Il risveglio della Catalogna rurale

G.B. Zorzoli

Il voto catalano come la Brexit. Contrariamente alle attese, hanno prevalso le liste degli indipendentisti, che conquistano la maggioranza assoluta dei seggi (70), ma non quella dei voti. Primo partito la destra pro-Madrid dei Ciudatanas, con circa un quarto dei suffragi e 37 seggi. Di nuovo contraddicendo le previsioni, tra gli indipendentisti l’Esquerra Republicana de Catalunya è stata superata dal partito democratico europeo catalano, con un po’ di buona volontà definibile “centrista”, per anni asse di governi caratterizzati da politiche di drastici tagli ai servizi sociali e da frequenti episodi di corruzione. Sul risultato non ha influito a sufficienza nemmeno il confronto tra l’atteggiamento del leader dell’Esquerra Oriol Junqueras, sottoposto al carcere duro, e di Carles Puigdemont, scappato a Bruxelles per evitare l’arresto. Il partito anticapitalista CUP si è dovuto accontentare di quattro seggi, solo uno in più del partito popolare, che ha pagato il prezzo delle manganellate e del sangue sparso il primo ottobre, e della successiva repressione.

L’elevata affluenza alle urne (84% degli aventi diritto), un risultato eccezionale rispetto agli attuali standard europei, è in buona misura dovuta al risveglio elettorale della Catalogna rurale, la cui prevalente grettezza e chiusura alle novità si è aggiunta al voto, tradizionalmente moderato, di parte della piccola e media borghesia della capitale, nel pesare non poco sull’esito elettorale, connotato quindi da una forte componente sovranista. Come nel caso britannico, e ancor prima durante la “primavera araba”, si sono erroneamente identificate le opinioni dominanti nelle capitali con quelle maggioritarie nel resto dei paesi. Salvo poi stupirsi per la vittoria della Brexit, dei Fratelli Musulmani, degli indipendentisti catalani (anche loro con prevalenza della linea conservatrice). E considerazioni analoghe valgono per la vittoria di Trump.

In realtà l’unico fattore unificante i singoli eventi è il prevalere di forme di ribellione a situazioni di insopportabili diseguaglianze economiche e sociali, che rappresentano la versione aggiornata al ventunesimo secolo (definita populismo o sovranismo) delle antiche jacqueries contadine: prive di concrete proposte alternative, si limitavano a distruggere i registri catastali o fiscali, a danneggiare persone e cose, identificate come il Nemico. Anche in Catalogna, le profonde divisioni tra i partiti indipendentisti, tutti – anche il troppo mitizzato CUP - privi di programmi politici in grado di contrapporsi al capitalismo finanziario, rendono precaria qualsiasi intesa che, oltre tutto, dovrebbe fare i conti con un paese spaccato in due e con quasi la metà che appoggia la politica di Madrid.

Di fronte all’ennesimo riflesso della crisi in cui versa l’Europa (ma in materia anche gli USA non scherzano), sostituire, come ha fatto Bifo, un astratto ottimismo della ragione al pessimismo di gramsciana memoria, rischia di aumentare le delusioni provocate dalla dura realtà dei fatti e, di conseguenza, il pessimismo della volontà.

Non esistono alternative rispetto a una lunga marcia, della quale non sono ancora chiari né gli obiettivi, né i mezzi richiesti per superare gli ostacoli che si incontreranno strada facendo. E non si fa un passo in avanti in questa direzione, se innanzi tutto non cerchiamo di evitare che la crisi europea si concluda con il cadavere dell’UE. La sfida la si vince solo superando gli angusti confini delle piccole patrie e, per quanto malconcia, l’Unione europea è l’unico terreno sufficientemente esteso a nostra disposizione.

alfadomenica #4 aprile 2016

Su alfadomenica di oggi:

  • Gigi Roggero, Bifo, conquistare estraneitàL’anima al lavoro è stato scritto nel 2008, nei mesi in cui l’economia globale collassava (The Soul at Work. From Alienation to Autonomy, Los Angeles, Semiotext(e), 2009). A distanza di otto anni il testo mantiene intatta la sua pregnante attualità, a dimostrazione delle lucide intuizioni del suo autore, Franco Berardi Bifo, ma anche di come la crisi sia diventata una forma di governo della società. È l’alienazione uno dei temi al centro del libro. Leggi >
  • Cetta Petrollo, La danza macabra di Rosaria Lo Russo: La lingua in subbuglio di Rosaria Lo Russo – raccolta d’esordio Comedia, 1998, prefata da Elio Pagliarani – attua in questo suo Nel nosocomio (che comprende l’omonima raccolta pubblicata nel 2011 presso Transeuropa) una sistemazione del caos, una disciplina degli oggetti, delle disperazioni, delle storie e dei miti contemporanei. Gli attori osano disporsi per la Danza macabra dicendo l’inconoscibile, quello che è peccato profanare (a dirla come i padri della Chiesa, da Leone IV in poi) con la descrizione, nella rappresentazione, delle singole morti così come esse appaiono nella ricerca onnipotente della conservazione corporea e della sua, antitetica, frammentazione. Leggi >
  • Marco Reggio, Animali senza metafora: Di animali, negli ultimi tempi, si parla diffusamente. Non si contano le pubblicazioni sui “diritti animali”, sull’animalità o sul posthuman, per non parlare dei libri di cucina vegana (che, a ben vedere, non fanno che rimandare all’assenza dei corpi non umani nelle ricette che propongono); le lotte e i dibattiti sugli avanzamenti legislativi utili a garantire un miglior trattamento ai membri di altre specie utilizzati nei processi produttivi sono all’ordine del giorno. Un tale fiorire di discorsi – che spesso prendono le mosse dalla necessità di denunciare delle forme di sfruttamento anche brutale – suscita però un quesito piuttosto arduo: è possibile parlare di animali senza sovradeterminarne le esistenze? Leggi>
  • Semaforo: Città - Genere - Televisione Leggi>

Bifo, conquistare estraneità

Recombinant_ProteinGigi Roggero

L’anima al lavoro è stato scritto nel 2008, nei mesi in cui l’economia globale collassava (The Soul at Work. From Alienation to Autonomy, Los Angeles, Semiotext(e), 2009). A distanza di otto anni il testo mantiene intatta la sua pregnante attualità, a dimostrazione delle lucide intuizioni del suo autore, Franco Berardi Bifo, ma anche di come la crisi sia diventata una forma di governo della società.

È l’alienazione uno dei temi al centro del libro. Vengono ripercorse alcune genealogie, tra cui quella riconducibile all’hegelo-marxismo e alla fondazione umanistica del processo di liberazione, da Marcuse e da Sartre; e soprattutto il rovesciamento compiuto dall’operaismo, o composizionismo come preferisce chiamarlo Bifo, perché esso ha riformulato il problema dell’organizzazione politica in termini di composizione sociale. Il rovesciamento teorizzato dagli operaisti viveva nei comportamenti dell’operaio massa: l’alienazione cessava di essere lo smarrimento della coscienza di fronte alla cosa e alla macchina, per diventare estraneità alla dipendenza dal lavoro e dal capitale, una separatezza capace di trasformarsi in autonomia. L’estraneità è perciò potenza da organizzare e non occultamento di un’essenza da restaurare. L’universalismo muore definitivamente nel rifiuto del lavoro.

Cosa è successo dopo? I padroni hanno temporaneamente vinto, i rapporti di forza si sono ribaltati, la controrivoluzione capitalistica ha trasformato la libertà collettiva in libertà del mercato, l’autonomia in autoimprenditoria, il conflitto in consenso. Il neoliberalismo non si è inventato nulla, ha capovolto tutto. Allora, cos’è l’alienazione quando viene messa al lavoro l’anima, «metafora di quell’energia che trasforma la materia biologica in corpo animato», cifra di relazione e conflitto? Risponde Bifo: «non il silenzio ma il rumore ininterrotto, non il deserto rosso ma il sovraffollamento dello spazio cognitivo da parte di stimoli nervosi mobilitanti». La separazione tra attività cognitive e socialità materiale produce un processo di derealizzazione, alla base delle psicopatologie del lavoro vivo. Non sono patologie della repressione, come un foucaultismo più o meno coerente sostiene, ma patologie dell’obbligo espressivo generalizzato. Devi comunicare, se pensi di non farlo sono comunque le tecnomacchine digitali a comunicare attraverso di te. L’anima si inquina, il corpo si disanima.

L’autore sottolinea la centralità del tempo: la battaglia per la riduzione della giornata lavorativa non è stata infatti solo una rivendicazione sindacale, ma un movimento concreto di sottrazione al dominio del capitale e di affermazione di autonomia. L’esplosione della giornata lavorativa, determinata innanzitutto dalle lotte, capovolgendosi si è mangiata la vita. Tanto da rendere necessaria una ridefinizione del concetto di sovrapproduzione, che oggi significa eccesso del ciberspazio sul cibertempo, della massa di informazioni sulla capacità di selezionarle, gerarchizzarle e organizzarle in pensiero critico.

Le stesse decisioni del capitale appaiono come il prodotto di automatismi tecnologici e finanziari. Perfino il padrone sembra farsi estraneo al sistema che possiede, si mimetizza nel flusso, si incorpora nella tecnica, ci entra nell’anima. Eppure non scompare affatto, anzi. È perciò un’illusione pensare di separare tecnica e politica, ritenere la prima neutrale e la seconda una sua semplice articolazione. Nei movimenti l’hanno chiamata tecnopolitica, ma è la controrivoluzione capitalistica ad aver tecnicizzato la politica, ridotta a funzione istituzionale, neutralizzata come spazio di trasformazione radicale. È questa la vittoria della democrazia, in quanto tecnica di governo.

A questo punto, che fare? Per Bifo sono tre gli elementi nella formazione di un soggetto rivoluzionario: un interesse comune, la condivisione di una forza materiale, una narrazione collettiva. La classe emersa dalle trasformazioni produttive degli ultimi decenni, quella che incarna il sapere sociale e che lui definisce «cognitariato», per ora pare non possederne nessuno. Allora ecco che il cosiddetto «post-operaismo» diventa, dice l’autore, un composizionismo senza ricomposizione. È una buona lente focale attraverso cui guardare ai suoi giri a vuoto negli ultimi anni, quando pure alcune delle tendenze individuate si sono fatte carne, però in una direzione politicamente molto diversa da quella che era stata immaginata. È forse proprio l’aver abdicato al problema della composizione e della ricomposizione il punto di cedimento del «post-operaismo», ovvero il nodo da cui ricominciare.

Vanno allora approfonditi i termini in cui Bifo parla di ricombinazione, in quanto assemblaggio degli elementi di conoscenza esistenti secondo un criterio e finalità differenti da quelle dominanti. Tuttavia, ricomposizione non significa solo modificare le finalità, ma trasformare radicalmente il processo e gli stessi elementi di cui si compone, cioè la soggettività. Significa dunque rottura, o meglio una trasformazione che avviene nella rottura – anche di noi stessi, in quanto soggetti plasmati dal capitale.

Argomenta Bifo: politica e terapia coincideranno. Il capitalismo non sparirà, ma cesserà di essere paradigma onnipervasivo. La parola d’ordine è autonomizzazione infinita, come infinita deve essere la terapia. Ma autonomia senza rottura si riduce a micro-politica, intesa come nicchia di espressività sussunta dagli automatismi della macchina capitalistica. Un rumore nell’infinità di rumori, e non la fuoriuscita dal caos organizzato dello sfruttamento e della dipendenza. Una terapia senza distruzione del virus rischia quindi di diventare una sovversione omeopatica, cioè debole e a priori masticata dagli ingranaggi della valorizzazione. La terapia del corpo infetto del proletariato cognitivo deve perciò divenire male incurabile per il corpo-macchina che oggi lo sfrutta. Per farlo bisogna ricominciare da capo, da quello che Bifo ci mostra: riconquistare estraneità, praticarla come rifiuto, organizzarla in autonomia.

Franco Berardi Bifo

L’anima al lavoro. Alienazione, estraneità, autonomia

DeriveApprodi, 2016, 288 pp., € 16

Costruire la piattaforma

diemFranco Berardi Bifo

Dopo Berlino e Madrid, è stato presentato anche a Roma DIEM25 (Democracy in Europe in 2015), il progetto lanciato da Yanis Varoufakis e Srecko Horvat. Negli stessi giorni il fanatismo terrorista portava la guerra nella capitale dell’Unione europea.

DIEM25 non è un partito: penso piuttosto che si possa definirlo uno spazio, un contenitore che si propone di agire nella dimensione europea, evitando come la peste ogni tentativo di ricostruzione della sinistra sul piano nazionale.

L’intenzione trans-nazionale è la forza di questo esperimento: dopo il fallimento dell’esperienza di Syriza tornare alla dimensione nazionale comporterebbe una regressione pericolosa.

Ma ora si tratta di capire su quale piano DIEM25 agirà, perché finora non è tanto chiaro, come dimostra il nome stesso dell’esperimento. Si può ancora usare la parola “democrazia”? Io credo di no.

Fondato sulla costruzione di un sistema di automatismi finanziari cui la dinamica sociale deve in ogni caso sottomettersi, il modello europeo ha distrutto la possibilità stessa della democrazia, qualunque cosa questa parola significhi. Chi ha seguito le vicende greche negli ultimi anni sa bene che proprio nella terra in cui la parola democrazia venne originariamente coniata e vissuta venticinque secoli fa, la realtà della democrazia è stata cancellata. Da quando Georgi Papandreou venne costretto alle dimissioni per avere proposto un referendum sulle imposizioni economiche della troika, a quando Alexis Tsipras venne costretto a rinunciare agli obiettivi che i suoi elettori gli avevano affidato per piegare il capo davanti al ricatto della troika finanziaria, si è consumata l’ultima possibile illusione democratica.

Dunque è giusto partire dalla parola democrazia per parlare dell’attuale situazione europea, ma solo per ricordarci che l’Unione ha cancellato quel valore non solo dal presente ma anche dal futuro immaginabile.

Guardiamo quel che è diventata l’Europa nei pochi mesi che sono seguiti all’umiliazione del governo Tsipras e hanno accompagnato l’espansione della guerra mediterranea. L’Occidente ha finanziato e armato quella guerra sperando che si consumasse lontana dalle nostre città. Si sono creati quartieri ghetto per contenere gli immigrati che si possono sfruttare ma non integrare. Il risultato è che intere zone del territorio europeo sono ora un focolaio di quella guerra che divampa proprio nel cuore delle nostre città.

Era facile prevederlo e lo avevamo previsto in tanti: se l’Unione persegue una politica di austerità per realizzare un programma di privatizzazione, finirà per impoverire la società europea. Se la società verrà impoverita, finirà per ribellarsi contro l’Unione e cresceranno i fronti nazionali.

L’Europa è morta nella mente della maggioranza dei cittadini europei, e il nazionalismo diviene forza prevalente.

Il gruppo dirigente europeo, composto da conformisti esperti solo nell’arte del rastrellare risorse altrui ma ignoranti di tutto il resto, ha portato l’Unione alla disgregazione, alla paralisi, e oggi all’infamia. L’accordo che le autorità europee hanno raggiunto con il governo turco non si può definire altrimenti. Non ci importa sapere che le guerre che dilaniano il Medio Oriente sono l’eredità del colonialismo europeo. Non ci importa sapere che la precipitazione della guerra civile è conseguenza delle recenti guerre che l’Amministrazione Bush e i suoi alleati inglesi e francesi hanno scatenato in Afghanistan Iraq Siria e Libia. Non ci importa sapere che milioni di persone stanno fuggendo la guerra che noi abbiamo contribuito a scatenare e stanno fuggendo la miseria che noi abbiamo contribuito a coltivare.

Ci importa soltanto che quegli stranieri non mettano in pericolo la nostra vita, la nostra economia, la nostra sicurezza. Perciò abbiamo chiuso gli occhi davanti al montare di un’ondata migratoria che negli ultimi venti anni è andata crescendo alle nostre frontiere sud-orientali, abbiamo chiarito che l’Europa accoglie chi accetta di essere sottoposto a condizioni semi-schiavistiche, ma è una fortezza chiusa a tutti gli altri, a cominciare dai figli e dalle mogli dei nostri schiavi islamici o africani.

Ma ora la guerra ci costringe a capire che l’ambiguità non funziona.

Infuriati per la miseria e la disoccupazione che le politiche austeritarie hanno prodotto, i buoni popoli europei riscoprono la croce uncinata che avevano nascosto in cantina, e preparano nuovi campi di concentramenti per i nuovi ebrei. In Polonia il partito del piccolo mostro Kazinski ha vinto le elezioni con un programma operaista di difesa del salario, delle pensioni e delle condizioni di lavoro, come fece il partito di Hitler negli anni che precedettero la sua democratica vittoria alle elezioni del 1933.

Come negli anni ’30 il razzismo e il nazionalismo sono diventati l’unica difesa credibile degli interessi vitali della società, aggrediti dal capitalismo finanziario globale. Ma siccome per ragioni estetiche non ci piace costruire campi di concentramento sul nostro territorio abbiamo deciso di appaltarne la costruzione al sincero democratico Erdogan. Non importa che questo signore ripercorra la strada che un secolo fa portò i fascisti turchi a sterminare il popolo armeno. Non importa che rafforzi il consenso nazionale bombardando le zone in cui vive la minoranza curda. Non importa che arresti i giornalisti dissidenti, e che identifichi gli intellettuali con i terroristi. Quel che importa è che si faccia garante del rispetto della nostra frontiera.

Ora Varoufakis, l’ex Ministro delle Finanze del governo Tsipras, forte dell’odio di cui lo onorano i burocrati del sistema bancario, apre una prospettiva nuova: battiamoci contro l’austerità senza abbandonare la dimensione europea.

E’ il punto di partenza di cui abbiamo bisogno.

Ma se è giusto dire che l’austerità ha ucciso la democrazia, non è utile proporre la democrazia come oggetto da restaurare. La parola democrazia è svuotata di senso e l’uso di questa parola è indizio di un vuoto concettuale.

Perché la democrazia funzioni occorrono due condizioni: la prima è libertà e la seconda è l’efficacia della volontà politica del popolo, o almeno della maggioranza. Entrambe queste condizioni sono venute meno negli ultimi decenni. La volontà non è libera quando è modellata da macchine mediatiche la cui funzione è costringere la società a piegarsi al dominio finanziario.

La volontà politica non ha più alcuna efficacia quando nello spazio sociale agiscono automatismi di tipo tecnico e linguistico la cui velocità e potenza la mente umana non può controllare, come gli automatismi finanziari.

Non credo che costruiremo niente di significativo se ci proponiamo di restaurare la democrazia, anche perché la democrazia sta nella volontà della maggioranza, e allora oggi in Europa la democrazia è il fascismo di Orban e di Jazinski, e in America rischiamo di scoprire presto che la democrazia si chiama Donald Trump.

Dunque come si può usare il contenitore proposto da Varoufakis?

Di cosa abbiamo bisogno? Abbiamo bisogno di una piattaforma che ci permetta di coalizzare le forze di quell’esigua minoranza che nella macchina produttiva svolge la funzione decisiva: la funzione di programmare la macchina sociale.

La maggioranza è stata privata di ogni forza e di ogni intelligenza. Dobbiamo diventare il punto di riferimento di quella minoranza che possiede la forza e l’intelligenza, ma non riesce a metterle insieme. Quella minoranza è il lavoro cognitivo, gli ingegneri e gli artisti la cui cooperazione avviene in condizioni che sfuggono agli uni e agli altri.

C’è un esempio che possiamo seguire, in questa direzione, è l’esempio di

WIKIleaks, cooperazione autonoma di una sezione del lavoro cognitivo.

Dobbiamo essere la forza del lavoro intelligente, ricomporre il cervello che si trova nei centri di ricerca di calcolo e di progettazione con il corpo sociale disperso, isolato e sofferente.

Quel che occorre è una piattaforma tecnica e progettuale che permetta agli ingegneri e agli artisti di smantellare e di riprogrammare la macchina che ha preso il posto del governo politico.

Credo che dobbiamo abbandonare l’illusione democratica e prepararci ad attraversare un decennio di oscurità di miseria e di guerra. Ma nell’oscurità del tempo che ci attende, dobbiamo costruire la piattaforma per il sabotaggio e la riprogrammazione.

alfadomenica #4 marzo 2016

Sull'alfadomenica di oggi:

  • Franco Berardi Bifo, Costruire la piattaforma:  Dopo Berlino e Madrid, è stato presentato anche a Roma DIEM25 (Democracy in Europe in 2015), il progetto lanciato da Yanis Varoufakis e Srecko Horvat. Negli stessi giorni il fanatismo terrorista portava la guerra nella capitale dell’Unione europea. DIEM25 non è un partito: penso piuttosto che si possa definirlo uno spazio, un contenitore che si propone di agire nella dimensione europea, evitando come la peste ogni tentativo di ricostruzione della sinistra sul piano nazionale. Leggi >
  • Una poesia /15 Davide Racca:  fermo / il corpo del pane / si deforma // emerge una nuca, / nuda trapela dal fondo / senza fondo / della pietra // e il bolo dell’idea / resta muto. Leggi >
  • Semaforo, a cura di Maria Teresa Carbone: Titoli. Leggi >

Che dirò ai miei studenti nel giorno della memoria?

322721530_shoahFranco Berardi Bifo

Dopo la guerra che Israele scatenò contro la popolazione di Gaza nel 2008, Stefano Nahmad (la cui famiglia subì le persecuzioni naziste) scrisse queste parole: «hai fatto una strage di bambini e hai dato la colpa ai loro genitori dicendo che li hanno usati come scudi. Non so pensare a nulla di più infame […] li hai chiusi ermeticamente in un territorio, e hai iniziato ad ammazzarli con le armi più sofisticate, carri armati indistruttibili, elicotteri avveniristici, rischiarando di notte il cielo come se fosse giorno, per colpirli meglio. Ma 688 morti palestinesi e 4 israeliani non sono una vittoria, sono una sconfitta per te e per l’umanità intera».

La guerra che Israele conduce contro il popolo palestinese non è finita, non finisce mai. Continua ogni giorno, e ogni giorno uccide, distrugge, depreda. Negli ultimi mesi è esplosa una povera Intifada, chiamata l’Intifada dei coltelli. Si manifesta con azioni suicidarie compiute da uomini donne, anziani e giovani che il razzismo quotidiano del gruppo dirigente di Israele ha reso a tal punto disperati da cercare la morte per strada, nel tentativo generalmente fallimentare di accoltellare uno dei superarmati agenti dell’esercito di Israele.

Come ogni anno si avvicina il giorno della Memoria, e come ogni anno mi preparo a parlarne con gli studenti della scuola in cui insegno. Insegno in una scuola serale per lavoratori, in gran parte stranieri. È un ottimo osservatorio per capire quel che accade nel mondo. Qualche anno fa, in occasione di questa ricorrenza, leggemmo brani dal libro Se questo è un uomo di Primo Levi. Avevamo parlato molto della questione ebraica, e della storia del popolo ebreo dalle epoche lontane al ventesimo secolo. Proposi che tutti scrivessero un breve testo sugli argomenti di cui avevamo parlato. Claude D, un ragazzo senegalese di circa venti anni, piuttosto pigro ma dotato di vivacissima intelligenza concluse il suo lavoro con queste parole: «Ogni anno si fanno delle cerimonie per ricordare lo sterminio degli ebrei, ma gli ebrei non sono i soli che hanno subito violenza. Perché ogni anno dobbiamo stare lì a sentire i loro pianti quando altri popoli sono stati ammazzati ugualmente e nessuno se ne preoccupa?». Questa frase mi colpì, e decisi di proporla alla discussione della classe, in cui oltre Claude c’erano cinque italiani due marocchini un peruviano una brasiliana, un somalo, due ragazze romene una ucraina e due russi. L’opinione di Claude era quella di tutti. Sia ben chiaro: nessuno mise in dubbio la verità storica dell’Olocausto, neppure Yassin, un ragazzo marocchino appassionato alla causa palestinese e sempre pronto a criticare con durezza Israele. Tutti avevano seguito con attenzione e partecipazione la lettura delle pagine di Primo Levi. Però tutti mi chiedevano: perché non si fanno cerimonie pubbliche dedicate allo sterminio dei rom, dei pellerossa, o allo sterminio in corso dei palestinesi? Claude a un certo punto uscì fuori con una frase che non potevo contestare: perché nessuno ha pensato a un giorno della memoria dedicato all’olocausto africano? Pensai ai milioni di suoi antenati deportati dagli schiavisti, pensai all’irreparabile danno che questo ha prodotto nella vita dei popoli del golfo d’Africa occidentale, e conclusi il discorso in maniera che a tutti apparve risolutiva (vorrei quasi dire salomonica): «Nel giorno della memoria si ricorda l’Olocausto ebraico perché attraverso questo sacrificio si ricordano tutti gli Olocausti sofferti dai popoli di tutta la terra».

Ammesso che la parola «identità» significhi qualcosa, e non lo credo, per me l’identità non è definita dal sangue e dalla terra, blut und boden come dicono i romantici tedeschi, ma dalle nostre letture, dalla formazione culturale e dalle nostre mutevoli scelte. Perciò io affermo di essere ebreo. Non solo perché ho sempre avuto un interesse fortissimo per le questioni storiche e filosofiche poste dall’ebraismo della diaspora, non solo perché ho letto con passione Isaac Basheevis Singer e Abraham Yehoshua, Amos Oz, Gershom Scholem e Daniel Lindenberg, ma soprattutto perché mi sono sempre identificato profondamente con ciò che definisce l’essenza culturale dell’ebraismo diasporico. Nell’epoca moderna gli ebrei sono stati perseguitati perché portatori della Ragione senza appartenenza. Essi sono l’archetipo della figura moderna dell’intellettuale. Intellettuale è colui che non compie scelte per ragioni di appartenenza, ma per ragioni universali. Gli ebrei, proprio perché la storia ha fatto di loro degli apatridi, hanno avuto un ruolo fondamentale nella costruzione della figura moderna dell’intellettuale e hanno avuto un ruolo fondamentale nella formazione dell’Illuminismo e della laicità, e anche dell’internazionalismo socialista.

Come scrive Singer nelle ultime pagine del suo Meshugah, «la libertà di scelta è strettamente individuale. Due persone insieme hanno meno libertà di scelta di quanto ne abbia una sola, le masse non hanno virtualmente nessuna possibilità di scelta». Per questo io sono ebreo, perché non credo che la libertà stia nell’appartenenza, ma solamente nella singolarità. So bene che nel ventesimo secolo gli ebrei sono stati condotti dalla forza della catastrofe che li ha colpiti, a identificarsi come popolo, a cercare una terra nella quale costituirsi come stato: stato ebraico. È il paradosso dell’identificazione. I nazisti costrinsero un popolo che aveva fatto della libertà individuale il valore supremo ad accettare l’identificazione, la logica di appartenenza e perfino a costruire uno stato confessionale che contraddice le premesse ideologiche che proprio il contributo dell’ebraismo diasporico ha introdotto nella cultura europea.

In Storia di amore e di tenebra scrive Amos Oz: «Mio zio era un europeo consapevole, in un’epoca in cui nessuno in Europa si sentiva ancora europeo a parte i membri della mia famiglia e altri ebrei come loro. Tutti gli altri erano panslavi, pangermanici, o semplicemente patrioti lituani, bulgari, irlandesi slovacchi. Gli unici europei di tutta l’Europa, negli anni venti e trenta, erano gli ebrei. In Jugoslavia c’erano i serbi i croati e i montenegrini, ma anche lì vive una manciata di jugoslavi smaccati, e persino con Stalin ci sono russi e ucraini e uzbeki e ceceni, ma fra tutti vivono anche dei nostri fratelli, membri del popolo sovietico».

Il mio punto di vista sulla questione mediorientale è sempre stato lontano da quello dei nazionalisti arabi. Avrei mai potuto sposare una visione nutrita di autoritarismo e di fascismo? E oggi potrei forse sposare il punto di vista dell’integralismo religioso che pervade la rabbia dei popoli arabi e purtroppo ha infettato anche il popolo palestinese nonostante la sua tradizione di laicismo? Proprio perché non ho mai creduto nel principio identitario non ho mai provato particolare affezione per l’idea di uno stato palestinese. I palestinesi sono stati costretti all’identificazione nazionale dall’aggressione israeliana che dal 1948 in poi si è manifestata in maniera brutale come espulsione fisica degli abitanti delle città, come cacciata delle famiglie dalle loro abitazioni, come espropriazione delle loro terre, come distruzione della loro cultura e dei loro affetti. «Due popoli due stati» é una formula che sancisce una disfatta culturale ed etica, perché contraddice l’idea – profondamente ebraica – secondo cui non esistono popoli, ma individui che scelgono di associarsi. E soprattutto contraddice il principio secondo cui gli stati non possono essere fondati sull’identità, sul sangue e sulla terra, ma debbono essere fondati sulla costituzione, sulla volontà di una maggioranza mutevole, cioè sulla democrazia.

Pur avendo un interesse intenso per l’intreccio di questioni che la storia ebraica passata e recente pone al pensiero, non ho mai scritto su questo argomento neppure quando l’assedio di Betlemme o il massacro di Jenin o l’orribile violenza simbolica compiuta da Sharon nel settembre del 2000 o i bombardamenti criminali dell’estate 2006 provocavano in me la stessa ribellione e lo stesso orrore che provocavano gli attentati islamici di Gerusalemme o di Netanya o gli omicidi casuali di cittadini israeliani provocati dal lancio di razzi Qassam.

Non ho mai scritto nulla (mi dispiace doverlo dire), perché avevo paura. Come ho paura adesso, non lo nascondo. Paura di essere accusato di una colpa che considero ripugnante – l’antisemitismo. So di poter essere accusato di antisemitismo a causa della convinzione, maturata attraverso la lettura dei testi di Avi Shlaim, e di cento altri studiosi in gran parte ebrei, che il sionismo, discutibile nelle sue scelte originarie, si è evoluto come una mostruosità politica. Pur avendo paura non posso però più tacere dopo aver discusso con lo studente Claude.

Per quanto io sappia che il sionismo va compreso nel contesto della persecuzione di cui gli ebrei sono stati vittime per secoli, non posso ignorare che l’ideologia sionista si è evoluta come nazionalismo colonialista, è causa di infinite ingiustizie e sofferenze per il popolo palestinese, e rischia, nel lungo periodo, di rivelarsi un pericolo mortale per lo stesso popolo ebraico.

La violenza sistematica che lo stato di Israele ha scatenato negli ultimi sessant’anni alimenta la bestia antisemita che sta diventando maggioritaria nel subconscio collettivo. Poiché non si può affermare che il nazionalismo sionista è una politica sbagliata che produce effetti criminali senza essere accusati di antisemitismo, molti non lo dicono, ma non possono impedirsi di pensarlo. Dato che non è possibile affermare a viso aperto che uno stato che si definisce ebraico e discrimina i cittadini sulla base dell’appartenenza religiosa è uno stato integralista, allora molti lo tacciono ma non possono impedirsi di pensarlo.

Aprendo la discussione sulle parole dello studente Claude, ho scoperto che gli altri studenti, italiani e marocchini, romeni e peruviani, che pure nel loro svolgimento avevano trattato la questione secondo gli stilemi politicamente corretti, costretti ad approfondire il ragionamento e a far emergere il loro vero sentimento, finivano per identificare il governo colonialista di Israele con il popolo ebraico e quindi a ripercorrere la strada che conduce verso l’antisemitismo. Considerando criminale e arrogante il comportamento dello stato di Israele, identificandosi spontaneamente con il popolo palestinese vittimizzato, finivano inconsapevolmente per riattivare l’antico riflesso anti-ebraico. Proprio la rimozione e il conformismo che si coltivano nel giorno della memoria stanno producendo nel subconscio collettivo un profondo antisemitismo che non si confessa e non si esprime. Perciò credo che occorra liberarsi della rimozione e denunciare il pericolo che il sionismo aggressivo rappresenta soprattutto per il popolo ebraico.

Si avvicina il 27 gennaio, che sarà anche quest’anno il giorno della memoria. Come potrò parlarne agli studenti della mia scuola? Non c’è più Claude, ma ci sono altri ragazzi africani e arabi e slavi ai quali non potrò parlare dell’immane violenza che colpì il popolo ebraico negli anni Quaranta senza riferirmi all’immane violenza che colpisce oggi il popolo palestinese. Se tacessi questo riferimento apparirei loro un ipocrita, perché sanno quel che sta accadendo. E come potrò tacere le analogie tra l’assedio di Gaza e l’assedio del Ghetto di Varsavia? È vero che gli ebrei uccisi nel ghetto di Varsavia nel 1943 furono 58.000 mentre i morti palestinesi sono per il momento solo poche migliaia. Ma come dice Woody Allen i record sono fatti per essere battuti. La logica che ha preparato la ghettizzazione di Gaza (che un cardinale cattolico ha definito «campo di concentramento») non è forse simile a quella che guidò la ghettizzazione degli ebrei di Varsavia? Non vennero forse gli ebrei di Varsavia costretti ad ammassarsi in uno spazio ristretto che divenne in poco tempo un formicaio? Non venne forse costruito intorno a loro un muro di cinta della lunghezza di 17 chilometri di tre metri di altezza esattamente come quello che Israele ha costruito per rinchiudere i palestinesi? Non venne agli ebrei polacchi impedito di uscire dai valichi che erano controllati da posti di blocco militari?

Per motivare la loro aggressione che uccide quotidianamente centinaia di bambini e di donne, i dirigenti politici israeliani denunciano i missili Qassam che in un decennio hanno causato dieci morti (tanti quanti l’aviazione israeliana uccide in mezz’ora). È vero: è terribile, è inaccettabile che il terrorismo di Hamas colpisca la popolazione civile di Israele. Ma questo giustifica forse lo sterminio di un popolo? Giustifica il terrore indiscriminato, la distruzione di una città? Anche gli ebrei di Varsavia usarono pistole, bombe a mano, bottiglie molotov e perfino un mitra per opporsi agli invasori. Armi del tutto inadeguate, come lo sono i razzi Qassam o i coltelli da cucina. Eppure nessuno può condannare la difesa disperata degli ebrei di Varsavia.

Cosa posso dire, dunque, nel giorno della memoria? Dirò che occorre ricordare tutte le vittime del razzismo, quelle di ieri e quelle di oggi. O questo può valermi l’accusa di antisemitismo?

Se qualcuno vuole accusarmi a questo punto non mi fa più paura. Sono stanco di impedirmi di parlare e quasi perfino di pensare ciò che appare ogni giorno più evidente: che il sionismo aggressivo, oltre ad aver portato la guerra e la morte e la devastazione al popolo palestinese, ha stravolto la stessa memoria ebraica fino al punto che nelle caserme israeliane sono state trovate delle svastiche, e fino al punto che cittadini israeliani bellicisti hanno recentemente insultato cittadini israeliani pacifisti con le parole «con voi Hitler avrebbe dovuto finire il suo lavoro».

Proprio dal punto di vista del popolo ebraico il sionismo aggressivo del gruppo dirigente di Israele è un pericolo mortale. La violenza degli insediamenti, la violenza dell’operazione Piombo Fuso del 2008 e dei bombardamenti su Beirut del 2006 è segno di demenza suicida. Israele ha vinto tutte le guerre dei passati sessant’anni e può vincere anche la prossima guerra contro una popolazione disarmata. Ma la lezione che ne ricavano centinaia di milioni di giovani islamici che assistono ogni sera allo sterminio dei palestinesi fa nascere in loro un odio che oggi si manifesta nelle forme del terrorismo islamista. Israele può sconfiggere militarmente Hamas. Può vincere un’altra guerra come ha vinto quelle del 1948 del 1967 e del 1973. Può vincere due guerre tre guerre dieci guerre. Ma ogni sua vittoria estende il fronte dei disperati, il fronte dei terrorizzati che divengono terroristi perché non hanno alcuna alternativa. Ogni sua vittoria approfondisce il solco che separa il popolo ebraico da un miliardo e mezzo di islamici. E siccome nessuna potenza militare può mantenere in eterno la supremazia della forza, i dirigenti sionisti aggressivi dovrebbero sapere che un giorno o l’altro l’odio accumulato può dotarsi di una forza militare superiore, e può scatenarla senza pietà, come senza pietà da anni si manifesta l’odio israeliano contro la popolazione indifesa di Gaza.

Il mio viaggio nei sotterranei

Valparaiso, Cile, 2014 Foto di Anselm Jappe (da Marcello Faletra, Postmedia Books 2015)È uscito da Postmedia Books (172 pp., € 16,90) Graffiti. Poetiche della rivolta di Marcello Faletra, archeologia e fenomenologia artistico-politica dei «graffiti» metropolitani. Il saggio ha un’introduzione di Michel Maffesoli e una postfazione di Bifo che, per la gentilezza dell’editore, riproduciamo qui.

 

 

 

 

Marcello Faletra, Graffiti. Poetiche della rivolta (Postmedia Books 2015)Franco Berardi Bifo

Feci il mio primo viaggio a New York nel gennaio del 1980. Non erano tempi salubri in Italia, per gente come me. Gran parte dei miei amici erano in carcere con accuse che poi caddero durante i processi, ma li tennero dietro le sbarre per anni. Gran parte dei miei amici erano finiti nel labirinto dell’eroina.

Feci i bagagli e andai. Avevo qualche amico, trovai sistemazione in un loft all’angolo tra la Bowery e Spring Street. La zona delle mie perlustrazioni era il Lower East side, da Thompkins Square alla quattordicesima, da Sant Mark Place a Bleeker street. Quelli furono gli anni più intensi per la città che per prima abbandonava l’epoca industriale e si lanciava verso un futuro a mala pena immaginato nei deliri tardivi della beat generation o nelle illuminazioni dark della cultura punk. E furono anni di intensità frenetica per centomila artisti, scrittori, programmatori elettronici, sperimentatori esistenziali che come me avevano abbandonato il loro territorio natio per convenire là, dove la trasformazione antropologica in arrivo faceva le sue prime prove, nell’estetica, nella sensibilità, nell’arredo urbano. Dopo la grande crisi fiscale di metà Settanta le fabbriche e i magazzini industriali stavano abbandonando Manhattan. Interi quartieri erano deserti, abbandonati al vento e alla polvere, come dopo una battaglia, come dopo una tempesta. Noi creativi drogati ribelli fuggitivi da cento odiose patrie trovammo riparo negli antri post-urbani. Il sound era quello della no wave after-punk: Dna, Mars, Lidia Lunch e Lounge Lyzards, e sullo sfondo, naturalmente, Lou Reed, David Byrne, i Talking Heads.

Grazie a una lungimirante decisione del sindaco illuminato della città in declino gli artisti avevano diritto a un aiuto pubblico se si impegnavano a ristrutturare. Ristrutturammo tutto, gli interni e gli esterni. Gli interni che all’inizio erano magazzini impolverati e tetri divennero ben presto atelier per pittori alla ricerca del colore e della forma del post-industriale, laboratori per designer e studi musicali. In un angolo del loft si ricava un soppalco per il letto, si nascondeva un cucinotto e un bagno. Quanto agli esterni stava esplodendo, ormai dalla metà degli anni Settanta, un fenomeno nuovo, che nei decenni successivi avrebbe tracimato per farsi fenomeno planetario: il fenomeno del graffitismo. Baudrillard ne aveva parlato ne La morte e lo scambio simbolico, perché le sue antenne sensibilissime avevano compreso con largo anticipo che si trattava del fenomeno emergente nell’arte visuale e nel comportamento di strada. Io l’avevo letto e quando mi trovai nel Lower East side mi resi conto del senso che quel tipo di azione assumeva, nel contesto della transizione dalla città industriale alla città elettronica globalizzata.

Nel 1978 Keith Haring era venuto a vivere a New York, e su Houston street giganteggiava una parete fitta di ometti guizzanti. Il virus come metafora del contagio culturale era stato inoculato dagli scritti di William Burroughs. La parola è un virus, aveva detto. E intendeva riferirsi alla potenza di trasformazione che i segni linguistici come quelli musicali e come i segni visuali posseggono. I graffiti anticipavano la potenza trasformatrice delle nuove tecnologie, della telepatia elettronica, ma con la loro inquietante e guizzante ubiquità anticipavano anche un altro contagio, quello dell’Aquired Immunity Deficinency Syndrome, che a partire dall’83 si diffuse nelle case della città come la peste, come l’annuncio di una catastrofe che portava con sé la malattia, la morte, ma anche la reazione politica di Rudolph Giuliani, la normalizzazione urbana e l’offensiva sociale del neoliberismo.

Colui che più consapevolmente ha interpretato il ruolo di congiunzione tra mondo artistico e mondo della strada era Crash (John Matos), che aveva cominciato da giovanissimo nelle gallerie della subway e sulle fiancate dei treni sotterranei, per poi dare un nome e un’identità al movimento organizzando la mostra Graffiti Art Success for America da Fashion MODA nel 1980. Nel 1981 vennero allo scoperto, con una grande mostra dal titolo New York/New wave, che fu ospitata dal PS1.

Tra gli artisti visuali che graffitavano i muri della città c’era coscienza di essere portatori di un messaggio a carattere contagioso. Rammelzee parlava di afro-futurismo ma al tempo stesso di Gothic Futurism e parlava di lettere armate, di segni che avevano la forza militare di un esercito di sovversivi scatenati nei sotterranei della città. Christopher Morris si chiuse per qualche tempo nei sotterranei della subway per fotografare le scorribande dei giovanissimi taggers. Mentre Edo Bertoglio, un artista di origine svizzera che in quegli anni viveva a Manhattan, in un film dal titolo Face addict ha raccontato non solo il lato creativo e gioioso ma anche quello doloroso, drammatico, auto-distruttivo dell’esperienza che tutti vivemmo in quegli anni di passaggio, sul limitare che separa la tarda modernità da un’epoca cui ancora non sappiamo dar nome.

Erano i primi segnali della cultura hip hop che si è poi diffusa soprattutto a livello musicale per raggiungere la sua massima intensità all’inizio degli anni Novanta quando l’epicentro della rivolta dei segni si sposta da New York a Los Angeles, nei giorni dell’esplosione violenta di Central LA, dopo l’assassinio poliziesco di Rodney King, un tassista afro-americano ammazzato di botte da una pattuglia di porci con la divisa. Hip hop e graffitismo sono l’arte di coloro che nella transizione postindustriale non trovano spazio per sopravvivere decentemente, e allora si spostano ai margini della città, e da quell’angolino descrivono con rancore e con rabbia, ma anche con un senso sublime

di evanescenza, la disgregazione dell’edificio estetico dell’epoca moderna, ma anche le forme e i rumori di un crollo,di un’eruzione, di un cataclisma.

Nel 1984, di ritorno da un viaggio in Messico, passai un’ultima volta per New York. Poi per molti anni non vi rimisi piede. Sapevo che i quartieri in cui avevo vissuto erano travolti dall’onda della paura e della malattia, molti morivano, molti tornavano nelle loro noiose cittadine del Mid west, e un nuovo sindaco prometteva di ripulire la città per poi consegnarla alla grande finanza alla moda e agli speculatori urbani. Quell’ultima volta, dopo una notte in un fetido cubicolo di un albergo per poveri della Bowery, trovai alloggio in Elisabeth street, poco distante da Thompkins square, che in quegli anni era occupata da un gruppo di senza tetto che avevano piantato tende tra gli alberi del parco e rimasero per molto tempo a bivaccare. Il mio ospite era un giovane tagger che dipingeva la sagoma inquietante di uomini neri all’angolo delle strade. Erano come fantasmi scuri che annunciavano l’imminenza del dissolversi, che minacciavano forse di ritornare in un futuro inimmaginabile con fattezze insieme angeliche e diaboliche, come uccelli notturni o come vampiri forse.

 

ottobre 2014