Dopo il Leviatano

Nicolas Martino

«The horror! The horror!» Le ultime parole pronunciate da Kurtz nello straordinario romanzo di Joseph Conrad svelano inequivocabilmente il «cuore di tenebra» della cultura occidentale che è al centro della ricerca filosofica e politica di Giacomo Marramao (come si dispiega in questo volume del 1995, ora ripensato e assai ampliato): la logica dell’identità e della reductio ad unum. Una logica intorno alla quale si è organizzata una Modernità che attraverso l’ordine Sovrano ha creato il Pubblico e il Privato, il Popolo e l’Individuo, lo Stato e l’Identità, maledicendo la moltitudine della «differenza».

Una ricerca tesa a restituire la profondità di campo del Moderno, a dispetto di tutte le retoriche postmoderne del dissolvimento e oltrepassamento della modernità. Distante dall’abbandono «debolista» alla deriva dell’esistente, ma anche da quelle posizioni che leggono la modernità come progetto incompiuto da rilanciare attraverso un paradigma comunicativo-consensuale, e sempre attenta a bypassare gli idola del postmoderno come quelli della modernità. Già, perché la condizione postmoderna si rivela ben poco radicale, soggiacendo in realtà alla condizione moderna, tanto che, avrebbe detto Michelstaedter, «non può uscire dal gancio, poiché quant’è peso pende e quanto pende dipende».

Ecco quindi che il «futurismo» del Progetto moderno e il «presentismo» dell’Antiprogetto postmoderno si rivelano essere i due lati dello stesso processo moderno di temporalizzazione della «catena dell’Essere», e il multiculturalismo dei «ghetti contigui», delle differenze che rivendicano la loro specificità rapportandosi le une alle altre come «monadi senza porte né finestre», riproduce e moltiplica in sedicesimo la stessa logica identitaria moderna. Colonizzazione del futuro ed eternizzazione del presente, individuo e comunità, si rapportano l’un l’altro come in un gioco di specchi o double bind.

Ecco perché, ora che siamo oltre la soglia dello Stato-Leviatano, e la Modernità si è trasformata in una Modernità-Mondo, risultano sterili e retorici i superamenti e i rovesciamenti. Bisogna invece lavorare a uno spostamento laterale, e dall’interno stesso della ipermodernità aprire la breccia all’universalismo della differenza (al singolare): una sintesi disgiuntiva distinta «per un verso dall’universalismo dell’identità di stampo illuministico, per l’altro dall’antiuniversalismo delle differenze di stampo multiculturalista».

Questa la proposta avanzata dopo una densa e poderosa analisi della patogenesi del Moderno che attraversa, tra gli altri, Schmitt e Foucault, Weber e la Scuola di Francoforte, gli austromarxisti e i politologi e giuristi weimariani, compresa una preziosa rilettura dell’opera di Borkenau, La transizione dall’immagine feudale all’immagine borghese del mondo (1934) e della polemica che oppose Borkenau e Grossmann intorno al problema dei rapporti fra struttura sociale e sovrastrutture filosofiche. Tanto più affascinante oggi quando ci troviamo ad attraversare un’altra transizione.

Per chiudere, un’ultima osservazione: Marramao giustamente sottolinea come a differenza delle rivoluzioni moderne, che ponevano al primo posto il cambiamento delle strutture, ora è invece necessario spostare l’attenzione sulla costituzione dei soggetti. E in questo senso risulterebbe particolarmente produttivo indagare la natura paradossale di quella jouissance (Lacan) che assoggetta il corpo immettendolo in un movimento interminabile di ricerca del godimento. Si tratta della strategia giocata dalla controrivoluzione neoliberista degli anni Ottanta, che puntava a colonizzare il cuore e l’anima, sintetizzata dalla famosa ingiunzione di Margaret Thatcher: «Arricchitevi!»

Dunque la trasformazione non potrà che prodursi nella capacità dei soggetti di sottrarsi a una enigmatica servitù volontaria, per cui si combatte ormai per la propria servitù come se si trattasse della propria libertà. Lo spazio di questa scommessa potrebbe essere proprio l’Europa, se questa si costruirà come spazio comune di «costituzione dei soggetti collettivi del cambiamento» e, aggiungiamo, come spazio poststatuale rigenerato dalla lezione di Machiavelli e quindi attraversato dai tumulti del comune.

Proprio alla questione dello spazio, e del suo rapporto con il tempo, o meglio allo spatial turn, è dedicato l’ultimo, importante, capitolo del libro, in parte anticipato in un articolo apparso sul numero 30 di alfabeta2.

Giacomo Marramao
Dopo il Leviatano. Individuo e comunità
Bollati Boringhieri (2013), pp. 480
€ 26,00

Dal numero 34 di alfabeta2 in edicola e in libreria in questi giorni

Cinguettando

Augusto Illuminati

Twitter è una forma narrativa. Come tale è suscettibile di diversi usi, legittimi ma secondari (comprese le funzioni molto stringenti di ricerca per hashtag). Desta attenzione, semplifica in tempo reale i resoconti di convegno ed eventi, viene usato con deplorevole ingenuità da papi, presidenti e politici assortiti, che ne fanno un surrogato dell’Angelus o delle conferenze stampe o degli annuali zibaldoni di Vespa, viene usato molto meglio dai movimenti per comunicare e organizzare iniziative, per discutere e deliberare, come ha testimoniato il workshop Tecnopolitica all’interno di Agora 99.

Tuttavia, proprio in quanto forma narrativa, si colloca al suo massimo su una soglia di indistinzione fra pubblico e privato, laddove cioè la singolarità si espone sul bordo di una forma di vita condivisa: per questo rende efficientemente nel rapporto fra star e pubblico, riproducendo virtualmente l’aura, e in tutt’altro campo, come mobilitazione collettiva, funziona con i movimenti e non dentro forme istituzionali e rappresentative.

A differenza di mezzi ormai desueti di comunicazione – in ordine cronologico e dunque di obsolescenza: le lettere, le e-mail a singoli o in CC e CCC, le mailing list, gli sms, la messaggistica per computer e smartphone – che erano private, riservate a due interlocutori o a piccoli gruppi, anche se ovviamente e con sostanziale consapevolezza degli interessati intercettabili da sistemi di controllo (una variante del diario adolescenziale chiuso con il lucchetto e ispezionabile dai genitori), negli tweet (che pure prevedono la modalità poco usata del messaggio diretto non accessibile) la trasmissione, anche di stati d’animo e notizie private, è immediatamente aperta a tutti i follower.

Il brivido dell’intercettabilità è sublimato nell’esposizione volontaria, in tal modo riproducendo la modalità originaria della confessione: quella psico-teologica di Agostino e quella russoiana e baudelairiana del mon coeur mis à nu. La sincerità è messa in scena, per edificare e scandalizzare secondo intercambiabili gradi di riservatezza e deliberata ricerca di effetti. Nel caso dei tweet serve anche a un cinico détournement delle informazioni.

Non voglio però soffermarmi sull’uso, molto generazionale e peraltro ricorsivamente atemporale, dell’effusione intima fra arroganza e fragilità (per queste oleografie pulp c’è già Concita De Gregorio, specialista in 14-16enni), quanto piuttosto riflettere sulla brevità della comunicazione, i famosi e benedetti 140 caratteri, che forse redimeranno l’italiano dalla prolissità di discorsi, documenti e saggi sia politici che accademici. Brevità compensata dalla possibilità di linkare altri testi, foto e video.

Cosa viene subito in mente? Che i moderni sono entrati nell'èra delle brevi abitudini, per dirla con Nietzsche. E che questa convulsa presentazione di sé esprime perfettamente una condizione di frammentazione e instabilità, accentua (non inventa) una scissione dell’Io già latente nelle classiche Confessioni.

Con quel tanto di vanità ed esibizionismo che è sia maschile che femminile, ma che alle donne riesce meglio (tutto qui, detto rosicando) – ciò che spiega l’impiego di tempo e la riuscita espressiva nell’uso femminile del social network e della sua forma più sfacciatamente diffusa e performante, lo scarto fra autonarrazione e bar sport.

Di più: che l’uomo è animale flessibile e instabile, nel senso che non si adatta automaticamente alla propria nicchia ecologica come la zecca e neppure si appartiene e coincide con se stesso (e solo per questo può oltrepassarsi, «diventare ciò che è»), non è monoteista, ovvero non adora in un dio «un uomo normativo e unico» (Nietzsche, ancora). Non sta a casa propria nell’ambiente né dentro la sua pelle. La flessibilità che gli fornisce l’assenza di proprietà è il suo destino, insieme grandioso e pericoloso, comunque conflittuale: la precarietà è il modo in cui viene correntemente messa al lavoro e biopoliticamente saccheggiata dalle strutture finanziarie.

Sono solo alcuni dei temi su cui si sofferma, con ben altri sviluppi logico-strategici su cui varrebbe la pena di tornare, Giovanni Bottiroli con La ragione flessibile. Modi d’essere e stili di pensiero (Bollati Boringhieri, 2013). Vorremmo con un certo arbitrio estrapolarne il concetto di stile e applicarlo al nostro oggetto: Twitter espone il pluralismo di mente e corpo su tutti i possibili registri, dalla frammentazione patologica alla libertà creativa, dalla logica confusiva a una rischiosa pratica di dis-identificazione. La brevità obbligata (con accesso però a sfondi multimediali), innestata su una crisi delle forme tradizionali di soggettivazione, fa zampillare frammenti lampeggianti che a volte vengono montati con un profilo suggestivo.

Suggerisce, appunto, lascia intravedere una molecolare alterazione dei paradigmi rigidi, una chimica irregolare e sballata dei sentimenti e delle aspettative. Dire una promessa di felicità, al modo di Adorno, ci sembra proprio eccessivo; una presa d’atto del reale, del cattivo nuovo che spinge avanti, ecco, questo si avvicina di più.

Il ‘non’ che fa la differenza

Francesco Raparelli

Il pensiero, quando è grande, è sempre fuori posto. Capiterà così, vista la sua grandezza, all'ultima fatica di Paolo Virno, Saggio sulla negazione. Per una antropologia linguistica, da pochi giorni in libreria. Per l'accademia, quella in odore di cognitivismo, l'autore concede troppo a testi esotici quali il Sofista di Platone, Scienza della logica di Hegel o la prolusione heideggeriana Che cos'è metafisica? Per l'accademia di movimento, perché autore di culto dei movimenti è stato Virno nell'ultimo ventennio, il testo risulterà scontroso: possibile dedicare tanta attenzione ad un tema ostile come la negazione linguistica?

Poco importa che Deleuze, tra i pensatori che va per la maggiore tra le giovani generazioni di militanti, abbia dedicato pagine irrinunciabili a Bartleby e all'enunciato «agrammaticale» I would prefer not to, e le sue ricerche più brillanti alla logica stoica, alla «neutralità del senso», alle «sintesi disgiuntive», tutti temi che, da una prospettiva spesso diversa, scandiscono il Saggio sulla negazione. Fuori posto dunque capace di pensare l'impensato: questo il merito più importante dell'antropologia linguistica di Paolo Virno, giunta, con l'ultimo lavoro, ad una maturità potente, capace di fare scuola.

Avvertenza fondamentale. Il libro è complicato, richiede molta pazienza, dedizione, una certa tenacia. Leggerlo a salti, non solo non aiuta a comprendere, ma aggrava la fatica. Proverò, a sostegno del lettore, e seppur in modo molto sintetico, a presentare i tratti salienti del testo, consapevole che lo spazio di una recensione è insufficiente a dar conto della ricchezza che lo contraddistingue.

La tesi di partenza, con le parole dell'autore: «l'indagine sulla negazione linguistica è, fin dal principio e in ogni sua piega, una indagine antropologica. Spiegare le prerogative e gli usi del segno 'non' significa spiegare alcuni tratti distintivi della nostra specie». Del connettivo sintattico 'non' si saggia in lungo e in largo la potenza antropogenetica, oltre a quella specificatamente linguistica. Meglio, afferrato il ruolo decisivo della negazione nella vita della lingua, si mette il 'non' al centro del Menschwerdung. Non solo connettivo sintattico, ma anche e soprattutto «soglia ontogenetica». Le conseguenze dell'irruzione della negazione nel linguaggio, e nel pensiero verbale, vengono da Virno censite attraverso un armamentario teorico eclettico: dalla logica alla metafisica, dalle neuroscienze alla psicoanalisi. Quattro, a mio avviso, sono le mosse decisive dell'autore. Procediamo con ordine.

Il primo movimento ha come protagonista Saussure. È il linguista svizzero nel suo celebre Cours e negli Scritti inediti a chiarire la natura della lingua come sistema di «differenze senza termini positivi». Ancora: i segni sono «fatti negativi» ovvero esito di relazioni differenziali che precedono e producono i termini stessi del rapporto. Per quanto Saussure non si sia mai dedicato a qualificare il connettivo sintattico 'non', Virno non ha dubbi, la trama negativo-differenziale che costituisce la lingua rende possibile «dedurre le prerogative di quel basilare operatore logico che è la negazione».

Proprio perché la lingua in quanto tale è, con parole saussuriane, un «plesso di differenze eternamente negative», allora è possibile afferrare il ruolo decisivo del 'non' nell'eloquio e nel pensiero di Homo sapiens. In questo senso – procede Virno – il 'non' è un segno «anfibio e bifronte»: consente di dire come non stanno le cose, dunque di «prendere le distanze da qualsiasi significato attinente all'esperienza», perché «denota le differenze senza termini positivi da cui dipende la formazione dei segni verbali». Come un commutatore, «trasferisce la negatività primaria della lingua, di cui esso è un'espressione concentrata, ai discorsi sulla realtà extralinguistica». Sono proprio queste definizioni a renderne possibile un'altra di natura economico-linguistica: «la negazione è il denaro del linguaggio». Come il denaro è per un verso merce qualsiasi, per l'altro valore di scambio di tutte le merci, così «il 'non' è un segno tra i tanti, [...] la cui funzione consiste però nell'isolare ed esibire una caratteristica condivisa da tutti i segni».

Il secondo movimento segue, in modo assai fecondo, una traccia che ci consegna Wittgenstein in un appunto del 1914: «Si può negare una immagine? No. È in ciò che risiede la distinzione tra immagine e proposizione». Virno radicalizza: «sono i requisiti del segno 'non' a far sì che i significati verbali abbiano una indole impersonale, [...] irriducibile alle operazione delle singole menti». Ancora: proprio ciò che rende possibile la separazione tra pensiero verbale e rappresentazione psicologica, la negazione appunto, è il tramite grazie al quale l'ambito linguistico si innesta su quello psicologico riorganizzandolo per intero.

Accompagnato alle rappresentazioni psicologiche, infatti, il 'non' «rileva il divario cronico che sussiste tra qualsiasi Vorstellung e l'oggetto raffigurato». Dalla separazione tra dire e percepire alle fratture interne all'enunciato: «la semplice possibilità di asserire che 'il prato non è verde' attesta che il senso di 'il prato è verde' non coincide con la sua denotazione». Virno definisce ontologica o primaria la negazione che esprime la differenza tra senso e denotazione, da distinguere da quella empirica o contingente che «mette in risalto, già nel senso di un particolare enunciato, la mancanza di denotazione di cui è affetto quest'ultimo». Di più, ed è questo un passaggio decisivo, l'autonomia del senso dalla denotazione (ossia dal fatto) così come dalla forza illocutoria (lo stimolo) ne qualifica altri due tratti fondamentali: la sua inattualità, la sua neutralità. Proprio l'inafferrabilità del senso alla presenza «comporta un costante distacco del parlante rispetto all'ambiente e alle pulsioni psichiche». Altrettanto, «in virtù dello scarto che lo separa dalla denotazione e dalla forza illocutoria, il senso di un enunciato è sempre sospeso tra sviluppi alternativi».

La terza mossa, con uno sguardo spregiudicato e rigoroso nello stesso tempo al Sofista di Platone, insiste sulla conquista del 'non' come «tappa saliente dell'ontogenesi». Come il bambino, parola di Piaget, fino ai sei o otto anni di età ha un linguaggio dominato dalle affermazioni, così Parmenide, bersaglio polemico del dialogo platonico, esclude il non-essere dalla scena metafisica. Distinguendo l'enantìon (il 'contrario') dall'héteron (il 'diverso'), invece, Platone qualifica, meglio dei linguisti di professione, la traumatica irruzione del 'non' nella vita umana.

Scrive Virno: «il connettivo sintattico 'non', anziché forgiare un nuovo significato, opposto a quello racchiuso nell'affermazione, rimanda a una diversità non specificabile positivamente, [...] indica la differenza come tale, non qualcosa di differente». In questo senso l'héteron è una «soglia» ontogenetica: garantisce, continua Virno, «la transizione da un linguaggio infantile-parmenideo, nel quale la negazione si risolve in una nuova affermazione ('Paolo non è bello' = 'Paolo è buffo'), a un pensiero verbale in possesso di tutti i suoi mezzi, capace di negare un contenuto semantico pur occupandosi soltanto di esso, dunque senza bisogno di ventilarne uno alternativo ('Paolo non è bello' non ha altro tema che la bellezza di Paolo)».

L'ultimo movimento riguarda la retroazione del linguaggio, segnato dal protagonismo del 'non', sugli affetti. Virno è perentorio: l'intersezione tra sintassi e pulsioni è realizzata dalla negazione linguistica. Così come il 'non' garantisce l'indipendenza/differenza del senso dalla denotazione, altrettanto, «se sottoposte alla negazione, le pulsioni pre-linguistiche conseguono una certa indipendenza dalle situazioni che dovrebbero scatenarle, cessano di aderire incondizionatamente all'“adesso”, sono passibili di inibizione e di differimento». Emergono in primo piano le conseguenze etiche di tale autonomia: per un verso la negazione linguistica può tenere a freno le pulsioni distruttive, per l'altro «genera una distruttività assai più intensa e diffusa di quella che promana dalle pulsioni pre-linguistiche». Veleno capace di distruggere l'empatia neurofisiologica, garantita dall'azione dei neuroni specchio, ma anche «antidoto al veleno che ha inoculato nell'innata socialità della mente»: la negazione ci consegna, del linguaggio, la sua potenza antropogenetica e, nello stesso tempo, la sua, che è la nostra, costitutiva ambivalenza.

A conclusione del volume, due appendici che insistono sul nesso tra negazione linguistica e prassi. La prima dedicata ai tratti distintivi delle azioni negative (omettere, disobbedire, esitare, differire ecc.); la seconda all'esito, tutt'altro che pacificatore (e dialettico), di una doppia negazione. In entrambi i casi torna in gioco la combinazione, su cui più volte ha riflettuto e scritto Virno in passato, tra negazione e modalità del possibile. Motore del conflitto sociale più aspro, la negazione definisce «zone di indiscernibilità» dove il comportamento contingente acquisisce l'autorevolezza di una nuova regola. Dalla filosofia del linguaggio all'antropologia, alla ricerca di una teoria politica dell'Esodo all'altezza del presente.

Paolo Virno
Saggio sulla negazione. Per una antropologia linguistica
Bollati Boringhieri (2013), pp. 204
€16,00

La cultura delle destre

Elisabetta Ruffini

A chi provi ancora indignazione trovando il nome di Benito Mussolini nell’elenco dei cittadini onorari di una città della provincia italiana, e stupore nell’ascoltare ragazzini di una decina d’anni difendere tale scelta sulla base di esempi tratti da documentari televisivi e da visite guidate per la tutela del patrimonio, si può oggi suggerire la lettura de La cultura delle destre. Il saggio intende leggere il berlusconismo come una strategia culturale che aspira a un’egemonia in grado di «forgiare la fisionomia di una società» attraverso non solo la sedimentazione di «comportamenti e mentalità», ma anche la diffusione di «conoscenze e consapevolezze». E consente di riflettere sull’orizzonte culturale che dalla metà degli anni Novanta va definendosi nel nostro paese.

Il «comune denominatore della cultura delle destre di governo» passa, secondo Gabriele Turi, in primo luogo per «l’interpretazione della storia italiana» e per il «senso di appartenenza religiosa». Se i due temi caratterizzano da sempre la «formazione e l’identità profonda delle classi dirigenti del paese», da storico Turi tiene in particolare a concentrarsi sul primo. Il revisionismo diventa così il fulcro del libro, e viene indagato quale strumento per modellare la sensibilità collettiva e produrre consenso.

L’evanescenza dei confini tra conservatori ed estrema destra, che caratterizza l’esperienza berlusconiana, ha innescato un «edulcoramento storiografico della dittatura di Mussolini» che non alimenta una vera e propria nostalgia per il fascismo ma porta a cancellare la rottura dell’esperienza resistenziale. La continuità del percorso italiano è privilegiata a discapito delle differenze tra vinti e vincitori; mentre il processo di «pacificazione della memoria» procede attraverso un annullamento della complessità del passato.

Il discorso revisionista tende a un’idea di cultura priva di ogni dimensione dialettica, di ogni voce dissonante. L’attacco a una lettura comunista e marxista del passato, conseguenza della presunta occupazione delle istituzioni culturali da parte della sinistra, anziché rifiutare davvero un discorso retorico e ideologico si rivela il presupposto per la creazione di una «cultura nazionale» assai ben caratterizzata, se i suoi cardini ripropongono Dio-Patria-Famiglia: un’«ideologia che si richiama a valori semplici come la “cultura italiana” e la “tradizione cristiana”».

In questa prospettiva Turi analizza la politica della destra sulla scuola, in cui si inseriscono tanto la battaglia per la revisione dei manuali di storia quanto la difesa del crocifisso nelle aule, ma soprattutto mette in luce la riscoperta della «funzione connettiva» del ceto intellettuale: che si traduce in una rete di think tank e in un network di riviste e istituzioni in cui l’elaborazione di un discorso revisionista è la piattaforma di una rilettura del passato a uso della politica. Pur nella consapevolezza dell’eterogeneità di tali soggetti, e della differenza dei loro pubblici, la panoramica di Turi mette a fuoco, «attraverso l’intreccio di collaboratori, editori e centri di ricerca pubblici e privati, un progetto del centro-destra di espansione e occupazione di spazi culturali e politici».

Ci ritroviamo di fronte alla consueta battaglia della destra contro l’egemonia della sinistra comunista e marxista: storicamente anacronistica dopo l’89, certo, ma che qui tocchiamo nel suo potere di penetrazione in larghi strati dell’opinione pubblica quale forza culturale in grado di cancellare la dimensione antifascista dall’orizzonte mentale degli italiani.

Gabriele Turi
La cultura delle destre
Alla ricerca dell’egemonia culturale in Italia

Bollati Boringhieri (2013), pp.175
Dal nuovo numero di alfabeta2 in edicola e in libreria
Leggi anche:

Alberto Burgio, Processo di Giordano Bruno

Maria Teresa Carbone, Città aperta
Andrea Cortellessa, Il rovescio del dolore
Nicolas Martino, Filosofia del comune
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Partigiani e cittadini

Andrea Camillo

A settant’anni dal 25 aprile 1945, e a ventiquattro dalla pubblicazione di Una guerra civile. Saggio storico sulla moralità della Resistenza, le parole «guerra civile» associate al ’43-45, se non possono più indignare o sconvolgere continuano comunque a suscitare una certa curiosità, permettendo al dibattito avviato dal celebre saggio di Claudio Pavone di mantenersi vivido e attuale. Proprio tale attualità è alla base di questo volume, in cui sono stati raccolti gli interventi di Pavone e di Norberto Bobbio, attraverso i quali è possibile capire com’è cambiato, nei decenni del lungo Dopoguerra italiano, il significato assunto dalla Resistenza.

Fino a Una guerra civile di Pavone, l’interpretazione fratricida del conflitto combattuto tra l’8 settembre ’43 e la Liberazione era stato appannaggio neofascista. I vincitori preferivano non ricordare che la Resistenza era stata anche e soprattutto guerra tra italiani, insistendo sui caratteri unitari e nazionali di una guerra patriottica contro i tedeschi, e di una guerra antifascista contro la dittatura. Tale riluttanza aveva ragioni politiche. Oltre alla considerazione che il conflitto fratricida interessò effettivamente solo l’Italia settentrionale, escludendo il Mezzogiorno (come sottolinea Pavone), si preferiva non parlare di guerra civile per il timore di equiparare partigiani e repubblichini; rivendicare l’unità del popolo italiano resistente voleva dire negare le divergenze tra i partiti ai tempi del CLN e, a un tempo, tutelare la compattezza politica dell’Italia postbellica, secondo Costituzione fondata proprio sull’unità antifascista.

I democristiani, avendo temuto una deriva rivoluzionaria della Resistenza, insistevano sul suo obiettivo nazionale; ma l’idea di compattezza del popolo interessava anche a sinistra, perché – scrisse Pavone – «mentre gli azionisti non muovevano, di massima, obiezioni contro la tendenza a vedere nel fascista il nemico principale, i dirigenti comunisti sentirono più volte la necessità di frenarla, preoccupati, come ho già ricordato, del possibile offuscarsi del carattere nazionale e unitario della lotta». queste reticenze si protrassero ben oltre il 25 aprile, condizionando la storiografia e l’immaginario stesso della Resistenza.

A permettere l’accostamento dei testi di Pavone e Bobbio, e il sottotitolo La Resistenza a due voci, è, come spiega David Bidussa nell’Introduzione, la «convergenza» delle loro riflessioni, che in effetti sembrano in certi punti completarsi e incastrarsi con naturalezza. Ma il concerto di queste «due voci» consente soprattutto di seguire decennio per decennio, dal ’65 al ’94 (e poi sino al 2001, nelle lettere scambiatesi fra i due), l’evolversi dell’interpretazione data alla Resistenza nell’Italia che su di essa s’era fondata.

L’eredità della Resistenza tornò prepotentemente nel dibattito pubblico sul finire degli anni Sessanta. Nel Sessantotto il conflitto generazionale tra padri e figli mise in discussione anche la guerra partigiana, giungendo sino a paragonare (come fece un articolo anonimo uscito su «La Voce») il partigiano di Fenoglio a Che Guevara: cercando di fare del Partigiano Johnny, pubblicato da Einaudi proprio quell’anno, un ponte fra le generazioni.

In realtà era dall’immediato dopoguerra che l’Italia si divideva tra soddisfatti e insoddisfatti: insieme alla Resistenza come nuovo Risorgimento, paragone onnipresente nelle commemorazioni ufficiali, ci fu ben presto una Resistenza «tradita» o «bloccata» per arrivare poi, appunto nel Sessantotto, a una Resistenza accusata, dalla nuova sinistra, di essere «conservatrice» (cioè di essere stata gestita con questa funzione dalla classe dirigente del Paese, a partire dalla sinistra istituzionale e anzitutto dal PCI). Scriveva Pavone: «In questa situazione è accaduto che i giovani abbiano cominciato a guardare con qualche sospetto a una Resistenza dalla quale tutti si affannano ad affermare che è scaturita l’Italia in cui oggi viviamo, che è l’Italia contro cui si ribellano i giovani protagonisti dei movimenti di questi ultimi mesi».

La Resistenza era destinata ad accompagnare il cammino della società italiana anche nei turbolenti anni Settanta, sino a venire rivendicata dai terroristi rossi, che dei partigiani si autoproclamarono discendenti naturali, imponendo anche alla generazione dei contestatori una fondamentale riflessione sulla legittimità della violenza resistenziale. Per questo spiace che manchino, nel volume curato da Bidussa, contributi dei due autori risalenti a quel decennio (rimediando con un cenno nell’introduzione). Dal ’69 si salta infatti all’86, bloccando la scansione diacronica con una sovrapposizione ripetitiva attorno alla definizione di «guerra civile» e agli interventi relativi alle «tre guerre» (uno degli argomenti chiave di Una guerra civile di Pavone: la prima «contro il Tedesco occupante», la seconda «contro i fascisti della Repubblica di Salò», la terza – da parte comunista – «contro il nemico di classe»), ingolfando leggermente la lettura e di fatto spostando al margine l’innovativo testo di Pavone, del ’94, su una Resistenza in chiave europea.

Tra il riassunto agile e condensato dei vari significati assunti dalla Resistenza nel corso dei decenni e l’approfondimento – quasi uno svisceramento – del concetto di guerra civile, il volume Bollati Boringhieri sceglie di fatto una via di mezzo, senza così poter centrare se non fiaccamente e troppo rapidamente nessuno dei due obiettivi. Più condivisibile la scelta di presentare, in coda, l’epistolario inedito tra Bobbio e Pavone, che «lega» i rispettivi contributi e, oltre a fornire un intellettuale dietro le quinte, mostra la sintesi che sostiene e motiva finalmente l’accostamento delle «due voci».

Trattandosi di un volume pubblicato in occasione del settantesimo della Liberazione, non è retorico affidarsi alle parole di Bobbio pronunciate nel discorso del ’65 che apre il volume e che ancora oggi, al di là delle tante forme assunte dalla Resistenza in questi settant’anni, risuonano in tutta la loro validità: «Qualche che sia il giudizio che diamo sulla guerra di liberazione e sul movimento della Resistenza, è certo che questa guerra e questo movimento stanno alla base dell’Italia contemporanea. Non possiamo capire quello che siamo oggi senza cercar di capire quello che è avvenuto vent’anni fa, quando un popolo ha scosso il giogo e ha unito la propria lotta a quella di tutti i popoli liberi d’Europa. La Resistenza è stata una svolta che ha determinato un nuovo corso della nostra storia: se la Resistenza non fosse avvenuta, la storia d’Italia sarebbe stata diversa, non sarebbe stata la storia di un popolo libero. Sfido chiunque a confutare questa verità».

Norberto Bobbio, Claudio Pavone
Sulla guerra civile. La Resistenza a due voci
s cura di David Bidussa
Bollati Boringhieri, 2015, XXIII-177 pp., € 15

Prolegomeni a ogni futura stasiologia

Augusto Illuminati

Il suggestivo libretto raccoglie due seminari dell’ottobre 2001, tenuti da Giorgio Agamben presso la Princeton University e dedicati, rispettivamente, a Stasis e Leviatano e Behemot: inserendosi a completamento della seconda sezione del ciclo Homo sacer.

Il primo testo, essenzialmente un commento alla Città divisa di Nicole Loraux, rileva che oggi sono presenti sia una «polemologia» (una teoria della guerra), sia una «irenologia» (una teoria della pace), ma non esiste una «stasiologia», cioè una teoria della guerra civile (stasis). Partendo dalla tesi dell’autrice, secondo cui le guerre civili all’interno delle poleis provengono dalla sfera dell’oikos, del privato-familiare, e si risolvono in nuovi legami conciliativi di tipo quasi parentale e che dunque l’oikos non scompare assorbito nella vita politica, Agamben si domanda perché la famiglia implichi necessariamente il conflitto e quale ruolo giochi nella pacificazione.

La sua risposta tende a collocare la stasis fra città e famiglia, a farne una soglia di indifferenza fra oikos e polis, fra parentela di sangue e cittadinanza, così che essa si produce dentro un campo di tensione fra questi due elementi, mescolando l’intimo e l’estraneo, ciò che è sconsigliato nell’oikos e quanto vale nei rapporti con l’esterno. Nella guerra civile il legame politico si trasferisce all’interno della casa, mentre il vincolo familiare si estrania in fazione. Nel sistema della politica greca, la guerra civile funziona come una soglia di politicizzazione o di depoliticizzazione, attraverso la quale la casa si eccede in città e la città si depoliticizza in famiglia. Le regole ordinarie della pace e della guerra sono sospese, secondo un tipico stato d’eccezione. La perversa intensità del conflitto fa sì che chi non vi prende parte viene bollato di infamia e privato dei diritti civili (atimia); per converso, al termine della guerra è imposto l’obbligo di dimenticare lutti e offese (amnistia-amnesia) e spesso la cittadinanza è riorganizzata in forme simboliche familiari nuove.

La ricostituzione di legami familiari che si verifica al termine della stasis è tuttavia, a mio avviso, metaforica: oikos è usato come omonimo accidentale e dunque non serve per cancellare la classica distinzione aristotelica e poi arendtiana fra oikos privato e polis pubblica, per poi tirarsi dietro anche un rimescolamento (soglia di indifferenza compresa) fra la nuda vita (zoé) e la vita qualificata (bios). C’è un eccesso di storia concettuale in Agamben, che lo porta in seguito a mixare un po’ leggermente il Terrore della Rivoluzione francese (riportato alla Nazione-nascita come principio di sovranità) con il terrorismo mondiale contemporaneo, la forma della guerra civile quando la vita come tale diventa la posta in gioco della politica e dunque la sola forma in cui essa può essere politicizzata è l’incondizionata esposizione alla morte. Se ne risentirebbero tanto lo Hegel del binomio virtù-terrore quanto il Foucault della biopolitica…

Il secondo testo si confronta con Hobbes, svolgendosi come «iconologia filosofica» ovvero interpretando con grande finezza due versioni dell’incisione del frontespizio del 1651 del Leviathan, quello con l’emblema del sovrano-mostro marino che, tenendo nelle mani la spada e il pastorale e con il torso costituito da una moltitudine di corpi, guarda verso la valle e la città (deserta) che gli stanno di fronte dominandole con la sua imponenza. Un trucco ottico che riassume la sostituzione, nel processo pattizio di autorizzazione, della moltitudine con il popolo e la conseguente identificazione di quest’ultimo con il re – con annesso carattere fantasmatico del popolo una volta rappresentato. La rappresentanza – spiegherà Carl Schmitt in analogia al sacramento cattolico e al ruolo del Vicario di Cristo – rende visibile un’assenza che deve restare tale: meno il popolo si immischia meglio è, altrimenti fa la fine di Cristo quando si presenta davanti al Grande Inquisitore dostoevskiano.

Tuttavia il pericolo della guerra civile permane nel popolo, pur destituito dalle funzioni di attore politico e relegato nella sfera economica: Behemot convive con Leviathan e (secondo una tradizione talmudica) finiranno per uccidersi a vicenda. Solo allora – con la scomparsa dello stato profano, interpreta Agamben – potrà affermarsi tra gli uomini il Regno di Dio: la finzione della rappresentanza sarà cancellata e la moltitudine restituita a se stessa. Di conseguenza, Hobbes sarebbe un teologo escatologico più che un teologo politico, nonché di una particolare escatologia apocalittica: rovesciando la tesi schmittiana, che vedeva nello stato hobbesiano il katechon, la potenza che trattiene l’avvento dell’Anticristo e la fine del mondo, Agamben coglie nell’Inglese una prospettiva stasiologica autodissolvente e messianica alla Benjamin, per cui lo Stato non dilaziona il Regno di Dio quanto piuttosto lo richiede e ne accelera la venuta.

Anche qui sarebbe legittima qualche riserva filologica: la terza e quarta parte del Leviathan sono senz’altro rilevanti, ma è difficile sottrarsi all’impressione che la teologia dell’ateo Hobbes sia strumentale soprattutto alla demolizione della Scolastica tomista e della legge naturale, per creare una tabula rasa su cui edificare un contratto sociale che prescinda da qualsiasi socialità inerente. Il richiamo a Calvino e l’evocazione della fine del mondo contro l’eternità aristotelica sono il classico espediente teologico per avvalorare l’assolutezza del sovrano, non certo un’apertura messianica.

Giorgio Agamben
Stasis. La guerra civile come paradigma politico, Homo sacer, II, 2
Bollati Boringhieri, 2015, pp. 84
€14

Gadda e i «modi altrui»

Dalila Colucci

«…rispecchiamento e proiezione sono […] i meccanismi che regolano la lettura che Gadda conduce delle opere dei pittori prediletti (una sorta di galleria interiore), quasi che il suo sguardo, procedendo oltre la complicità totale, […] incorporasse il soggetto rappresentato, lo deformasse, ne riorganizzasse visivamente i dettagli, inscrivendovi oscure nevrosi. La descrizione iconografica, non importa se di dipinti reali o immaginari, può dunque rivelarsi, se attentamente indagata, autorappresentazione, trascrittura proiettiva o, verrebbe da dire, ecfrasi narcissica». A questa sintesi metodologica di Giorgio Pinotti (consegnata, nel 2007, a un intervento su Gadda, Raffaello e gli affreschi della Farnesina), sembrano rispondere gli sforzi ermeneutici di due recenti contributi critici che si misurano, sebbene tramite modalità differenti, coi vertiginosi effetti dell’ecfrasi nell’opera gaddiana.

Editi a un anno di distanza, nonché diversi per vocazione strutturale (miscellanea l’una, monografica l’altra), tali volumi possono pensarsi come un dittico, i cui apporti complementari ricostruiscono appunto lo spettro della caleidoscopica autodefinizione di Gadda per immagini e modi altrui, osservata attraverso la specola d’eccezione del Pasticciaccio. A partire da quest’ultimo, le pagine di Un meraviglioso ordegno e della Galleria interiore dell’ingegnere restituiscono un’esperienza estetica molteplice: poste le implicazioni di correlazione e trasferimento essenziali alla pratica ecfrastica in senso stretto (per cui si dà voce all’arte visiva, amplificandone la portata, attraverso quella verbale), i libri tentano cioè sia la spiegazione di ecfrasi esplicite che il riconoscimento di quelle cifrate o improprie, che esulano cioè dal rapporto biunivoco arte-letteratura per includere i processi infinitamente reversibili con cui Gadda vive ed esprime i suoi rapporti con la tradizione.

È una simile volontà onnicomprensiva a riflettersi in primis sui dieci saggi del volume curato da Maria Antonietta Terzoli: vero e proprio ordegno anch’essa, la raccolta – occasionata da un convegno sul Pasticciaccio svoltosi a Basilea dal 9 all’11 maggio 2012, ma pensata come «complemento critico ed esegetico» di un prossimo commento scientifico del romanzo – si presenta al lettore come una collezione di mirabilia e come monstrum al tempo stesso. Il Pasticciaccio vi viene attraversato e restituito come uno sfaccettato cristallo nel quale convivono echi di innumerevoli modelli in reciproco – e talora criptico – dialogo: letterari (che, superando i prevedibili nomi di Shakespeare e Balzac, chiamano in causa opere come The Marble Faun di Hawthorne, The Murders in the Rue Morgue di Poe o il Pentamerone di Basile); figurativi (di cui Terzoli tenta la più alta definizione paradigmatica possibile, scandagliando la cultura visuale dell’ingegnere per mezzo di un continuo contatto con gli oggetti artistici del romanzo); e retorico-linguistico-citazionali (dalle riflessioni sul tragico o sul tempo, affrontate da Bertoni e Bonfacino, al ginepraio di voci e microscopie pronominali su cui si modulano gli interventi di Matt e Vitale, fino alle rifunzionalizzazioni di testi gaddiani su cui indugia il saggio di Pedriali, dedicato ai rapporti Pasticciaccio-Adalgisa).

Una simile congerie di «percorsi intertestuali» – dove il sintagma è mutuato dal titolo del saggio incipitario, di Manuela Bertone – tra luoghi, libri, quadri, strategie, lingue e codici diversi (cui va aggiunta la ricca appendice figurativa a colori), non solo si presenta come un contributo specialistico senza precedenti, ma assume in sé il composito aspetto di un prodotto estetico, immerso nell’eccesso contaminatorio dell’ecfrasi. Della stessa, i saggi sottolineano l’essenziale valore euretico: «nel passaggio tra appropriazione e restituzione» che costituisce il quid della scrittura gaddiana, la pratica anche mordace dell’imitazione è del resto fondamentale e risponde alla tensione etica dell’Autore, per il quale «la conoscenza dei modi altrui» (come scrive nel ’49 in un intervento sul pittore Tirinnanzi) rappresenta un elemento necessario alla demarcazione del proprio io, alla definizione della propria creatività spastica. In questa prospettiva, la complessa rete di relazioni indagate dal Meraviglioso ordegno a partire dalle circostanze testuali del Pasticciaccio ha il merito di dispiegare al lettore un sottile e a tratti doloroso gioco tra generi e modalità espressive, una sorta di variata ma costante «polarità» (letteraria, iconografica, etica).

Il medesimo concetto di polarità informa pure l’altro tributo al romanzo, di Manuela Marchesini. Più dichiaratamente legato alle posizioni di Pinotti, La galleria interiore dell’ingegnere è un testo denso ma assai fruibile nel quale il rapporto di Gadda con certi modelli figurativi è esaminato in combinazione con il fondamentale concetto di narcisismo, da Gadda spesso indagato a livello teoretico, psicologico e politico. Il Pasticciaccio vi è dunque assunto come spazio di sommo sviluppo narrativo dell’«ecfrasi narcissica», quale sede di un nodo identitario che lo scrittore affronta per «esclusione combinatoria dei già estratti»: a partire cioè, ancora una volta, dagli altrui esiti artistico-letterari, su cui egli compie un sistematico e cosciente scarto, necessario al conseguimento della sua personalissima voce. Le ambizioni di Marchesini si accordano, in tal senso, alla vocazione militante del gruppo di Basilea: oltre a fornire una godibilissima analisi interpretativa del giallo del ’57 – condotta a margine di una sua dettagliata ricostruzione fattuale – la monografia ha infatti l’obiettivo di sottrarre Gadda al limbo del non finito, del fallimento e del Barocco, per integrane la cosiddetta «funzione» alla luce dell’importanza della mescidazione e della rielaborazione di stili e modelli.

Muovendo da presupposti teorici più espliciti rispetto al volume Carocci – dove l’ecfrasi è piuttosto praticata come esercizio di lettura e riconoscimento – Marchesini considera dunque l’incontro, nel Pasticciaccio, tra forme di «erotia narcissica», realizzata attraverso la «profanazione» del modello della Commedia, e di «ecfrasi narcissica», che Gadda riserva a una certa iconografia italiana (condensata nelle coppie, tra loro oppositive, Raffaello-Michelangelo / Caravaggio-Tiziano) alla luce della lezione longhiana. Col supporto delle pagine da lui dedicate ad artisti italiani e stranieri (da Raffaello, a Lotto, a Caravaggio, a Crivelli, a Ensor) la studiosa suggerisce che, in questo contesto, l’ecfrasi funzioni per l’Ingegnere come una speciale forma di quella costante «deformazione» di cui si sostanzia il conoscere: la lettura delle immagini – e le immagini stesse – è cioè parte integrante del processo dell’«euresi»: la quale appare ecfrastica, ovvero polarizzata e onnipotenziale, per sua stessa natura. A dimostrazione di ciò, Marchesini esamina il sistema del Pasticciaccio – distanziando nettamente la versione Garzanti da quella in rivista, come dal Palazzo degli ori e dalla versione filmica di Germi – proponendone nuove letture, tra le quali è di speciale interesse la nuova identificazione del colpevole. Rintracciando in Assunta – e non più in Virginia, come vuole la vulgata interpretativa – l’autrice del brutale omicidio di Liliana, e iscrivendola in un saldo binomio erotico-criminale col Diomede amato pure dalla Ines, Marchesini mostra infatti come Gadda collassi nel personaggio la polarità dantesca Inferno-Paradiso, integrandola ecfrasticamente a quella Rinascimento-Barocco: Assunta sarà cioè creatura diabolica e insieme Madonna tizianesca.

La tensione tra filigrana involutiva/infernale ed evolutiva/paradisiaca si estende in effetti a tutto il romanzo – come dimostra pure la successiva lettura del celebre passo sugli alluci del tabernacolo ai Due Santi – culminando nella coppia Assunta-Ingravallo, figure su cui il narratore distribuisce uno spettro di valori etici, estetici e sessuali che escludono ogni soluzione dialettica, per mantenerli in una dimensione indistricabile: quella di un reale i cui confini non sono determinabili con certezza e in cui il male (come il brutto) convive col bene (e col bello), e da esso si distingue solo nella contingenza del presente.

Anche l’interesse ecfrastico della Galleria interiore – come già quello del Meraviglioso ordegno – finisce dunque con l’esplorare i modi di relazione tra l’io gaddiano e il mondo: modi che segnano l’inattuabilità dell’ideale mimesi classica, sostituita da una «ermeneutica a soluzioni multiple» da un realismo infinitamente polarizzato, condensato appunto nel congegno romanzesco. I due volumi confermano così un saldo rapporto di reciprocità; muovendosi tra macro e micro rilievi testuali, essi consentono al lettore di sbirciare nel laboratorio del Pasticciaccio, indicandogli – complice una preoccupazione comunicativa troppo spesso inusuale all’immensa bibliografia gaddiana – i sintomi di quel «narrare intorbidando le acque» che Gadda riconosceva, in una lettera Contini del 1963, come la vera cifra della sua arte.

Un meraviglioso ordegno. Paradigmi e modelli nel Pasticciaccio di Gadda
a cura di Maria Antonietta Terzoli, Cosetta Veronese e Vincenzo Vitale
Carocci, 2013, 340 pp., con 38 immagini a colori, € 46,00

Manuela Marchesini
La galleria interiore dell’ingegnere
Bollati Boringhieri, 2014, 188 pp., € 15,00