Body talk

Carlo Antonio Borghi

Slanci, aspirazioni e vertigini di azioni in successione. L’obiettivo era quello di passare dalla vista alla visione, in altrettanta e fulminea successione. La felicità si trovava nell’azione in corso e nell’immaginazione dell’azione successiva. La felicità, per Gustave Flaubert, stava tutta nelle possibilità e nella pratica dell’immaginazione.

Fare un libro esaltante. E morale. Come conclusione provare che la felicità è nell’Immaginazione. Valeva anche per un’opera d’arte, oggetto o corpo che fosse. La spirale, non il cerchio, come ancora insegnava Flaubert e come, da un certo punto in poi ha dimostrato Richard Serra con le sue ciclopiche spirali forgiate nell’acciaio e percorribili fino a perdere il senso dell’orientamento. La performance-art era una forma di allucinazione in pubblica esposizione, tra le quattro mura di una galleria con o senza bagno. Ogni esibita allucinazione veniva riportata nel privato delle quattro mura domestiche, con bagno e magari con garage e replicata a tu per tu o triangolando.

“Se ti fai di oppio diventi subito doppio, con o senza specchio!” – diceva l’alter-ego. Un Pensiero Dominante. Una performance dominante, totalizzante e quasi sempre invadente. Stato di performance mentale e corporale. L’immaginazione è come uno Zibaldone infinito, perpetuo. I veri, nudi e crudi performer dei tempi andati, erano antropologi della contemporaneità, prima ancora che della modernità. Mettere e mettersi in discussione tra qualche delusione e un’infinità di illusioni squadernate in sequenze espositive ed esibizioniste. Soffrire ma anche ridere delle proprie ferite autoinferte sulla carne, per arma da taglio.

Forma d’arte asserzionista e spesso definitiva di un corpo solo e singolo davanti a un pubblico di visitatori e celibatori, anche cannibali e antropofagi culturali. Intervalli autoriali ed esposizionisti tra un corteo, una guerra, un genocidio e l’eugenetica. L’immaginazione è la forma di fusione e di finzione più vicina alla realtà. Leopardi fuggiva dai suoi giovani dolori andando a procurarsi sfogliatine alla crema, babà e gelati. “Le idee vanno con tutti, come le prostitute” – diceva Diderot. “La ragione non è padrona nella casa della mente” – aggiungeva Francisco Goya.

Per fortuna non è ancora disponibile in libreria o nei bookshop di grandi mostre il manuale della performance pratica o manuale pratico della performance. Ecco in fondo al corridoio la porta che si apre sulla post-contemporaneità. In un angolo e in bella mostra, staziona un appendiabiti in arte povera dotato di micro telecamera nascosta. Di fronte a lui un letto con comodini incorporati. Non importano i lumi. La micro telecamera è a raggi infrarossi e può visionare e registrare tutto ciò che capita sul letto. Spy art. For sale. L’arte di questi tempi è tutta esposta nelle televendite, compresi orologi da polso con macchina video fotografica, peluches con micro telecamera per occhio, deodoranti da bagno vedenti e capaci di registrare immagini e suoni corporali.

Corpo nostro che sei in terra, dacci oggi la nostra performance quotidiana. Questo era il credo giornaliero nella liturgia del corpo esposto. Il dramma è venuto quando la performance e il performer sono entrati nei teatri, credendosi attori e servi di scena. Così la performance-art perse i suoi luoghi dell’immaginazione e la sua forza d’urto anche erotico. Guardare colui che guarda e toccare colui che tocca, questo era l’atteggiamento e il modo di comportamento. C’è sempre un motivo di mezzo. È Body Talk degli Immagination – 1981. Proprio quando i body artisti abiuravano la performance art per passare alle performing arts. Ci sono posti del nostro corpo che non riusciamo a vedere. Per fortuna possono vederli gli altri, per descriverli anche per servirsene. Take away.

Il corpo nudo dell’artista era l’immagine e la scena primaria, anche prevaricatrice. Il resto delle immagini possibili, di artista o no che fossero, scivolavano in secondo o terzo piano, in cerca di sparizione. L’assenza di immagini e suoni faceva allo scopo e al gioco della ricerca sulla via del comportamento. Si sa che la musica preferita degli artisti gestuali era ed è il jazz, dal be bop al free, da Birdy e Dizzy a Trane e Coleman. Così era per i pittori azionisti ed espressionisti astratti. Drippers and Boppers. Nella performance art lo stile musicale più praticato era il silenzio il più atto a sottolineare i suoni del corpo, dalla voce in giù.

Nel caso dell’arte gestuale si sarebbe potuto parlare di jazz-tuale. Nel caso della performance art il riferimento sonoro primigenio erano i 4 minuti e 33 secondi di John Cage, poi venne il momento di In a Silent Way di Miles Davies ed eravamo solo nel 1969. In quegli anni bisognava sbrigarsi a scaricare tutte le pulsioni, una dietro l’altra, anche freneticamente e senza fare opposizione a nessuna tentazione. L’impressione generale era che il tempo della libertà di immaginazione e di azione sarebbe finito di lì a poco. Così è stato.

Nel 1980, in sincrono con il grande e fallito sciopero Fiat, tutto era già finito e i performer processuali, concettuali e comportamentali che fossero, si erano trasformati in attori, registi e scenografi. Alla procedura della trasgressione in corpore vivo si era sostituita l’installazione multimediale. Nella P. Art c’era spazio anche per la fissità come linea di confine tra razionalità e passionalità.

In libreria arriva Da capo a piedi – Racconti del corpo moderno o Atlante della gestualità, di Claudio Franzoni – edizioni Guanda… ma ancora non ci siamo. Resta disponibile alla consultazione il DSM 5 Diagnostic and Statistical Manual of Mental Disorders a cura di A.P.A. (American Psychiatric Association), in corso di traduzione presso Raffello Cortina. Contiene istruzioni per l’uso dei disordini mentali e comportamentali ma anche questo non basta.

Cosa fare dopo l’Orgia?!

Carlo Antonio Borghi

Orgia. Festa sfrenata spesso a sfondo sessuale:orge carnevalesche; fare un'o.; darsi, abbandonarsi all'o.; notte di o.(Dizionario Hoepli).

2.
Orgia. Normalmente si tratta di una azione collettiva nel corso della quale corpi maschili e femminili mettono in atto molteplici congiunzioni e disgiunzioni, di durata variabile. I corpi passano di mano. È un quadro vivente di eccitazione permanente. L’orgia è una forma nascosta di performance e di Body Art. Nasce come happening, non si sa quando. Non si sa come, né dove. Forse la prima potrebbe risalire a un tempo immediatamente successivo a quello della Cacciata dei Progenitori dall’Eden.

3.
Baudrillard (o chi per lui) durante un’orgia disse ad una delle ragazze: “Cosa fai dopo l’orgia?!” Glie lo aveva detto all’orecchio. Lei gli aveva strizzato l’occhio e non solo. Dopo l’orgia andarono a prendere un caffè. Lui liscio, lei macchiato. L’amore disorienta. Il sesso riposiziona. Il caffè riconfigura. Estasi singolari o promiscue.

4.
Rivedo i Draghi Avvinghiati di la Qalah, acropoli della siriana Aleppo, martoriata dalle bombe lealiste. Siamo tutti draghi ogni volta che facciamo sesso in coppia, in trio, in quartetto, in quintetto da camera. Ritrovo Leopold Bloom nella strada dei bordelli di Dublino. Mabbot Street. Anche lì passava un tram da chiamare desiderio del poco e dell’assai. Tutto questo alla luce dei lampioni e dei lumi a gas. Sesso a gas e poi elettrico. Corpo a gas e poi elettrico.

5.
“Cosa fare dopo l’orgia?!” Sono passati almeno due decenni dalla domanda epocale di Baudrillard. Ne sono passati più del doppio da quando è cominciata l’orgia della modernità. Orgia della produzione e del consumo. Tutto è stato prodotto e riprodotto, consumato e riconsumato. Tutto è stato liberato: il corpo, il sesso, i costumi. Tutto è stato sperimentato e assaggiato. Tutti i piaceri sono stati esposti e catalogati. Tutti gli eccessi. Tutti i surplus. Tutte le combinazioni sono state messe a tavola e a letto, da quel dì. Le Porte della Percezione sono state aperte o divelte. Tutte le gambe sono state divaricate e condite. Tutti i fluidi corporali sono stati scambiati barattandoli alla pari o pagandoli un tot di denari. Tutti i frutti sono stati spremuti. Tutti gli schermi sono stati bucati, prima, durante e dopo Ultimo Tango. Tutte le Grandi Abbuffate sono state ingoiate, digerite ed evacuate anche a costo della vita. Volevamo tutto. Per un attimo è sembrato di averlo avuto. Finito tutto in un battito d’utopia.

6.
Dopo l’orgia, non ci resta altro da fare che ricominciare da capo. Al tempo di Piero Manzoni, non ci restava altro da fare che uscire dall’opera d’arte e metterci a vivere. Al resto ci pensa lo Specchio.