sentito parlare di un certo Toni Negri? Per caso non si trova in prigione proprio perché intellettuale?”, domandava Foucault nella stessa intervista. La condanna effettiva di Negri per “partecipazione intellettuale” gli parve l’esempio concreto di un uso etico dell’anonimato. La maschera qui non significa frode o astuzia del sapere, al contrario, essa è il dispositivo che permette alla produzione di verità e di soggettività di poter avere luogo eticamente.

La “vita della filosofia” non è, per Foucault, una critica sentenziosa - quella che si presta alla funzione di giudicare, definire colpevoli e riempire le pagine dei processi criminali. Essa risiede nel vincolo complesso tra la costituzione della verità e di noi stessi, tra le molteplici possibilità del pensiero e le varie forme di azione, tra la pratica della ricerca e la riflessione nei movimenti, tra la critica formulata e la “scintilla dell’immaginazione”. L’attività filosofica non emana giudizi, ma “emette segnali di vita”. Una vita che insiste nel resistere e, contro le maschere del potere, ha coraggio di dire il vero. Ecco l’etica di un filosofo mascherato.

 Traduzione di Luca Guerreschi
Questo testo è comparso su Commonware

La vita che sboccia dall’asfalto

Pedro B. Mendes1

La storia del Brasile è piena di rotture negoziate, di false conciliazioni e di voci messe a tacere. Il consenso violento, forgiato dall’alto, sembra caratterizzare dispute politiche di qualsiasi natura. Tuttavia, a partire da giugno scorso qualcosa si è rotto. Ancora adesso un sonoro boato riecheggia nell’aria.

Invadendo le città, in agguato a ogni angolo, moltiplicandosi a velocità infinite, una placca tettonica si è staccata dal continente uniforme che governava le nostre vite in modo sovrano e ora minaccia la sicurezza dei cittadini perbene, il design creativo della città-impresa, il consenso severo del tutto va bene. Dappertutto è possibile vedere i segni della rivolta: la presenza del battaglione dell’ordine della PM è solo il preannuncio di una città in costruzione. L’ira della moltitudine ha una destinazione sicura: le vetrine rotte delle banche, le telecamere di vigilanza distrutte, i bidoni dell’immondizia in fiamme, le fermate dell’autobus a pezzi.

Ancora portiamo con noi i segni dell’ultima battaglia: gli occhi bruciati dal gas, i corpi doloranti, i suoni vividi del conflitto mischiati alla musica che anima la folla. Ma, soprattutto, la solidarietà di coloro che, fino a poco tempo fa sconosciuti, ora condividono con noi ben più della bottiglia di aceto: poco a poco, stanno permettendo alla lotta per il bene comune della metropoli di fiorire.

Dall’incontro improbabile fra militanti di lunga data, giovani della periferia, autonomi, studenti, artisti, medici di primo soccorso, avvocati attivisti, cittadini comuni e curiosi di tutti gli strati, si è originato un corpo-movimento altamente combattivo e ricco, capace di affrontare il potere e di attaccarlo simultaneamente e coordinatamente in vari punti della catena dei biopoteri che governano la città.

E con ogni gruppo o segmento che contribuisce con quello che ha di più forte, il mostro che ha occupato le strade a partire da giugno dimostra l’agilità e la perspicacia di quelli che sono abituati a guadagnarsi la vita in strada, il coraggio di quelli che portano sul proprio corpo i segni della violenza della polizia, l’ethos di quelli per cui la libertà è possibile solo se strappata alle grinfie del potere, la potenza infinita dei giovani precari collegati in rete, la creatività di quelli che fanno della resistenza la più viva fra le arti. Dimensioni che, insieme, aiutano a formare una moltitudine capace di auto organizzarsi nel momento stesso in cui partecipa alle lotte della metropoli, affermando definitivamente il passaggio di un soggetto politico corporativo a un corpo politico contemporaneamente multiplo e cooperativo: non più un corpo, ma carne!

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foto di Katja Schilirò

La Commissione di Inchiesta2 recentemente costituita, come esempio massimo della violenza eccessiva e allo stesso tempo normalizzatrice del potere, rivela l’intenzione di restituire alle ombre dei corridoi di palazzo il gioco politico mascherato da democrazia rappresentativa. Fatta su misura per mettere a tacere gli Amarildo che, più vivi che mai, gridano, ruggiscono e sputano in faccia ai poteri della città, iniziative come questa sono destinate al fallimento, dato che per mantenere inaccessibili certi segreti al potere è chiesto di rivelare costantemente gli accordi – e i mezzi – con cui mantiene la struttura iniqua della città. Così, i militari si assumono il compito di studiare il sistema dei trasporti e presentano leggi la cui unica finalità è intimidire e zittire la lotta (ancora una volta, sempre!); alla polizia è richiesto di selezionare meglio i suoi bersagli e di mostrare sull’asfalto il repertorio spaventoso di metodi che usa quotidianamente per pacificare l’enorme disuguaglianza: metodi biopolitici per selezionare a partire dal colore/razza, origine familiare, indirizzo e reddito.

Quello che diventa sempre più chiaro è il funzionamento ambivalente della democrazia brasiliana, in cui mandati di perquisizione e di arresto diventano l’opportunità perfetta per creare prove, per l'abuso istituzionalizzato del potere e per arresti illegali ingiustificati – e nonostante ciò inappellabili; e quindi la detenzione per accertamenti – residuo della dittatura che è servita e che serve da sfondo alla costituzione del 1988 che di tutto ciò non si è mai riuscita a liberare – che nasconde la possibilità sempre presente dell’esercizio della violenza brutale, della scomparsa e, infine, del mettere a tacere.

La grammatica politica brasiliana, bisogna ammetterlo, funziona ed è sempre funzionata in funzione del suo doppio: un para-stato che opera nell’ombra per produrre le condizioni minime, basiche di governabilità e che permette che uno Stato di diritto fondato sotto l’egida del potere di signori padreterni, di capitani della foresta e del patriarcato funzioni. È il silenzio della pace armata; il grido mortificato di chi paga con la propria vita per l’insolenza di sfidare i poteri schiavisti che sono presenti al punto da diventare invisibili – a tutti gli effetti- agli occhi della normalità democratica3.

Tuttavia, diciamo, da giugno in avanti qualcosa è effettivamente cambiato. I riti di facciata, le negoziazioni d’ufficio e le regole ad hoc fatte su misura per l’espoliazione della nuova imprenditoria 2.0, sono diventate improvvisamente il bersaglio di una moltitudine allo stesso tempo irascibile e lucida che, al grida di “la Coppanon ci sarà!” e “senza tregua!”, lancia raggi di luce sugli quegli spazi della politica nazionale e rappresentativa che prima sembravano inaccessibili agli abitanti della città.

Inaspettata come solo gli incidenti possono essere, una tempesta di proteste ha spazzato Rio de Janeiro e il Brasile rompendo il richiamo all'ordine e sviluppando un dibattito sul futuro della città e del paese nell’ambito di un conflitto aperto e, quindi, indeterminato. L’enormità espressa nelle strade si contrappone alle negoziazioni fatte di bon ton che portano a Parigi e alla nuova città globale con i suoi mega-eventi, tanto milionari e mediatici quanto escludenti. Ora più che mai è necessario andare avanti a scoprire i meccanismi del potere, le sue carte truccate, senza incorrere, tuttavia, nell’errore di lasciarsi coreografare; senza cadere nella tentazione di seguire ciecamente l’itinerario che anche noi stessi tracciamo. È necessario andare avanti attenti e forti.

Può essere che i cambiamenti siano ancora piccoli, “appena” definiti nell’immaginazione delle persone che si trovano nelle strade: quelle linee invisibili che ci organizzano la vita e i corpi; la forma con cui percepiamo le relazioni che intrecciamo nel quotidiano della metropoli. Cambiamenti come questi, però, rientrano nell’ordine degli avvenimenti, non producono sintesi, ma restano come gas che aderisce alla pelle, attivandosi e reagendo, producendo trasformazioni alchemiche e tracciando linee di fuga fino a irrompere nuovamente in forma di nuovi ethos, e costruire nuove relazioni.

Sebbene non si sappia dire con precisione né come né quando, da giugno in avanti qualcosa di sostanziale è cambiato; e qualcosa pieno di vita e ancora senza nome ha invaso definitivamente le strade del Brasile. È impossibile dire ora quale sarà il risultato di tutto ciò, ma una certezza risplende limpida all’orizzonte: la carne della moltitudine, in modo errante, sebbene persistente, ostinato, si è messa in cammino.

 

  1. Pedro B. Mendes fa parte della Rede Universidade Nômade (Rete Università Nomade) e del Coletivo Das Lutas []
  2. CEIV – Commissione Speciale d’Indagine sugli Atti di Vandalismo in Manifestazioni Pubbliche, creata dal governo dello Stato di Rio de Janeiro con il fine di contenere gli atti di vandalismo nelle manifestazioni, ma con poteri ampi affinché possa ingannare i limiti costituzionali relativi al fermo e all'arresto dei manifestanti. []
  3. Il timore di un colpo di stato o conflagrazione di uno stato di eccezione alimentato ad ogni momento da frammenti obsoleti della sinistra, non è coerente con il funzionamento normale della democrazia brasiliana, in cui l’eccezione diventa regola, in cui tutto ciò che eccede lo stato di diritto o si trova ai margini dello Stato o è da esso catturato e mobilizzato per far funzionare la macchina []

Incalzare il futuro

Fabricio Toledo de Souza

In Brasile i venti della democrazia soffiano già da molto tempo, ma sembrano più forti da giugno 2013, quando un ciclo d’insurrezioni ha invaso tutto il paese. Giornate di Giugno è uno dei nomi dati a questo ciclo. In un breve lasso di tempo, un tempo immenso si è aperto.

È soprattutto a Rio de Janeiro che questo ciclo di lotte ha trovato la sua espressione più calda e continua. Nel centro della città, la moltitudine ha fatto brillare la verità sul potere: la potenza della Città è nelle mani della moltitudine. È stata questa moltitudine a mettere sotto accusa il potere per la scomparsa del povero favelado chiamato Amarildo, la carneficina dei poveri della Rocinha e del Vidigal, la gestione mafiosa del trasporto urbano, il genocidio degli indiani, l’espropriazione della gioia dal calcio; questi sono alcuni fra i vari crimini contro la collettività.

L’indignazione è giunta a un punto critico ed è esplosa, ma gli indignati erano pieni di dignità. Non la dignità astratta dei principi universali, ma la dignità materiale delle lotte. Quella che ha una sua storia, che è sempre la storia minore forgiata nelle lotte delle minoranze. Lotta materiale e concreta, con nomi, date, sangue e gioia. E per la quale passano tutte le minoranze del mondo; dall’emigrato del nord-est che diventa operaio, sindacalista e Presidente, fino alle giovani che hanno ostentato il seno e la libido (la Marcha das Vadias) fra i pellegrini cattolici ( la Xota-M-Xota durante la Giornata Mondiale della Gioventù).

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foto di Katja Schilirò

È stata questa dignità che ha portato all'occupazione dell’Aldeia Maracanã, alle manifestazioni contro l’Assemblea Legislativa di Rio de Janeiro, che ha portato alle occupazione davanti alla casa del Governatore, e che – questo non sarà mai dimenticato – ha permesso la riduzione del prezzo dei trasporti pubblici. I famosi venti centesimi.

La lotta è per la liberazione, la giustizia e la democrazia, come già è stata in passato e come sempre sarà. La storia, alla fine, è sempre la storia delle lotte. Storia della potenza. E questo è quanto scritto dai giovani nelle piccole pietre tirate contro la storia del presente. Oggi si fa democrazia, si fa lottando per la circolazione libera, per il miglioramento delle condizioni dei trasporti pubblici e per mettere fine alle tariffe ingiuste. La complessità di questa lunga giornata – che non è riassumibile nel mese di giugno, che non è cominciata qui in Brasile, non è cominciata ora nel 2013 e che non sembra vi sia un tempo in cui finirà – ci invita sondare pazientemente i piccoli movimenti sotterranei, a discernere le voci fra le grida, e comprendere i piccoli sussurri. Come dice Michel Foucault, è in agguato «al di sotto della storia, ciò che la spezza e la agita» e bisogna «vigilare, un po' a ridosso della politica, su quello che la deve limitare incondizionatamente».

In questi termini, le insurrezioni nelle città brasiliane non sono povere di argomenti, le accuse in questo senso sono ormai un luogo comune, né si possono riassumere in una supposta violenza che si scatena negli scontri con la polizia. Le insurrezioni sono impregnate di richieste, lotte e desideri. Si tratta proprio di definire il limite dell’intollerabile, urlare l’indignazione. Lottare per migliori condizioni di lavoro comporta ora, nel tempo di una cittadinanza-produttiva, la distribuzione delle ricchezze (immateriali e materiali) prodotte in comune. Si lotta per migliorare i servizi pubblici, compreso il trasporto, ma anche l'abitare, il tempo libero, le connessioni internet etc. Lo sciopero nelle fabbriche o nei servizi genera una paralisi di tutta la produzione urbana. E se i giovani mirano alla paralisi del traffico, all’occupazione degli spazi politici istituzionali, la depredazione dei simboli più evidenti dell’espropriazione, è perché queste sono le forme strategiche per sabotare l’intero complesso produttivo.

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foto di Katja Schilirò

E sul futuro delle insurrezioni? A quale destino ci conducono queste giornate? Fin dai primi giorni c’era già una certa preoccupazione sul futuro, un’inquietudine sulla possibilità reale e concreta di cambiamenti. C’è anche un malcelato pessimismo, risultato forse delle innumerevoli delusioni dovute a promesse non mantenute e a speranze frustrate. Pessimismo che è soprattutto frutto di un’abitudine inevitabile di concepire il futuro sulla base della paura o come utopia. Interrogare il futuro è inevitabile: ma deve essere inevitabile anche aprire già ora nuove brecce per la produzione costituente. Divenire-sinistra, divenire-rivoluzione. Rivoluzione permanente. «Dove sarà il nostro prossimo incontro?», sembra la domanda più in sintonia con il ritmo di questo tempo.

Incalzare il futuro non perché qualcosa avvenga subito, ma per investire nel proprio desiderio e costituire così il tempo. E congiurare contro qualsiasi utopia. La definizione del nostro futuro, o meglio, del nostro investimento nel futuro e nel futuro del potere costituente, non risiede nel suo esito, ma nello sforzo effettivo di tentare sempre un nuovo esito e, in questo sforzo, la produzione di una soggettività, la soggettività della creazione.
La crescita del potere costituente non dipende dall’accumulazione ma da un percorso, da un’azione soggettiva. È la storia di ciò che Spinoza definirebbe passione costituente della multitudo.

Traduzione dal portoghese di Chiara del Gaudio

Il Grande Progetto è deragliato

Bruno Cava

«Il terzo mondo esploderà!» Questa affermazione è tratta da uno dialogo di O bandido da luz vermelha di Rogério Sganzerla. Il film del 1968 rappresenta il sottosviluppo come un’esperienza disarticolata e paradossale, sull'orlo dell'abisso. Sottraendosi alla cultura delle avanguardie dell’epoca, compreso il Cinéma Nôvo di Glauber Rocha, O bandido da luz vermelha rifiuta i messaggi edificanti per presentare i tropici semplicemente come una bomba a orologeria. Invece delle contraddizioni interne alla formazione di uno spazio nazionale, alle tensioni fra sviluppo ed emancipazione, il cineasta preferisce raccontare l’impossibilità congenita di un Brasile a immagine e somiglianza del colonizzatore (lo stato, il capitale, la modernità).

Rifiuta così qualsiasi Patto Nuovo fra classi popolari e borghesia nazionale orchestrato dalle sinistre, e quindi il gusto e i miti civilizzatori propri della retorica «nazional-popolare». Sganzerla propone invece, con l'ironia pop di un Oswald de Andrade, l'intelligente messa alla berlina di un Grande Progetto che gioca solo a favore delle élite colonizzatrici e colonizzate. Nel film, il vicolo cieco e la catastrofe non inducono al pessimismo, ma piuttosto alla paradossale percezione che l’unica uscita dal sottosviluppo sia nel sottosviluppo stesso. L’inadeguatezza rispetto al progresso non richiama nostalgie di un’identità anteriore né un passato da riscattare. All’epoca il film non venne classificato né come di sinistra né come di destra.

Oggi, quando moltitudini amorevolmente vestite di nero, che sembrano uscite direttamente dai fumetti, si riversano per le strade, la profezia sganzerliana trova la sua conferma. L’azione sfugge alla comprensione delle sinistre che continuano a non capire niente, capiscono solo che qualcosa di completamente nuovo sta accadendo, qualcosa che loro non comprendono. Nel 2013, Rio è esplosa. Il Grande Progetto è deragliato. Si è sbagliato chi credeva che con la crescita economica e le politiche sociali, tra la Confederation Cup e le Olimpiadi, le persone si sarebbero politicamente adeguate. È successo il contrario. La nuova composizione sociale cresciuta negli ultimi 10 anni ha definito il luogo e il tempo delle lotte, si sono moltiplicati i collettivi, le assemblee e i territori dell'organizzazione.

I governi e una sinistra il cui discorso era già obsoleto nel 1968 ora sono spaventati, sono storditi, ma il mostro che hanno allevato era fuggito dal laboratorio ormai da molto tempo. I sintomi erano molti, ogni volta più frequenti: piccole rivolte contro le mega-opere, rimozioni urbane, super valorizzazione immobiliare, disordini, domicili coatti e la sempiterna uccisione di neri e indios, in nome del progresso. Il movimento è cresciuto man mano che cresceva la questione dei trasporti e ha acquisito visibilità grazie alla Confederation Cup, durante la più autentica e calorosa festa del paese. Il futuro ha bussato alle porte della Nuova Rio. Ma non ha niente a che vedere con il progresso pacifico e pacificatore sognato dalla borghesia/sinistra nazionale e dal suo «compromesso storico».

C'è chi non si stanca di ripetere che le manifestazioni sono tornate al punto di partenza. Lo si ripete inutilmente. Le proteste hanno già percorso un lungo cammino, hanno trasmesso impulsi, indignazione e un chiaro segnale di invito alla mobilizzazione politica e produttiva. Queste lotte configurano un vero e proprio ciclo, con effetti a breve e lungo termine. Solo chi rimane isolato in casa a seguire le notizie che arrivano dai mass media può avere l’impressione che sia una minoranza confusionaria quella ancora mobilitata. Il PT, dal canto suo, ha ridotto la lettura di quanto accaduto alla teoria dei gruppetti irresponsabili con tratti fascisti. Secondo questa idea, le proteste, senza avere né ragioni né obiettivi, e manipolate dalla destra golpista, avrebbero avuto come unico risultato quello di destabilizzare i governi gestiti dal PT e dai loro alleati. La sinistra agita questi fantasmi per criminalizzare le lotte.

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foto di Katja Schilirò

Con gli sviluppi di agosto, la convergenza criminalizzante di destra e sinistra ha rafforzato la teoria del «gruppo di esagitati che spaccano tutto». Diffusa da tutti i notiziari, dagli opinionisti sulle colonne dei giornali, e tra gli intellettuali organici, non è servita solo ad affermare un senso comune a cui la popolazione dovrebbe moralmente aderire, ma anche per mettere in moto i meccanismi del potere punitivo, a cui i media hanno storicamente e da sempre partecipato. Al di là della brutalità della polizia nelle strade, si moltiplicano gli arresti basati sul nulla, le intimidazioni a fronte di opinioni postate su Facebook, il divieto generale di usare maschere e quindi le minacce rivolte agli attivisti. Una militante ricercata per la sua partecipazione ai black bloc si trova in esilio virtuale in Argentina e sta pensando di chiedere asilo politico. Questo senza parlare del sistematico spionaggio delle conversazioni sui social network e delle intercettazioni telefoniche, in quello che può essere considerato il Watergate brasiliano.

Il 7 di settembre a Rio, la manifestazione del Grito dos excluídos è riuscita a unire i movimenti tradizionali con i gruppi e le dinamiche sbocciate sulla scia delle manifestazioni. Per la prima volta, si sono potuti vedere i tradizionali carri com musica e bandiere fianco a fianco ai black bloc, le maschere di Anonymous e i molti Media Ninja (l'informazione alternativa di movimento). La tenacità com la quale si è tenuta viva la lotta, lo scontro diretto, nonostante una violenza e persecuzione crescenti, è senz’ombra di dubbio, un dato nuovo. La questione del trasporto pubblico produce rivolte frequenti, a volte molto dure, come quelle del 10 e 11 settembre sui treni. Nel frattempo continua lo sciopero dei professori statali, che negli ultimi giorni ha coinvolto anche gli impiegati delle poste.

Qualcosa di molto solido nella percezione della nuova Rio si è disfatto nell’aria piena di lacrimogeni. Le certezze elettorali sono a pezzi. Le promesse di riscatto sociale legate ai megaeventi non convincono più. Nessuno è più disposto ad accettare una pacificazione sociale fondata sulla paura. La gloriosa scalata a città del primo mondo non ha resistito alle giornate di giugno e ormai suona falsa, finta.

Oltre agli effetti superficiali, anche qualcosa della cordialità brasiliana è svanito. Una trasformazione nella dimensione dei gesti. Il fascismo è uscito fuori dagli armadi, è stato obbligato a scendere dalle colline e a occupare i telegiornali. Il potere sta costando caro a chi pretende di continuare a esercitarlo senza concessioni. Intorno alla violenza, questione controversa, vi è una lotta simbolica e reale. In questo scenario chi pensa di poter valutare ogni violenza con lo stesso metro, perde di vista le questioni razziali, di genere, e di orientamento politico, e finisce così per lavorare a favore della pacificazione repressiva.

Nel 2013, la polvere sotto il tappeto ha finito per sollevare il tappeto, spogliando il potere del suo fascino discreto e della sua fiera superbia. Il tic tac di Sganzerla, almeno a Rio, continua a risuonare.

 Traduzione dal portoghese di Chiara del Gaudio

Femminismi in divenire

Cecilia Vieira de Melo

In Brasile quest'anno abbiamo scoperto che nel 2012 sono stati assassinati 338 omosessuali– un morto ogni 26 ore e un aumento del 21% rispetto all’anno precedente1 - e 4993 donne sono state violentate solo nello Stato di Rio de Janeiro2. Quest’ultima ricerca è stata fatta basandosi sui registri delle polizie dello Stato e ha rivelato più di 13 stupri dichiarati ogni giorno, un aumento del 23,8% in relazione al 2011. Abbiamo scoperto anche che, su 8 mila donne intervistate, il 99,6% era già stata molestata (verbalmente e/o fisicamente) in luoghi pubblici – per strada, sui mezzi di trasporto pubblici, al lavoro etc. – e che di questo totale, l’81% ha rinunciato a fare qualcosa, come attraversare una strada o andare in un posto di notte, per paura di molestie3.

Ma il 2013 non è segnato solo dalla messa in luce dei colpi che il patriarcato sferra contro tutte e tutti noi. Gli attacchi dei settori parlamentari conservatori contro i diritti di donne, gay e lesbiche in Brasile hanno mobilitato migliaia di persone in manifestazioni che hanno invaso le strade e i social network per chiedere autonomia, libertà sessuale, diritto a un aborto legale, sicuro e gratuito e per ricordare l'impegno costituzionale sulla laicità dello Stato4. La Marcha das Vadias ha convocato la sua parata annuale di corpi ribelli in risposta alle violenze della società patriarcale contro tutto ciò che non è maschio, provocando l’ira e l’insonnia dei guardiani dei genitali adulti altrui5).

Le manifestazioni popolari si sono intensificate a partire dalle giornate di giugno, e le aggressioni sessuali subite dai manifestanti durante l'occupazione del municipio di Belo Horizonte ha riacceso il dibattito sul maschilismo nella sinistra6). La Marcha Mundial das Mulheres ha riunito a San Paolo migliaia di donne solidali nella lotta contro la povertà e la violenza che colpiscono in modo crudele il genere femminile7).

Quasi nello stesso periodo, durante il seminario sulle soggettività e il transfemminismo dell’Universidade Federal do Rio Grande do Norte, un collettivo formato da creature resistenti e turbolente ha occupato uno dei bagni maschili dell’università attirando l’attenzione sul paradigma della normalità di sesso e genere che addomestica i nostri corpi e le nostre menti, e ha lanciato un manifesto politico transfemminista queer che ha portato a discutere sui diritti, desideri e necessità di tutte e tutti noi, normalizzati, insorgenti, transessuali, delinquenti, femministe, prostitute e vandali per una nuova poetico-politica8. L’anno non è ancora finito. E questi sono solo esempi di una lotta che si costruisce giorno per giorno, su più fronti, da parte di un femminismo che in queste lotte elabora molteplici femminismi.

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foto di Katja Schilirò

Femminismi che lottano contro il sistema e il tritacarne capitalista neo-liberale. Che respingono l'impianto sociale e culturale fondato sul binarismo sessuale; che mettono all'indice la pattuglia mediatica dei corpi femminili, controllati, standardizzati, depilati, igienizzati; che rivelano le ideologie d’inferiorità femminile che strisciano al di sotto di discorsi sottili; che denunciano la divisione sessuale del lavoro negli spazi pubblici e privati e le molte violenze teleguidate; che fanno implodere il dualismo moralista che permette alla donna di esistere e appartenere solo come peccatrice o santa, puttana o vergine.

Femminismi, al plurale, con bandiere che s’intersecano, si cuciono e s’istigano, permettendo approcci a partire dai punti di vista delle donne nere, indigene, bianche, povere, prostitute, transgender, cisgender, lesbiche, etero, centrali e periferiche, e permettendo la costruzione e il rafforzamento di discorsi e socialità alternative. Alternative a cosa? A quello che è posto e imposto. Alle istituzioni definite a partire dell’esperienza maschile la cui fisiologia definisce la maggior parte degli sport, le cui biografie definiscono le carriere di successo, il cui servizio militare definisce la cittadinanza, la cui presenza definisce la famiglia, i cui desideri e feticci definiscono la pornografia e via di seguito9.

Il femminismo, nei suoi molteplici aspetti, ha nel suo carattere contro-egemonico la capillarità di cui ha bisogno per diventare terreno d’intersezione con altre lotte sorelle: per l’abitazione, per i diritti indigeni alle terre ancestrali, per la mobilità urbana, per la sicurezza alimentare, anti-manicomiale, contro il razzismo, l’omofobia, la transfobia. Perché l’impegno non è solo quello di far implodere l’androcentrismo, l’etnocentrismo, l’eurocentrismo, ma tutti i prefissi che si propongono di essere «centro» e non prospettiva. In questa impresa, noi che insorgiamo sappiamo che l’egemonia fa di tutto per mantenersi dentro le mura della sua cittadella, emettendo dal suo rifugio sicuro le norme che dobbiamo seguire.

Sappiamo anche che il perpetuarsi di questo dominio comporta lavoro, richiede la ripetizione, l’adeguamento, la creazione e il mantenimento di pratiche discorsive quasi infinite che tentano costantemente di convincerci della necessità di conformità, sottomissione, resa, con pratiche di convincimento che vanno dal bombardamento mediatico alla violenza della polizia.

Ma se l’insorgenza popolare brasiliana ci ha dimostrato qualcosa, se gli espropriati, i violentati, i marginalizzati, i perseguitati ci dimostrano qualcosa- e ci dimostrano molto! -, è che noi siamo coraggiosamente in grado di fare nostre le etichette ufficiali-mediatiche e gli inganni statali di criminalizzazione della resistenza popolare: siamo vandali, puttane, delinquenti, teppisti, prostitute, froci, resistenti. Il fatto è che le etichette non aderiscono alla nostra pelle. La colpiscono, ma tornano indietro risignificate, piene della forza della moltitudine.

 Traduzione dal portoghese di Chiara del Gaudio

  1. Fonte: http://noticias.uol.com.br/cotidiano/ultimas-noticias/2013/01/10/brasil-e-pais-com-maior-numero-de-assassinatos-de-homossexuais-uma-morte-a-cada-26-horas-diz-estudo.htm []
  2. Fonte: http://www.isp.rj.gov.br/Conteudo.asp?ident=300 []
  3. La ricerca è stata realizzata dalla giornalista brasiliana Karen Hueck e divulgata dal think tank femminista Olga. Fonte: http://thinkolga.com/2013/09/09/chega-de-fiu-fiu-resultado-da-pesquisa/ []
  4. Sugli atti contro lo Statuto del nascituro, vedere: http://www.brasildefato.com.br/node/13243 []
  5. Fonte: http://marchadasvadiasrio.blogspot.com.br/ (Consultato il 13 Settembre 2013 []
  6. Fonte: http://www.otempo.com.br/cidades/pol%C3%ADcia-ir%C3%A1-investigar-outras-den%C3%BAncias-de-estupro-durante-manifesta%C3%A7%C3%B5es-na-capital-1.694587 (Consultato il 3 Settembre 2013 []
  7. Fonte: http://marchamulheres.wordpress.com/2013/08/27/encontro-internacional-da-mmm-feministas-denunciam-ofensiva-do-capitalismo-sobre-o-trabalho-o-territorio-e-os-corpos-das-mulheres/ (Consultato il 10 Settembre 2013 []
  8. L’incredibile manifesto delle Afetadxs può essere letto qui: http://afetadxs.blogspot.com.br/2013/08/medode-glitter-escritoem-15082013-as.html []
  9. MACKINNON, Catharine Feminism Unmodified: Discourses on Life and Law, Harvard University Press, Cambridge, Mass., 1987. p. 36 []