Bert Theis. L’artista che imparò a volare

Bert Theis Archive Building Philosophy Cultivating Utopia, Mudam exhibition, sala 03, foto Barbara Barberis 2019 (3), until the unreachable victor

Cecilia Guida

Andare a Lussemburgo in questi mesi significa approfondire inevitabilmente la ricerca e la pratica artistica di Bert Theis (1952-2016) visitando non solo una mostra antologica ma un vero e proprio “arcipelago” di mostre, dibattiti ed eventi diffusi per la città che, attraverso gli strumenti dell'ironia e della lotta politica, cercano di ricostruire il filo delle sue idee, le installazioni, i progetti a lungo termine e di come essi hanno rappresentato i semi per una generazione di artisti, architetti, attivisti locali e internazionali che lo ha seguito e ora continua senza di lui.

Al Mudam Luxembourg è allestita la prima grande retrospettiva che la città dedica al suo artista dal titolo Bert Theis. Building Philosophy – Cultivating Utopia, a cura di Enrico Lunghi in collaborazione con Christophe Gallois. La mostra cerca di proporre lo spirito di Theis e di considerare l'atmosfera delle sue opere all'interno di un lungo percorso professionale nato in concomitanza con il '68, sviluppatosi negli anni di affermazione dell'arte relazionale e giunto all'elaborazione del concetto di fight-specific art, che è una linea di pensiero, più che una definizione, riguardante l'idea che ogni lotta debba essere costruita rispetto a una situazione specifica.

Il percorso espositivo si apre con un focus sugli anni giovanili con un'interessante produzione sconosciuta ai più, formata da poster nei quali l'artista rifletteva sulla pace, sull'ecologia e sui diritti dei lavoratori, e da un fotoromanzo realizzato per la rivista dei Giovani Socialisti Rivoluzionari, De Fonken, e intitolato 1984 dove con toni satirici affrontava i principali temi politici della società lussemburghese di quegli anni, quali la disoccupazione, l'inflazione, l'armamento nucleare. Presto Theis, che aveva studiato pittura nel tempo libero, mostrò una relazione conflittuale con questo linguaggio che riteneva limitante e narcisistico preferendogli a partire dagli anni '90 la fotografia, l'installazione, la performance, le azioni, i suoni insieme al contesto storico, politico e sociale in cui le opere nascevano e venivano presentate. Per lui l'arte voleva dire qualcosa di più della rappresentazione della realtà, e sin dagli inizi, anche quando realizzava oggetti, si chiedeva come questi potessero trasformare la società: “In un certo senso, la mia idea iniziale era quella di applicare l'undicesima tesi su Feuerbach di Marx al campo dell'arte. Avevo in mente una grande piattaforma, un progetto collettivo autogestito, una 'political Plastik' (scultura politica), che ci avrebbe permesso di sperimentare come superare i limiti della pratica artistica contemporanea su diversi livelli, soprattutto per verificare se l'arte può influenzare la realtà sociale e politica di una città. Si tratta di cambiare una parte del mondo, non solo di rappresentare il cambiamento.”

Come dimostrano le opere esposte, tutto il suo lavoro ha molto a che fare con la disobbedienza intesa nel senso di una soggettivazione che inventa qualcosa di nuovo. Il titolo della mostra contiene infatti sia il pensiero critico sia l'azione spontanea e creativa. Building Philosophy – citazione di un'opera dell'artista (2008) con la parola filosofia scritta al contrario e che, facendo eco al famoso quadro di Debord Réalisation de la philosophie (1963), gioca con il concetto di “Philosophy of Building” – significa pertanto costruire in modo consapevole e anche un po' pigro (come avverte scherzosamente all'ingresso della mostra Sélavy à Knokke, foto scattata nel 1993 a un uomo che sembra assomigliare a Duchamp e che si era addormentato sul divano della sala espositiva del casinò di Knokke) usando ciò che si ha a disposizione. Cultivating Utopia riguarda invece l'aspetto più direttamente politico della sua ricerca. Per Theis l'utopia non è ideale, esito di una sconfitta e perciò malinconica, ma reale, un'energia positiva, contagiosa e trasformativa.

Bert Theis Archive Building Philosophy Cultivating Utopia, Mudam exhibition, sala 02, foto Barbara Barberis 2019, general view

Nella mostra hanno centralità le piattaforme e i padiglioni presentati come il nucleo principale del processo di “costruzione della filosofia” da parte dell'artista. Tra questi si ricordano il Potemkin Lock, padiglione temporaneo del Lussemburgo ai Giardini della Biennale di Venezia del 1995, la Philosophical Platform per Skulptur Projekte Münster '97, Le dita della mano nel parco archeologico Fiumi di Volterra per “Arte all'Arte” del 1998 e l'European Pentagon. Safe & Sorry Pavilion (2007) in Place de l’Europe a Lussemburgo. L'architettura e la filosofia sono gli strumenti attraverso i quali Theis crea luoghi con valenza filosofica che elevano l'osservatore, lo espongono e lo rendono visibile trasformando la sua percezione estetica. Secondo Marco Scotini le piattaforme sono il momento in cui “Bertold Brecht incontra Marcel Duchamp in Bert”. Se l'aspetto teatrale è sicuramente presente in queste installazioni, non bisogna comunque dimenticare che rappresentano la critica e la reazione dell'artista a una certa retorica relativa all'estetica relazionale. Essendo degli spazi aperti, accessibili e arricchiti dal dibattito pubblico, esse funzionano come forme “clandestine” di resistenza collettiva.

A questo punto, il passaggio dalle platform al quartiere Isola di Milano è diretto, concreto, comunitario, urbano, politico. Isola Art Center costituisce l'ultima piattaforma collettiva di Theis (questa volta senza commissione) e rappresenta il suo guscio aderente. Si tratta del progetto che conosciamo meglio in Italia per l'ampio arco temporale in cui si è sviluppato (dal 2001 al 2012) e che lo ha portato a maturare il passaggio dall'intervento site-specific e audience-specific a quello fight-specific, termine forgiato insieme alla comunità di residenti e di artisti coinvolti e che in questo caso riguarda la lotta contro la trasformazione urbana neoliberista.

All'interno delle iniziative pensate per Arcipelago Bert Theis, in collaborazione con istituzioni e centri di ricerca della città, ci sono la piccola mostra del progetto multidisciplinare OUT-Office for urban transformation, nato nel 2003 e ancora attivo, al Centro per l'Architettura LUCA, e la bella esposizione curata da Enrico Lunghi e Angelo Castucci al Cercle Cité, dal titolo F(l)ight Sketches-for Bert Theis, che raccoglie le opere di alcuni degli artisti di Isola Art Center, come i ritratti fotografici di Paola Di Bello realizzati per The People's Choice (a cura di Scotini nel 2006 e con il titolo tratto dalla famosa mostra di Group Material del 1980), e i lavori dei giovani artisti che dialogano con le idee e la pratica di Theis. Qui emerge, da un lato, il ruolo di pedagogo svolto dall'artista negli anni di insegnamento alla Naba di Milano, dall'altro, una metodologia educativa improntata sul lasciare spazio alla libertà di ricerca e al dialogo critico. Pertanto si rintraccia la sua “eredità” concettuale, poetica e politica nella serigrafia Utopia can be written in capital letters di Daniele Rossi ed Edith Poirer, nelle foto di RiMaflow di Barbara Barberis, nei dispositivi per il volo di Irene Coppola e nei disegni di Edna Gee con le istruzioni per indossare i suoi due abiti da piccione, per fare qualche esempio.

Mostre a parte, dava allegria vedere agli eventi organizzati in giro per Lussemburgo in occasione dei tre opening gli abitanti e le famiglie dell'Isola, i giovani artisti ex-studenti della Naba, i colleghi artisti, critici e curatori italiani venuti da Milano, Vienna e Berlino, tutti partecipanti e desiderosi di comunicare l’importanza di aver incontrato Theis e di aver fatto parte – e continuare a esserlo – della comunità che lui ha contribuito a creare e per la quale è stato un punto di riferimento importante. Sotto la curatela attenta e precisa di Enrico Lunghi, le idee, le opere e i progetti si mescolano con la sfera delle relazioni in quello che è il primo grande omaggio all'artista che dichiarava “perché non sono riuscito mai a nuotare ho deciso di volare”. Il volo al quale si riferiva Theis, citando Tentativo di volo (1969) di De Dominicis, è quello dell'arte che dà gli stumenti per immaginare e realizzare azioni (apparentemente) impossibili per il cambiamento. Fly to fight è indubbiamente il suo insegnamento più grande e augurio per la vita, peraltro contenuto qualche anno fa nello striscione appeso lungo la torre Galfa di Milano, nei giorni dell'occupazione da parte di un gruppo di artisti e studenti, che diceva "Si potrebbe anche pensare di volare". Questo, forse, è l'unico elemento mancante nell'accurata ricostruzione espositiva del “mondo di Bert”.

Bert Theis.

Building Philosophy – Cultivating Utopia

30.03-25.08.2019

Mudam Luxembourg – Musée d'Art Moderne Grand-Duc Jean

alfadomenica aprile #4

FUMAGALLI sulla CREDITOCRAZIA - SCOTINI e THEIS sulla CITTÀ - RUBRICHE di M. Giovenale – MT. Carbone e F. Lazzarato

IL RICATTO DEL DEBITO
Andrea Fumagalli

Il nuovo libro di Andrew Ross, Creditocrazia e rifiuto del debito illegittimo (ombre corte, 2015) analizza il rapporto debito-credito come nuovo strumento e dispositivo centrale nel processo di governance neoliberista (quindi di sfruttamento). Diversamente da Maurizio Lazzarato (La fabbrica dell’uomo indebitato, DeriveApprodi, 2012), Andrew Ross sottolinea come la condizione debitoria non rappresenti un fine in sé per perpetuare il dominio dell’uomo sull’uomo ma piuttosto uno strumento per consentire una maggior dipendenza del lavoro dal capitale all’interno del processo di valorizzazione contemporaneo.
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UN'ALTRA CITTÀ È ANCORA POSSIBILE?
Una conversazione tra Marco Scotini e Bert Theis

Temi come urbanesimo sostenibile, ecologia politica e gentrificazione sono al centro della ricerca artistica di Bert Theis che, da anni, cerca di contrapporsi allo sviluppo del modello urbano neoliberista in contesti geopolitici diversi, che vanno dall’Europa all’Asia Orientale. In occasione della sua mostra Aggloville, in corso al PAV di Torino fino al 31 maggio, l’artista discute col curatore Marco Scotini di pratiche artistiche, trasformazioni urbane, arte pubblica.
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GIOCO (E) RADAR #15 di Marco Giovenale

Giorgio Melchiori annota che i brevi testi di Joyce noti come Epifanie, da distinguere in “drammatiche” (dialogiche, più antiche, 1900-02 circa) e “narrative” (successive, 1903-04 circa), furono pubblicate come sequenza a sé solo nel 1956, quindici anni dopo la morte dell’autore.
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SEMAFORO di Maria Teresa Carbone

Leader
I vostri genitori sono tutti ambasciatori degli Stati Uniti. Non tutti hanno il titolo di “ambasciatore”, ma ognuno di loro è un ambasciatore. E tutto quello che fanno quotidianamente aiuta il nostro paese a sostenere i nostri valori, vale a dire le cose in cui crediamo: libertà di parola, democrazia, equità, giustizia.
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COORDINATE dall'America Latina di Francesca Lazzarato

Ad annunciare la differenza con manifestazioni europee consimili sono ovviamente i numeri: una durata di tre settimane, uno spazio espositivo di 45.000 metri quadrati, più di un milione di visitatori. Sì, la Feria Internacional del Libro di Buenos Aires, arrivata alla quarantunesima edizione e inaugurata il 23 aprile.
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Un’altra città è ancora possibile?

Una conversazione tra Marco Scotini e Bert Theis

Temi come urbanesimo sostenibile, ecologia politica e gentrificazione sono al centro della ricerca artistica di Bert Theis che, da anni, cerca di contrapporsi allo sviluppo del modello urbano neoliberista in contesti geopolitici diversi, che vanno dall’Europa all’Asia Orientale. In occasione della sua mostra Aggloville, in corso al PAV di Torino fino al 31 maggio, l’artista discute col curatore Marco Scotini di pratiche artistiche, trasformazioni urbane, arte pubblica. Per chi é coinvolto nei conflitti generati dalla trasformazione urbana neoliberista e nelle lotte per il diritto alla città, allora le domande fondamentali sono: Un’altra città è ancora possibile? Un’altra vita nelle nostre città è possibile?

Marco Scotini: La mostra Aggloville si apre con un tuo vecchio lavoro molto bello ma nuovo per me: un semplice neon che riproduce la parola ‘rosso’ in bodoni, mentre la sua incandescenza è verde. Anche recentemente, la sinistra tradizionale non si è posta il problema di unificare le rivendicazioni ambientaliste sorte a differenti latitudini e di fare dell’ecologia politica un importante terreno di lotta. Nel caso del tuo lavoro in esposizione al PAV, chi legge rosso vede verde. Al di là del fatto che si tratta di colori complementari, di che cosa è segno la scritta per te?

Bert Theis: Se uno guarda la scritta un po’ a lungo, e poi chiude gli occhi, vede la scritta in rosso. Il testo cioè diventa ovvio quando si chiudono gli occhi. Avevo detto, scherzando, che questo piccolo lavoro è il mio programma politico che introduce alla mostra e per questo è stato posizionato all’ingresso. Si tratta anche di una parte del mio lavoro che comprende l’idea di text-work in diverse situazioni, anche nello spazio pubblico. Ma ciò che mi interessa nel paradosso che abbiamo qui (il paradosso per cui chi legge rosso vede verde) è lo scatto che ti fa riflettere. In realtà questo lavoro si basa anche sulla mia lettura di Wittgenstein e le sue Osservazioni sul colore, dove parla di persone daltoniche che non sanno distinguere i due colori.

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M.S.: Mi è sembrato importante riportare l’urbano al PAV, attraverso il tuo lavoro sui parchi, sulle aree a verde pubblico e sugli spazi di sosta, perché ogni tua proposta è una riflessione più generale sull’ambiente, sulla sua produzione e amministrazione, a tutti i livelli del sociale. Il dispositivo che hai usato per anni è quello della piattaforma, anche nella sua versione coperta di padiglione. Potrebbe sembrare un intervento minimale, che ha avuto comunque un grande effetto lungo questi anni, a partire dal 1995, e che la mostra torinese cerca di documentare. Che cos’è per te Aggloville?

B.T.: Il termine Aggloville ha più origini (c’è Alphaville, Congo-Brazzaville, Dogville, ecc). “Ville” è il francese che sta per città e “agglo” ha un doppio senso, sia in italiano che in francese: si può chiamare agglomerato una parte della città, ma c’è poi l’altro significato di messa insieme di diversi materiali su più strati. Questo duplice senso mi interessa perché se guardi i grandi montaggi delle città che ho esposto (dove io ho incluso Parigi, Torino, Milano, Tirana, ecc), qui ho assemblato quartieri che sono divisi da una sorta di selva. Il mio lavoro su questo lato è doppio: rimettersi a sognare delle città diverse e, allo stesso tempo, non fermarci nel pensarle concretamente a ragioni di fattibilità o meno. L’ufficio OUT (attivo dal 2002) aveva tre slogan: il primo era capire la città, il secondo sognare la città e il terzo trasformare la città. Dunque l’elemento dell’analisi è importante quanto il desiderio. Entrambi si legano al terzo punto che è quello della trasformazione urbana reale. I grandi montaggi del ciclo Aggloville sono provocazioni ma nella mia attività provo ad andare in quella direzione.

M.S.: In un’intervista che ti feci nel 2003 mi dicevi che la partecipazione è un pensiero non pensato fino in fondo. La retorica della partecipazione, fondata sul progetto di inclusione sociale, era già allora per te un falso problema. Piuttosto sostenevi che fosse vero il contrario: cioè che artisti, architetti e urbanisti scendessero dal loro piedistallo e partecipassero alle iniziative della gente. Dunque non partivi dal fatto che i partecipanti fossero in una costitutiva posizione di impotenza ma, all’opposto che sull’urbano ne sapessero più dei cosiddetti tecnici. Sono passati oltre dieci anni e da allora la tua attività è stata condivisa con centinaia di soggetti, prima attraverso OUT, poi con Isola Art Center, adesso con altri sviluppi ancora. Sei sempre dello stesso parere o vorresti aggiungere qualcosa?

B.T.: Il problema rimane sempre lo stesso: chi partecipa? A che cosa? A quale scopo? Se non si fa chiarezza su ciò, la partecipazione come tale è quanto di più sbagliato da fare. Citando Markus Miessen potremmo parlare dell’“incubo della partecipazione”, che noi abbiamo vissuto nel quartiere Isola di Milano con la multinazionale Hines. Si è trattato di una falsa partecipazione perché il problema è sempre quello: se non si ha un’analisi concreta, marxista, dei rapporti di forza nella città, la partecipazione a progetti calati dall’alto, come in quel caso, non ha alcun senso. All’opposto, bisogna denunciare queste cose. Contro l’idea di questo tipo di partecipazione, noi di Isola Art Center, abbiamo contrapposto un’arte specifica della lotta, che è autogestita dal basso e prevede che artisti, architetti e altri si uniscano agli abitanti in lotta per una causa specifica: nel nostro caso la posta in gioco era la difesa dei vecchi giardini del quartiere e la distruzione del contesto.

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M.S.: Credo che la tua stessa posizione ci possa togliere ogni dubbio rispetto anche a quanto afferma Claire Bishop, per cui termini come partecipazione e comunità non avrebbero più alcuna forza sovversiva e antiautoritaria ma sarebbero diventati il caposaldo della politica economica post-industriale. Quello che è davvero triste in una posizione come quella di Bishop (ma anche di Rancière da cui lei deriva) è che, per far fronte all’ambiguità delle scelte politiche e culturali attuali, si rivendichi l’artista demiurgo, con la A maiuscola, in grado di riportare conflitto, perversione e paradosso. Credo, al contrario, che vada portato all’estreme conseguenze il riconoscimento radicale dell’intellettualità collettiva, dove le nuove funzioni creative, politiche e intellettuali non passano più attraverso la separazione di ruoli deputati e funzioni stabilite che la figura dell’autore dovrebbe comunque incorporare.

B.T.: Sono d’accordo con quello che dici. Ho partecipato a un dibattito con Jacques Rancière su questa sua posizione di attesa del nuovo artista-eroe, con la nostalgia dell’identità eroica dell’artista. Una delle critiche che fa Rancière è quella che l’arte militante e l’attivismo non hanno prodotto un nuovo linguaggio. Così sta aspettando che esca fuori una nuova specie di costruttivismo e ciò lo rende cieco di fronte ai processi reali che stiamo vivendo ad un livello sotterraneo e poco visibile, ma molto radicale. Si tratta di una posizione reazionaria che si basa sui vecchi concetti d’arte.

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M.S.: Non credi, piuttosto, che sia necessaria una nuova verifica dei poteri per poter fare chiarezza sui regimi di apparizione e di strumentalizzazione contemporanei? Se è chiaro che da parte del potere finanziario attuale c’è una capacità di espropriazione semantica sorprendente rispetto alle pratiche dei movimenti, non vedo chi non possa capire la differenza, tra progetti di inclusione e omologazione sociale di tipo top down e le proposte di micropolitica dal basso. Il cantiere Garibaldi-Repubblica di Milano è stato per tutti noi un test esemplare. Lo scopo de “I progetti della gente” promosso dalla Fondazione Catella non era certo quello del sondaggio “The People Choice” proposto da Isola Art Center per gli abitanti del quartiere. E ora che dire di Wheatfield della nota artista concettuale americana Agnes Denes? Dopo aver sottratto lo spazio verde all’uso dei cittadini, dopo la ecofiction pluripremiata delle torri abitative del Bosco verticale, mancava ora l’enorme appezzamento di grano con mietitura finale, fatto per di più per l’Expo? C’è rimasto ancora qualche margine per l’ambiguità?

B.T.: Riguardo al campo di grano, era già stato “ideato” da un altro artista a Milano: Mussolini. È stata chiamata un artista americana anche per nascondere questo richiamo all’immagine che è rimasta nella memoria collettiva italiana: il campo di grano in piazza Duomo, realizzato dal fascismo. La cosa interessante è che questa era un’immagine di propaganda negli anni Quaranta ma lo è anche quella attuale. Il campo coltivato nasconde il fatto che il parco cittadino promesso di Porta Nuova non è mai stato realizzato. Oltre all’ideale fascista di autarchia italiana sembra anche ricordare le pubblicità ideali del Mulino Bianco: da una parte quindi la propaganda, dall’altra la pura pubblicità. Il campo di grano di Porta Nuova è una soluzione di emergenza pensata per l’EXPO, questo è chiaro. Non siamo di fronte a un’opera di Land art, ma a qualcosa messo in scena per vendere meglio il progetto da parte della Fondazione Trussardi e della Fondazione Catella. Noi invece, come Isola Art Center, abbiamo cercato di trasformare questa parte di Milano negli ultimi quattordici anni. Non è andata come avevamo sperato ma abbiamo comunque fatto sì che molti progetti fossero modificati. Il grande raccordo stradale che doveva tagliare in due il quartiere, per esempio, non è stato realizzato. Si può ribattere che la gentrificazione continua e che abbiamo solo apparentemente migliorato il progetto delle multinazionali. Ma questo è il rischio di ogni lotta: si va incontro a sconfitte, e alcuni aspetti della pratiche fight-specific possono essere assimilate e distorte dagli stessi poteri contro cui si lotta: poteri politici ed economici. Ciò significherebbe non lottare per paura di questo? Per citare Ernst Bloch, il nostro principio è la speranza. Anche se perdiamo una battaglia siamo convinti di poter vincere la guerra.