Gallino. Per chi verrà

il-denaro-il-debito-e-la-doppia-crisi-106044Lelio Demichelis

Luciano Gallino ci ha lasciato, ma questo non è un necrologio (non lo avrebbe voluto). E la voglia di riordinare anni di riflessioni in comune lasciano il posto non al ricordo (anche, ci mancherebbe), ma a ciò che ci ha lasciato come suo messaggio, appunto il libro uscito poche settimane fa e ultimo di una trilogia (pubblicata da Einaudi) dedicata a questa crisi che è finanziaria ed ecologica insieme: Il denaro, il debito e la doppia crisi. Serie iniziata con Finanzcapitalismo (2011) e proseguita poi con Il colpo di Stato di banche e governi (2013), passando per l’intervista a Paola Borgna su La lotta di classe dopo la lotta di classe (Laterza, 2012).

D come denaro e come debito. E denaro e debito come cause di una crisi appunto finanziaria ed ecologica insieme che compromette, secondo Gallino (e noi con lui), le basi stesse della società e del pianeta. Il tutto, spiegato ai suoi nipoti, come recita il sottotitolo del libro. Un testamento etico e politico che Gallino cercava di lasciare a noi e per noi perché lo leggessimo e meditassimo, provando a usare il pensiero critico (recuperandolo dalle cantine in cui lo abbiamo riposto come cosa inutile e dimenticata) per uscire dalla prigione ideologica neoliberista che ci sta strangolando da troppi anni. Anche se, scrive appunto Gallino ai suoi nipoti “quel che vorrei provare a raccontarvi è per certi versi la storia di una sconfitta politica, sociale e morale. Abbiamo visto scomparire due idee e relative pratiche che giudicavamo fondamentali: l’idea di uguaglianza, e quella di pensiero critico”. Due idee oggi scomparse anche o soprattutto a sinistra (in particolare in Italia), a causa di una perfetta ma diabolica sommatoria di ordoliberalismo tedesco e di neoliberismo statunitense fatta propria della stessa sinistra, sinistra dove anche e purtroppo è scomparso il pensiero critico o forse il pensiero e basta, perché pensare è sempre esercitare riflessione e critica, perché il pensiero è critica o non è pensiero. Con l’inevitabile conseguenza che “ad aggravare queste due perdite si è aggiunta, come se non bastasse, la vittoria della stupidità”.

In questi ultimi anni, Gallino ha sempre cercato di dire il vero, come ancora in questo ultimo scomodissimo e quindi preziosissimo libro, battendosi contro il conformismo e l’ideologia (la stupidità, appunto), provando a dire il vero sulle cause della crisi del 2008, convinto, come Rosa Luxemburg che dire ciò che è, rimane atto veramente rivoluzionario, senza il quale la menzogna e la stupidità saranno invece imbattibili. Dire il vero, oppure fare parresia secondo Michel Foucault, unico modo per non subire la menzogna e la stupidità del potere, però capace di riprodursi grazie ai propri meccanismi di veridizione.

L’uguaglianza, oggi dimenticata: ormai convinti che la disuguaglianza sia legata al merito (o al demerito) individuale, che non derivi dal sistema e dalla sua iniquità (e stupidità) ma da colpe appunto individuali. Eppure, era stata un’idea forte, rivoluzionaria ma anche riformista del secolo scorso, soprattutto in due grandi periodi storici: gli anni ’30 del ‘900 con la presidenza di Roosevelt negli Usa (“che videro fra l’altro un grande rafforzamento dei sindacati e una severa regolamentazione della finanza”); e i primi trent’anni dopo il 1945, con la nascita dei sistemi di welfare, le politiche keynesiane, la redistribuzione dei redditi dall’alto verso il basso e la quasi eutanasia del rentier. Poi, sul finire degli anni ’70 “la ristretta quota di popolazione che per generazioni aveva subito l’attacco dell’idea e delle politiche di uguaglianza decise che ne aveva abbastanza”. E cominciò così un attacco sistematico, reiterato, pedagogico ma soprattutto ideologico (ancora la stupidità) all’idea di uguaglianza (e quindi anche all’idea di fraternità/solidarietà e conseguentemente alla stessa idea di libertà), alla società civile, al sindacato, ai diritti sociali, alla partecipazione: il tutto via mass media, università, partiti di sinistra. Mentre venivano contestualmente effettuati “tagli micidiali all’istruzione, all’università, alle pensioni, alla sanità, in base all’assunto (del tutto falso) che eravamo tutti vissuti al di sopra dei nostri mezzi”, facendoci dimenticare che invece proprio il nostro dover vivere al di sopra dei nostri mezzi era stata la strada obbligata (facendoci indebitare) per garantire la sopravvivenza al sistema capitalista.

Causa fondamentale della sconfitta dell’uguaglianza è stata, dagli anni Ottanta in poi, la doppia crisi, del capitalismo e del sistema ecologico, quest’ultima strettamente collegata con la prima”. Perché alla sua crisi a molte facce, il capitalismo (non l’economia di mercato come la si vorrebbe chiamare per nasconderne la vera essenza, ma proprio il capitalismo, come insiste Gallino) ha infatti reagito “accrescendo lo sfruttamento irresponsabile dei sistemi che sostengono la vita – concetto che l’espressione sistema ecologico vuole riassumere – nonché ostacolando in tutti i modi gli interventi che sarebbe necessario adottare prima che sia troppo tardi. Il tutto con il ferreo sostegno di una ideologia, il neoliberalesimo, che riducendo tutto e tutti a mere macchine contabili dà corpo a una povertà del pensiero e dell’azione politica quale non si era forse mai vista nella storia”.

E dunque, l’urgenza di un pensiero critico. Quel pensiero “che oltre al soggiacente ordine sociale mette in discussione le rappresentazioni della società diffuse dal sistema politico, dai principali attori economici, dalla cultura dominante nelle sue varie espressioni, dai media all’accademia”. Un pensiero critico che ci piace avvicinare alla Teoria critica della Scuola di Francoforte, ancora a Foucault oppure oggi a Erri De Luca. Mentre oggi, al posto del pensiero critico, al pensiero come pensiero, ci troviamo immersi nell’egemonia dell’ideologia neoliberale (e non è vero che le ideologie del ‘900 sono finite, neppure è vero che siano finite le Grandi Narrazioni; siamo piuttosto dentro a una meta-narrazione ormai globale e totalitaria fatta di rete e di capitalismo), una ideologia neoliberale appunto strettamente connessa (la parte per il tutto, il tutto per le singole parti) “all’irresistibile ascesa della stupidità al potere. E’ l’impalcatura delle teorie e delle azioni che prima hanno quasi portato al tracollo dell’economia mondiale, poi hanno imposto alla Ue politiche di austerità devastanti per rimediare a una crisi che aveva tutt’altre cause – cioè la stagnazione inarrestabile dell’economia capitalistica, il tentativo di porvi rimedio mediante un accrescimento patologico della finanza, la volontà di riconquista del potere da parte delle classi dominanti. Oltre alla crisi ecologica, che potrebbe essere arrivata a un punto di non ritorno”.

Ma allora, che fare? Da nonno che parla ai nipoti, Gallino guarda all’uomo, alla società che vuole costruire (se ne avesse ancora la capacità, ma quanto proposto da Gallino è un modo possibile proprio per recuperare la capacità umana di pro-gettare il futuro per sé): “La concezione dell’essere umano teorizzata e perseguita ai giorni nostri con drammatica efficacia dal pensiero neoliberale ha lo spessore morale e intellettuale di un orologio a cucù. In alternativa, nei vostri libri di scuola potete trovare quanto di meglio il pensiero occidentale ha espresso in venticinque secoli. Si tratta di metterlo in pratica. Fondamentale, in esso è la distinzione tra ragione soggettiva o strumentale e ragione oggettiva. La prima vede nell’essere umano principalmente una macchina da calcolo, che pondera senza tregua il rapporto tra mezzi e fini: è l’idea alla base dell’ideologia neoliberale. Per contro, stando alla seconda definizione di ragione, questa esiste anche nel mondo oggettivo. Come ha scritto Max Horkheimer, essa esiste nei rapporti fra gli esseri umani e fra le classi sociali, nelle istituzioni sociali, nella natura e nelle sue manifestazioni. In questa concezione, quel che più conta sono i fini, non i mezzi”. Invece, oggi il mezzo, l’economia, è diventato il fine, mentre l’uomo, ovvero il fine, è divenuto un semplice mezzo, se non una merce. Capovolgendo la ragione, negando l’uomo e divinizzando il capitalismo (che, come diceva Benjamin nel 1921, è appunto una religione).

E dunque, continua Gallino: “Se riuscirete a costruirvi un’immagine dell’essere umano da creare in voi, ispirata da fini ultimi simili a quelli citati piuttosto che dai precetti della finanza, vi verrà naturale pensare a quale sarebbe il genere di società in cui quel tipo umano vorrebbe vivere e che vorreste impegnarvi a realizzare. (…) Nessuno è veramente sconfitto se riesce a tenere viva in se stesso l’idea che tutto ciò che è può essere diversamente e si adopera per essere fedele a tale ideale”. E allora: “Considerate questo piccolo libro un modesto tentativo volto ad aiutarvi a coltivare una fiammella di pensiero critico nell’età della sua scomparsa”.

Luciano Gallino

Il denaro, il debito e la doppia crisi.

Spiegati ai nostri nipoti.

Einaudi

Pag. 200

18.00

Perì di noi gran parte

Paolo Terni

Le colline di Cesare Pavese e di Beppe Fenoglio – quelle Langhe variamente ripartite a seconda dell’altitudine, della distanza dal Tanaro, da Alba o del graduale loro intuire il mare – occupano ancora uno spazio letterario dignitosamente mitico pur consolidato, con orizzonti diversi, dall’aura leggendaria che irradiano storici pionieri locali, come Luigi Einaudi e Nuto Revelli. E il Buon Governo, la Resistenza o altri universi ideali da loro praticati e celebrati sono lì dotati di solidi radici comuni, frutto della coerente lettura delle viti, ceppi, vigneti, del Barolo, Dolcetto e Nebbiolo che ne costituiscono il concreto modello di riferimento.

Modello non privo di stranezza e follia laddove – in aree segretissime, imprevedibili, note solo a cani bastardi, banali e inoffensivi (ma in realtà amatissimi animali devozionali, onorati come lo sono, in India, alcuni sacri bovini) – capricciosamente generino (e poi gelosamente celino) il corposo e squisito, tartufo bianco… E i figli delle Langhe abitano lo stesso modello ove terragna solidità non disdegna capricci, stranezze o follìa in saporiti amalgami…

Giulio Einaudi non ha mai tradito questo suo modello e l’ormai ottantenne sua casa editrice ne è stata la fedele rappresentazione, sicuramente finché Giulio ne determinò compiutamente le sorti. E lo stesso poteva dirsi quando, con l’intento di onorare la memoria del padre Luigi appena defunto, non condivise il proposito di un tradizionale monumento funebre ma ideò una iniziativa sorprendente, anch’essa un po’ folle, immaginando di definire e realizzare il prototipo di una moderna biblioteca civica a Dogliani, luogo dei «Poderi Einaudi» faticosamente acquistati, lavorati e ampliati dallo stesso Luigi intorno alla magnifica dimora di famiglia in località San Giacomo.

E intorno all’idea di Giulio fu mobilitata una cospicua équipe di talenti ove spiccavano Bruno Zevi, che ne firmò l’architettura e lo storico Delio Cantimori, personaggio di riferimento della miriade di persone interpellate con questionario per suggerirne il catalogo ideale. E «la folle impresa» nacque sulle rive del Torrente Rea in forma metallica, luminosa, rossa, ornata di una splendida stele – alta, elegante, nera – dello scultore Nino Franchina: e fu, cinquant’anni or sono, una gran festa non solo ufficiale ma assai partecipata.

A qualche mese di distanza seguì la pubblicazione del catalogo in forma di Guida alla formazione di una biblioteca pubblica e privata, opera ove un’ampia dissertazione del suo primo padre spirituale – lo stesso Cantimori – ne accompagnava le scelte e ne commentava la metodologia. Il mondo di una conservazione bibliotecaria allora retriva e timorosa e di un pensiero politico strutturalmente foriero, ahimè, degli attuali oscuri sviluppi, reagì con evidente ostilità: notevole eccezione fu invece quella, illuminata, di alcune istituzioni e associazioni umanitarie e civiche o di lotta all’analfabetismo operanti nel Mezzogiorno cui furono assegnati fondi pubblici, mirati proprio alla riproposta del modello nelle loro diverse realtà…

Proprio oggi si celebra il cinquantenario dell’iniziativa che, ormai, meriterebbe più di quanto sinora (e comunque) è stato correttamente documentato: una storia completa, valutazioni compiute, ulteriori possibili sviluppi… La sorte ha voluto che venisse a mancare – proprio in questi stessi giorni, come a ulteriormente sanzionare la fine di un’epoca – l’ultimo Presidente della casa editrice, Roberto Cerati, carissimo amico e storico «complice» dell’editore Giulio.

Chi scrive è stato attivamente partecipe dell’allora temerario progetto e delle prime, delicatissime, fasi della sua realizzazione: e oggi osserva questa Langa ormai turistica, colonizzata da nuovi residenti di ogni ricca provenienza, anche cementificata… E vede quello strano congegno scarlatto accanto alla sua metallica stele nera con sentimenti misti di nostalgia e di speranza…

E viene tentato dal riproporre quanto ebbe a scrivere in prefazione dell’ultima edizione della Guida alla formazione di una biblioteca (elaborata assieme a Ida Terni Einaudi e Piero Innocenti) ossia: «Si tratta di una nostra rabbia, lucida e testarda. La rabbia di chi pubblica libri letti da pochi e vorrebbe che i pochi fossero tutti. La rabbia di vedere tanti libri resi sordi e muti per la paura di lasciarli parlare. E la rabbia per il poco sforzo che ci sarebbe da fare – e che non si fa – per capovolgere la situazione, per dare a tutti gli strumenti dell’intelligenza e la forza della parola».

Cinquant’anni di un’utopia in forma di biblioteca