Salvare l’Europa. E gli europei

Lelio Demichelis

«La cosa più triste, nella crisi europea, è l’ostinazione con la quale i leader europei al potere presentano la loro politica come l’unica possibile; e il loro timore per ogni scossa politica che possa alterare anche solo di poco l’attuale quadro istituzionale. La palma del cinismo spetta sicuramente a Jean-Claude Juncker il quale, dopo le rivelazioni di LuxLeaks spiega tranquillamente all’Europa sbalordita di non avere avuto altra scelta, quand’era alla testa del Lussemburgo, se non quella di gonfiare la base fiscale dei suoi compatrioti: “L’industria declinava, vedete, dovevo pur trovare una nuova strategia di sviluppo per il mio paese; cos’altro potevo fare se non trasformarlo in uno dei peggiori paradisi fiscali del pianeta?”». Lo scriveva nel 2014 su Libération Thomas Piketty, economista all’École des hautes études en sciences sociales e all’École d’economie di Parigi – ma soprattutto autore del famosissimo, e molto citato, Il capitale nel XXI secolo, pubblicato da Bompiani un paio d’anni fa.

Ora quell’articolo e altri, apparsi sul quotidiano francese tra il 2004 e il 2015, sono raccolti nel volume Si può salvare l’Europa?, pubblicato in italiano sempre da Bompiani. Offrendo una sintesi – molto condivisibile in quasi tutti i punti – del suo pensiero di economista e di storico della disuguaglianza oltre che di critico delle politiche europee di austerità. Una sintesi che copre campi diversi – molto francesi alcuni, più europei se non globali altri – che parte appunto da un prima della crisi per arrivare poi alla analisi dettagliata e appunto critica della crisi scoppiata nel 2007 in America e in Europa nel 2008 – e delle diverse strade scelte da Stati Uniti e Unione Europea per uscirne. Con un taglio giornalistico, certo, anche se mai semplicistico e tuttavia con immagini o metafore spesso accattivanti come l’accusa (sempre del ’14) al presidente Hollande di essere non più un socialista ma di voler passare alla storia, se va avanti così, per un socialmaldestro, ovvero «un adepto dell’improvvisazione permanente, uno che prima delle elezioni avrebbe fatto meglio a riflettere su cosa intendeva fare una volta eletto».

In verità, in questi ormai quasi dieci anni di crisi l’Europa ha conseguito un primato assoluto di concentrazione di politici maldestri, che hanno pensato di risolvere la crisi stessa non con doverose politiche anti-cicliche ma tutte assurdamente pro-cicliche, aggravando cioè la crisi anziché risolverla. Maldestra, incapace e ostinata – questa Europa? O forse, e piuttosto (viene da dire): perfettamente coerente con l’ideologia neoliberista austro-americana e insieme ordoliberale tedesca che appunto da oltre vent’anni la sta dominando (e, dovremmo dire anzi, minando: consumando, distruggendo nella conseguente proliferazione di populismi, razzismi e di destra estrema: Ungheria, oggi Polonia). Un’ideologia, cioè un sistema chiuso di pensiero, che vive nella propria autoreferenzialità (i mercati funzionano in automatico, ha sentenziato Mario Draghi), per cui se la realtà contraddice l’ideologia è la realtà «sbagliata», non l’ideologia stessa. Un’ideologia che ha fatto della critica al welfare, della deregolamentazione dei mercati finanziari e del lavoro, delle privatizzazioni, delle disuguaglianze deliberatamente prodotte (dato che «la progressività dei sistemi fiscali è stata fortemente ridotta», sintetizza Piketty) e del dover diventare ciascuno imprenditore di se stesso il proprio credo assoluto – la sua teologia economica (capitalista).

Scrive Piketty: «Nel corso degli ultimi decenni, le classi popolari hanno subito l’equivalente di una doppia punizione, sia economica, sia politica. Lo sviluppo economico non ha certo favorito i gruppi sociali più svantaggiati dei paesi sviluppati e un tale corso politico non ha fatto che inasprire le tendenze in atto. Si sarebbe potuto pensare che le istituzioni pubbliche, i sistemi di protezione sociale, le politiche adottate nel loro complesso si adeguassero alla nuova realtà, chiedendo di più ai beneficiari del nuovo corso (i ricchi sempre più ricchi), per provvedere con maggiore energia ai gruppi sociali più colpiti. Invece è accaduto l’esatto contrario».

E dunque, come salvare l’Europa? Non basta scusarsi, scriveva Piketty nel ’14, è piuttosto giunto il tempo di ammettere «che sono le stesse istituzioni europee ad essere chiamate in causa e che solo una rifondazione democratica dell’Europa può aiutare a portare avanti politiche di progresso sociale». Il problema – chiosiamo – è che nessuno si è ancora scusato, né mai lo farà, e che anzi l’Europa prosegue lungo il suo piano inclinato. Un piano che vediamo inclinato solo noi critici ma non la classe dirigente europea (Piketty insiste molto sulle colpe non solo tedesche ma anche francesi e italiane): perché quanto si è realizzato (non vediamo un’altra spiegazione) era precisamente l’obiettivo ideologico da raggiungere. Piketty aveva molta fiducia in Syriza e in Podemos: i leader europei ma anche i mass media dovrebbero avere l’intelligenza, scriveva sempre nel ’14, di capire che «questi movimenti politici a sinistra della sinistra sono fondamentalmente internazionalisti e filoeuropei. Anziché emarginarli, bisogna collaborare con loro per tracciare i contorni di una rifondazione democratica della UE». Già, perché a bloccare l’Europa «sono innanzitutto i vincoli antidemocratici su cui è stata costruita: rigidità dei criteri di bilancio, regola dell’unanimità sulle questioni fiscali, la tecnocrazia. E ancora di più, l’assenza di un investimento sul futuro».

La democrazia, dunque, come via obbligata per salvare l’Europa (e gli europei). Ma anche un pensiero politico progettuale capace di investire sul futuro. Ancora più difficile, certo in un’Europa che dopo la crisi economica si trova oggi incapace di gestire anche la crisi dei migranti. Un’Europa oggi sempre più affascinata dalla non-democrazia, dal populismo, dal nazionalismo.

Solo la democrazia salverà l’Europa. Il come e con chi è ancora tutto da costruire.

Thomas Piketty

Si può salvare l’Europa? Cronache 2004-2015

traduzione di Sergio Arecco

Bompiani 2015, 392 pp., € 20

Il richiamo di Jack London

jacklondonGiorgio Biferali

«Ci dovrebbe essere un tempo nella vita adulta dedicato a rivisitare le letture più importanti della gioventù», scriveva Calvino nella sua celebre “esortazione” ai classici che finì in una raccolta di saggi pubblicata postuma (Perché leggere i classici, appunto). Calvino aveva dedicato le prime pagine di quel saggio alla lettura e alla rilettura, che quando si parla di un grande classico diventano più o meno la stessa cosa. Con il passare del tempo cambiamo noi e cambiano anche i libri, «nella luce d’una prospettiva storica mutata».

Succede anche leggendo Jack London nella bellissima traduzione di Michele Mari, che è poi una forma alta di rilettura. Una sorta di “metarilettura”, in cui il lettore rilegge Il richiamo della foresta attraverso la rilettura di Michele Mari. E la sua non può essere una rilettura fredda, distaccata, meccanica. «Si tratta di un libro letto “di norma” nell’adolescenza – confessa Mari nella prefazione – e dunque filtratosi in noi con un grado di pervasività e di fisiologico autobiografismo impensabile per opere incontrate più avanti negli anni». A cominciare dal titolo originale del romanzo di London, The Call of the Wild, che Mari ha tradotto rispettando la tradizione e la memoria collettiva dei lettori, facendo una scelta sentimentale più che filologica.

E ritroviamo Buck, il cane nato da un San Bernardo e da un pastore scozzese, che all’inizio della storia vive una vita tranquilla nella valle di Santa Clara (California), in compagnia del giudice Miller e dei suoi figli. Ma la tranquillità dura poco, perché Buck viene rapito dal giardiniere del suo padrone e portato nel gelo del Klondike (Canada) al servizio di cercatori d’oro violenti e spietati. Se è vero quello che dice Antonio Prete, che tradurre è come accogliere un ospite nella casa della propria lingua, Mari sembra conoscere bene il suo ospite, i suoi interessi, le sue passioni, le pagine dietro cui si nasconde la vita. Sa che London è un «convinto atavista», che Buck è un «animale diacronico» e che il suo viaggio verso il Nord non è altro che «un’anamnesi»: «Jack London si è trasfuso in lui con una convinzione, con un’autorevolezza, con un disperato fanatismo che rendono il suo racconto credibilmente “autobiografico”». Dall’incontro di due grandi scrittori, Jack London e Michele Mari, la storia di Buck riprende vita, la riscoperta della sua natura libera, primitiva, selvaggia, lontana dalle comodità dell’ambiente domestico. Il furore, l’orgoglio, l’astuzia, la paura, il coraggio, la pazienza, la ferocia, l’amore, l’estasi. Un viaggio nel mondo di fuori per conoscere il mondo di dentro, un’avventura che diventa l’occasione ideale per incontrare i propri demoni, i propri fantasmi, quel passato lontano che non ha mai smesso di abitare il presente. Come scrive Agamben, l’avventura è «tanto incontro con il mondo, che incontro con se stessi» (L’avventura, nottetempo, 2015, pp. 77, € 7,50). Per capire la vitalità, i colori, la musicalità della scrittura di Mari e della sua “accoglienza”, basterebbe confrontarla con una vecchia traduzione Bompiani del 1987: «La presenza di quelle ombre era tanto perentoria, che di giorno in giorno gli uomini e le loro pretese diventavano per lui più lontani. Dal profondo della foresta risuonava un richiamo e ogni volta che egli lo udiva, misteriosamente attratto ed eccitato, si sentiva spinto a voltare le spalle al fuoco e alla terra battuta che lo circondava e a immergersi nella vegetazione, sempre più in là, senza sapere dove andasse né perché» (nella traduzione di Grazia Gatti). «Queste ombre lo chiamavano così perentoriamente, che ogni giorno l’umanità e le sue pretese scivolavano un po’ più lontano da lui. Dalla foresta risuonava profondo un richiamo, e ogni volta che lo udiva, spaventoso e invitante, si sentiva costretto ad allontanarsi dal fuoco e dalla terra battuta per immergersi nella foresta, sempre più in là, senza sapere dove né perché» (nella traduzione di Michele Mari). Mari non ha paura del suo ospite, non vuole leggerlo letteralmente, sa come muoversi nella casa della lingua italiana. «Tradurre non è sostituire le parole – scrive Daniele Petruccioli – tradurre è eseguire una musica» (Falsi d’autore, Quodlibet, 2014, pp. 128, € 10). E Mari questa musica la conosce bene, non ha mai dimenticato il “richiamo” di un grande classico come Jack London.

Jack London

Il richiamo della foresta

traduzione e prefazione di Michele Mari

Bompiani, 2015, pp. 138, € 10

Il film del secolo

Valerio De Simone

Come si può definire, e di conseguenza leggere, Il film del secolo (Bompiani, 2013)? La prima risposta che viene spontanea sarebbe un libro-intervista di Rossana Rossanda, figura di spicco della sinistra italiana nonché fondatrice del manifesto, con Mariuccia Ciotta e Roberto Silvestri, due colonne portanti della critica cinematografica già dello stesso quotidiano. Ma se il libro fosse classificato in quest'ottica potrebbe risultare in parte riduttivo.

Piuttosto si potrebbe leggere come un vero e proprio romanzo autobiografico in cui i tre protagonisti, che hanno condiviso una lunga amicizia e hanno lavorato nello stesso giornale, si rincontrano a Parigi, nell'appartamento di uno di loro. Qui “con le immancabili tazze di tè circondate da allegri e dolci macarons” i tre protagonisti iniziano una lunga conversazione che riporta alla mente del lettore-spettatore quelle avvincenti tra Julie Delpy e Ethan Hawke nella trilogia cinematografica diretta da Richard Linklater.

Il tema principale e filo conduttore della conversazione è il cinema che, nello svolgersi del dialogo, diviene uno specchio su cui si rifletteranno non solo i gusti estetici, ma anche le ideologie e di conseguenza l'attivismo politico, i sogni, le vittorie e le sconfitte che hanno animato le vite degli autori.

Il libro si apre con una introduzione a firma della Rossanda stessa che spiega come il giornale-movimento politico da lei co-fondato e costatole un'espulsione dal PCI, inizialmente fosse costituito da quattro pagine interamente dedicate alla politica. Successivamente, come ricorda Mariuccia Ciotta, fu proprio Rossana Rossanda a spingere perché nel “manifesto” “si ampliasse a poco a poco lo spazio d'intervento giornalistico e si moltiplicassero i campi di battaglia teorici e politici.” Così al quotidiano vennero aggiunte due nuove pagine destinate al dibattito culturale. I giovani Roberto Silvestri e Mariuccia Ciotta, che all'epoca lavoravano nell'archivio del giornale e si dividevano tra un impegno militante politico e cinematografico, vennero promossi e inviati in missione speciale alla Mostra del cinema di Venezia.

Lontano dall'essere un'opera prettamente nostalgica, o fruibile esclusivamente da un pubblico di appartenenti alle generazioni pre belliche e dei baby boomers, Il film del secolo è un'appassionante carrellata sul Novecento che si articola in diciotto capitoli (più un'appendice di tre articoli scritti da Rossana Rossanda per il “manifesto”, di cui in particolare si consiglia vivamente la lettura di La forma assoluta e bellissima del dolore). In ogni capitolo si affronta un tema cinematografico osservato attraverso una lente politica ed estetica. In questo “lungo viaggio” si incontrano non soltanto le figure classiche del cinema hollywoodiano (Buster Keaton, Charlie Chaplin, Howard Hawks...), ma anche i classici della rivoluzione russa, primo fra tutti Sergej Michajlovič Ėjzenštejn, fino ad arrivare all'oriente di Yasujiro Ozu e Yukio Mishima.

I momenti di maggior ricchezza del testo non sono quelli di condivisione bensì quelli di contrasto, quando le due generazioni coinvolte, l'una che ha vissuto la seconda guerra mondiale, l'altra che si è affacciata alla politica partecipando al movimento del Sessantotto, si confrontano. Questo risulterà per il lettore avvincente, dal momento che apre una serie di riflessioni sul passato, sul presente e sul futuro.

Un ottimo esempio lo possiamo trovare nel film o meglio nella saga cinematografica Guerre Stellari inaugurata da George Lucas nel 1977 che diviene un vero e proprio leitmotiv per tutto lo svolgersi del libro. La trilogia, amata e salutata dalla coppia Ciotta-Silvestri come l'alba di un nuovo cinema rivoluzionario, non esercita lo stesso fascino su La ragazza del secolo scorso che invece ama molto Million dollar baby: “ di quel film – afferma la Rossanda - mi piace tutto, la ragazza, il modo con cui Eastwood racconta, l'ideologia, il coraggio di fronte a chi ti chiede di morire.”

Il film del secolo dunque si propone una lettura che si rivolge non solo a cinefili appassionati, senza distinzione d'età, ma anche agli appassionati di storia politica mondiale.

Rossana Rossanda
con Mariuccia Ciotta e Roberto Silvestri
Il film del secolo
Bompiani (2013), pp. 341
€ 19,00

luce in macchina

enrico ghezzi

Ha un qualcosa di esotico, sentir parlare di cinema angeloguglielmi, o leggere della sua pratica filmica contaminata tra produzione distribuzione promozione e infine sempre in qualche modo ricentrata entro il cono d’ombra televisivo. E esotico, antichissimo e moderno infatti, appare lo stupore scherzoso con cui racconta un aneddoto che subito si fa apologo: la troupe televisiva della RAI mandata a realizzare un reportage sul set del dirompente spoglio bellissimo Francesco della Cavani (inventato da guglielmi per la stessa RAI), si rivela più grossa numerosa opulenta di quella del film stesso.

Fin troppo reverente rispetto all’aura del cinema «bigger than life», il funzionario televisivo si riscopre e mette «qui» a disposizione quasi mezzo secolo della sua vita professionale tra tv e cinema, ridicendola per noi come un piccolo grande rosario di accadimenti fatali, un crogiolo di scritture incrociate in un baluginìo di titoli e di epifanie appena accennate, profumate di oscar e delle essenze ambigue del successo, il curiosissimo e napoleonico guglielmi avanza mascherato da intellettuale puro duro impaziente, ma di impazienza e curiosità insieme illuministe e compunte, di trasognato piccoloprincipe che nella trasparenza del deserto notturno partecipa a riunioni aziendali e sa bene della necessità di optare – potendo disporre di un budget – per le scelte impossibili.

Non so quanto sia davvero appassionato di cinema, angeloguglielmi. Certo è appassionato dal cinema, e non di rado telefona per sapere cosa mi è parso degli ultimi film che ha visto (come fa(ceva) mia mamma con quelli che non ha visto). Ma per quanto non rinunci a schizzare paragoni tra le arti (ovvero tra i linguaggi), accennando qua e là alla chimera dello «specifico filmico» (troppo naturalmente, il montaggio?) il grande critico letterario impaziente trasogna il giocolavoro del cinema, dal cui godimento traspare lo sgomento del giocatore di fronte al gioco delle immagini, con le quali si vince sempre e sempre si perde, nello stesso gesto.

Più volte, in ufficio o correndo i corridoi e la loro estensione aerea romamilano, negli anni della sua Terza Rete (1987/1995) avemmo o ci demmo l’occasione di parlare di questo, da posizioni distantissime o di vicinanza fulminea, col cinema quale pietra di paragone scisssa spaccata tra evidenza del vedersi e più o meno misteriosa invisibilità semplice della banalità tecnica che lo permette. Alla fine (??) credo ci si fosse tacitamente e insieme pubblicamente trovati d’accordo sulla necessità terribile di fare capolavori o null’altro da parte di qualunque scrittore o scrivente nell’oggi del presente eternamente rinviato, quasi schiacciato dalla capacità filmica di registrare automaticamente il teatro del mondo e il suo doppio assente. Del resto, il cinema richiede lo stesso (e più) ai suoi addetti cineasti autori dispersi, quella sorte di eroismo ottuso che è dei più grandi, un’ottusità competitiva con la qualità più assoluta: il fatto che qualcosa (anche solo un’ombra del nulla) venga comunque filmato.

Vagamente scettico sul cinema in tv, e peraltro irritato se non sbigottito dal marchio di «anticinematografico» (basta vedere la lista dei film cui ha messo mano, dai primi della Cavani e dal bizzarro esperimento medievale di Malerba-Guerra-Indovina Tre nel mille con un carmelobene doppiato (!!) per esaurimento del budget, al magnifico Cristoforo Colombo di cottafavi, e a Il gabbiano di bellocchio, oltre che all’indicazione di bertolucci e di fellini per quelli che saranno Strategia del ragno e Prova d’orchestra) che lo marchia per lo scarso peso della programmazione filmica nel palinsesto della sua RaiTre, guglielmi mi chiese di occuparmi del palinsesto per la quale fino a allora avevo curato con selvaggeria ossessiva proprio le proposte di cicli di film tra l’ipercinefilo e il classico, culminate in effetti nel programma-palinsesto di 40 ore non-stop (a finedicembre 1985) inghiottite dal grandecinema di tutti i tempi, La magnifica ossessione, per i novant’anni dalla prima proiezione Lumière.

Mostrando quindi di apprezzare proprio la forma ultrafilmica di un programma che poteva essere considerato un pianosequenza dentro un labirinto filmico di quasi due giorni o un mosaico ipermontato a frammenti, dove qualunque film diventava a sua volta lo stacco o la scheggia di un collegamento in diretta con la testa dello spettatore cinedesiderante e desiderato dal cinema.

Ma questa è storia – impossibile perché troppo affollata di «testi/testimoni» (immagini), troppo ricca e fangosa – irraggiungibile e sempre più non verificabile e ingiudicabile da quel 28 dicembre 1895 in cui il cinema uscì dalla fabbrica e si fermò in stazione. Si potrebbe dire che guglielmi condivideva con me (che avevo avuto diecianni più o meno nel 1963 della sua avanguardia) proprio l’ossessività del cinema stesso, macchina semplice che complica e rende misteriose le immagini-fotogramma facendole trascorrere e ripetere a diverse velocità, in una sovrimpressione spazialmentale che le muta in corpi/protesi.

Troverete le le tracce di tale ossessione in questo libro, che presto abbandona i fantasmi suggestivi di robertolonghi e le sottigliezze delle differenze tra generi e tra metageneri (gli proporrei per esempio il confronto tra la «lunghezza» del testofilmico più tipico – il lungometraggio – e le serie e miniserie che risultano invece dannatamente troppo «corte» non riuscendo a mimare la vita e le vite nella loro durata, se mai facendo apparire la vita «nostra» un cortometraggio incompiuto) per chiudersi, dopo il racconto dei due mandati (tra il 1995 e i primi anni Duemila) come presidente dell’IstitutoLuce, in un mirabile e malinconico sbriciolarsi di titoli cifre lettere rendiconti elenchi che inseguono e suggellano lo svanire di molte illusioni e intenzioni

Secondo una percezione del cinema fatalmente «esatta» e scolpita nello s p a z i o e non nel tempo, mediante la quale condurre l’assalto al ruolo retrogrado pluridecennale di distribuzione e esercizio, provando a ignorare e oltrepassare la «lentezza» costituita della produzioni (me lo ricordo scorato dalla prospettiva di non poter dare impulso a un’idea di cinema ma di doversi limitare a curare il girarsi o il completarsi di tanti progetti e film approvati da anni) lanciando dal quasi nulla un circuito parallelo e perfino realizzando un sogno di livello europeo nelle due sfortunate edizioni (1998-2000) de Il Grande Cinema, rassegna di proiezioni in copie nuove a roma milano e in qualche altra città di più di ottanta film (americani soprattutto; e italiani, e europei) scelti tra i più «belli» della seconda parte della storia del cinema (proposta generosa e intempestiva, comunque memorabile anche se utopistica nell’intento di trapiantare di colpo in un paese drammaticamente in ritardo rispetto a francia e gran bretagna ma anche a germania e spagna, l’attenzione e il gusto di un cinema meno affidato allo sfruttamento del mercato più brutalmente immediato; guglielmi ricorda di aver avuto il suggerimento da walterveltroni: credo si possa perdonare molto al sereno nichilismo veltroniano, più ancora che per questo abbozzo di iperfestival postmoderno, per la candidatura calda di guglielmi a direttore della Terza Rete).

Io, così contorto e infantile da osservare che l’elenco dei film del Grande Cinema permette al libro di chiudersi con Viaggio in Italia di rossellini, posso ringraziare l’autore di avermi menzionato (a proposito dei film aiutati e cofinanziati dalla nostra rete) quale sponsor del primo film di mariomartone; ma proprio nei giorni di quella segnalazione, di cui mi compiaccio benché non credo sia stata decisiva, guglielmi fu ancor più asimmetrico generoso fiducioso e autonomo, assicurando un contributo sostanzioso per la sonorizzazione di uno dei primi intensi film di pasqualescimeca, Un sogno perso, e comprando (per una cifra tre o quattro volte superiore a quella che riuscivo di solito a destinare un film del genere) lo stupendo La morte di Empedocle. Fortissima fu poi la sua empatia per il cinematelevisione di Cinico tv (di ciprì-maresco), dal primo momento in cui ne vide un tre minuti occhieggiare e bruciarci gli occhi dal mio monitor, e lo stesso accadde con Tetsuo di tsukamoto: cos’è questo capolavoro che stai vedendo? Bello vero? – l’ho strapremiato al festival di fantascienza a roma, ma non riesco a trovare i diritti, il critico giapponese cui ho chiesto il telefono e il fax del regista mi deve aver dato numeri sbagliati, ho capito che ha odiato il film e me… – tu compralo, facciamo come con le riviste, tu dichiari che la RAI pagherà i diritti a chi si farà vivo, intanto lo mandiamo in onda, ti copro io non ti preoccupare.

(La sera del giorno in cui la nomina al Luce fu ufficiale, guglielmi mi telefonò, senza illusioni ma eccitato. Volevo pensare a una sala romana dove proiettare un cinema tutto «mio», eccentrico fuoriorario? Pensando al pubblico ma secondo il mio girar di testa; mi misi subito a scrivere una pagina su come avrei voluto far girare la testa al pubblico. Dopo tre o quattro anni, ancora continuava l’odissea nello spazio, a conferma dello spazio come dimensione estetico-politico assolutamente cinematogafica e filmica; piccoli film del centro, sedicenti in affitto in locali pubblici, in mora o insolventi da decenni, venivano ricuperati (da chi non ne aveva mai fatto nulla se non lasciarli degradare) versando qualcosa all’ultima ora possibile per bloccare stabili o appartamenti; altri esercenti e gestori puntavano chiaramente a approfittare in vario modo di nuovi «flussi» di spettatori eventuali, con rari fiori all’occhiello ma senza alcuna intenzione di una programmazione innovativa. Il cinema Trevi, affascinante resto tra i ruderi sotterranei della zona, chiuse quasi subito i cantieri per giusta decisione della sovrintendenza; solo dopo diversi anni di lavoro (ma il progetto era già tramontato) è diventato un sublime incanto archeologico in cui ogni volta che si apre il sipario sulla vista dei resti da cui spessi vetri ci separano sentiamo alitare gli occhi degli sguardi ultramillenari che sfiorano i nostri scivolando verso quelli che soffian via dallo schermo).

E voglio rassicurare angelo. Il film che pochi giorni dopo mi chiese di inventarmi al volo per sbloccare due o tre centinaia di milioni di lire altrimenti a rischio di perdersi senza esser stati spesi, si farà. Si, lo finirò, cioè lo farò, prima o poi, nel prima di poi o nel poi di prima. Luce in macchina: un assemblaggio di almeno tre ore di sguardi in macchina, da quelli dei divi del muto a quelli televisivi dei boss che agganciano e ancorano il pubblico al loro «a me gli occhi», agli scugnizzi napoletani che attraversano di sguardi l’automobile del re o della regina, per schiantrsi morbidi sulle palpebre meccaniche invisibili che ancora non conoscono. Un gatto a nizza che si guarda guardare dal genio di jeanvigo. Occhi che non guardano mai il «noi» che fu(mmo) davanti a loro, né qualcosa o qualcuno «oltre», probabilmente. Forse il nulla denso e trasparente che sta nel mezzo, l’unico spazio di cui si nutre il cinema, occhio di tutti proteso – dagli angeli, o dal diavolo probabilmente, il lucifero la cui luce tecnica sembra intercettare e amare e riunire tutti e tutti nella protesi dello sguardo.

Infine. Quindici giorni fa a un tavolo di ristorante. Angelo parla del libro con alcuni amici.

Viene fuori il nome di fellini, che sembrò a un certo punto davvero interessato a fare un qualcosa per RaiTre. Guglielmi, mentre si dispiace di aver dimenticato l’episodio – avrebbe chiuso benissimo il libro – pare ricordarsi che fosse il seguito di un Bloc notes di un cineasta. Altri ricordano proposte – una con i giapponesi – bizzarre e arzigogolate, poco plausibili.

Io di colpo mi ricordo, anche se forse non ero presente all’incontro che ricordo vividamente. I giapponesi erano nel film, ma non come produttori. Si trattava di una spedizione giapponese in antartide, alla ricerca di qualcosa di strano non visto ma in vari modi avvertito: un suono, un’ombra immensa senza corpo, una violenta spinta dell’aria. Si ascoltava rapiti dalla sua voce di miele. Qualcuno cominciò a immaginare lo studio 5 di cinecittà bardato da polosud. Si interruppe: «veramente’, questa volta sarebbe meglio girare metà film nella location reale, al Polo...»

Nessuno rise, poi fellini uscì stringendo mani, serio ma sgravato dal dover pensare a un film. Anche noi sollevati dall’esser stati presi magistralmente in giro. Ora si sarebbe messa in moto – se la cosa fosse scaturita da un presente non troppo inventato – una rapida «causerie» vertiginosa con angelo, uno di quei giri scoppiettanti o già scoppiati: «ma tu cosa hai capito? Io nulla!»

Oggi ci sarebbe venuto in mente quentintarantino, il più colossalmente maestro tra i registi nuovi e quindi già vecchi. O Savinio. Ma cosa vuoi capire, importante è non capire, o capire senza aver capito? E il cinema… Pensa se al polo si trovasse una specie di Invenzione di Morel ghiacciata, forse già in procinto di sciogliersi… prendiamo un gelato, non voglio che la mia memoria si mostri, frittatella flaccida. Gelato di cervello per tutti!

Si riproduce – per gentile concessione dell’autore e dell’editore – la prefazione al volume appena pubblicato di Angelo Guglielmi, Cinema televisione cinema. L’ultima volta dell’Istituto Luce (Bompiani, 153 pp., € 11,00).

 

L’Elefante e il Maiale

Augusto Illuminati

Il cinquecentesimo anniversario del Principe ha suscitato molte serie iniziative e purtroppo ha consentito a molti dilettanti di emettere fiato e pestare sui tasti.

Recensendo una pregevole raccolta di interviste di argomento machiavelliano curata per Bompiani da Antonio Gnoli, e soffermandosi in particolare sull’intervento di Gennaro Sasso, Giuliano Ferrara, che fu agile studioso di Leo Strauss prima di diventare giullare ad Arcore, fatti i debiti elogi all’insigne studioso e apprezzandone anche un certo taglio anti-clericale, conclude sul Foglio con un dispiaciuto rilievo: anche il bravo Sasso ce l’ha con Berlusconi.

Vittima del solito pregiudizio – lui, pur così laico e critico verso il regime democristiano e il consociativismo – trova nel fra’ Timoteo della Mandragola l’archetipo del Cav, colpevole di non aver «reso principesco il mondo della Mandragola ma semmai mandragolesco il mondo del Principe». Come è signorile e colto il discorrere di Ferrara, che liscia l’offensore ma nel contempo difende l’offeso. Vediamo come l’Elefantino si scatena invece per il pubblico più corrivo del Giornale, cui dedica i sermoni domenicali in fraterna simmetria con quelli opposti di Scalfari su Repubblica – i due Dioscuri dell’italica pozzanghera.

La democrazia italiana è espropriata da una mostruosa macchinazione giudiziaria, si levi una protesta forte e chiara ecc. – e fin qui siamo nella vulgata vittimistica di Arcore. Subito dopo, però, entra in scena fra’ Timoteo con modi suadenti: «Berlusconi ha dato delle feste in casa sua, ha invitato delle ragazze e degli amici, gli amici lo hanno aiutato a comporre il suo harem burlesque, il suo privato divertimento, condividendolo», ovvero fica gratis.

«Berlusconi è notoriamente ricco e generoso, fa regali da sempre a destra e a manca, senza distinzione di rango, e con il circuito delle sue feste è stato come spesso gli succede regale e sciupone senza remore o rimorsi». Regale non molto, sciupone di certo, visto che finanzia a fondo perduto il Foglio e ha messo alla testa della cooperativa omonima il rag. Spinelli, quasi a marcare l’analogo trattamento delle marchette. Ha fatto, il Cav, una telefonata in questura, forse «inopportuna sotto il profilo protocollare ma non concussiva, gentile e in prima persona, allo scopo di evitare a una delle sue ospiti la consegna a una comunità».

Davvero umano, ci ha messo la faccia (la voce da Parigi) e con quale sublime sprezzatura, per disinnescare un’esibizione scandalistica, «ha inventato balle giocose, come quella della nipote di Mubarak», tutte cose «che rientrano nella dimensione privata» – confermate tuttavia da un voto solenne della maggioranza parlamentare d’epoca, il “saggio” Quagliarello in testa...

Ecco, al massimo, trattasi di «peccadillos [una sola c, Elefantino!] da scapolo abbiente», piuttosto abbiente invero, trasformati in reati infamanti, ohibò! E che sarà stato mai? «Regali alle ragazze e agli amici» (tecnicamente si chiamano “regalini”) e «una raccomandazione a un gentile funzionario di Questura», mica tanto diverso da una telefonatina carceraria della Cancellieri.

Ecco, né Ferrara né Berlusconi sono il duca Valentino o don Miguel Corella: al posto della Golpe e del Lione, cinquecento anni dopo, scorazzano l’Elefante e il Maiale. Aveva ragione Gennaro Sasso: il mondo del principe è diventato mandragolesco.

 

La violenza del neutro nella politica, nella filosofia e nello spazio estetico

Lea Melandri

Che cosa c’è di più “politico” del pensiero, dal momento che l’atto fondativo della polis, come ci insegna Bachofen e tutta la cultura greco-romano cristiana rimanda al “trionfo del principio paterno”, “potenza incorporea che si eleva al di sopra della vita materiale” e della “femmina”, rimasta a rappresentare la terra, cioè la materia di cui siamo fatti? Perché stupirci se, dopo aver cancellato la sua matrice biologica e averla inglobata nella sua “creazione”, la ragione vincente le si fa incontro come “una forza che agisce dall’esterno, senza darsi a vedere”? Una volta fatta propria la visione maschile del mondo, era inevitabile che la “tentazione del neutro” non risparmiasse neppure le donne. All’inizio del Novecento scriveva Sibilla Aleramo:

Finora l’uomo ha creato, la donna no… La donna s’è accontentata di questa rappresentazione del mondo fornita dall’intelligenza maschile. E di tutto ciò che ella parallelamente intuiva nulla, o quasi, ha mai detto agli altri, perché, purtroppo, nulla o quasi ha mai detto a se stessa (…) In realtà io non mi esprimo, non mi traduco neppure: rifletto la vostra rappresentazione del mondo, aprioristicamente ammessa, poi compresa per virtù di analisi (…) Come liberarmi? Bisognerebbe che mi ascoltaste come se io sognassi…

Il dualismo corpo/pensiero, natura/cultura, individuo/società, ecc.- attraversa ugualmente la vita di uomini e donne, ma non è la stessa cosa portare le cicatrici di una scissione così violenta nella propria individualità e nella storia del proprio sesso, e avervi dato proiettivamente corpo e figura, come è invece il caso della donna, messa a rappresentare il “nulla”, “la materia”, “la sessualità”, o l’Io migliore dell’uomo. Quando è il corpo a essere guardato, con tutto il carico di identità, ruoli, attitudini che gli sono state attribuite per “natura”, la differenza tra i sessi salta agli occhi immediatamente. Maggiori resistenze si incontrano quando è il pensiero a ripiegarsi su se stesso, anche se lo fa criticamente e con particolare radicalità, come nell’ultimo libro di Franco Rella, Forme del sapere. L’Eros, la morte, la violenza (Studi Bompiani 2014).

In compagnia e “dialogo continuo” con gli autori che ha amato e che lo hanno “introdotto al pensiero”, Rella torna – quasi “una sorta di riepilogo”- sui temi che hanno occupato la sua ricerca, in una vicinanza così stretta con la vita da poter essere letti come un profilo autobiografico. A essere interrogate, infatti, con l’andamento ellittico di tutti i suoi libri – “ripercorrendo tratti già percorsi, per poi dilatarsi progressivamente allargando il suo orizzonte (…) o per stringersi a focalizzare un punto preciso”- non sono solo le “forme del sapere” che gli sono più famigliari - la filosofia, la letteratura, l’arte - ma la scrittura stessa, l’ossessione e il pathos che la muove, quasi fosse, come è stato per Kafka, l’unica possibilità di vivere, di entrare in rapporto col mondo esterno e il mondo interno, con i fantasmi e le voci che abitano dentro di noi.

Uno scrittore scrive. Ma cosa e perché scrive?(…) Mentre avanzo nella scrittura di questo testo, che sta diventando un libro, mi rendo conto che questo tema, la scrittura, l’ossessione della scrittura e il suo pathos, sta fin dall’inizio sullo sfondo di ciò che sto cercando di sdipanare.

Penetrare il “segreto dell’ossessione che muove il filosofo e il poeta o il narratore a impegnarsi in un estenuato, talvolta terribile e pericoloso, confronto con il linguaggio”, è stato - dice Rella - il fine sottostante al suo vagabondare tra filosofia e letteratura, ma è in questo ultimo libro che il tema si allarga fino a includere altri ed essenziali interrogativi: il rapporto della scrittura con l’Eros, la morte, il potere, la forza, la violenza, e in ultima analisi la politica. L’attenzione è, come sempre, ai poli opposti del dualismo e al pensiero che li ha visti di volta in volta intrecciarsi, confondersi o farsi la guerra, “attraversando” perciò sia l’Eros che la morte, l’amore come sogno di ricomposizione armoniosa e la cancellazione violenta di una inquietante, angosciosa radice mortale.

Se la violenza e l’esercizio di un potere che ha preteso di impadronirsi del mondo “rigenerandolo”, al di fuori dei suoi vincoli biologici, sono già presenti nel distacco che la coscienza, il linguaggio, la cultura, le istituzioni hanno prodotto rispetto all’animalità - come “luogo della caducità e della morte”, dell’ “orrida casualità”- che cosa differenzia l’arte, la letteratura e la filosofia dalle logiche del dominio?

Oggi – scrive Rella - anche nelle pratiche artistiche e nella filosofia sembra dominare “una volontà neutralizzante”, il che porterebbe a pensare che il Leviatano si annida anche nei luoghi più insospettabili. Questo si può dire delle filosofie che hanno sacrificato il corpo e l’individuo nella sua interezza per innalzare un Io identificato astrattamente con l’Umanità in generale, e che così facendo si sono rese sostegno e complici della potere politico. Altra è la modalità con cui la forza, il potere e la violenza abitano lo spazio estetico, le grandi opere della letteratura, dell’arte e la filosofica critica che se ne occupa.

Le opere d’arte sono ciò che resiste a questa omologazione, a questa neutralizzazione (…) La poesia apre al possibile mettendo in questione il reale, apre all’impossibile mettendo in questione il possibile (…) una testimonianza che viene dai territori dell’esilio.

L’arte chiude in sé, come un tempo anche il mito, mostri. Sono i mostri che comunque possiamo agire contro l’immane mostro del potere, contro il Leviatano, il quale sembra non poter mai essere sconfitto. Eppure è attraverso le parole che le arti e le filosofie ci hanno insegnato che possiamo parlarne, metterlo in questione. Sono queste parole che ci hanno convinti a non essere complici.

L’opera d’arte “disgrega e riorganizza la vita”, ma per non ricalcare le forme note del potere politico ed economico, non deve lasciarsi tentare da una “falsa aberrante totalità”, e neppure dal desiderio di trasformare “una scia di immondizie” - gli orrori, i mali del mondo- in “pochi segni perfettamente puri”. Ciò che impedisce all’arte e alla scrittura critica di farsi complice dei valori dominanti – scrive Rella - è mantenere la tensione tra Eros e morte, la dimensione “tragica” della vita e del pensiero, intendendo la morte sia come “l’impronunciabile degradare dell’organismo di fronte alla propria distruzione”, sia come cancellazione del corpo e delle passioni che lo attraversano. Per dare parola alla verità “impresentabile” e “indicibile” che vive nell’ombra dei saperi dati - il “paesaggio preistorico” che abita in ognuno di noi - occorre una scrittura capace di scendere negli interstizi dell’opera, osare scheggiature, silenzi, interruzioni, fino al frammento e al balbettio. Una scrittura – per citare Kafka - che entri nella nostra vita come una “catastrofe”, una forza d’urto contro i luoghi comuni e i valori dominanti. Lo stesso vale per il saggio, la scrittura critica che a sua volta disgrega e riorganizza il senso dell’opera, modificandola e modificandosi.

Il pathos presente in ogni pagina di questo ultimo libro di Rella lo avvicina, più dei precedenti, alla “nudità” del vissuto che la scrittura - sua e degli autori amati - va ossessivamente cercando, facendone quasi una malattia o una religione. Particolarmente drammatica è la tensione tra ciò che si agita nell’ “ombra” del pensiero - “l’aculeo velenoso della morte”, “il verme del niente”, “la palude del nulla”- e il sentimento contraddittorio di sofferenza e gioia entro cui nasce la scrittura anche quando narra l’orrore e la morte. Lo stesso si può dire degli interrogativi inquietanti che riguardano l’ “io che racconta”.

In tutto questo c’è felicità, comunque e di qualsiasi cosa si scriva, anche dell’orrore e del male e del nulla. C’è felicità ma anche inquietudine. L’ombra ritorna. Ho spento il computer. Lo schermo si rabbuia, e io divento opaco. L’opacità è prossima all’angoscia.

Scrivere è in primo luogo un atto egoistico, un gesto che separa e isola chi scrive dagli altri. I libri sono figli del silenzio, della notte, della solitudine. Una conversazione tra amici o anche tra amanti non è, rispetto all’opera, che diversione e dispersione. Possibile che questa solitudine, questo egoistico chiudersi in se stessi nell’inseguimento dei propri fantasmi non generi nel solitario un senso di colpa?

Del lettore si dice nel libro che ripercorre e traduce dentro di sé la “trama” che l’altro gli ha steso davanti. Che si tratti di un’opera d’arte o di un saggio, il movimento è sempre lo stesso: scombinare, ridurre a frammenti e ricomporre creando nuovi intrecci, nuovi significati. Da lettrice che segue da anni con grande interesse il pensiero di Rella, mi verrebbe da dire che questo è il suo scritto più “personale e politico”: sia per i tratti più o meno esplicitamente autobiografici, riguardanti il pensiero e la scrittura, sia per il confronto tra le forme del sapere diventate parte della sua vita, o la sua vita stessa, e la politica.

Quello che non viene detto – per non dire rimosso - è che la “tentazione del neutro” non riguarda solo la politica, l’economia, le scienze o il platonismo persistente in gran parte della filosofia. La neutralizzazione, come idea generalizzata dell’Umano, non cancella solo il corpo e l’individuo, ma anche la loro appartenenza a un sesso o all’altro, e il diverso destino che la storia vi ha costruito sopra. Partendo da questa consapevolezza, portata allo scoperto dal femminismo, anche l’interrogativo su quale potere e violenza passino attraverso lo spazio estetico – confrontato con altre forme di sapere - si fa più radicale e più critico.

Identificata col corpo, a cui l’uomo ha dato nomi e forme, esaltata immaginativamente e, al medesimo tempo, consegnata all’insignificanza come soggetto della storia, la donna ha conosciuto un duplice “esilio”: dal suo corpo, in quanto tale, e dal corpo “femminile” creato dall’immaginario dell’altro sesso. In un articolo pubblicato sulla rivista “Lapis”, (n.30, marzo 1996), Paola Redaelli scrive:

Nell’ombra c’è dunque il corpo femminile, con tutte le connotazioni fantastiche e simboliche che questo nome e questo aggettivo portano con sé. Queste connotazioni sono tali per cui noi spesso non sentiamo, non ci rappresentiamo il corpo femminile come nostro, ma come qualcosa che è in noi e costantemente ci minaccia di diventare noi stesse, tutta la nostra identità. Fuori dall’ombra c’è invece la parola scritta, quella che ci difende, perché ci crea, dalle fastidiose parole corpo femminile.

Quanto “violenta” possa essere per una donna che voglia tentare “creazioni di spirito anziché di sangue” questa navigazione tra Scilla e Cariddi, è già nella definizione che Virginia Woolf da della “mente androgina” come modello di “mente superiore, perfettamente fertile e creatrice”, nel saggio Una stanza tutta per sé:

Ma qual è lo stato d’animo più propizio all’atto della creazione, mi domandavo (…) la mente dell’artista, per poter realizzare il prodigioso sforzo di liberare nella sua totalità l’opera che si trova in lui, deve essere incandescente, come deve essere stata la mente di Shakespeare, congetturavo guardando le pagine di Antonio e Cleopatra. Non ci deve essere in essa nessun ostacolo, alcuna materia estranea che non sia interamente consumata.

E più esplicitamente Sibilla Aleramo nel Diario di una donna:

Questa mia sotterranea, seconda vita (…) Questa corrente tacita di pensieri e di sentimenti…è questa che lui vorrebbe io traducessi in poesia, violentandomi, disumanandomi, forse uccidendomi? Questo fa lui sopra di sé, ma lui è uomo e non ne muore.

Rorida potenza sorta in me, per sovrapporsi a me, per sopravvivermi (…) Quell’immagine ch’io creavo pareva via via cancellarmi dalla vita.

L’Eros che si accompagna alla morte nel processo di differenziazione del pensiero dalla sua radice corporea, ha dentro la violenza invisibile – e per questo più insidiosa- della parola che ha preteso di riportare su di sé i due poli ancora indistinti della dualità, attraverso una sorta di “rigenerazione” o di “nominazione creaturale”. Scrive Antonio Prete in Chirografie (edizioni di barbablu, Siena 1984):

Questa nominazione creaturale è soltanto una parodia. Eppure l’astratto esercizio del verso custodisce i sogni di tutto ciò che la lingua ha scorporato, o difeso, o posseduto

Mia madre raccontava, nelle sere di luna, di sua nonna che da ragazza aveva ballato, morsa dalla tarantola, il ballo di San Paolo. Un passaggio di vento portava le sue parole tra le foglie degli ulivi. Ma la voce si posava sulle palpebre del mio ascolto, sulle pagine dei mie libri: rigo immaginario a partire dal quale sale e discende l’intonazione dei versi, bianco silenzio che accerchia la parola e ne misura il tempo.

Affinché il sogno di armonia trovi “nuovo vigore” nel verso, è necessario che “avvenga la consunzione dell’oggetto nella luce della parola”. La donna, madre o amante, ispiratrice dell’opera poetica è un “Tu privo di volto” eppure “causa di affanno amoroso, privo di lingua, eppure ragione della lingua”. Il rapporto che il poeta intrattiene è con questa “figura cancellata” e con il suo “impossibile ritorno”.

Se da un lato si dice che il poeta deve abbandonarsi a “sensazioni vive”, disporsi in modo tale da lasciar parlare la natura dentro di sé, dall’altro sembra che questo corpo senziente debba eclissarsi per dar modo alla parola poetica di diventare essa stessa “il corpo del poeta, la sua voce, il suo sguardo, il principio della sua identità”.

Mi chiedo se non venga da questa “morte” simbolica –e purtroppo spesso anche materiale-, che un sesso ha inflitto all’altro, il sentimento angoscioso con cui il pensiero ha guardato finora al suo “altrove”, vedendolo come “il nulla”, “la palude”, “la solitudine”, “il silenzio”, “il senso di colpa”.

La politica, inutile dirlo, è lontana anche da queste profonde, sensibili contraddizioni.

Bibliografia:

J.J.Bachofen, Il matriarcato, Einaudi 1988.
Lea Melandri, Come nasce il sogno d’amore, Rizzoli 1988 (Bollati Boringhieri 2002)
Virginia Woolf, Una stanza tutta per sé, in Per le strade di Londra, Garzanti 1974.
Paola Redaelli, Tra Scilla e Cariddi, in “Lapis”, n.30, marzo 1996.
Antonio Prete, Chirografie, edizioni barbablu, Siena 1984.

Questo articolo è comparso anche su www.zeroviolenza.it

I corrotti e gli inetti. Conversazioni su Machiavelli

Augusto Illuminati

Nel molto frequentato cinquecentenario del Principe e con un titolo che felicemente allude allo stato presente della politica sono state raccolte in volume sei conversazioni fra A. Gnoli e G. Sasso, il massimo studioso italiano di Machiavelli, che si allargano ben al di là del suo ordinario campo di studi per attraversare il campo minato della decadenza italiana contemporanea.

Un pungente Sasso esordisce riconducendo l’attualità di Machiavelli soprattutto al suo non essere uno scrittore cristiano e anzi al ricondurre al cristianesimo la decadenza del suo tempo – discorso che ancor più vale per noi... Così come vale la consapevolezza del Fiorentino sulle difficoltà di arrestare un processo corruttivo, una volta innestato. Né, d’altra parte, i rimedi possono essere morali: Machiavelli prende infatti le distanze sia dal cristianesimo che da quella cultura del bene che arbitrariamente Leo Strauss ha fatto coincidere con la politica degli antichi (quasi non vi fosse stato il freddo realismo di Tucidide). Autobiograficamente Sasso riconduce la tonalità del proprio approccio a Machiavelli più al sentire esistenzialista dell’insecuritas che a Croce e a Gramsci.

Machiavelli stesso è ribadito, con collaudata argomentazione, essere pensatore non della nazione, ma dell’impero, di una repubblica che si espande a impero mantenendo gli ordini liberi – qui e altrove Sasso, con mossa inedita, conferisce grande peso ai tratti giuridici del Fiorentino, figlio egli stesso del dottore in legge Bernardo. La sua attualissima inattualità sta proprio nello scarto con la tematica degli Stati-nazione e della sovranità che si sviluppa nel 500 e cui erroneamente lo si riconduce, mentre il vero problema è la corruzione degli organismi politici, a partire dalla mai rimediata caduta dell’impero romano.

Un pessimismo ben diverso dal mainstream umanistico e in cui si iscrivono anche i limiti del dominio del saggio sul destino e, s’intende, tutta la dialettica di virtù e fortuna. Eppure il principato civile, in cui il principe lavora per il popolo contro i grandi, costituisce una tappa per una concezione imperiale della politica, per una repubblica imperiale.

La stessa critica del cristianesimo non è ateismo dottrinario, piuttosto ritorno a un paganesimo politico, alla theologia civilis repubblicana, rafforzata dal naturalismo del De rerum natura di Lucrezio che Machiavelli aveva trascritto integralmente in età giovanile. Prima di entrare in Cancelleria egli si era formato una ragguardevole cultura classica troppo facilmente negata da molti studiosi, sia mediante la lettura diretta sia con la non dimostrabile ma altamente probabile frequentazione di amici colti, che per esempio conoscevano anche il greco e potrebbero avergli sostanzialmente trasmesso testi non ancora tradotti né in latino né in italiano, tipo il VI libro delle Storie di Polibio, così influenti (anche in qualità di sintesi della letteratura precedente) per la sua visione costituzionale. Gli antichi possono essere imitati politicamente, non solo artisticamente, umanisticamente, a partire dalla comunanza della natura umana e però anche da una specifica identità di arrivo, secondo “qualità dei tempi” che produce non poche contraddizioni e fallimenti.

Come ricondurre la repubblica allo stato di “incorruzione”? Il pubblico (non l’apparato oligarchico) deve essere ricco, mentre i sudditi devono restare poveri, non dilaniarsi per gli interessi particolari, e lo stesso vale per gli ordini religiosi, i cui riformatori agiscono nella stessa logica del “ritrarsi ai princìpi” che può salvare dalla decadenza. La libertà non è dei singoli, ma della repubblica, delle istituzioni e dei costumi, è il “vivere civile e libero” – solo argine a corruzione e tirannia.

Nella terza conversazione Sasso ritorna significativamente sul principato civile, cui si attribuisce un connotato «rudimentalmente democratico piuttosto che di tipo assoluto», in quanto ha a fondamento il popolo sebbene non abbia gli ordini delle repubbliche. Il popolo delle città, s’intende, per quanto Machiavelli cerchi, sotto stretto controllo, di dar peso se non voce al contado, reclutandolo nell’ordinanza, cioè nella milizia.

Ma è nella dimensione propriamente repubblicana che meglio si dispiegano, in primo luogo negli equilibri instabili determinati dai tumulti, gli ordini della libertà: lo scontro inevitabile (e positivo) degli umori rischia però sempre di capovolgersi nel disordine dissipativo, come accadde all’epoca dei Gracchi e in molte recenti vicende fiorentine. Per il realismo pessimista di Machiavelli la storia non marcia verso un avvenire risolutivo, come in Hegel e Marx, ma ripropone costantemente la tragicità insuperabile del conflitto.

Qui si innesta l’amara riflessione delle due ultime conversazioni sulla decadenza presente dell’Italia, un Paese corrotto e timoroso, in cui «non è stato reso principesco il mondo della Mandragola, ma semmai mandragolesco il mondo del Principe». De hoc satis.

Antonio Gnoli-Gennaro Sasso
I corrotti e gli inetti. Conversazioni su Machiavelli
Bompiani (2013), pp. 197
€ 11,00