Bergamo Jazz Festival 2019, un dinamico tour de force musicale

Archie Shepp, Ffoto Gianfranco Rota

Paolo Carradori

Quarantuno anni di storia si percepiscono. E come. Negli aspetti professionali della complessa macchina organizzativa e logistica, ma soprattutto nel coinvolgimento della città, di un pubblico sempre numeroso e attento che, a prescindere, frequenta i luoghi della musica perché Bergamo Jazz Festival funziona come un marchio di garanzia. Rispetto ai luoghi poi, il Teatro Donizetti è in ristrutturazione fino all’estate del prossimo anno, il festival si è aperto a spazi diversi della città, moderni ma anche storici, misconosciuti e di grande fascino. Un festival anche faticoso se vogliamo che con quattro/cinque proposte giornaliere ti costringe a un dinamico tour de force tra città alta e bassa se non ti vuoi perdere nemmeno un suono.

Dave Douglas, al suo ultimo mandato come direttore artistico, da sempre ha puntato alla proposizione di un amplio spettro di proposte, spesso però non convincenti. Lo fa anche quest’anno con un programma numericamente ricchissimo ma che del movimento jazzistico internazionale ci offre uno sguardo parziale. La sua istantanea non possiede una propria idea d’indagine, un’angolazione prospettica. Douglas pare voglia rassicurarci su un jazz dentro confini comunque riconoscibili, emarginando un’area di ricerca contemporanea molto vivace. In modo paradigmatico contraddicendo anche il proprio cammino di musicista. Ma questa è un’altra storia.

Ascoltare i grandi maestri della musica afroamericana è sempre un piacere. Archie Shepp è testimone fondamentale di anni straordinari, i 60’ e i 70’ del secolo scorso, quando sulla spinta del movimento free, sulla scia della lezione di Webster sul fronte strumentale e di Ellington su quello compositivo il sassofonista statunitense diviene portavoce avanguardia dell’emarginazione culturale degli artisti free. Lo fa con un linguaggio forte, un fraseggio aspro e rabbioso che non tradisce mai gli aspetti tradizionali di blues e spiritual. Oggi a ottantadue anni la rabbia si è naturalmente placata, ma sul palco del Creberg Teatro il grande saggio trova ancora momenti per graffiare con emozionante personalità. Anche a ricordarci le tematiche politiche del suo percorso con Revolution dedicato alla nonna nata in schiavitù, poi con un commovente omaggio a Coltrane Wise One, avventurandosi anche con una voce sporca intrisa di inflessioni blues in un bellissimo Lush Life. Lo affiancano il pianoforte di Pierre-Françoise Blanchard, il contrabbasso di Matyas Szandai e la batteria di Hamid Drake.

David Murray e Dezron Douglas, Foto Gianfranco Rota

Anche se più giovane potremo considerare un maestro anche David Murray. Soprattutto sul fronte strumentale, il suo sax tenore sviluppa un post-free che non disdegna robuste reminiscenze neworleansiane ma anche boppistiche, caratterizzate da un fraseggio radicale spesso fuori tempo e con dissonanze armoniche che sviluppano tensioni. A Bergamo si presenta in gran forma con una formazione che però si muove lontana dalla sua energia e ricerca del suono, salvo alcuni interventi del pianista David Bryant affascinato dagli spigoli monkiani e il colore modale di Tyner.

Restando sul fronte delle voci strumentali potremo proporre uno spregiudicato confronto tra due trombe. Quella glorificata e acclamata di Terence Blanchard con il suo “The E-Collective” sul palco del Creberg Teatro e quella della emergente Laura Jurd con i suoi “Dinosaur” sul palco dell’Auditorium di Piazza della Libertà. Blanchard sponsorizzato a suo tempo da Miles Davis, stimato autore di colonne sonore, vincitore di vari Grammy Awards, dal fraseggio legato e rilassato, presenta un set dove la musica non prende mai il volo. Evocando un groove funky noioso, ritmicamente ripetitivo il trombettista lancia e amplifica con l’elettronica suoni lunghi che non aprono mai scenari accattivanti e si perdono nel nulla. La Jurd dimostra non solo una già buona personalità sullo strumento ma prova ad esplorare - con Elliot Galvin al pianoforte e sintetizzatori, Conor Chaplin basso elettrico, Corrie Dick alla batteria - con freschezza, qualche fragilità, ambiti folk-pop dilatandoli con elettronica in ambienti sognanti e visionari, ritmicamente vitali. Una strada da approfondire ma già interessante.

Federica Michisanti Horn Trio, Foto Gianfranco Rota

Riguardo ai luoghi del festival l’Ex Oratorio di San Lupo del XVIII secolo è scenograficamente quello di maggior fascino con la sua accogliente aula rettangolare dalla quale si accede alle balconate dei due piani superiori. E suona benissimo. Qui si ascolta una dei concerti più intriganti del festival. La contrabbassista e compositrice Federica Michisanti presenta il suo “Horn Trio” con la tromba di Francesco Lento, il tenore e clarinetto di Francesco Bigoni. Confortati dal suo recente Silent Rides per Filibusta Records il live risulta ancora più coinvolgente. Una suite libera impreziosita da intrecci polifonici, che richiama al radicalismo quieto mai sopra le righe del cool, dove la tromba di Lento tra guizzi etnici alla Cherry, effetti di soffiato e note schiacciate, esprime notevole personalità e capacità di adesione al contesto sonoro. Altrettanto Bigoni che soprattutto al tenore mette un sound caldo e discorsivo al servizio di un linguaggio molto informale e visionario che non può non rimandare ai soli di Warne Marsh. La leader disegna una trama costante e densa, una ragnatela che intrappola tutti i suoni in uno scenario atematico, atonale, tutto interno ad un’estetica marcatamente europea. Nello stesso spazio un altro concerto al femminile. La violoncellista Anja Lechner presenta un programma affascinante quanto rischioso che va da Bach (Preludio alla Suite n.1 in sol maggiore) a Berio (Les Mots Sont Allés) attraverso Evaristo Dall’Abaco, Tobias Hume e Valentyn Sylvestrov, con intermezzi improvvisati. Il suono, il gesto, il tocco ci sono, ma una eccessiva omologazione dei materiali rende il set trasparente, senza un guizzo di personalità. Da una musicista della sua esperienza e frequentazioni trasversali ci aspettavamo di più.

Confermata anche la suggestiva location dell’Accademia Carrara. Nella Sala 18 al secondo piano dove troviamo opere riferite alla pittura veneta del secondo Cinquecento, in un angolo scopriamo la batteria e le percussioni di Amid Drake, il vibrafono di Pasquale Mirra. Un duo collaudatissimo, dalle infinite potenzialità espressive. La strada è quella dello sviluppo, della stratificazione di materiale immaginifico improvvisato dal vibrafono del quale Mirra spesso modifica e corregge timbro e sonorità trasformandolo in un puro strumento etnico. Drake lo affianca disegnando tappeti poliritmici, dilatando aspetti evocativo-ancestrali, che rimandano a Madre Africa, con l’uso della voce si trasforma in vero griot, poeta, cantore della tradizione orale. Pur se con qualche flessione di tensione un set come sempre avvolgente.

Premettendo di non aver seguito il set di Manu Dibango, la traccia africana di Bergamo Jazz 2019 risulta alquanto ambigua. Dobet Gnahoré, cantante, danzatrice, percussionista è una vera forza della natura, voce dalle mille sfumature, gestualità esplosiva e ritualità. La sintesi musicale dell’artista ivoriana che rimanda a varie culture e lingue africane però non convince. La chitarra di Julien Pestre, le tastiere e il laptop di Pierre Chamot e la batteria di Mike Dibo costruiscono un muro sonoro con una accentuazione ossessiva dei bassi, elettronica a mille, una trama che svilisce, appiattisce il contesto dei colori della Gnahoré. Risibile il siparietto dove la cantante usa maschere tribali. Un’Africa da cartolina turistica fuori contesto.

Gianluigi Trovesi, Foto Gianfranco Rota

Infine ci piace segnalare il concerto d’apertura al Teatro Sociale tutto dedicato ai festeggiamenti, con tanto di torta sul palco, per il compleanno di Gianluigi Trovesi nato settantacinque anni fa da queste parti. Due set piacevoli dove in qualche modo si ripercorre il luminoso percorso di Trovesi nel jazz europeo come compositore, polistrumentista, leader di vari progetti. Nel primo con formazioni agili si sottolineano l’amore per i ritmi balcanici che Trovesi risalta con un uso creativo di clarinetti e alto. Nel secondo con la Bergen Big Band diretta da Corrado Guarino, ospiti Manfred Schoof e Annette Maye, si ripercorrono alcuni capolavori del musicista bergamasco da From G To G a Now I Can, fino a Herbop, Dedalo, Hercab arrangiati dallo stesso Guarino. Una bella atmosfera cui aderisce il festeggiato con la nota ironia. Buon compleanno Gianluigi!

BERGAMO JAZZ FESTIVAL 2019

17>24 MARZO

Direttore artistico Dave Douglas