Il maternage delle istituzioni

Cristina Morini

Scrive la stampa pop che Anastasia, la figlia della presidente della Camera, Laura Boldrini, da piccola preparava sempre una valigia con dentro alcune cose per i bambini degli Stati dove la madre si predisponeva ad andare in missione, da affidarle. Poi, tra sé, ogni volta si preoccupava: «Poveri bambini, la mamma sa cucinare solo la pasta in bianco…».

Quando c’è di mezzo una donna, anche con elevati incarichi di responsabilità, l’intero universo sembra organizzarsi a partire da categorie domestiche, semplici, docili, familiari. Lei conosce il linguaggio della cura. Lei sa usare – ovunque nel mondo e qualunque cosa faccia – il codice della riproduzione.

Femminile comunque convenzionale e obbligato, eternato, che abita l’inconscio collettivo, signora della natura ma anche angelo del focolare e vestale della città. Questa strumentazione culturale e valoriale viene sfruttata e reificata dal lavoro cognitivo-relazionale contemporaneo fondato su relazione e linguaggio. Il lavoro da sempre svolto dalle donne nelle case o negli ospedali diventa modello sul terreno della valorizzazione sociale. Ora, nell’approfondirsi della crisi generale di questi cupi inizi del secolo XXI, la costruzione del ruolo di cura incarnato dalla donna prevede un’altra funzione che approfondisce quella di «madre della patria», già ampiamente conosciuta. Nilde Jotti fu un’eccezione durata tredici anni, un riconoscimento per via femminile all’opposizione di un paese che si era rassegnato a morire democristiano. La giovane e severa Pivetti una meteora, simbolicamente uccisa dai maschi capi padani quando tentò di ribellarsi. Riapparve poi in televisione in versione dark, nerovestita, rasata, borchiata.

Le attuali rappresentanti femminili delle istituzioni incarnano la necessità di tradurre la materialità e la realtà all’interno di stremate e inferme «democrazie» pervertite dalla finzione, cioè completamente prive di veridicità. Una specie di «maternizzazione» della politica, un tentativo di confezionare un divenire umano della politica nel precipitare del senso collettivo dello Stato e della fiducia nella retorica abusata del «bene comune». Come si cura il distacco dalla rappresentanza, dalle istituzioni? Come si riempie il vuoto tra il palazzo e il popolo? Come si entra in contatto con gli esseri umani in carne e ossa, con i mercati rionali, le case popolari, la precarietà, gli sfratti, le cartelle Equitalia? Il governatore lombardo Roberto Maroni sceglie sette assessore donne. Nel Lazio, Nicola Zingaretti ne incarica sei su dieci in Giunta, stabilendo il record del primo sorpasso di genere. Si prova così, insomma, attraverso il maternage delle istituzioni.

La madre è il «contenitore autentico» cui ci si ispira. Donne che donano la propria capacità di rêverie (la cura degli stati di angoscia del neonato, nella dizione dello psicanalista Wilfred Bion) a fasce sociali di cittadini sempre più ampie che soffrono per il male di vivere contemporaneo. In realtà, come tutti i sistemi che accettano le diseguaglianze, «l’ordine neoliberale detesta le vittime», ha scritto Kajsa Ekis Ekman in L’être et la marchandise. Prostitution, maternité de substitution et dissociation de soi. Ma, pragmaticamente, nel taglio complessivo del sistema welfaristico, una buona mamma è ciò che possiamo mettere immediatamente a disposizione, ciò che ci possiamo permettere e che, come sempre, ci fa risparmiare. È noto che, nei secoli, sono state proprio le figure femminili del welfare familiare a mantenere in piedi il sistema.

Del resto, come ha sottolineato Wendy Brown nel saggio Moralism as Anti-politics, nel mezzo di catastrofi pubbliche come quella che stiamo vivendo in Italia, che portano con sé anche i segni dell’irrequietezza sociale, si amplifica la tendenza a personificare la politica, a legarla più strettamente a figure individuali che vengono singolarmente responsabilizzate per la situazione e per lo stato delle condizioni sociali. In questa fase di crisi avanzata e irreversibile delle democrazie capitaliste «è come se le figure dello Stato (o di altre istituzioni mainstream) non fossero portatrici di specifiche decisioni politiche o economiche, come se non fossero rappresentative delle varie codificazioni delle forme sociali del potere». Si nota, piuttosto, la tendenza a valutarle come figure umane, «genitori che, magari, momentaneamente sbagliano, dimenticando la loro promessa di trattare tutti i figli allo stesso modo». Mamma, papà, perché non mi volete bene?

Dal numero 29 di alfabeta2, nei prossimi giorni nelle edicole e in libreria

L’euro, moneta tedesca

Maurizio Lazzarato

L’ordoliberalismo è sicuramente una delle innovazioni politiche principali che stanno all’origine della costruzione delle istituzioni europee. La logica della governamentalità europea sembra costruita sul modello ordoliberale. Il suo metodo di far emergere lo “Stato” dall’“economia” è applicato quasi alla lettera. È questa la ragione per cui si può affermare che l’euro è una moneta tedesca. Essa è l’espressione della potenza economica tedesca, ma occorre anche sottolineare che la potenza economica è inseparabile dalla riconfigurazione dello Stato come “Stato economico”, come “Stato sociale”.

L’euro è l’espressione di un nuovo capitalismo di Stato in cui è impossibile separare “economia e politica”. La propaganda dell’informazione e degli esperti ci fa capire quanto sia assurdo il progetto della moneta unica, dal momento che occorrerebbero un’autorità politica, uno stato (o un centro di potere assimilabile) e una comunità politica per legittimare e fondare una moneta. L’euro ha operato e opera in senso inverso, partendo dall’economia, da cui la sua inevitabile debolezza e fallimento. Questo punto di vista riproduce delle analisi del capitalismo di Stato del XIX secolo e non riesce a cogliere le novità presupposte e la dinamica del capitalismo di Stato della seconda metà del XX secolo inventata e praticata dagli ordoliberali. La costituzione è scritta dall’economia, come direbbe Schmitt, lo Stato è creato dall’economia, come direbbero gli ordoliberali.

I pro-europei alla Cohn-Bendit, per contro, vorrebbero farci credere che la moneta unica è una misura assolutamente originale di superamento dello Stato-nazione. In realtà, come i sovranisti, essi non colgono ciò che è in gioco con l’euro, ossia la costruzione di un nuovo spazio di dominazione e di sfruttamento del capitale. La governamentalità europea cerca di costruire uno spazio e una popolazione di dimensioni adeguate al mercato mondiale. Lo Stato-nazione non rappresenta più né un territorio né una popolazione in grado di realizzare questo progetto capitalistico.

Claire Fontaine, Capitalism Kills Love (2008)

Contro i sovranisti occorre dunque affermare che il metodo non è assurdo e, contro i pro-europei, che è un metodo di potere e di sfruttamento neoliberista, una strategia adeguata alle nuove condizioni del capitalismo di Stato. Un capitalismo di Stato neoliberista che cerca uno spazio diverso dalla Nazione, una “comunità diversa” dalla società nazionale per costituirsi. Le istituzioni europee seguono l’insegnamento degli ordoliberali: lo Stato non è un presupposto dell’economia (e della moneta), ma un loro risultato. Più precisamente, lo Stato è una delle articolazioni di questo nuovo dispositivo di potere capitalista che esso contribuisce fortemente a creare e a mantenere. Questo progetto non mira all’unità e alla coesione dell’Europa, alla solidarietà dei suoi popoli, ma a un nuovo dispositivo di comando e di sfruttamento e dunque di divisione di classe. [...]

Il capitale ha ancora bisogno della “sovranità” della moneta statale per organizzare le operazioni di riconoscimento e di validità o di non riconoscimento e di non validità dei debiti che stiamo subendo. La finalità di questo nuovo dispositivo di potere a più teste, non è più quello dell’“emancipazione radicale dell’economico rispetto al politico”, in modo da “isolare la sfera economica da ogni perturbazione esterna, principalmente politica”. [...]

La crisi mostra, al contrario, che la riorganizzazione dei dispositivi di potere supera e integra i dualismi dell’economia e della politica, del privato e del pubblico, dello Stato e del mercato ecc., dispiegando una governamentalità a più entrate. Il potere del capitale è trasversale all’economia, alla politica e alla società. La governamentalità si definisce precisamente come tecnica di connessione e ha il compito principale di articolare, per il mercato, il rapporto tra l’economia, la politica e il sociale. La governamentalità neoliberista non è più una “tecnologia dello Stato”, anche se lo Stato vi gioca un ruolo molto importante. Foucault aveva reagito ai numerosi critici secondo i quali la sua teoria del potere non comprendeva una teoria dello Stato, affermando che la governamentalità “starebbe allo Stato come le tecniche di segregazione stavano alla psichiatria, le tecniche disciplinari al sistema penale, la biopolitica alle istituzioni mediche”.

Claire Fontaine, P.I.G.S. (2011)

Dagli anni Settanta assistiamo a ciò che si potrebbe chiamare una “privatizzazione” della governamentalità. Essa non è più esercitata esclusivamente dallo Stato, ma da un insieme di istituzioni non statali (banche centrali, “indipendenti”, mercati, agenzie di rating, fondi pensione, istituzioni sovranazionali ecc.), in cui le amministrazioni dello Stato non costituiscono che una articolazione importante, ma solo una articolazione. Questo funzionamento può essere esemplificato attraverso l’azione della Troika (Commissione europea, Banca centrale europea e Fondo monetario internazionale) nella crisi. In un primo tempo lo Stato e le sue amministrazioni non solo hanno favorito lo sviluppo della “privatizzazione”, ma l’hanno attuata. Così come hanno attuato la liberalizzazione dei mercati finanziari e alla finanziarizzazione dell’economia e della società. In un secondo tempo le stesse amministrazioni hanno assunto le modalità di gestione dell’impresa privata per la gestione dei servizi sociali e dello Stato sociale.

La crisi ci mostra in tempo reale la costituzione e l’approfondimento di un processo che Deleuze e Guattari chiamano “capitalismo di Stato”. L’intreccio tra Stato e mercato, tra politica ed economia, tra società e capitale è stato spinto ancora oltre approfittando del crollo finanziario. La gestione “liberale” della crisi non esita a includere uno “Stato minimo” come uno dei dispositivi della sua governamentalità. Per liberare i mercati, essa incatena la società, intervenendo in modo massiccio, invasivo e autoritario sulla vita della popolazione e pretendendo di governare ogni “comportamento”. Se, come ogni forma di liberismo, essa produce le “libertà” dei proprietari, ai non proprietari riserva un surrogato della già debole democrazia “politica” e “sociale”.

Anticipiamo un brano tratto dal nuovo libro di Maurizio Lazzarato, Il governo delle disuguaglianze, in libreria da domani per ombre corte

Agenda Monti

Augusto Illuminati

«Cambiare mentalità, cambiare comportamenti». Confesso di aver provato un brivido di inquietudine leggendo siffatto titolo di paragrafo nell’agenda Monti (su traccia Ichino) testé divulgata, pochi giorni dopo la mancata fine maya del mondo e nel bel mezzo del sopore natalizio. Sarà che non mi piace che qualcuno voglia cambiare la mia mente, tanto meno i miei comportamenti. Ma chi cazzo siete per darmi questo suggerimento o peggio quest’ordine? Ma cambia tu modo di ragionare, visti i disastri che hai combinato. E per dirla tutta: non mi piace neppure la leggerezza con cui sentenzi ignorando ansie e sofferenze quotidiane della grande maggioranza e pretendendo una cambiale in bianco per governare ancora, dopo essere stato paracadutato senatore a vita e premier. Opinioni mie, d’accordo.

Però mi inquieta pure l’uso della parole, una specie di neo-lingua tecno-liberista della radical centrist politics («The Economist») che ricorda altri infausti e ilari eufemismi totalitari. «Modernizzazione del mercato del lavoro» è uno di questi, soprattutto se si collaziona tale promessa con le implementazioni suggerite: liberalizzazioni sfrenate, culto della competizione, smantellamento dei contratti nazionali di lavoro a favore di accordi aziendali, di cui abbiano avuto triste esperienza con le discriminazioni marchionnesche contro la Fiom. A leggere che si vogliono «ridurre le differenze fra lavoratori protetti e non», torna in mente la vecchia barzelletta sul devoto pellegrino che si reca a Lourdes con una mano paralizzata e invoca: Madonnina, fammele eguali, con il risultato che gli si paralizza l’altra...

Fabio Mauri, Disegno schermo fine (1962)

Sarà pensar male, ma quando si afferma che «tutte le posizioni sono contendibili e non acquisite per sempre», si potrebbe ipotizzare che in pratica tutti siano licenziabili senza tante storie e la contesa per le posizioni si risolva con la vittoria di chi accetta un salario minore. Per non parlare dell’enfasi sul merito, accertato ai vari livelli attraverso le procedure Invalsi, Indire e Anvur, sì quelle dei quizzoni e di riviste parrocchiali, balneari e di suinicultura assurte a “scientifiche”. Che la dismissione del patrimonio pubblico riguardi poi in primo luogo quello storico-artistico, riprende con terminologia Cee la vendita della Fontana di Trevi immortalata da Totò o l’appalto del Colosseo a uno scarparo.

Il mondo non è finito il 21 dicembre 2012. O forse è finito nel senso che continua ad andare avanti come prima – il contrassegno della catastrofe secondo Walter Benjamin. Litigi di facciata ma accordo sostanziale di quanti giocano le diverse parti in commedia sulla scena politica, concordi a gestire con agende parallele una crisi di cui non sanno a venire a capo se non taglieggiando il 90% e riservando la polpa a gruppi ristretti di super-ricchi, con cospicue briciole al ceto politico e amministrativo di supporto. Che il true progressivism ci risparmi almeno le prediche.

Soggettività post-socialista

Elvira Vannini

“La vera immagine della storia scivola via…” mai parole più appropriate, come quelle di Walter Benjamin, potrebbero suggerire alcuni presagi del passato sovietico e raccontare il percorso concettuale della prima grande retrospettiva italiana dedicata a uno tra gli artisti più interessanti della scena estone contemporanea, in corso alla Galleria Artra di Milano. Di storia ce n’è molta nel lavoro di Jaan Toomik: non la storia politica della grande costellazione socialista, ma una cronaca individuale, intessuta con trame personali entro una narrativa biografica che viene riletta, dal curatore Marco Scotini, come riflessione sulla perdita di un modello sociale, attraverso un’indagine sullo stato dell’arte nell’Est Europa e le moltitudini postsovietiche. Al centro di quest’analisi ci sono gli effetti trasformativi dopo l’89 con la dissoluzione dei paesi del blocco sovietico, cui seguirono in un processo vertiginoso, il collasso delle infrastrutture politico-economiche, il fallimento delle ideologie, lo smarrimento.

Lo straordinario film Oleg (2010), con cui si apre la mostra, è indicativo di questa disposizione verso la storia e sovrappone così un doppio registro, autobiografico e di fiction: dopo 25 anni il protagonista ritorna alla tomba dell’amico suicidatosi durante la leva militare. Frammenti dolorosi scorrono ineluttabili nell’intensità del ricordo, tra flashback, azioni crude e reali, alla ricerca delle tracce di quell’avvenimento luttuoso, non come dramma privato ma nell’accezione foucaultiana che individua nel diritto alla morte uno dei caratteri con cui si esercita il potere sovrano. Già una forma di biopotere che diventa istanza di prelievo, legittimazione a espropriare tutto: le cose, il tempo, i desideri e anche la vita.

Jaan Toomik, OLEG, still da video, 2010

Girato nello stesso luogo, un ex-campo di addestramento sovietico per aerei da combattimento ora dismesso, il video Run (2011) che dà il titolo alla mostra, allude alla breve temporalità della vita in una propensione discontinua e ontologica: un aerodromo abbandonato con tre hangar vuoti, verso i quali l’artista accorre, sparendo per sempre. Un preludio della fine, che trascende il carattere autobiografico e che ritorna in modo quasi ossessivo in altri lavori video, esposti insieme alla coeva produzione pittorica (soprattutto autoritratti), oscillando tra memorie personali e vicende private, in una storia sociale mai raccontata esplicitamente: in Dancing Home (1995) balla su una nave che rimanda alla catastrofe della crociera “Estonia”, in Dancing with Dad (2003) inscena una danza sopra la tomba del padre, fino al già citato Oleg dove si corica a fianco della lapide in cui è sepolto l’amico.

Una dimensione performativa, fatta di azioni minimali, semplici, assolte da qualsiasi funzione comunicativa attraverso cui l’artista esibisce se stesso, amplifica un vocabolario gestuale a cui corrisponde un’apparente afasia di contenuto: correre, pattinare nudo sul mar Baltico ghiacciato, ballare, urlare anche se con un grido muto, saltare. Una corporeità che si libera da qualsiasi codice di comportamento e ritorna a una condizione primitiva, pre-individuale: ancora il Foucault dell’analisi della sessualità come dispositivo politico che implica il corpo, il biologico, il funzionale.

Jaan Toomik, Run, veduta della mostra Galleria Artra, 2012 (foto Chiara Balsamo)

Con questa mostra Scotini supera l’interpretazione esistenziale e dominante nella lettura dell’artista in direzione della “costruzione di una soggettività post-socialista”. Ma perché non ripercorrere attraverso l’aspetto più oscuro della perdita e della morte in Toomik, la parabola della prospettiva marxista sulla questione della fine, negli ultimi scritti sull’etica e la rivoluzione, fino alla formula storiografica di Hobsbawm, che non a caso fa coincidere l’intera vicenda del XX secolo con le vicissitudini e la scomparsa del comunismo sovietico?

L’idea della perdita di qualcosa è potentemente presente in tutti i lavori di Toomik in una visione tanto soggettiva da apparire viscerale, umorale, fisica, che non può non fare i conti con il disorientamento e le frustrazioni di un universo divenuto ormai distopico. Il crollo del muro di Berlino fu un evento imprevisto e grandioso. Ne seguì una grande libertà. Non un sentimento di euforia ma di sbandamento, confusione, che come un’eco, la posizione di Toomik sembra riflettere in un rapporto ambivalente, problematico e conflittuale, mai affrontato direttamente, senza alcuna nostalgia o abiura traumatica. Non c‘è spettacolarizzazione, ma l’azione gestuale irrompe incontrollata, come il desiderio: quasi per cercare un assestamento rispetto alla dispersione di ogni riferimento politico, sociale e culturale, al disfacimento di una soggettività sovietica perduta, non da costruire ma da riconquistare. Una soggettività che non avrebbe mai trovato posto nella logica normativa della storia.

Jaan Toomik
Run
a cura di Marco Scotini
Galleria Artra, Via Burlamacchi 1 - Milano
fino al 13 gennaio 2013

Rivolta o barbarie

Dal numero 25 di alfabeta2, da oggi nelle edicole, in libreria e in versione digitale

Augusto Illuminati

Questa è la settimana decisiva per l’Europa (o per la Grecia, o per l’euro o per quant’altro volete). Così quotidiani e TV annunciano il rinvio interminabile dell’assoluzione, secondo una metafora che Raparelli trae da Kafka applicandola alle diagnosi sulla crisi sfornate ogni giorno per coprire i suoi effetti nell’aggressione ai redditi e al welfare dei ceti subalterni. Fin quando durerà la colpevolizzazione con l’accusa di aver vissuto al di sopra dei propri mezzi, fin quando sarà dilazionata un’assoluzione che coincide con la miseria? Per Raparelli il «processo» si interromperà solo con la resistenza delle masse all’espropriazione della vita, il mezzo di produzione post-fordista su cui si esercita la nuova accumulazione «originaria», rinnovata con obiettivi diversi a ogni ciclo di sussunzione reale capitalistica.

Il libro si articola in due sezioni: Macerie, descrizione stringente della catastrofe del nostro tempo (crisi dell’euro e del sistema europeo, meccanismi del debito, nuove enclosures in forma di prelievi di rendita sul bios), e Ancora una volta, la prima volta, analisi dei movimenti antisistemici e delle lotte di massa che contrastano la catastrofe proponendo idee e pratiche di una democrazia di tutti che è forse il nome attuale del comunismo.

Soffermiamoci su questa seconda parte. «Fare coalizione» è l’insegnamento tratto da Occupy: cioè socializzazione politica e passionale delle soggettività plurali della povertà, che è al tempo stesso potenza produttiva. Il che rovescia in senso rivoluzionario l’operazione neoliberista, che punta a sfruttare un lavoro vivo inseparabile dalla soggettività. L’enfasi sul lavoratore imprenditore di se stesso, l’infatuazione meritocratica (il cui contenuto materiale è la differenziazione salariale verso il basso) e la retorica della formazione permanente ne sono stati inizialmente i referenti ideologici, mentre oggi tale funzione è svolta dal ricatto del debito con tutte le sue conseguenze. Di qui l’individuazione del terreno biopolitico come l’area di contrasto su cui si sviluppano i nuovi movimenti e verso cui confluiscono rivendicazioni salariali e richieste più adeguate al lavoro intermittente e precario quali il reddito di cittadinanza.

Molto interessante a questo proposito è la discussione critica di alcune tendenze interne alla tradizione teorica dell’operaismo italiano. Raparelli prende le distanze tanto dall’insistenza sulla purezza normativa del programma, che traspare da recenti articoli di Toni Negri sul sito Uninomade, quanto dalle ipotesi neospontaneiste di talune componenti libertarie di movimento che si rifanno all’elaborazione filosofica di Giorgio Agamben.

Nel primo caso, a un’analisi corretta del biopotere capitalistico non corrisponde una consapevolezza adeguata delle soggettività che animano il movimento (dai centri sociali agli studenti, ai metalmeccanici), troppo spesso misurate in termini astratti. Nel secondo, la singolarità qualunque si esprime solo nell’evento e nel riot, irriducibili a ogni forma organizzativa. A queste due inclinazioni l’autore oppone, in termini deleuziani alternativi alle avanguardie classiche, «gruppi in stato di adiacenza con i processi sociali», che articolino trasversalmente la molteplicità del desiderio e l’accumulo dei rapporti di forza e delle esperienze organizzative.

IL LIBRO
Francesco Raparelli
Rivolta o barbarie. La democrazia del 99% contro i signori della moneta

prefazione di Paolo Virno
Ponte alle Grazie (2012), pp. 219
€ 10

La scuola della psicoausterità

Roberto Ciccarelli

Il «concorsone» è l'ultima stazione per chi pensa che un contratto a tempo indeterminato nella scuola, anche in quella primaria o nella media, potrebbe aiutare ad arrivare a fine mese. Milleduecento euro farebbero comodo anche a chi non è mai stato iscritto in una graduatoria, né ha mai insegnato stabilmente, nemmeno con una supplenza di un mese. Diciotto ore di lavoro a settimana, esclusi i consigli di classe e la correzione dei compiti, sembrano una prospettiva favolosa per chi fino ad oggi ha svolto una professione, certamente precaria, sbarcando il lunario per necessità o per passione, lavorando 18 ore al giorno e gli studi se li è lasciati alle spalle dalla laurea che deve avere conseguito improrogabilmente entro il 2001.

Il concorso dei non insegnanti
È
questa la storia di 214.453 persone, pari al 66,8% dei 321.210 candidati che hanno fatto domanda per partecipare al mega-concorso per la scuola. Secondo i dati ufficiali pubblicati qualche giorno dal Miur, la stragrande maggioranza degli aspiranti ad uno dei 11.542 posti per insegnanti non ha mai insegnato, ha frequentato itinerari che oggi non danno più sicurezza. In media le donne sono la maggioranza e hanno 38 anni, mentre gli uomini sono leggermente più anziani, 41 anni. Entrambi sono l'espressione di quella generazione di mezzo, tra i 36 e 45 anni, che in maniera disillusa e un pochino auto-consolatoria è stata definita «generazione perduta»: 158.879.

Sono dati rivelatori più di qualsiasi indagine Istat su categorie fantasiose come gli «sfiduciati», oppure sui «neet». Basta scorrere quelli della classe d'età inferiore ai 35 anni che dovrebbe raccogliere coloro che hanno frequentato tra il 1999 e il 2009 le scuole per l'insegnamento (Siss) e sono stati costretti dal Ministro Profumo a ripetere un concorso per cui si sono già abilitati negli anni passati. In questa fascia ci sono 113.924 persone, mentre coloro che hanno tra i 45 e i 55, probabilmente insegnanti iscritti nelle Gae e con decenni di esperienza in classe, sono 2.812, cioè una minoranza assoluta. Se poi volessimo descrivere questo eccezionale campione per appartenenza geografica avremmo ricomposto il quadro della situazione sociale italiana: 164.827 persone vivono a Sud, mentre «solo» 93.963 risiedono a Nord, 62.420 nel centro del paese. Una distribuzione che segue la decisione del ministero di bandire più posti nel Meridione, ma che conferma ugualmente la condizione di disoccupazione dei laureati, più acuta rispetto al resto del paese.

Questa è la verità di un paese dove c'è un alto numero di disoccupati intellettuali che aspirano legittimamente a un lavoro qualsiasi. La sproporzione tra gli iscritti nelle graduatorie e coloro che non hanno mai insegnato è la vera novità rispetto alle settimane di polemiche infuocate sul concorso-mostro. Il ministero aveva minimizzato, tremando si era lanciato in previsioni al ribasso, tutta l'attenzione si era concentrata sui precari della scuola, costretti all'umiliazione di ripetere una prova già fatta. Ecco, invece, la sorpresa. La gran parte dei precari si è rifiutata di partecipare al concorso, ed è esplosa la bomba degli altri precari, i laureati, i freelance, coloro che hanno lavorato nell'ultimo decennio nel terziario avanzato e oggi non hanno alternative. Nemmeno quella di concorrere realmente ad una cattedra, visto che dovrebbero superare la concorrenza di altre 25 persone.

Programmare la vita
"Le persone devono poter programmare la loro vita" ha commentato il ministro Profumo dopo la pubblicazione dei dati. Alludeva al suo progetto di fare un concorso ogni due anni per esaurire le graduatorie degli insegnanti. Ammesso che questo sia possibile, e che il governo in carica abbia la capacità - tutta da dimostrare - di bandire un altro concorso a primavera 2013, quando cioè non sarà più in carica, quello di Profumo è un progetto che, nella sua insensatezza, dev'essere preso sul serio. I primi dati del concorso rivelano infatti il futuro: non solo i concorsi biennali non riusciranno ad collocare i 160 mila iscritti nelle graduatorie, se non dopo mezzo secolo, ma queste procedure verranno travolte dal precariato intellettuale che esiste fuori dalla scuola.

Programmare la vita dei precari della conoscenza è una strategia di governo dall'alto, iperburocratica, non ispirata ai criteri di selezione in un'azienda, e nemmeno nel pubblico. Visti i numeri, e la situazione esplosiva, non è minimamente possibile immaginare che tale selezione riesca nel suo scopo: quello cioè di individuare il candidato ideale per eseguire un lavoro. Si tratta invece di una strategia di disciplinamento del tempo di vita dei precari. Chi effettua la programmazione non è il precario, bensì la burocrazia ministeriale. La quale non si rivolge solo alla vita del docente precario, bensì a quella del precario tout court, il precario qualunque anche se plurititolato e con curriculum lungo una preghiera.

Il primo effetto di questa decisione è di mettere in concorrenza queste due categorie. Ma non basta. Il progetto di stabilire "una cadenza stabile nel tempo" dei concorsi, e quindi di un processo di selezione colossale implica il progetto di mettere sullo stesso piano centinaia di migliaia di precari ogni due anni, negando ai docenti la possibilità di rivendicare la propria esperienza, obbligando i "non-insegnanti" aspiranti docenti a consegnare le loro esperienze pregresse all'oblìo.

Giochi del destino
La strategia del concorso-mostro ha avuto successo perché si fonda su una sensibilità diffusa: il posto fisso è l'ultimo bene rifugio in Italia. Ma è anche la ratifica di una convinzione di massa: questa sistemazione è illusoria nella misura in cui c'è 1/25 di possibilità per realizzare il sogno di una vita. È lo stesso meccanismo alla base dei giochi a premi, delle lotterie, del lotto o del totocalcio. Il desiderio di vincere è soggetto all'amara consapevolezza che vincere non è così facile, visto che le probabilità sono ristrettissime.

Se al lotto basta puntare un terno sulla ruota del nessun dove, nel concorso per la scuola bisogna lavorare molto di più. I candidati che vorranno essere meritevoli di un bacio del caso dovranno sottoporsi ad una percorso ad ostacoli. Le scadenze sono infinite: entro il 21 novembre i candidati dovranno completare la domanda; nella terza settimana di dicembre ci sarà la prova preselettiva in tre giorni; a febbraio ci saranno le prove scritte. In Campania il rapporto tra candidati e posti dà un indice di 34,24, mentre nel Lazio questo indice scende di molto e si attesta a 23,28, infine in Lombardia risaliamo a 28,20. Questo indice risulta più conveniente in Piemonte con il 24,23. La regione dove la probabilità di vincere è minore è la Sicilia.

Ma nell'istruzione governata come un gioco del destino c'è un elemento in più. Il progetto di moltiplicare questi concorsi ogni due anni presuppone una mastodontica organizzazione da parte dello Stato. Sempre che l'annuncio di Profumo sia in qualche modo attendibile, e rischia seriamente di non esserlo, per la prima volta dalla nascita della precarietà di massa lo Stato si impegna ad organizzare una procedura che terrà occupate per tre giorni tutte le scuole, le università, le biblioteche, e forse le palestre o gli alberghi in tutta Italia. Mettendo a sistema questo progetto significherà forse organizzare un ministero addetto alla selezione dei precari? Il sogno di una vita è tale solo quando è controllato, regolato, auspicato da una burocrazia attenta ai costi, ma generosa nel produrre illusione e competizione. Paradossi dei tempi dell'austerità. O meglio della psicoausterità.

Berlusconi e la questione maschile

Francesco Galofaro

Scrivo questo intervento sull’onda del dibattito che ha preceduto e seguito la manifestazione delle donne del 13 febbraio, in particolare sul Manifesto e Liberazione. Diversi sono stati gli inviti agli uomini perché palesassero il loro punto di vista sui motivi per cui il desiderio sessuale maschile è ancora legato a ruoli gerarchici e di dominio. Anche su Alfabeta2 abbiamo letto l’intervento di Fausto Curi. Vorrei aggiungere qualche elemento di riflessione senza raccogliere una qualche bandiera; la misura in cui queste mie osservazioni riflettano anche l’opinione di qualcun altro non è affar mio. Leggi tutto "Berlusconi e la questione maschile"