Michael Pollan e la nuova scienza psichedelica

Bernardo Parrella

Quanto siamo vicini a un mondo in cui la terapia psichedelica sia sancita e applicata dai medici, e come potrebbe operare un sistema di questo tipo? E perché mai lo stesso trattamento dovrebbe funzionare per disturbi apparentemente così diversi tra loro, quali depressione, dipendenza e ansia?

Queste alcune delle domande-chiave sulle potenzialità del revival psichedelico (sintetizzate in un articolo del novembre scorso) affrontate a fondo dal nuovo libro di Michael Pollan, How to Change Your Mind: What the New Science of Psychedelics Teaches Us About Consciousness, Dying, Addiction, Depression and Transcendence. A poco più di un mese dalla sua uscita negli Stati Uniti, tante le recensioni e le interviste apparse su pubblicazioni di ogni tipo, come pure i podcast e le discussioni online, oltre ad aver scalato rapidamente la classifica dei bestseller del New York Times e di Amazon.com. Aggiungendo lo strascico di rilanci sui social media e il tutto esaurito delle presentazioni in librerie da una costa all’altra del Paese (fino a Londra), è stato già raggiunto l’obiettivo primario del libro: informare in dettaglio e ampliare al meglio il dibattito pubblico su queste sostanze (senza voler suggerire comportamenti illegali di alcun tipo, visto che trattasi tuttora di “droghe proibite”).

Pollan è un giornalista-saggista alquanto noto (anche in Italia) per i suoi precedenti bestseller su questioni d’attualità affrontate con piglio decisamente originale, tra cui In difesa del cibo, Cotto, Il dilemma dell’onnivoro. Quest’incursione nell’ambito psichedelico, per quanto apparentemente lontana dalle sue precedenti indagini, in realtà ne integra il percorso non-lineare teso a indagare l’evoluzione biologica e culturale della nostra specie in stretta simbiosi con le altre specie e la natura in generale, fino ad affrontare l’eterno enigma della formazione della coscienza. Poiché «far parte del mondo naturale è un’attività reciproca», sostiene Pollan, l’ingestione di funghi magici, ayahuasca e altre piante psicotrope (dalla cui sintesi chimica sono poi derivati Lsd, Mdma e altri composti) rimane parte importante di questo rapporto reciproco fin dalla notte dei tempi. La pratica di sperimentare stati alterati di coscienza merita quindi un’esplorazione a tutto tondo proprio qui e ora, nel contesto contemporaneo occidentale, dove la nuova scienza psichedelica offre buone promesse per la ricerca scientifica e le malattie mentali, e fors’anche per il benessere dell’umanità e del pianeta stesso.

Si tratta di un bel tomo (oltre 460 pagine, di cui le ultime 50 per note, glossario e bibliografia), in parte dedicato alle esperienze di uno «psiconauta improbabile», come si auto-definisce l’autore, alle prese con sessioni a base di Lsd, psilocibina, Dmt e ayahuasca, sotto l’assistenza di guide esperte per quanto underground. Passaggi obbligati questi per capire davvero se e quali siano le qualità di simili “medicine per la mente”, sia per rinnovare il campo delle neuroscienze sia per validare una visione del mondo meno materialista. E portano a riflessioni personali come la seguente:

Se non altro, queste esperienze mi hanno insegnato che è la nostra struttura psichica a contrapporsi tra noi stessi e nuove incredibili dimensioni di esperienza, sia relative al mondo esterno che alla nostra mente. La consapevolezza è qualcosa di ben più grande dell’ego, e possiamo apprezzarla non appena quest’ultimo si azzittisce. Questa dissoluzione dell’ego (o trascendenza) non va affatto temuta, bensì diventa il prerequisito verso qualsiasi progresso spirituale.

Pur mostrandosi scettico riguardo ai resoconti di taglio mistico (o finanche religioso) proposti in passato da note figure, tra cui l’autore britannico Aldous Huxley o lo psicologo americano William James, neppure Pollan può dunque evitare di ricorrere alla medesima terminologia per descrivere “l’ineffabile” delle sue stesse esperienze. Da navigato giornalista sta però ben attento a non cadere nella trappola dell’evangelizzazione – come è stato invece il caso di Al Hubbard, che tra il 1951 e il 1966 si stima abbia fornito legalmente l’Lsd a circa seimila individui in Usa ed Europa, e poi dell’etnobotanico visionario Terence McKenna scomparso nel 2000 – la cui eccessiva disinvoltura ha inconsapevolmente contribuito alla messa fuorilegge di queste sostanze e al conseguente blocco delle promettenti sperimentazioni scientifiche avviate degli anni ’50 e ’60. Né mancano le ripetute critiche a quel bagaglio socioculturale – lo stigma– che gli allucinogeni si portano dietro fin da certi eccessi della controcultura innescati da Timothy Leary, docente a Harvard poi trasformatosi in guru dell’acido, inclusa l’isteria mediatica e le leggende urbane sui danni irreversibili al cervello e l’ondata di suicidi (eventi mai comprovati).

In ogni caso, gran parte del testo Pollan rimane impegnato a scandagliare con rigoroso piglio investigativo le recenti indagini scientifiche e i test clinici in corso nel mondo anglofono, intervistando ripetutamente i ricercatori e gli esperti in prima linea: da Robin Carhart-Harris, co-responsabile delle prime scansioni high-tech del cervello umano sotto Lsd realizzate nel 2016 all’Imperial College londinese, al factotum della Maps (Multidisciplinary Association for Psychedelic Studies), Rick Doblin, fino alla massima autorità nel campo della micologia, l’autodidatta ed eclettico Paul Stamets. Un intero capitolo è dedicato alle odierne terapie psichedeliche autorizzate, riportando le riflessioni dei pazienti (e loro famigliari) coinvolti nei test in corso alla New York University e alla John Hopkins University di Baltimora sull’uso della psilocibina per alleviare l’ansia dei malati di cancro terminali, e alte sperimentazioni contro la dipendenza da nicotina (ancora alla Johns Hopkins) e da alcol (presso l’Università del New Mexico). Si tratta per lo più di resoconti positivi e promettenti, forieri di ulteriori studi relativi a un maggiore numero di soggetti, passo obbligato nel lungo processo verso la terapia legalizzata. E pur passando in maniera fluida da un aspetto all’altro dell’intricato percorso psichedelico, i vari capitoli del libro aderiscono a un inesorabile fact-checking ed evitano i toni semplicistici, senza nascondere rischi o problemi e proponendo un percorso multidisciplinare basato su un approccio sempre scettico e prudente.

Se c’è una conclusione che si può trarre dal libro, riguarda infatti l’urgente necessità di proseguire al meglio le sperimentazioni a tutto campo, evitando «certi facili entusiasmi della comunità psichedelica, ieri come oggi», come ha insistito Pollan anche nelle presentazioni dal vivo, inclusa quella tenuta al campus dell’Università del New Mexico ad Albuquerque a cui ero presente. Ennesimo evento da tutto esaurito: oltre 400 persone, per lo più di mezza età e a maggioranza femminile, insieme a gruppi di studenti e altri dell’ambiente accademico locale. A conferma del fatto che comunque sia il target primario di How to Change Your Mind sembra rimanere la middle-class americana bianca, soprattutto quanti poco o nulla sanno del percorso psichedelico dipanatosi nell’ultimo mezzo secolo. E pur a fronte del dibattito su pro e contro di queste sostanze innescato dal successo mediatico-commerciale del libro, resta da vedere se e quanto ciò potrà effettivamente “liberalizzare” le conseguenti terapie, al di là di pochi test clinici basati su criteri assai stringenti per i pazienti qualificati, i quali poi ricevono solo parziali rimborsi-spese e assai onerosi per gli enti che li promuovono, costretti a chiedere donazioni ovunque. La speranza è che, insieme all’avanzare della cannabis legale in molti Stati americani (e a breve anche in Canada, dopo l’Uruguay), l’efficacia terapeutica dimostrata dalle “droghe” psichedeliche possa far breccia in un proibizionismo che sembra scricchiolare ma vanta ancora il cruciale sostegno politici e legislatori Usa, se non più della maggioranza dei cittadini.

Michael Pollan

How to Change Your Mind: What the New Science of Psychedelics Teaches Us About Consciousness, Dying, Addiction, Depression and Transcendence

Penguin Press

pp. 480 $ 28

Il revival psichedelico. Promesse e potenzialità

Bernardo Parrella

A inizio 2018 partirà la terza e ultima fase di due test clinici sull’uso terapeutico dell’Mdma, monitorati dalle autorità Usa e basati sul protocollo speciale messo a punto dalla Multidisciplinary Association for Psychedelic Studies (Maps). Ne saranno interessati centri medici di Stati Uniti, Canada e Israele, per un totale di circa 300 soggetti volontari. Se tutto andrà come previsto, la sostanza psicotropa potrà essere legalmente prescritta dai medici statunitensi entro il 2021 per casi di disturbo post-traumatico da stress, depressione, ansia, alcolismo e altre turbe mentali. Molti pazienti potranno così trarre giovamento da quello che gli esperti definiscono “l’antibiotico della psichiatria”.

Nella primavera 2016 un team di neuroscienziati britannici ha diffuso le inedite immagini high-tech di soggetti volontari a cui erano iniettati 75 microgrammi di acido lisergico, rivelandone per la prima volta gli effetti sulle regioni cerebrali e aprendo un campo d’indagine di grande portata. «L’importanza di questo esperimento per la neuroscienza è paragonabile a quella del bosone di Higgs per la fisica», spiega  David Nutt, coordinatore della ricerca in partnership tra la Beckley Foundation e l’Imperial College londinesi.

Prosegue il boom dell’ayahuasca, il decotto di erbe psicoattive originarie delle foreste amazzoniche, a cui si rivolgono molti (con cerimonie tenute anche in Europa e in Italia, sul filo della legalità) per le sue qualità visionarie e introspettive, oltre che come potenziale rimedio per tossicodipendenza, ansia e disturbi psicologici, specialmente in casi resistenti ai comuni farmaci. E secondo un sondaggio condotto in Usa nel luglio scorso dalla società di ricerca YouGov, il 53% degli interpellati vede con favore la ricerca sui potenziali benefici terapeutici degli psichedelici, e il 63% è disposto, dietro consiglio e controllo medico, a considerare personalmente eventuali trattamenti con psilocibina, chetamina o Mdma.

Queste notizie d’attualità sono soltanto la punta dell’iceberg del forte ritorno d’interesse per gli allucinogeni a livello mainstream e nel contesto internazionale. Un percorso avviato oltre 20 anni fa, grazie alla rinnovata spinta della ricerca scientifica d’oltre oceano e in particolare ai test clinici (con il Dmt) avviati nel 1990 all’Università del New Mexico e poi nel 1999 alla Johns Hopkins University di Baltimora (con la psilocibina). Questa serie di sperimentazioni su soggetti volontari, legali e autorizzate, dagli Usa si è man mano estesa al resto del mondo, aprendo le prime brecce nel regime proibizionista tuttora in vigore. Fu Richard Nixon a volerlo nel 1971, quando gli psichedelici vennero inseriti nella classificazione più restrittiva (nessun valore terapeutico, forte rischio d’abuso, pene draconiane per l’uso ricreativo), e quindi messi fuorilegge anche per la ricerca scientifica. Norme poi riversate in un apposito trattato delle Nazioni Unite e replicate nelle normative dei singoli Paesi. In Italia le “sostanze stupefacenti” rientrano nella tabella I della legge n. 685 del 22 dicembre 1975, insieme a oppio e derivati, foglie di coca e anfetamine. Ciò nonostante il fatto che nei due decenni precedenti erano stati pubblicati un migliaio di articoli scientifici sui vari aspetti di queste sostanze, ribadendone le potenzialità psicoterapeutiche insieme a rischi e limiti, mentre oltre 40.000 soggetti volontari avevano preso parte a test di laboratorio e si erano tenuti almeno sei convegni internazionali sul tema.

Parallelamente all’ampio spettro della ricerca, l’odierna riscoperta degli enteogeni (termine più preciso e spesso e preferito non solo dalla comunità scientifica) va abbracciando molti altri aspetti del nostro quotidiano, a livello letterario, musicale, artistico, culturale e spirituale. E pur se il termine “rinascimento psichedelico” gira da parecchio, oggi appare l’esatta fotografia di questo fermento che va abbracciando diverse generazioni e i settori più disparati della società in ogni parte nel mondo. Di fatto il clima socio-politico è mutato, come è cresciuto il dovuto riconoscimento per un importante periodo storico della cultura occidentale, il periodo a cavallo tra la fin degli anni ’60 e i primi ’70, appunto. Al contempo è cresciuto l’interesse per pratiche come la meditazione e lo yoga, la ricerca interiore e i ritiri spirituali, i cui effetti in fondo non sono troppo lontani da quelli degli “stati alterati di coscienza”. Fino agli studi scientifici sulla consapevolezza e sull’evoluzione della coscienza, insieme a quelli sui cambiamenti della struttura molecolare nel cervello che sono alla base dell’esperienza psichedelica ma anche mistico-religiosa (ambiti che coinvolgono anche il Dalai Lama nel progetto “La scienza incontra il Dharma”).

D’altronde i tempi sembrano più che maturi per questo diffuso revival, vista la crescente percezione positiva nei confronti degli allucinogeni da parte dell’opinione pubblica americana e internazionale. Un percorso in parte analogo a quello che ha portato negli ultimi anni alla decriminalizzazione e all’impiego terapeutico della marijuana in molti Paesi. Uno scenario in cui rientra a pieno titolo, per fare un altro esempio, il diffuso ricorso alle microdosi psicoattive, dove l’obiettivo non è certo quello di sperimentare i tipici effetti psichedelici, bensì di usare dosi minime di Lsd o di psilocibina come stimolanti generali, per risvegliare la concentrazione e la creatività, in maniera analoga a certe sostanze nootrope. Il trend è in aumento tra i business professional e negli ambienti cultural-artistici, come pure per l’auto-cura di alcuni disturbi mentali (inclusi possibili effetti positivi per la demenza senile e il morbo di Alzheimer). Come rivelano articoli e resoconti facilmente reperibili su internet, vi fanno spesso ricorso i tanti che animano la Silicon Valley per incrementare la produttività o trovare soluzioni creative a impasse tecnologici. Né mancano dettagliati spazi informativi per il “fai da te”, dove ci si premura di segnalare anche limiti e pericoli di queste pratiche, oltre a manuali per l’auto-coltivazione dei “funghetti magici” (pur se tuttora illegale).

In aggiunta all’impegno di tanti ricercatori e attivisti, questa maggiore accettazione è dovuta anche a una diversificata produzione letteraria mirata a dipanare per il grande pubblico la storia socio-culturale dell’Lsd. Chiarendo, per esempio, che in buona sostanza furono il clima politico interno (in primis le accese proteste contro la guerra in Vietnam) e le dinamiche della Guerra Fredda a spianare la strada verso l’improbabile legame tra l’uso di psichedelici e i comportamenti “sovversivi” di fine anni ’60. È quanto emerge dalle pagine di Heads (2016), ovvero la “biografia dell’America psichedelica” proposta dal disk-jockey e attivista Jesse Jarnow, che riprende quel filone storico per introdurre personaggi poco noti al grande pubblico eppure centrali per la “cultura dell’acido”. Importante anche l’ampia indagine del 2017 proposta dal giornalista californiano Don Lattin (Changing Our Minds), che intervista la nuova generazione di “esploratori della coscienza” che considerano le piante sacre medicinali e le sostanze enteogene come strumenti cruciali per il benessere psico-fisico e per la crescita spirituale. Fino al recente testo del ricercatore inglese Ben Sessa intitolato proprio Psychedelic Renaissance, che mette a fuoco le tante anime che danno vita alla “psychedelic community” globale e sottolinea l’inevitabilità di assorbire queste innovative sperimentazioni nell’odierno quadro socio-culturale, con la necessità di riformare le normative proibizioniste e integrare le conoscenze tradizionali indigene con l’ambito scientifico e terapeutico occidentale. In italiano, utili le recenti traduzioni su questi temi pubblicate da Spazio Interiore, mentre la storica collana Millelire di Stampa Alternativa offre vari titoli di e su Albert Hofmann, il chimico svizzero che per primo ha sintetizzato e auto-sperimentato l’Lsd nel 1943.

Parimenti corposa la recente cinematografica, a partire dal documentario The Sunshine Makers, che racconta le vicende di due giovani intraprendenti e chimici improvvisati all’inizio degli anni ’60, Nick Sand e Tim Scully, responsabili della produzione di un tipo di acido particolarmente popolare, l’Orange Sunshine. Non mancano poi le pellicole sui vari aspetti legati alle cerimonie, incluso il fresco The Last Shaman e AYA: Awakenings (2014) che completano il quadro fornito dall’ormai classico Vine of the Soul (2010). Ricordando che sul fenomeno dell’ayahuasca abbondano i video su YouTube, in aggiunta all’ampia mole di informazioni reperibili su siti web e social media. Tra i film di gran successo, da ricordare poi Avatar (2009), che propone sequenze di intricate visioni e percorsi fantasmagorici chiaramente ispirati all’esperienza psichedelica, e dove la prevista scena di un simbolico rituale con l’ayahuasca solo all’ultimo momento è stata tagliata dalla versione finale. Gli psichedelici sono comparsi ripetutamente anche nella sitcom tv di maggior durata della storia american, i Simpson, mentre spesso i personaggi di South Park prendono in giro la criminalizzazione imposta agli allucinogeni. E anche il Dr. House, medico stravagante ma dotato di grandi capacità ed esperienza, protagonista dell’omonima serie tv di gran successo sulla Fox dal 2004 al 2012 (e ripresa anche in Italia), usa e somministra vari enteogeni per risolvere alcuni dei suoi casi clinici più complicati.

A livello musicale, oltre alle incarnazioni odierne dei Deadheads, perennemente al seguito degli amatissimi Grateful Dead fin dagli albori della controcultura californiana degli anni ’60, oggi va forte il filone della psychedelic trance, con remix e auto-produzioni sparse facilmente fruibili online, dalle molte tracce di Psytrance Mix su YouTube ai Visionary Shamanics Radio Show su Mixcloud.com. Insieme a eventi internazionali, come lo Psy-Fi festival dello scorso agosto in Olanda, che attirano migliaia di giovani e dove non mancavano stand d’informazione sull’uso delle sostanze e perfino servizi autogestiti di ‘riduzione del danno e dei rischi psichedelici’. Ambito in cui cresce l’impegno dello Zendo Project (emanazione di Maps, la non-profit Usa che fin dal 1986 è uno dei motori portanti di questo rinascimento sui generis) che nell’ultima edizione del festival iper-creativo Burning Man ha offerto assistenza a 456 persone sotto l’effetto di qualche allucinogeno e alle prese con momenti difficili o con un “brutto viaggio”.

Un quadro dinamico e coinvolgente a cui vanno aggiunti i molteplici convegni ed eventi che si svolgono periodicamente in varie parti del mondo. Tra questi la Psychedelic Science 2017, organizzata da Maps lo scorso aprile a Oakland, in California, che ha attirato 3.000 persone provenienti da almeno 39 Paesi; la bi-annuale Breaking Convention, la cui edizione londinese dell’estate scorsa (vedesi foto sopra) ha visto la presentazione di oltre 150 relazioni dei maggiori esperti mondiali; e la Seconda conferenza mondiale sull’ayahuasca, svoltasi nell’ottobre scorso a Rio Branco, nell’amazzonia brasiliana. In quest’ambito qualcosa si muove anche in Italia, con il convegno internazionale Diritto alla Scienza e Libertà di Ricerca sulle sostanze stupefacenti e psicotrope organizzato a fine settembre presso l’Università di Torino dall’Associazione Luca Coscioni, oltre alle attività della Società Italiana per lo Studio degli Stati di Coscienza (Sissc), tra cui dibattiti, seminari e la pubblicazione della rivista annuale Altrove. E l’etnologo Giorgio Samorini preannuncia sulla sua pagina Facebook iniziative collaborative sulle “terapie psichedeliche” inclusi corsi formazione presso le Usl locali.

Per concludere questa sintetica panoramica, vanno citati i tanti rilanci mediatici che un po’ ovunque alimentano e riflettono questa rinascita psichedelica, insieme a una copiosità di spazi online per informazioni e approfondimenti d’ogni tipo. Pur senza nascondere i possibili rischi o problemi legati all’uso di queste sostanze e ribadendone l’assunzione sotto controllo medico, il tratto comune dell’approccio giornalistico insiste sull’immediata rimozione del divieto di ricerca sugli psichedelici e sulla necessità di aprire al massimo il dibattito pubblico. È quanto hanno fatto, per esempio, prestigiose pubblicazioni scientifiche come Scientific American e note testate quali New York Times, Forbes, Rolling Stone ed Economist fino ai servizi mandati in onda da Bbc, Cnn e Pbs, con qualche tardivo rilancio anche nella scena nostrana. Ulteriori elementi a conferma del fatto che questa riscoperta a tutto campo degli allucinogeni promette ancora parecchio e merita più che mai l’attenzione generale.

Complessità e ricadute delle culture di rete

Bernardo Parrella

Pur con tutto l’annesso can-can mediatico, il fresco sbarco di Facebook alla borsa USA è stato un bel tonfo. Anzi, l'ennesima riproposizione della «bolla dot-com» di metà anni 1990, entrambe miseramente scoppiate. In dieci giorni il titolo ha perso 10 dei 38 dollari a cui era stato quotato e vale ancora 29,5 volte i profitti attesi per il 2014. Intanto Morgan Stanley promette rimborsi per chi ha pagato oltre i già gonfiatissimi 43 dollari ad azione, e insieme a Mr. Zuckerberg dovrà affrontare due cause legali per questo azzardato collocamento.

Una storia tutt'altro che bella, da aggiungere alla sfilza di fatti concreti e motivate critiche che da tempo vanno chiarendo, ad addetti e profani, i veri contorni del social network per antonomasia. Infrazioni alla privacy, account che spariscono o vengono clonati, campo libero a business e inserzionisti (i suoi veri utenti), ipercentralizzazione dell'uso della Rete. Tanti, insomma, i motivi per uscirne. Come ha fatto già due anni fa, insieme a decine di migliaia di persone, Geert Lovink, teorico delle culture della Rete e direttore dell’Institute of Network Cultures all’Università di Amsterdam. Per il quale «la motivazione primaria per unirmi all’esodo riguardava la crescente centralizzazione dei servizi internet offertici gratuitamente in cambio della raccolta di dati, profili, gusti musicali, abitudini sociali e opinioni personali… Quel che va difeso è il principio stesso delle reti decentralizzate e distribuite».

È quanto ci racconta lui stesso nel suo ultimo lavoro, fresco di stampa in Italia Ossessioni Collettive. Critica dei social media. Un pungente invito a fermarci un attimo e riflettere sugli effetti che certi social network hanno sulle nostre vite oramai sature di informazioni. Dove però non trapela né rassegnazione né pessimismo, quanto piuttosto una lucida analisi delle strutture politiche e del potere incorporati nelle tecnologie che modellano la nostra vita quotidiana. E anche qualcosa di più: un bel quadro su pratiche alternative possibili per riprenderci in mano la cultura di rete e la partecipazione concreta, sempre grazie all'onda lunga di un Internet tutt'altro che legata al fumo propostoci da cyber-utopisti vecchi e nuovi.

È per esempio il caso della cronistoria delle radio libere di Amsterdam, poi divenute «bivacco da campo» e infine pirata, per la delizia del mondo intero. Oppure quando si dettagliano le iniziali incursioni degli attivisti olandesi nella blogosfera irakena all’indomani dell’invasione USA per rilanciarne le dinamiche dal di dentro – tema oggi scomparso dai nostri radar perché, in bella sostanza, non fa più notizia. Né mancano ficcanti analisi della vita googlizzata nella società della consultazione online: sono i motori di ricerca (leggasi: Google) a creare automaticamente le nostre relazioni sociali, e «quel che percepiamo come personale viene ridefinito dal sistema come qualcosa da dare in pasto al motore».

In altri termini: prima era Internet a cambiare il mondo, oggi è il mondo che sta cambiando Internet. Eppure rimaniamo lì a coltivare la nostra ossessione collettiva per l’identità e il management di sé stessi, a cui vanno aggiunte la frammentazione e il sovraccarico di informazione della cultura online. Un quadro che lascia pochi varchi, se non, come invita ancora l’autore, alla necessità di «scavare nei conflitti concreti che emergono dalle condizioni esistenti in rete». Perché in questo lavoro, che riprende e amplia i precedenti sempre tesi ad affrontare in chiave critica i principali nodi tematici delle culture di rete, Lovink offre un panorama ancora più ampio e ben vissuto dal di dentro, evitando posizioni retoriche e rifiutando ogni integralismo o faciloneria che pure sarebbero conseguenza quasi diretta dell'odierno sfilacciarsi di tante modalità del digitale.

In questa prospettiva, ricorda Vito Campanelli nell’introduzione al volume italiano, l’analisi si sottrae alle paludi speculative dell’accademia e delle istituzioni culturali tradizionali che si sono mostrate del tutto inadeguate rispetto «alla fluidità degli oggetti mediatici di questa nostra era del tempo reale». Il quadro creato dalle pratiche del digitale è assai più complesso di tante semplificazioni odierne, e uno dei trucchi intepretativi sta nel non credere che non esista altra scelta che far parte di Facebook e Twitter e avere il telefono cellulare accesso 24 ore al giorno. Per non cadere vittima di speculazioni borsistiche nel peggio stile del dot-com, come pure di ossessioni collettive centrate sul «mi piace», l'unica è liberare le nostre capacità critiche e cercare di influenzare in modo diretto tecnologia e spazi di lavoro, convivialità e cyber-attivismo.

IL LIBRO
Geert Lovink
Ossessioni collettive. Critica dei social media
Egea (2012), pp. 304
€ 22,10 - e-pub € 15,99