Biennale di Venezia / Richards, Cuoghi, Imhof: immagini del corpo

Simona Brunetti
In una Biennale che sarà ricordata, da una parte, per i giovani e anempatici no human della performance di Anne Imhof al Padiglione Tedesco e, dall’altra, per la perturbante riproduzione e decomposizione iconica di Cristo nel laboratorio/obitorio ricostruito da Roberto Cuoghi nel Padiglione Italiano, il gallese James Richards completa la triade degli artisti che hanno messo a segno un nuovo immaginario sul corpo, sulla sua relazione con il medium tecnologico. L’operazione non era semplice. Il rischio era quello di liquidare la questione inseguendo le logiche semplificanti di una certa estetica cyborg anni Ottanta, quella che intravide, senza mai poterla sperimentare fino in fondo, l’epoca della contaminazione umano-tecnologico e la tradusse in ingenue visioni di innesti di “carne” e protesi inorganiche. L’universo delle immagini corporee, invece, non solo si configura oggi molto più complesso che in passato, ma è tale da richiedere, quasi come antidoto a questa sua stessa complessità, di essere re-indagato nei termini di quel Neoumanesimo a cui fa più volte riferimento Christine Macel nel testo introduttivo al catalogo di questa Biennale da lei curata. E’ un universo che, grazie ai mutamenti indotti dalla cosiddetta rivoluzione tecnologica, ha a che vedere sempre di più con una dimensione “altra” che travalica i confini di ogni canonica rappresentazione e per questo vive costantemente “in tensione”, subendo lo stress del mutamento e recando in sé una componente lirica che la Macel ha saputo cogliere attraverso questi tre lavori che puntano direttamente al cuore.
Tra questi, What weakens the flesh is the flesh itself , video presentato da James Richards al Padiglione del Galles, nella Chiesa di Santa Maria Ausiliatrice, è quello che più di tutti si lascia andare ad un lirismo dai toni melanconici. L’espressione si riferisce alla condizione di indebolimento del corpo nel suo continuo ri-processarsi in una società che elude qualsivoglia dicotomia tra umano e tecnologico. Il video si configura come mash-up di immagini tratte dall’archivio privato di Albrecht Becker, produttore cinematografico, fotografo e attore fatto prigioniero dai nazisti a causa della sua omosessualità: autoritratti rielaborati da Becker si alternano a fotografie di tatuaggi, di organi genitali modificati, rappresentazioni tratte da un immaginario classico di luoghi e figure erotiche che si duplicano e si moltiplicano, in un lavoro ossessivo di post-produzione dell’immagine del corpo. Sono immagini che raccontano di una carne ridotta allo stremo e costretta a fare i conti con una realtà distopica in cui i sogni del post-umanesimo rincorrono a fatica una realtà che è nei fatti ancora oggi contraddistinta dalla mancanza di argomentazioni e soluzioni condivise sui grandi temi come l’inizio e la fine della vita, il gender, la gestione politica dei farmaci, il rapporto con la tecnologia. Nel suo lavoro Richards descrive tutto questo tramite un cut and paste di linguaggi di varia natura, attraverso una continua staffetta linguistica in cui la narrazione si sposta continuamente da un piano scientifico-oggettivo a un piano personale-soggettivo, da un registro visivo ad uno letterario e sonoro. Su quest’ultimo registro si muove Migratory Motor Complex installazione elettroacustica a sei canali, nonché audio-collage di suoni che incorpora, tra l’altro, la voce dello stesso Richards, nata con l’obiettivo di rendere partecipe il visitatore di altrettante micro-esperienze emotive basate sulla dissonanza tra il freddo linguaggio digitale e il calore della grande pittura ed architettura classica della chiesa. Il registro testuale, lo si incontra invece, sempre nel lavoro di Richards, in un libretto distribuito all’interno della mostra, contenente un testo di Chris Mc Cormack intitolato Head of Voice sul tema dell’irrompere improvviso della voce maschile in età adolescenziale. Anche qui il costrutto narrativo slitta continuamente dal piano scientifico a quello intimo, avvalendosi, alternativamente, nel racconto, della prima o della terza persona. In questo, come negli altri lavori presenti nel Padiglione gallese, Richards fa perno sul discorso per cui, grazie alle possibilità offerte dall’editing digitale e dalla quantità infinita di informazioni a cui è possibile avere accesso tramite i nuovi media, un’immagine non può mai essere percepita come in sé conclusa, bensì composta da una panoplia di altre immagini.
Tutto trova ancora una volta la sua metafora nel processo di costruzione e de-costruzione, composizione e de-composizione del corpo nell’installazione di Cuoghi al Padiglione Italiano. E’ qui che si compie, appunto quell’Imitatio Christi che dà il titolo al lavoro. Il corpo di Cristo, viene infatti riprodotto artificialmente, per poi essere sottoposto ad un procedimento chimico che ne intacca la materia, dalla superficie fin dentro la carne. Il processo è continuo ed è mostrato nei suoi vari stadi in questa moltitudine di corpi che, a partire dall’immagine iconica per eccellenza dell’arte classica, dà luogo ad un corollario di immagini che ingloba in sé il preistorico “Uomo di Similaun” come l’umanità sacrificata e scarificata di vivi e morti insieme nei campi di sterminio. In un mondo ipertecnologico che cambia alla velocità della luce, il Cristo rimane dunque l’immagine più potente di quella continua ri-generazione identitaria che, per ritornare al discorso di Richards, indebolisce il corpo “di carne e sangue” e ne rafforza la natura ologrammatica. La tecnologia, quella utilizzata da Cuoghi per riprodurre e far degenerare i corpi, è ancora una volta il medium attraverso cui tutto questo si realizza.
Il discorso viene in parte ripreso dalla Imhof nella performance dal titolo Faust, dolorosa messa in scena di una generazione di giovani post-gender imbrigliati in un universo fatto di farmaci, pratiche sessuali estreme, dispositivi tecnologici e capi d’abbigliamento brandizzati, che si muovono, guidati da messaggi testuali trasmessi da telefoni cellulari, impercettibili strumenti di micro-potere. Sono corpi che, come afferma Susanne Pfeffer, curatrice del padiglione tedesco «sembrano permanentemente trasformarsi in immagini consumabili; vogliono diventare immagine, merce digitale». I performer si muovono continuamente, abitano lo spazio, avvicendandosi nei vari livelli architettonici del Padiglione, annichiliti nella ricerca di una fuga che rimane irrealizzata - se pur nella realtà dei fatti possibile - di un contatto con l’altro che resta sospeso nella superficialità di un gesto, di un’attitudine significante che resta senza significato. Rispetto agli altri due lavori citati, questo della Imhof ci restituisce forse la visione più brutale e agghiacciante del destino dell’umanità che starebbe per compiersi. Visione tuttavia anch’essa non immune da un sentimento di tenera compassione per quella capacità dei performer, di sfidare, nella loro ricerca impossibile di una connessione con l’altro, l’ oggettivazione del corpo nonostante l’attrazione verso il loro naturale divenire merce. E’ l’ultimo atto di resistenza possibile? Forse. O forse, come invece sembra suggerire la Macel, è un punto di partenza per ricominciare a parlare del corpo alla luce dell’emozionalità che esso naturalmente possiede e trasmette. Un emozionalità che pur evolvendosi e assecondando il suo tempo, si pone ancora oggi come ideale punto di partenza e di ancoraggio del pensiero.

Alfagiochi / Biennale alla lettera – 3

Antonella Sbrilli

“L’arte è una grande bugia, ma non ha le gambe corte” e “Cerco solo compagni di gioco”. Ripartiamo da qui, da questi due pensieri di Maria Lai (1919-2013, vedi qui una galleria di opere pubblicate su Alfabeta2) per riprendere il filo del nostro gioco:

anagrammare i nomi degli artisti e delle artiste presenti alla 57ma Biennale di Venezia. Ricombinare le lettere in cerca di assonanze, sorprese, assurdità, titoli emblematici, corto-circuiti fra le lingue.
Per saperne di più vedi la scorsa puntata.

Maria Lai è una delle artiste presenti in questa edizione della Biennale e la prendiamo alla lettera questa “maga della terra” che ha giocato con i fili, le stoffe, i libri, le pietre, il pane, la scrittura.
La prima citazione la manda su Twitter Viola Fiore (@caro_viola), insieme a un geniale anagramma del nome dell’artista di Ulassai: “I am a liar”.
Fra le diverse ricombinazioni delle otto lettere che compongono il nome (“l’aria mia”, “la riamai”, “amari lai” - quest’ultima inviata da Sebastiano Sicali), quella trovata da Viola Fiore vale come un motto che illustra la frase iniziale: l’artista è una mentitrice le cui invenzioni vanno lontano, anche in cerca di giocatori e giocatrici che abbiano voglia di vagare lungo le sequenze delle lettere, sconfinando fra idiomi e isole, dalla Sardegna all’Inghilterra.

Grazie a Viola Fiore, Sandra Muzzolini, Ninninedda, Luigi Scebba, Giuseppina Zizzo, l’impresa della “Biennale alla lettera” procede e il nostro padiglione verbo-visivo raccoglie a oggi 13 artisti, compresa Maria Lai che abbiamo appena visto.

Fra i nuovi ingressi il tedesco Michael Beutler, trasformato da Sandra Muzzolini in “Marchi e tele blu” e l’argentino Sebastián Díaz Morales (“Esiste rima baldanzosa?”).

Restano decine di nomi su cui sbizzarrirsi, trasformandoli, senza obbligo di giudizio estetico e senza finalità interpretative. A voi la scelta.

Come si gioca:

a questi indirizzi web si possono scorrere i nomi degli artisti nelle diverse sezioni

http://www.labiennale.org/it/arte/esposizione/artisti/ 
http://www.labiennale.org/it/arte/esposizione/partecipazioni-nazionali/ 
Dagli elenchi si possono scegliere i nomi che più ispirano e proporre degli anagrammi, inviandoli - senza indicare la soluzione - su twitter @alfabetadue con gli hashtag #alfagiochi #Biennale o via mail all’indirizzo redazione@alfabeta2.it

PS
Oggi domenica 25 giugno 2017 cade l’ultimo appuntamento con le iniziative della Settimana dei musei 2017 (#MuseumWeek) il cui tema principale è “Donne e cultura” (#WomenMW).

A questo indirizzo istruzioni e informazioni per partecipare dal vivo e sui social: http://musei.beniculturali.it/notizie/notifiche/museumweek-2017

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Il Cantiere di Alfabeta è uno spazio di dibattito online e dal vivo concepito per sostenere e ampliare il lavoro quotidiano della rivista. E da qualche giorno per i soci è stato avviato un gruppo di lettura dedicato a Il selfie del mondo di Marco d'Eramo

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Venezia, la Biennale del corpo nomade

Elena Malara

Shirin Neshat, The home of my eyes

Christine Macel l'ha dedicata agli artisti, gli artisti ne hanno fatto la Biennale del corpo nomade. Un corpo, entità fisica, filosofica, concettuale e politica, che è la massa dell'umanità tutta e allo stesso tempo la singola presenza di ognuno di noi; nomade, poichè costretto nella sua dimensione collettiva e individuale a spostamenti, mutamenti, metamorfosi nel tentativo di riadattarsi e resistere con uno sguardo lucido agli smottamenti della geopolitica contemporanea.

Questa vena sottopelle scorre in un percorso diramato tra la mostra principale, le mostre nazionali e gli eventi collaterali: gli artisti selezionati sembrano aver lavorato come antenne immerse in una comune atmosfera altamente conduttiva, assemblando i segnali ricevuti in una - involontaria? - mappa dei solchi residuali di altrettante esperienze umane.

Il corpo nomade collettivo e assieme individuale emerge dai lavori concentrati su identità culturale, libertà di movimento, diritto all'autodeterminazione, nazionalismo e cittadinanza; la presenza di alcuni lavori è tutt'uno con lo sforzo di sbarazzarsi delle ingessature che la storia e la politica dei secoli scorsi hanno imposto ai cittadini nomadi di oggi.

Questo corpo, allo stesso tempo ente fisico e linguaggio, soggetto e strumento di esplorazione, espressione e azione, lo incontriamo per primo nella mostra centrale; il tema “Viva Arte Viva” sviluppato in sotto sezioni dai titoli evocativi, si lega al corpo nomade nella costellazione di lavori disseminati negli spazi dell'Arsenale e dei Giardini.

In Arselane, Maria Lai e Anna Halprin avviano questo sotterraneo tracciato nel “padiglione dello spazio comune”: i loro lavori “Legarsi alla montagna” e “Planetary Dance”, ambientati rispettivamente in Sardegna e San Francisco, orchestrano corpi in azioni di gruppo per focalizzare l'attenzione su identità culturale, comunità, potere politico della dimensione collettiva. Nello stesso padiglione, Marcos Ávila Forero amplifica con “Atrato” le percussioni sull'acqua e le istanze identitarie degli afro-colombiani dell'Amazzonia Colombiana.

Il “padiglione degli sciamani” apre al rapporto tra uomo e ambiente attraverso il corpo performatore in “Third Lung” di Naufus Ramìrez-Figueroa, ma anche alla riflessione sullo sradicamento dei corpi nella deportazione delle popolazioni africane in “O sacudimento da casa da Torre” e “O sacudimento da Maison des Esclaves em Gorée” di Ayrson Heráclito.

Koki Tanaka fa del suo corpo metro di misura e strumento di osservazione e trasmissione dei danni già perpetrati dalla presenza delle centrali nucleari sul territorio giapponese in “Of walking in unknown”, parte del “padiglione della terra” come i disegni di Kananginak Pootoogook, al cui centro presenzia un corpo rappresentato nella sua spietata funzione di schermo identitario nelle transizioni sociali e culturali delle tribù Inuit, sotto il controllo della politica canadese.

Nel “padiglione degli artisti e dei libri” ai Giardini non possiamo evitare di entrare in relazione coi corpi presenti di Dawn Kasper e dei migranti ospiti per il progetto di Olafur Eliasson: in “The Sun, the Moon ad the Stars” invadiamo lo studio e le azioni quotidiane della performer americana, che rivendica così l'indispensabile condizione nomade dell'individuo contemporaneo e la necessità di spazi adatti ad accoglierlo; con “Green light – an artistic workshop” incontriamo invece i rifugiati e i migranti che vivono a Venezia o in Veneto, in azione assieme al pubblico per costruire lampade con componenti disegnati dall'artista danese, in un momento da lui concepito come un “atto di benvenuto”.

Accoglienza, identità culturale, fisicità politica sono temi che sconfinano dal percorso della mostra principale, innestandosi in modo pervasivo nelle ricerche presentate da alcuni padiglioni nazionali: la Tunisia con “The absence of paths” presenta la Freesa, documento per la libera determinazione dei singoli e passaporto simbolico per il mondo, in contrapposizione ai meccanismi vigenti che regolano l'ingresso e l'uscita dagli Stati e la circolazione dei corpi secondo parametri di genere, appartenenza politica, appartenenza religiosa, identità culturale e nazionale. L'identità nazionale e culturale è la trincea che con “Love Story” l'artista Candice Breitz cerca di scavalcare, portando nel padiglione del Sud Africa una immediata riflessione sulla percezione dei corpi e il valore di conseguenza attribuito alle vite, e alle storie, delle persone costrette ad immigrare o in cerca di una vita diversa in paesi stranieri.

Il corpo in movimento come condizione inevitabile del presente diviene nuovamente strumento di azione e riflessione politica nei padiglioni Spagna e Olanda: se nel primo, Jordi Colomer con “¡Unete! Join Us!” documenta azioni di cittadinanza nomade in opposizione al degrado degli agglomerati urbani e della precarietà causata dall'incertezza economica, nel secondo l'artista Wendelien Van Oldenborgh rappresenta in “Cinema Olanda” l'identità inter-nazionale nata dai flussi migratori verso il suo stato d'origine, e i conseguenti movimenti intestini di intolleranza e conflitto identitario che ne animano la società contemporanea.

Il riverbero del corpo nomade si propaga anche negli eventi collaterali presenti nel resto della città, in calendario a fianco dell'esposizione principale.

Presso il palazzo delle prigioni, la mostra “Doing Time” sintetizza la ricerca dell'artista cinese Tehching Hsieh in due performance di un anno e una serie di documentazioni fotografiche e video di azioni in cui il corpo, il suo corpo, è stato oggetto assoluto di disciplina e resistenza in pratiche con tempi e modi spesso estremi; l'ambientazione è quella urbana, la rivendicazione è quella di una singolarità migrante clandestina che ha riflettuto sulla sua esperienza e ha toccato con mano soggezione, precarietà e lotta per la sopravvivenza.

Su un simile filone narrativo si posiziona la mostra di Shirin Neshat presso il Museo Correr, “The home of my eyes”, dove le serie di ritratti si pongono forse come una rappresentazione allegorica di alcune nazioni, sicuramente come una fotografia di umani sopravvissuti a un trauma collettivo; l'emotività e lo stato psicologico dei soggetti da lei investigati, migranti in fuga o rifugiati politici, si intrecciano alla sua storia e percezione personale, alla sua dimensione di corpo destinato al movimento continuo, interiore ed esteriore.

Questi corpi nomadi, così clandestinamente presenti a intessere una narrativa di più stringente attualità rispetto al tema fortemente poetico di “Viva Arte Viva”, sono lì per coinvolgerci, per farci immedesimare e farci partecipi delle loro vite; in ultimo, per richiamarci a una presa di responsabilità.

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Venezia, rammendi e lampade per l’arte a parlamento

Tiziana Migliore

Alcuni artisti della Biennale di Christine Macel hanno accolto l’invito a mostrare l’arte in fieri – appunto Viva Arte Viva – battendo in sordina una strada precisa.

Quest’anno l’esposizione dell’artefatto cede estesamente il passo all’esposizione delle pratiche di ideazione, dentro cui intervengono i visitatori, da esecutori materiali o cooperanti. Ma l’arte “partecipata”, come realizzazione in comune dell’opera, esiste da decenni. In tema di Biennale, chi non ricorda Photomatic, l’esperimento di produzione collettiva di un murales di tessere fotografiche diretto da Franco Vaccari alla Biennale del 1972? O, di recente,Untitled 2015 (14.086 unfired) di Rirkrit Tiravanija, 14.086 mattoni cotti in situ con l’ideogramma cinese del motto di Guy Debord “Ne travaillez jamais”, acquistabili a 10 euro per finanziare l’ISCOS e così distinguere l’homo faber dall’animal laborans? Oggi, però, è l’inventio e non più l’actio a essere concertata con gli spettatori. E questa progettazione condivisa è un tempo libero dove, per serendipità, si fanno scoperte felici, si trova qualcosa che non si cercava.

L’otium inteso dalla curatrice come tempo della creazione contrapposto al negotium – tempo degli affari, della transazione, del commercio – diviene in alcune opere un tempo dell’apertura mentale, della disponibilità, dell’estroversione. L’atelier esibito con i programmi d’uso e le incertezze che lo caratterizzano, già delocalizzato inMapping the Studio (2009) di Caroline Bourgeois, a Punta della Dogana, si trasforma in un laboratorio di ripensamento collettivo del reale.

Xavier Veilhan al Padiglione Francia e Dawn Kasper nella sala Chini del Padiglione centrale usano l’improvvisazione musicale per dare senso a questo tempo. Ma a mente fredda, visitata la mostra, resta impressa soprattutto la fortuita risonanza fra la sollecitazione di Olafur Eliasson nel “transpadiglione degli Artisti e dei Libri” del Padiglione centrale ai Giardini, e lo spunto di Lee Mingwei nel “transpadiglione dello Spazio Comune” alle Corderie dell’Arsenale. Il Leone d’oro Franz Erhard Walther, il couturier tedesco che prepara sculture pittoriche-abiti da farci indossare, ci immerge nel mood di una corporeità artificata, e tuttavia comunque individuale e rigida. Il taiwanese Mingwei, da un lato, e lo svedese Eliasson, dall’altro, suggeriscono invece di entrare in una corporeità e in una soggettività decentrate, trasferite nell’alterità, donate.

The Mending Project, di Lee Mingwei, è un’installazione composta di un lungo tavolo di legno, di più sedie e di una parete di spagnolette colorate. L’artista siede al tavolo e aiuta i visitatori a rammendare uno scampolo a scelta strappato dai loro vestiti. Il pezzo di stoffa viene quindi riposto sul tavolo insieme ad altri pezzi, tutti con le estremità dei fili ancora attaccate e affisse alla parete accanto. Cresce, durante la mostra, una tessitura simbolica degli scambi creati in questi processi, per cui i gesti della cucitura, della tramatura di fili e dell’affissione valgono come rinuncia di una parte del sé e narrazione nei vissuti degli altri. Non a caso Christine Macel espone, sul lato opposto del corridoio delle Corderie, le tracce della ricerca artistica apripista in questo senso: i Telai, i Libri cuciti e la documentazione fotografica dei legami popolari, stretti con nodi e fiocchi, della poco conosciuta Maria Lai.

Tavoli più piccoli e sedie sono presenti anche in Green light - An artistic workshop, il progetto di Olafur Eliasson, che porta alla Biennale la sua ipotesi di impresa non più come factory, ma come “parlamento” sociopolitico, alla Bruno Latour, in cui l’arte fa da intercessore. Da sempre la luce è l’oggetto teorico delle ricerche di Eliasson e dei suoi circa novanta collaboratori (tecnici, designer, storici dell’arte, archivisti, artigiani, personale amministrativo e cuochi): dal Blind Pavilion della Danimarca alla Biennale di Venezia del 2003 a The Weather Project (2003) nella Turbine Hall della Tate Modern di Londra, passando perYour Rainbow Panorama (2011) all’ARoS Aarhus Kunstmuseum fino a Little Sun (2012), la lampada a energia solare disegnata con l’ingegnere Frederik Ottesen per i popoli sprovvisti di elettricità. Green light è una semiosfera di confronto fra visitatori, studenti e rifugiati e migranti che vivono a Venezia o in Veneto. Un “atto di benvenuto”, con le parole di Eliasson. Ci si trova, da diversi punti di vista, ad assemblare moduli per la fabbricazione di lampade. Ciascuno interviene con le proprie competenze e ne apprende, mettendo in gioco energie fisiche e mentali per trasformarle in dispositivi significanti. Ogni unità è dotata di piccole luminarie di colore verde che devono far sistema, sotto forma di configurazioni scultoree o architettoniche. Sono prototipi per l’accoglienza. Il benvenuto all’altro sta nell’inventare insieme.

 

Alfagiochi / Biennale alla lettera – 2

Antonella Sbrilli

Nella prima puntata della rubrica dedicata alla Biennale alla lettera, due settimane fa, abbiamo proposto di anagrammare i nomi degli artisti della LVII Biennale in corso a Venezia, a cui Alfabeta2 ha dedicato uno speciale con gli interventi di Manuela Gandini, Francesca Pasini e Andrea Cortellessa e nell’alfadomenica di oggi un contributo di Tiziana Migliore (altri articoli seguiranno).

L’anagramma che introduceva il gioco era questo: “Coraggio era l antidoto” e ricombinava le lettere del nome dell’artista Giorgio Andreotta Calò.

Veneziano di nascita, è l’autore di affascinanti “clessidre”, sculture in bronzo ricavate dal calco dei pali di legno che si vedono nella laguna di Venezia, consumati nel punto di livello del mare. In questa edizione della Biennale, l’artista è presente nel Padiglione Italia con l’opera Senza titoloLa fine del mondo, un ambiente di specchi e di acqua, di capovolgimenti e riflessi.
Adriana Castagnoli ha individuato la soluzione via mail, mentre su Twitter il triplo nome dell’artista (7, 9, 4) ha dato avvio alla ricerca dell’anagramma più attinente al suo operare.
Viola Fiore (@caro_viola) ha colto la presenza del riflesso e poi dell’acqua chiusa e inquietante dell’opera veneziana, nei bellissimi anagrammi: “E canto il raggio dorato” e “In tragico e dorato lago”.
Venezia compare anche nella proposta di Sandra Muzzolini “Giocatore tira gondola”. Per altri anagrammi, più o meno nonsensici, ironici e surreali, si può cercare su Twitter l’hashtag #alfagiochi.

L’obiettivo del gioco, che proseguirà con questa modalità per tutta l’estate, è quello di arrivare al prossimo novembre, in occasione della fine della manifestazione, all’allestimento di un nostro “padiglione di anagrammi d’artista”: appunto una Biennale alla lettera.

Ricordiamo come si gioca: a questi indirizzi web si trovano i nomi degli artisti nelle diverse sezioni. Dagli elenchi si possono scegliere i nomi che più ispirano e proporre degli anagrammi, inviandoli - senza indicare la soluzione - su Twitter ad @alfabetadue con gli hashtag #alfagiochi #Biennale oppure via mail all’indirizzo redazione@alfabeta2.it.

Finora sono stati rimescolati i nomi di una decina di artisti. Alcuni degli anagrammi potrebbero davvero essere i titoli di mostre.
L’artista - sardo di nascita - Michele Ciacciofera diventa per Giuseppina Zizzo “Chi farà cocci e miele?” e per Viola Fiore si trasforma nella definizione stessa del suo lavoro nell’atelier: “E lì faccio ceramiche”.

Sandra Muzzolini ha scelto la spagnola Teresa Lanceta, ricombinata in “Anatra celeste” e Luigi Scebba ha lavorato con il nome della francese Marie Voignier (“Germinavo ieri”). I due giocatori poi propongono due anagrammi totalitari, che trasformano il nome e cognome di partenza in una sola parola: “Contrariandomi” è la notevole prova di Sandra Muzzolini per l’artista argentino Martin Cordiano; e “Risanala” è la sintesi di Luigi Scebba per il nome di Anri Sala.

C’è poi il caso di un artista, il cui nome (6, 6) non è stato ancora scoperto, che ha avuto diversi anagrammi: “Ricatta Logos”, “Scaglio torta”, “Logica storta”, “Ago scaltrito”. Possiamo dire, come indizio, che è ungherese, e lasciare aperta la caccia alla soluzione per il prossimo numero. Oltre, naturalmente alle nuove proposte che andranno a popolare il padiglione verbo-visionario.

Soluzioni arretrate

E il gioco delle lettere di Alfabeta2? A questo indirizzo si trova un file che raccoglie molte delle immagini inviate: si può scaricare e usarlo come repertorio da cui ritagliare le immagini per comporre la propria versione di Alfabeta2 o di altre parole formate dagli stessi caratteri alfanumerici. La ricomposizione può essere fatta in digitale o anche su carta, se si ha voglia di usare forbici e colla, e inviata al consueto indirizzo redazione@alfabeta2.it. La tavola riassuntiva con i caratteri da ritagliare è a cura di Grafica Eletti.

Alfagiochi / Biennale alla lettera – 1

Antonella Sbrilli

green light olafureliasson netBaleni N. E.: non è il titolo possibile di un racconto di Peter Handke (Epopea del baleno), o di Banana Yoshimoto (N. P. - North Point) né di una canzone di Elisa ( Tramonti a nord est), ma solo un anagramma della parola Biennale. Un anagramma semplice, anche se non privo di un suo orientamento geografico e di una suggestione. La LVII edizione della mostra di Venezia, curata quest’anno dalla francese Christine Macel e intitolata “Viva Arte Viva”, è aperta fino al 26 novembre prossimo (su Alfabeta2 le abbiamo dedicato uno Speciale a più voci, ma ci torneremo ancora): fra i Giardini e l’Arsenale, c’è chi va in cerca di guizzi improvvisi di luce, delusioni e sorprese. C’è chi - come il regista Stefano Scialotti - prepara un padiglione ideale, accostando in un video una selezione di opere incontrate durante le lunghe camminate (sarà pronto prima della chiusura della manifestazione e presentato a Roma, alla Sapienza, in autunno).
I giocatori e le giocatrici di “Alfabeta2” sono invitati a un viaggio letterale nella mostra veneziana, che non esclude una visita reale, ma semmai la aumenta di allusioni nascoste nei nomi degli artisti.

Il gioco Intitolati (vedi qui le istruzioni) mescola le lettere del nome di un artista e le ricombina in frasi che potrebbero anche essere titoli di mostre, coerenti con lo stile dell’artista scelto; questo nostro gioco prosegue ora lungo i padiglioni nazionali, le mostre e gli eventi collaterali della Biennale 2017.

A questi indirizzi web si possono scorrere i nomi degli artisti presenti nelle diverse sezioni della Biennale:

http://www.labiennale.org/it/arte/esposizione/artisti/
http://www.labiennale.org/it/arte/esposizione/partecipazioni-nazionali/ .

Dai lunghi elenchi si possono poi scegliere i nomi e i cognomi che più ispirano e proporre degli anagrammi, inviandoli - senza indicare la soluzione - su Twitter @alfabetadue con gli hashtag #alfagiochi #Biennale o via mail all’indirizzo redazione@alfabeta2.it.
Un esempio:
Coraggio era lantidoto” è l’anagramma di un artista presente alla Biennale di Venezia #alfagiochi #Biennale. Di chi si tratta?

Soluzione: 7, 9, 4

Soluzioni arretrate

Nella scorsa rubrica abbiamo giocato col nome di Olafur Eliasson, grande artista nato in Danimarca, presente alla Biennale con un’opera-laboratorio, il Green Light Workshop.

Fra i primi solutori si posiziona Bantam (@tueetterin) che confessa di “avere barato” (ma come? siamo curiosi).

Luigi Scebba risolve e propone un altro anagramma pertinente alle tecniche di Olafur Eliasson = “Ora Linea Flusso”.

Viola Fiore inventa due mostre immaginarie che corrispondono ad altrettanti bellissimi anagrammi “A Fool L. A. Sunrise” e “È la Solar Fusion”, davvero perfetto per l’artista che nel 2003 ha riscaldato la Tate Modern di Londra con un sole artificiale.

E il gioco delle lettere di Alfabeta2? Ancora un po’ di pazienza.

A Venezia tra cinema e arte: le ceneri del presente

veneziaGiorgio De Vincenti

“Fine”, “The End”, “War”, “Death” sono le parole - le prime due nei quadri di Fabio Mauri, le altre nei neon di Bruce Nauman - che introducono il visitatore della Biennale Arti Visive ai percorsi dell’Esposizione di quest’anno, All the World’s Futures, curata da Okwui Enwezor, il cinquantaduenne critico d’arte nigeriano investito quest’anno del compito dal presidente Paolo Baratta.
Un ingresso programmatico, anticipato ai Giardini dalle grandi, luttuose bandiere nere disposte sul fronte del Padiglione Centrale, riferimento non troppo velato ai vessilli funebri dell’ISIS che da più di un anno segnano la vita del pianeta, a ricordare quanto la guerra cerchi oggi di esaurire i rapporti umani e quanta ipocrisia aiuti questa pretesa. Ipocrisia e rimozione, rifiuto di vedere.
Le centinaia di opere raccolte da Enwezor mostrano come gli artisti sappiano (e abbiano saputo) “vedere” molto bene negli ultimi cinquant’anni questo punto oggi centrale nell’interpretazione del neocapitalismo globalizzato e del gioco delle parti che lo sostiene.
Che si tratti del cannone esibito nel 1965 da Pino Pascali o della fusione delle armi fornite da più di trenta (!) paesi alle fazioni dei conflitti iracheni, presentata in forma di campana da Hiwa K, rifugiato politico in Germania; o ancora del Trono della conoscenza del mozambicano Gonzalo Mabunda, fatto di mitra e proiettili, residui della guerra postcoloniale che ha tormentato il suo paese per sedici anni; o dei disegni di mostruose macchine da guerra imbrattate di sangue di Abu Bakarr Mansaray, artista della Sierra Leone, anch’egli rifugiato in Europa - le opere in mostra quest’anno costituiscono una precisa dichiarazione sul punto da cui è necessario partire per poter immaginare un futuro di pace tra i popoli. Un futuro che sia alternativo all’esplosione distruttiva del video di animazione della keniana Wangechi Mutu - The End of Carrying All - sorta di riassunto della storia dell’uomo e delle sue opere sulla terra con un finale apocalittico.
E se tutto passa, come dicono le fotografie abrase del Leone d’oro Adrian Piper, artista nata negli Stati Uniti e attiva a Berlino, e come dicono le tante opere esposte che lavorano sul concetto di caducità e sul rapporto natura/cultura, l’oggi del neocapitalismo globalizzato guerrafondaio, delle disuguaglianze e della povertà, della strumentalizzazione e della cancellazione della democrazia, impone una ripresa d’orgoglio dell’essere umano che sappia dire no alla guerra e consolidare le spinte alla libertà, alla condivisione delle scelte, alla giustizia, all’eguaglianza e alla cura del pianeta; spinte che sono molto più estese e capillari di quanto lasci vedere la propaganda neocapitalista (di cui l’ISIS è parte integrante e di rilievo).
Il cinema visto al Lido quest’anno non è da meno, e costituisce con le Arti Visive un dittico di grande impatto politico e culturale.
Infatti, non pochi dei film selezionati dal direttore Alberto Barbera e dalla sua équipe e provenienti da un gran numero di paesi hanno rappresentato molto bene la dura realtà del nuovo colonialismo economico planetario, che si nutre delle macerie del colonialismo degli ultimi due secoli per costruire un mondo piramidale attraverso la guerra per le fonti di energia e per la conquista dei mercati; ma anche la guerra per la guerra, per la vendita delle armi (come dice bene la campana di Hiwa K), con i suoi corollari della corruzione e della droga.
Talvolta con impennate formali che fanno di alcuni film dei gioielli preziosi che meriterebbero di essere portati alla visione di tutti, cosa che solo in pochi casi saprà e vorrà fare il mercato tradizionale.
Francofonia, per esempio, il film in concorso di Alexander Sokurov, è un magistrale film-saggio sulla storia del nostro continente, illuminato da uno sguardo costruttivo sul valore della cultura nell’Europa futuribile, e dall’affermazione - esplicita e tutt’altro che comune - della piena appartenenza ad essa della Russia.
Mentre il documentario di Frederick Wiseman In Jackson Heights (Fuori concorso) ci porta, con una caméra onnipresente e al tempo stesso magistralmente dissimulata e “oggettiva”, all’interno della comunità newyorkese che dà il titolo al film, nel Queens, dove si parlano 167 lingue e dove convivono etnie e culture eterogenee, che vanno dal Sud America al Bangladesh, dal Messico all’India, dalla Cina all’Italia.
Altrettanto degno di nota è il sontuoso e rigoroso Human (Fuori Concorso), del sessantanovenne regista parigino Yann Arthus-Bertrand, ben noto per il suo impegno ecologista e pacifista. Film che è il risultato di tre anni di viaggi in sessantacinque paesi, con duemila interviste e duemilacinquecento ore di girato e che costituisce un grande polittico di un’umanità dolente e al tempo stesso profonda nei suoi sentimenti migliori e decisa a non piegare la testa.
Mentre il cinese Liang Zhao ci offre il miglior film del Concorso, Behemoth, infernale viaggio dantesco nello “sviluppo” cinese, fatto di distruzione ambientale, silicosi e città fantasma. Zhao ci porta nelle miniere di carbone e ferro e nelle fonderie, al bordo delle quali stenta a sopravvivere una pastorizia ormai compromessa. Non lontano dalle nuvole di ceneri che uccideranno gli operai e dal frastuono delle mine che devastano il territorio nascono città nuove di zecca: decine e decine di grattacieli in serie, grandi strade dotate di prati verdi perfettamente curati. Ma sono grattacieli e strade totalmente deserti, città fantasma molto eloquenti sull’insensatezza del neocapitalismo finanziario.
Con Rabin, The Last Day (Concorso) Amos Gitai prosegue il suo scomodo discorso sulla politica di Israele, ricostruendo l’uccisione, vent’anni fa, del primo ministro, premio Nobel per la pace insieme con Shimon Perez e Yasser Arafat. Omicidio che avvenne in un contesto di totale negligenza dei servizi e della polizia preposti alla sicurezza del comizio al termine del quale Rabin trovò la morte. E che fu l’atto di sepoltura di una politica tesa alla pacificazione nel territorio. Un film duro e severo, in cui la finzione - coordinata con materiali di repertorio - serve ad analizzare criticamente i fatti e a indicare gli ostacoli che la volontà di pace trova oggi nel mondo.
Altrettanto severamente critici sono altri due film israeliani (opposti tra loro per atmosfere e argomento) presenti nel concorso Orizzonti e realizzati da due registe, Hadar Morag e Yaelle Kayam. La prima firma Lama Azavtani (Perché mi hai abbandonato), dura storia di un ragazzo arabo che vive ai margini della società in un quartiere ebraico e che pensa di trovare la speranza di una protezione nel rapporto omosessuale con un anziano ebreo affilatore di coltelli. La seconda ci dà Mountain, ambientato nel cimitero di Gerusalemme che sorge sul Monte degli ulivi, grande distesa di tombe bianche, luogo di intersezione delle religioni ebraica, cristiana e islamica, accanto al quale vive la famiglia ebrea di un giovane capo religioso di stretta osservanza, la cui moglie è presa da un profondo turbamento fisico e spirituale.
A queste contraddizioni e chiusure fa eco il film statunitense del neozelandese Jake Mahaffy, Free In Deed (Orizzonti), storia (ispirata a un vero fatto di cronaca) del tentativo di “guarigione” di un ragazzo autistico per “imposizione delle mani”, finita in tragedia in una delle tante chiese di fortuna frequentate da evangelici pentecostali. Forte e duro quanto misurato e composto, il film lavora sulla persistenza della superstizione nella società statunitense contemporanea.
E non meno severa è l’opera dell’indiano Vetri Maaran, Interrogation (Orizzonti), ispirata al romanzo Lock Up di Chandhra Kumar, unico sopravvissuto del fatto reale che è alla base del film, oggi militante per i diritti civili. Interrogation mostra i giochi incrociati della corruzione nella polizia, nell’intelligence e tra i politici indiani, in occasione dell’imprigionamento pretestuoso di quattro tamil innocenti e dell’uccisione premeditata di tre di loro.
Questi che abbiamo citato sono solo alcuni tra i molti esempi possibili dell’orientamento culturale e politico della Mostra del cinema di quest’anno. Aggiungiamo almeno i nomi dei registi di altri film che hanno un dichiarato valore politico: il turco Emin Alper, Marco Bellocchio, Atom Egoyan, il californiano Cary Joji Fukunaga, Merzag Allouache, il francese Samuel Collardey, l’iraniano Vahid Jalilvand. Oltre a Laurie Anderson, Tsai Ming-liang e Sergei Loznitsa, sui quali il discorso sarebbe però prevalentemente di carattere formale. Esempi, insieme con quelli delle Arti Visive, dello strettissimo legame che gli artisti e i cineasti di oggi intessono con i grandi problemi della contemporaneità, con riflessioni che vanno al di là della denuncia e sollecitano il lavoro di tutti per pensare e realizzare il futuro.