Le ragioni del reddito

Giso Amendola

Le manifestazioni del primo maggio hanno plasticamente evidenziato, un po’ dovunque, e non solo in Italia, una distanza, un’estraneità che spesso diventa ostilità attiva e combattiva, tra quel che resta del mondo sindacale ufficiale e tutto quel che si muove, che anima pratiche di lotta, di rivendicazione, di riappropriazione nel vasto e differenziato mondo, che, in mancanza di meglio, continuiamo a indicare come “sociale”.

Con una coerenza degna di miglior causa, i sindacati confederali sono riusciti a schierarsi, oltretutto il più delle volte ben difesi da forze dell’ordine dalla carica facile, sempre dalla parte sbagliata: vicini agli estremisti Si Tav del Pd a Torino, apertamente contestati come amici dei Riva a Taranto, perfettamente integrati nel modello emiliano delle cooperative a Bologna. Dovunque, tra il mondo dei non garantiti, degli “incapienti”, come direbbe Renzi, della precarietà diffusa e il mondo dei soggetti che hanno incarnato l’antica mediazione costituzionale del lavoro, la rappresentanza classica dei conflitti, non c’è relazione possibile.

In questo quadro, viene bene leggere un agile libro, che torna con intelligenza sui temi della crisi del welfare e della bancarotta dei suoi attori politici e sociali tradizionali, e lo fa riportando l’attenzione sulla più innovativa e forte richiesta che ha caratterizzato l’azione dei nuovi movimenti sociali: il basic income, o, con la precisa definizione che Giacomo Pisani sceglie già nel titolo, il reddito di esistenza universale (G. Pisani, Le ragioni del reddito di esistenza universale, ombre corte 2014).

Del reddito per tutti/e questo libro vuole, per l’appunto, indagare le ragioni: soprattutto, le ragioni filosofiche. Pisani, molto giustamente, critica quei punti di vista che giustificano il reddito di base esclusivamente come una misura redistributiva, come un semplice mezzo per ottenere criteri di giustizia più equi nell’assegnazione di beni e servizi. È vero che la nascita di un forte interesse per il reddito di base, all’interno del paradigma di matrice liberale della “giustizia come equità” aperto da John Rawls, permette attraversamenti interessanti e dialoghi inediti (si pensi alle posizioni di Philip Van Parijs o, in Italia, di Corrado Del Bò): ma, osserva giustamente Pisani, la cosa più interessante nel reddito di base non è solo come riesce a riscrivere la logica della giustizia redistributiva di matrice contrattualistica, ma come può potenzialmente scardinare la logica trascendentale del contratto sociale che fonda quelle filosofie della giustizia.

Il reddito di base non è insomma solo un buon ammortizzatore sociale, capace di prendere sul serio le ragioni dell’uguaglianza meglio degli strumenti del welfare classico tradizionalmente fondato sulla figura del lavoratore: il reddito è principalmente uno strumento di liberazione delle vite dai ricatti e dalle discipline, è faccenda di libertà dell’esistenza dai dispositivi che pretendono di governarne tempi, modi e stili. La battaglia per il reddito è – scrive efficacemente Pisani – “la scintilla (…) che decostruisce alcune categorie giuridiche assolute nella cultura dominante, ponendo la base per il riconoscimento di esigenze eccedenti”; e, allo stesso tempo, è il grimaldello per aprire “possibilità di decisione libera da parte degli individui”, “spiragli di autonomia nella propria esistenza”.

Questa rivendicazione decisa dell’elemento dell’incondizionatezza del reddito di esistenza, della sua capacità liberatoria nei confronti delle politiche di gestione e di controllo delle vite, è il punto di forza del discorso di Pisani: e viene davvero a proposito oggi, quando l’“austerità espansiva” proclamata da più parti come via d’uscita dalla crisi, ha come corrispettivo il ritorno in gran spolvero di un workfare autoritario, fatto di ammortizzatori sociali ultracondizionati, di lavori obbligatori, di formazione professionale forzata e burocratica. Di fronte a una tale assoluta incapacità di riconoscere gli spazi autonomi di produttività sociale lì dove si danno, è molto opportuno rivendicare il reddito di base come mezzo di sottrazione ai condizionamenti e di valorizzazione dell’autodeterminazione singolare e comune: si tratta di rovesciare una visione tutta dall’alto del governo della crisi, e di usare il reddito come chiave di connessione delle lotte di riappropriazione dei servizi, degli esperimenti di welfare dal basso, che non a caso stanno connotando questo ciclo di lotta dei movimenti sociali.

Il reddito di esistenza, universale e incondizionato, va letto, in questo senso, come chiave per aprire spazi all’interno di un mondo nel quale la vita quotidiana, i suoi tempi, i suoi movimenti, i suoi desideri, sono continuamente messi al lavoro: il mondo, avrebbe detto Marx, della “sussunzione reale”, dove il valore non è più prodotto in tempi e luoghi individuabili, precisabili, ma la sua estrazione si estende, in modi e con dispositivi differenziati, all’intera produttività sociale. La vita è così continuamente attraversata da richieste di prestazione, da imperativi di concorrenza, da valutazioni, esami, obblighi di disciplina e di autodisciplina, promesse a vuoto per l’incerto futuro, vincoli forzosi di fedeltà e obbedienza: con il risultato che la stessa capacità di inventare, creare, produrre insieme, connettersi, viene continuamente avvilita, omologata e uniformata a standard che nulla sanno della ricchezza dell’eterogeneità, della singolarità e dell’autonomia delle vite, nonostante la continua produzione di retorica neoliberale sull’indipendenza e sulla libertà.

Le pagine del libro di Pisani che descrivono le tristi metamorfosi della vita di un ricercatore all’interno dell’universo della Ricerca&Sviluppo sono una perfetta fenomenologia della sussunzione reale, della vita messa al lavoro. Pisani, però, sulla scia di un’interpretazione filosofica molto segnata dalla lettura francofortese e, qualche volta, heideggeriana della società contemporanea, immagina questo processo di sussunzione in modo un po’ troppo unilaterale: risuona nelle sue pagine la ben nota diagnosi di una colonizzazione integrale del mondo della vita da parte del capitalismo contemporaneo e della connessa razionalità tecnico-strumentale.

Eppure, proprio la tensione nel rivendicare il reddito come grimaldello per liberare le vite, ci fa pensare che forse restano più produttivi gli avvertimenti marxiani: per Marx, anche la sussunzione reale non è un destino metafisico, ma l’esito di conflitti, il prodotto stesso, in fondo, della lotta di classe. Questo mondo non è decisamente il migliore dei mondi possibili: ma anche la sussunzione reale non è un metafisico Apparato tecnico-scientifico, né una reificazione totalizzante, ma pur sempre una relazione, una lotta aperta tra le vite e i meccanismi di estrazione di valore, tra la ricchezza delle soggettività e i dispositivi di governo e di assoggettamento.

Il vivere in questo tempo della “vita messa integralmente al lavoro”, non significa allora dover cercare chissà quale sganciamento pseudoradicale da un capitale-Moloch: significa semmai essere consapevoli che questo governo delle vite si nutre proprio della forza della nostra capacità produttiva comune. E che il reddito è appunto uno strumento di rivendicazione e di programma per organizzare una politica di riappropriazione di eguaglianza, di libertà e di autonomia, una politica radicata nelle nostre capacità creative, produttive e cooperative.

Al di là di qualche scelta filosofica che rischia di semplificare un po’ troppo le ambiguità comunque stimolanti e produttive del nostro presente, il libro di Pisani però giunge nel momento opportuno perché sta dalla parte giusta sull’essenziale: respinge bene al mittente le critiche di chi guarda al reddito di base come a uno strumento di addomesticamento del conflitto sociale (critiche quelle sì compiutamente ispirate senza rimedio a una visione del capitale come apparato totalizzante e a una implicita sfiducia in ogni capacità di produrre autonomia dal basso), e sa restituirci fino in fondo le buone ragioni che stanno dietro questa fondamentale battaglia: quelle per una eguaglianza e una libertà finalmente senza condizioni, contro quel diritto borghese uguale, che (come bene ricorda Luigi Pannarale nella sua introduzione a questo libro) ha invece fatto del diritto di proprietà la condizione per eccellenza per accedere agli spazi dei diritti e della cittadinanza moderna.

Giacomo Pisani
Le ragioni del reddito di esistenza universale
ombre corte (2014), pp. 93
€ 10,00

Il postumano

Anna Simone

In una società come la nostra, prevalentemente basata sulla crisi prodotta dal neoliberismo, determinata dalla non-etica della prestazione e della concorrenza, dal malessere prodotto dai processi di individualizzazione e scomposizione sociale, dall’aumento esponenziale della vendita di psico-farmaci, dall’impoverimento generalizzato, dalla gabbia d’acciaio prodotta dal debito collettivo e individuale, dalla supremazia della quantità sulla qualità, dall’aumento del tasso suicidario per ragioni economiche e da un sistema di valutazione basato sulla “meritocrazia”, ovvero un sistema che “premia” solo chi sa vendersi meglio nel mercato sottostando ciecamente alle sue regole, azzerando definitivamente la cultura dell’esigibilità dei diritti sociali, un titolo come Il postumano. La vita oltre l’individuo, oltre la specie, oltre la morte (DeriveApprodi, 2014) potrebbe persino apparire ostile, se non fosse che l’autrice porta il nome di Rosi Braidotti.

Sul tema, infatti, si scrive da più di un decennio, a ridosso della grande rivoluzione analogica e a ridosso dell’avvento della bio-genetica, delle bio-tecnologie, delle neuro-scienze, del successo delle scienze psico-cognitive, la cibernetica e via dicendo, ma l’approccio si è sempre collocato su un doppio binario: o l’accettazione esaltata della nuova realtà, o la critica radicale. All’interno di questa letteratura, invece, leggere il nuovo libro di Braidotti – che peraltro non avevamo il piacere di leggere in Italia dal 2008 - può generare un respiro, un sollievo, ma anche qualche punto di domanda, come vedremo più avanti.

La sofisticata ricostruzione epistemologica di Braidotti, infatti, pur collocandosi sempre al presente e nel presente resta prepotentemente legata ad una certa idea di intendere la ricerca e la scrittura che non prescinde mai né dal corpo, né dall’esperienza. Questa postura, propria di molto pensiero della differenza, incarnata da una scrittura densa e intervallata da una miriade di esempi, in Braidotti incontra sempre un esterno, ovvero un grande tema della contemporaneità, togliendo ogni dubbio sulle critiche ad un approccio femminista che non tiene mai conto dei grandi mutamenti sociali in relazione alle stesse trasformazioni del sé.

Ma ha anche una specificità perché Braidotti, fin da Madri, Mostri e Macchine, ha sempre fatto suo l’approccio rizomatico e in divenire di Deleuze e Guattari, producendo a sua volta una “differenza” rispetto ad altri autori maschi che hanno fatto la stessa scelta epistemica, collocandosi dentro e oltre Marx. La differenza è data soprattutto dalla postura epistemica: fuori da ogni dualismo l’autrice riesce sempre a dare conto anche di ciò che produce “striature” nello “spazio liscio” del perenne divenire, riesce sempre a situarsi a partire dal corpo e dall’esperienza – come dicevamo -, riesce ad avere sempre una tensione etica, non esce mai dal bisogno di chiarire dove può collocarsi una nuova soggettività in grado di essere responsabile e rivoluzionaria insieme. Affermativa e dentro l’avanguardia, ma mai assertiva e imperativa, la parola di Braidotti chiarisce subito due punti essenziali prima di scendere nelle declinazioni possibili di quel che lei definisce “condizione postumana”.

Intanto l’impossibilità di scindere il dato dal costruito, ovvero la natura dalla cultura, contro l’ipotesi socio-costruttivista secondo cui tutto è solo cultura. Concentrandosi sui processi di naturalizzazione e di culturalizzazione prodotti dalle bio-tecnologie e dalla biogenetica è possibile, infatti, disvelare le pratiche e gli ordini discorsivi che rendono merce i corpi o pezzi di corpi nel mercato, così come assumendosi la logica secondo cui non v’è biopolitica senza tanatopolitica si rifiuta il principio di rimozione permanente sull’inumano o sul disumano presenti nelle società globali (guerre, gestione della paura, il fantasma del nucleare etc.). Ma c’è anche di più. Questo bisogno di collocare le varie declinazioni della complessità generata dalla condizione postumana diventa, per Braidotti, un’occasione fondamentale anche per riflettere sul ruolo delle scienze umane e sociali, nonché sul ruolo delle Università. Il volume, infatti, si compone di quattro parti, tutte collegate tra loro: il postumanesimo in tutte le sue declinazioni, il postantropocentrismo, l’inumano (ovvero le tanatopolitiche) e le scienze postumane.

Con l’ambizione riuscita di tracciare un grande quadro di riferimento l’esito di questa ricerca tocca da vicino anche la postura politica da assumere dinanzi a queste radicali trasformazioni dell’umano, della vita e dei saperi. La “politica affermativa” di Braidotti – come abbiamo già detto mai liscia e messianica, ma sempre caratterizzata da un alto livello di complessità - si attesta, come sempre nei suoi lavori, soprattutto su due linee: il ripensamento delle soggettività nel postumano e la necessità di tradurre la politica attraverso una nuova etica pubblica. Ma è proprio qui che collocherei i miei punti di domanda: da cosa può essere data la misura nell’epoca della dismisura prodotta anche dal postumano? Situarsi criticamente nell’oltre, inventando una nuova etica, è davvero così facile se la governance neoliberale e il capitalismo, sempre più veloci di noi, svolgono in prima battuta una funzione antropofagica sia dell’umano che del suo desiderio?

Insomma, al di là di ogni bisogno e desiderio di produrre nuove politiche affermative dentro la condizione postumana, non sarebbe anche utile capire quanto, di fatto, l’estrazione di valore e plusvalore, dentro la logica dell’accumulazione del capitale, tocchi e produca prepotentemente il senso stesso della vita e della morte? Qui le strade tornano ad essere due: o una nuova etica pubblica dentro la linea del divenire e delle metamorfosi prodotte dalla condizione postumana, come suggerisce Braidotti, o la sottrazione, la resistenza, il conflitto per difendere quel che resta dell’umano, nel senso della sua irriducibile materialità. Io propenderei per seguire entrambe le strade perchè non è detto che sia sufficiente seguire l’avanguardia per produrre potenza critica al suo interno. La storia recente e la crisi della nozione stessa di società, così come la crisi irrevocabile delle scienze umane e sociali, ci raccontano una storia un po’ più tragica.

Anna Simone
Il postumano
La vita oltre l’individuo, oltre la specie, oltre la morte

traduzione di Angela Balzano
DeriveApprodi (2014), pp. 220
€ 17,00