Biagio Cepollaro, lo Scriba in bicicletta

Angelo Petrella

Pubblicato dopo oltre un ventennio dalla sua realizzazione, il romanzo d’esordio di Biagio Cepollaro La notte dei botti (Miraggi edizioni, pagg. 144, euro 14) ci immerge in uno scenario distopico alla Ballard: in Italia è accaduto qualcosa, un evento impietoso, un terribile cortocircuito storico, e un gruppo di ignari cittadini si ritrova nel chiuso di un Autogrill a formulare ipotesi sull’avvenimento. Si tratta forse di un colpo di stato? Di una rivoluzione? Quello che si sa è che in seguito alla “notte dei botti” le forze dell’ordine pattugliano capillarmente le strade e la vita d’ogni giorno ha subìto un drastico mutamento.

Tra i principali interpreti del postmodernismo critico teorizzato nell’ambito dei lavori del Gruppo 93 – ovvero insinuarsi tra le pieghe dell’immaginario culturale ormai totalmente assoggettato al dettato del consumismo imperante, per tentare di farlo saltare dall’interno – Cepollaro scrive questo romanzo negli anni immediatamente successivi a Tangentopoli, interpretata con il senno di poi da taluni come gesto di abluzione politica della vecchia classe dirigente, da altri come vero e proprio golpe giudiziario. Ma in realtà il tema kafkiano di fondo assume un connotato prettamente sovrastorico: nessuno riuscirà a individuare né a contestualizzare precisamente la “notte dei botti”. L’evento esiste al di là della realtà, anzi è forse esso stesso fondamento di una realtà che pregiudica a priori qualunque tentativo di demistificarla. La totale separazione della verità dall’ermeneutica necessaria a decifrarla la traspone in un orizzonte mitico se non addirittura metafisico. Il mondo è divenuto un carosello di merci, spettacoli, consumi. L’Autogrill in cui resta confinato il popolo, simbolo primigenio di un non-luogo destinato alla mera compravendita, inizia ad assomigliare quasi a una discarica, tanto gli odori, i colori e i suoni che da lì si sprigionano risultano spregevoli. La prosa di Cepollaro sfrutta un’espressività lacerata ma a volte rigogliosa, quasi barocca, che nel voler abbracciare ogni cosa travolge il lettore e mima il flusso inarrestabile della comunicazione pubblicitaria: rispetto ai testi poetici a cui Cepollaro lavorava tra la fine degli anni Ottanta e i primi anni Novanta – tra cui spiccano soprattutto quelli di Scribeide e Luna persciente – il lessico si carica di ironia e di una furia elencatoria rabelaisiana. Siamo sicuramente nel cuore di quella letteratura materialistica tanto teorizzata dal Gruppo 93: ma la chiave del romanzo non è immediatamente ideologica. Se dovessimo usare dei termini di paragone, verrebbe da chiamare in causa non tanto il Volponi de Le mosche del capitale, quanto quello del Pianeta irritabile. Lì la fantascienza distopica di un mondo irriconoscibile giunge in soccorso di una narrazione ambientalista e allegorica; qui lo fa per un desiderio di reazione contro il ciarlare mediatico che solo oggi, quasi una profezia da parte dell’autore, raggiunge il suo apice tramite i social network.

Eppure, nel magma di personaggi sfuggenti e ammassati nell’universo della “notte dei botti” ce n’è uno, che gira in bicicletta e si fa portatore di sogni e aspirazioni di rivolta. È Scriba: già protagonista della quasi eponima raccolta poetica, forse alter-ego dell’autore, forse allegoria dell’intellettuale in lotta contro l’assenza di significato postmoderna. A capitoli alterni, il personaggio gira per il mondo e registra ciò che vede, con l’unico assillante problema di trovare la lingua adatta a comunicarlo al mondo. È l’amanuense postmoderno, appunto, che si preoccupa di preservare l’esistente affinché in un futuro – forse utopico – l’umanità redenta possa analizzare quanto accaduto ed evitare che si ripeta nuovamente. Cepollaro vuol dirci che ci troviamo alle soglie di un nuovo medioevo, divisi tra particolarismi e governati da un’entità intoccabile e invincibile? Non è dato saperlo. Resta il fatto che, in mezzo a un’umanità quasi informe e ormai priva di identità, Scriba appare come l’ultimo uomo della sua terra, l’ultimo sapiens che eserciti la sua capacità critica in una lotta tragica contro il destino. In questo senso, non siamo distanti dalle premesse narrative di certa letteratura apocalittica americana. Viene in mente innanzitutto Cormac McCarthy e il suo La strada, che usa il tema della “fine del mondo” per criticare appunto l’esistente: «Ora che la Notte dei Botti è scoppiata il casino è davvero grande. Nel giro di poche ore le esplosioni hanno paralizzato la città. Il panico è stato letale per centinaia di persone che attendevano il metrò. Strade intasate, polizia dappertutto. Colpi di fucile, cariche della polizia, fumo da non vederci più nulla. Quello che pedala sul ciglio dell’autostrada, appena la sera prima, si trovava al bar, con il Concessionario, l’Avvocato e il Sarto. E ora che pedala tutto affannato pensa che questi del bar in qualche modo c’entrano con la Notte dei Botti. Perché i discorsi che quelli del bar facevano c’entravano… Al bar, la sera prima, si parlava dell’Afa e si attendeva la Pioggia… Anzi, il Grande Scroscio. Scriba ripensa ai discorsi della sera prima e benedice la bicicletta che lo ha tirato fuori dall’ingorgo».

Biagio Cepollaro

La notte dei botti

Miraggi edizioni

pp. 144, euro 14

è possibile acquistare questo libro in tutte le librerie e su Ibs.it.

Biagio Cepollaro, il corpo al centro dell’inverno

Giorgio Mascitelli

Con la pubblicazione di Al centro dell’inverno (L’arcolaio, Forlimpopoli, 2018, euro 13) Biagio Cepollaro porta a compimento la trilogia cominciata con Le qualità (2012) e proseguita con La curva del giorno (2014) dal titolo complessivo Il poema delle qualità. Il libro come quelli precedenti è caratterizzato da brevi componimenti, mai sopra i dieci versi, che hanno come soggetto, innanzi tutto in senso grammaticale, il corpo, mentre il riferimento al termine poema sembra richiamare, oltre che la possibilità di una lettura continua come se si trattasse di lasse introdotte dalla stessa anafora, praticata dallo stesso autore in occasione della presentazione milanese, una tradizione della poesia antica come luogo di riflessione critica e conoscenza, già testimoniato dal De requie et natura che titolava la prima trilogia, uscita negli anni Novanta.

Al centro dell’inverno si presenta come il culmine di un percorso di rarefazione e di ricerca dell’essenzialità che attraversa tutta la trilogia e ancora prima l’opera di Cepollaro a cominciare dai Versi nuovi: si tratta di un’istanza stilistica in cui l’invenzione linguistica risiede in meccanismo di descrizione di uno stato del corpo e successivo fulmineo commento sorretto da un lessico colto ma standard usato però con libertà nell’estensione metonimica dell’arco semantico di alcune parole (ad es. la terminologia giuridico-politica nell’ambito della quotidianità: “ il corpo cerca la sua sovranità nel dissipare i confini/ raccolti da ogni notte: qui nella confusione che suscita/ con altro corpo perde importanza ogni nome…” p.37). In questa prospettiva il corpo è un’unità logica minima, il soggetto di un’esperienza che viene liberata da ogni rischio di monumentalità ed esemplarità anche involontarie connessa con l’uso degli istituti della tradizione lirica e dell’io poetico. Questa strategia retorica consente a Cepollaro di approdare a una sorta di inedita osservazione fenomenologica della propria esperienza che risulta ancora dicibile e significante perché non ingabbiata in pregiudizi soggettivistici o ideologici né in orpelli psicologicizzanti.

Del resto in tutta l’opera poetica il problema di Cepollaro, che è al contempo il motore etico della sua ricerca, è quello di trovare una posizione da cui dire l’esperienza senza cadere nelle trappole metafisiche ed estetiche del vecchio io poetico. “Il corpo vivo e distratto non crede di essere eterno/ né collabora chiedendo a rate un prestito alla collettiva/ narrazione: si tiene piuttosto a debita distanza e appare solo/ sol perché si astrae da un mondo di parole fallaci e dall’idiozia” (p.33) sono versi che rendono bene l’operazione poetica in cui la soggettività del poeta diventa semplicemente un nucleo di osservazione dell’esperienza e un tramite per la sua comunicazione con un senso della misura stilistica che è parte essenziale del messaggio. La scelta etica della presa di distanza dalle parole e dalle cose dominanti nella nostra società non è presentata enfaticamente come l’epifania di una sensibilità o di un percorso esemplari, ma come conseguenza logica, alla portata di chiunque, della comprensione di un certo stato di cose.

Motivo specifico di questa raccolta è l’intrecciarsi dell’esperienza individuale con la storia e con la crisi attuale della società, non è un caso che il prologo della raccolta abbia come titolo Dal collasso alla storia e l’ultima sezione sia Ai margini della speranza d’occidente. In realtà la dimensione politica e civile resta, sotto traccia, uno degli elementi fondanti del paesaggio poetico in tutta l’opera di Cepollaro, ma è vero che è dai tempi di Fabrica, pubblicata nel 2002 con testi peraltro risalenti alla metà degli anni novanta, che essa non occupava una posizione così esplicita nella struttura dei libri. Qui addirittura viene citato esplicitamente il Guittone d’Arezzo della canzone ahi lasso, ora è stagion di doler tanto: “il corpo condivide una pace inquieta: il regime del sopruso/ diventa legge e per quanto si possa vivere a una conquistata/ distanza resta comunque un filo di nausea che attraversa i giorni/ anche quelli più illuminati da fervida primavera: è questa/ che si apre oggi per noi la vera stagion di doler tanto” (p.101). Se dunque il giudizio etico e la consapevolezza politica sulla stagione sono assolutamente chiare, la realtà evocata non viene ‘denunciata’ né criticata secondo categorie ideologiche, che pure Cepollaro padroneggia, ma diventa una delle dimensioni in cui si elabora l’esperienza del corpo. La pace inquieta in questi giorni di doler tanto è il modo concreto in cui si riflette nella quotidianità l’esperienza storica. La condizione verosimilmente finale ai margini della speranza d’occidente viene evocata senza alcuna ridondanza espressiva e senza alcuna concessione allo stile apocalittico e addita il non detto collettivo, questa volta però nominato e qualificato, con il quale la nostra coscienza infelice non vuole fare i conti. E tra i meriti di quest’opera non mi sembra certo l’ultimo.

Biagio Cepollaro

Al centro dell’inverno

L’arcolaio, Forlimpopoli, 2018

euro 13

È possibile acquistare questo libro in tutte le librerie e su Ibs.it.

alfadomenica #1 marzo 2016

Jung e Pauli, due anime radioattive - Una poesia / 12 Laura Di Corcia - Semaforo

Biagio Cepollaro, Jung e Pauli, due anime radioattive -  Al binomio psiche e materia s’intitola l’epistolario fra Carl Gustav Jung e Wolfgang Pauli, che raccoglie circa ottanta lettere comprese fra il 1932 e il 1957. Si tratta di una fitta e intensa relazione tra due giganti, rispettivamente il creatore della psicologia analitica e il premio Nobel per la fisica che teorizzò, tra l’altro, il principio di esclusione, le proprietà dello spin e l’esistenza del neutrino.  Leggi >

Una poesia / 12 Laura Di Corcia

Non è niente semplice
questa tana di lombrichi
questo residuo barbaro
in mezzo all'argento delle lame.  Leggi >

Semaforo

Amore - Riunioni - Storia  Leggi >

Jung e Pauli, anime radioattive

jungredbook1aBiagio Cepollaro

Al binomio psiche e materia s’intitola l’epistolario fra Carl Gustav Jung e Wolfgang Pauli, che raccoglie circa ottanta lettere comprese fra il 1932 e il 1957. Si tratta di una fitta e intensa relazione tra due giganti, rispettivamente il creatore della psicologia analitica e il premio Nobel per la fisica che teorizzò, tra l’altro, il principio di esclusione, le proprietà dello spin e l’esistenza del neutrino. Ma è anche una sorta di romanzo epistolare, nel quale il paziente più giovane accetta con entusiasmo di dedicare la sua stessa attività di sognatore alla realizzazione di una ricerca comune. Con precisione filologica il curatore Antonio Sparzani, storico della fisica ed esperto di questioni attinenti alla teoria della relatività (Relatività, quante storie. Un percorso scientifico letterario tra relativo e assoluto, Bollati Boringhieri 2003) ha emendato anche alcune imperfezioni dell’edizione originale tedesca, curata dallo psicoanalista C.A. Meier, controllandone i molteplici rimandi e sistemando gli apparati del testo.

Pauli fu paziente di Jung per un paio di anni. In seguito il rapporto divenne, per più di un ventennio, di appassionata reciproca ricerca sulle connessioni profonde che si potevano intuire tra i concetti della fisica quantistica e gli archetipi della psicologia analitica. Il programma di Pauli appare esplicito: «creare una base concettuale unitaria per la comprensione scientifica dello psichico come del fisico». Ma per realizzare questo programma occorreva superare il determinismo classico non solo nell’ambito fisico ma anche psichico: in fondo, come per la fisica classica anche per la psicoanalisi di Freud il presupposto deterministico risultava irrinunciabile. Jung, con le sue nozioni di sincronia e connessioni non causali, si muoveva in una direzione simile. A creare un ponte tra i due versanti sembrava proporsi l’alchimia: il grande rimosso che tornava nell’oggettività dei sogni e degli archetipi che affollavano la mente del sognatore Pauli.

Sono lettere garbate e talvolta persino affettuose, ma anche spericolate: per realizzare il programma dell’unificazione dello psichico e del fisico occorreva andare al di là del concetto di causa per giungere a una nuova idea di legge di natura in grado di integrare o di unificare tutte le dimensioni apparentemente opposte. Si trattava di concepire il ruolo degli archetipi come istinti del rappresentare nella formazione scientifica dei concetti. Pauli a volte interpreta i suoi sogni insieme a Jung per gettare una luce sugli archetipi: col tempo crede sempre di più che la radice dei concetti scientifici sia in quel tipo di oggettività garantita dall’inconscio collettivo. Jung a sua volta cerca una corrispondenza sul piano della fisica. Entrambi sono persuasi che la scissione tra psichico e materiale vada superata in una visione integrata.

Nelle prime lettere Pauli avanza delle analogie che dovrebbero garantire una corrispondenza tra i due piani: per esempio quella tra il nucleo radioattivo e il Sé. Vi sarebbero in comune, sostiene, la metamorfosi e l’azione verso l’esterno. Jung incoraggia il fisico a credere nella sua intuizione: «Il nucleo radioattivo è un eccellente simbolo della fonte di energia dell’inconscio collettivo il cui strato più esterno è la coscienza individuale». Un’altra «corrispondenza» non meno coraggiosa è quella tra il concetto di complementarità (gli opposti onda/particella, eccetera) e la relazione tra conscio e inconscio. Un salto successivo, che sembra andare oltre le analogie, è operato attraverso la relazione tra il concetto junghiano di sincronia e il concetto di correlazione quantistica: qui la relazione a-causale e non locale tra eventi va intesa come pura connessione di significato. Possono accadere eventi tra loro non localmente relazionati né collegati da una relazione causale ma connessi da un rapporto di significato? Come è possibile che alcuni stati psichici abbiano effetto sulla materia?

Nel corso degli anni Jung e Pauli si confrontano senza difese, evitando di nascondersi dietro il muro dello specialismo. A tal proposito Sparzani ha di recente pubblicato alcuni scritti dell’epistemologo Paul Feyerabend dal titolo significativo Contro l’autonomia (Mimesis 2012), centrati proprio sullo smascheramento dei presunti specialisti, i quali si rivelano utili soprattutto a non mettere in questione il valore delle proprie ricerche e gli assunti di base delle proprie discipline. Pauli realizza in anticipo proprio questo programma. Per paradossale inversione dei contrari, i suoi progressi nel campo della fisica dipendono dalla sua capacità di abbandono psicologico. I sogni gli possono rivelare il senso profondo della sua ricerca scientifica cosciente.

Jung e Pauli. Il carteggio originale: l’incontro tra Psiche e Materia

A cura di Antonio Sparzani con Anna Panepucci, traduzione di Giusi Drago

Moretti&Vitali, 2016, 408 pp., € 30

Il lavoro raccontato – Conversazioni in libreria

Libreria Popolare di via Tadino - Via A.Tadino,18 - Milano
a cura di Biagio Cepollaro

3 ottobre lunedì ore 21.00
Introduzione del curatore al ciclo di incontri
Il blog Nazione Indiana: Antonio Sparzani
La galleria 10.2: Spazio di ricerca e tempo Maria Rosa Pividori

17 ottobre lunedì ore 21.00
La ricerca biologica: Emilio Parisini
Il rebus come arte: Emanuele Magri Leggi tutto "Il lavoro raccontato – Conversazioni in libreria"