Perché insegnare filosofia a scuola: piccola lezione sul buonismo e sul grillo-leghismo

Federico Campagna

Da anni si discute se valga la pena di insegnare la filosofia nelle scuole. Di certo non aiuta a fare soldi, spesso fa passare la voglia di lavorare, quasi sempre produce soggetti difficili da integrare in società. Grazie al cielo, il Movimento 5 Stelle e i suoi alleati leghisti sono arrivati a sbilanciare decisamente il dibattito in favore degli umanisti filo-filosofi.

La questione, come tutti sanno, è quella del ‘buonismo’. La definizione stessa di ‘buonismo’ è la prova che vale sempre la pena insegnare la filosofia nelle scuole – perché per saper agire, bisogna saper parlare, e per saper parlare bisogna saper pensare.

Ma andiamo con ordine: cos’è il buonismo? Cerchiamo di analizzare filosoficamente questa strana parola che contiene un ancor più strano concetto. Per definizione, il buonismo è l’attitudine di quelli che vogliono essere buoni a tutti i costi. Di quelli che pensano che essere buoni sia il valore più grande, tale da sorpassare ogni altro interesse particolare. Ma chi sono i buoni? I buoni sono quelli che perseguono il bene. È nella parola stessa, come si dice. Quindi i buonisti sono quelli che pensano che la cosa più importante nel proprio agire sia perseguire il bene (a prescindere dalla definizione specifica di cosa sia il bene). Ma che cosa è il bene, in senso fondamentale? Il bene è la finalità dell’azione, o più esattamente è la finalità ultima di ogni agire. Insomma, il bene è la direzione generale che viene perseguita dall’agire razionale dell’uomo – ed è l’angolo specifico che consente di mettere in prospettiva tutti i diversi modi possibili di agire.

Proviamo a ricapitolare. I buonisti sono quelli buoni ad ogni costo. I buoni sono quelli che perseguono il bene. Il bene è il fine dell’agire razionale dell’uomo. Dunque i buonisti sono quelli che credono che l’azione debba seguire una direzione razionale. E quindi che cosa vuol dire il ‘basta-buonismo’ di gente alla Grillo o alla Salvini? Logicamente, e senza alcun dubbio, significa che bisogna abbandonare l’agire razionale. Che bisogna agire alla cazzo di cane, come direbbe un filosofo un po’ ubriaco. Ecco perché è importante studiare filosofia a scuola: perché ti consente di smascherare in quattro mosse le stupidaggini che abbondano sulla bocca degli sciocchi (o, più spesso, degli stronzi).

Ma facciamo un passo più in là e cerchiamo di dare una definizione filosofica anche alla posizione di chi si oppone al buonismo. La domanda è: cosa sono, fondamentalmente, Grillo, Salvini, i loro seguaci italiani e i loro epigoni internazionali?

Sant’Agostino ha dimostrato in maniera convincente che l’unica possibile definizione di male, è quella di ‘assenza o privazione di bene’. Il male non può avere una sua consistenza ontologica autonoma, ma può prendere piede solo come un buco all’interno dell’esistenza – poiché l’esistenza stessa, per definizione, è buona. Se quindi immaginiamo un’ideologia del buonismo, a cui si oppongono i ‘cattivisti’ Grillo-Leghisti, eccoci subito in mano una definizione solida e inoppugnabile. I ‘cattivisti’ non sono niente: letteralmente, incarnano il Niente, l’orifizio dell’esistenza da cui emergono gli ‘skata’, i ‘kaka’. La merda. Insomma, ecco spiegato perché bisogna studiare filosofia a scuola: per poter dimostrare in un minuto con calma e discernimento, che dire a un Grillo o a un Salvini che sono una merda (anzi, LA merda) non è un insulto ma un definizione ontologica.

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Crowdfunding

Virginia Negro

Nel 2008 un semisconosciuto Barack Obama riuscì con un budget limitato a mettere ko le macchine da guerra dello staff Clinton
e McCain. Internet si rivelò un’arma fondamentale non solo per intercettare sostenitori ma anche nell’incoraggiarli a partecipare al foundraising della campagna elettorale. L’attuale presidente Usa raccolse 500 milioni di dollari online grazie a piccole offerte: una cifra che stravolse completamente le sorti delle presidenziali americane. Ma non c’è bisogno di attraversare l’oceano: qui da noi Beppe Grillo ha fondato un movimento e riempito le piazze grazie, prima di tutto, al web.

La politica ma non solo. Anche illustri istituzioni come Il Musée du Louvre ricorrono al mondo virtuale e alle sue potenzialità economiche: l’ente parigino qualche anno fa riuscì a comprare Le tre grazie di Cranach da un collezionista con l’iniziativa Tous Mecenes (Tutti mecenati) che prevedeva donazioni di privati su Internet.

Questo paradigma si chiama crowdfunding, e vede nella potenza sociale della rete un innovativo modello commerciale. Il primo ad elaborare l’equazione pals, ovvero amici,
e capitale fu un informatico italiano, Alberto Falossi, creando Kapipal: una piattaforma dove far confluire il tam-tam dei social network con progetti in cerca di finanziatori.
Nel fenomeno crowdfunding degli sconosciuti naviganti del web investono in un’idea proposta da un altro utente, il cui fine può essere personale o meno, dall’aprire un ristorante,
al cambiare sesso (è successo a Boston), al sostenere una ricerca scientifica. È la colletta dell’era digitale.

La piattaforma Goteo, tradotto “goccia”, nata in Spagna ma già aperta all’Europa (a breve la versione tedesca), complica l’algoritmo, incorporando il sociale come valore aggiunto. Difatti Goteo propone progetti che abbiano un ritorno collettivo, che generino cultura, innovazione, educazione, dando nuova linfa alle risorse comuni. E perché l’operazione sia coerente lo stesso Goteo è “comune”, suscettibile di libero accesso e di ri-appropriazione da parte di qualunque utente: ovvero open source, codice aperto. Una libertà ricorsiva che la piattaforma garantisce attraverso la licenza Creative Commons, che permette la condivisione di informazioni, conoscenze, processi e risultati: chiunque, volendo, può intervenire, modificare o riprodurre i contenuti digitali.

Un progetto aperto già nel suo Dna, di paternità attribuibile ai due ingegneri informatici iberici Oliver Schulbaum e Anto Recio, Goteo rappresenta un’alternativa ai finanziamenti pubblici. Un esempio è la messa in marcia dell’iniziativa di giornalismo partecipativo tuderechoasaber, una pagina web che offre tutte le informazioni sulle istituzioni pubbliche in Spagna. Nel sito si pubblicano conti, bilanci e organigramma, ma è anche un luogo dove gli utenti possono richiedere informazioni: un team di giornalisti cercherà di dare una risposta.

I risultati di Goteo dalla sua nascita nel 2010 sono molteplici: decine di migliaia di utenti registrati, centinaia di progetti portati a termine raccogliendo migliaia di euro. Per evitare il rischio di deresponsabilizzare le istituzioni pubbliche, alle quali dobbiamo continuare ad esigere presenza ed efficacia, Goteo ha creato accordi con alcuni enti statali, che sono diventati finanziatori ricorrenti. La forza della collettività insieme all’appoggio istituzionale sembrano essere ingredienti vincenti: ogni giorno cresce il numero delle idee che vengono microfinanziate.

Grillo e il Quinto Stato

Carlo Formenti

Il successo elettorale del Movimento 5 Stelle sollecita un approfondimento dell’analisi in merito alle ragioni per cui non esiste una Occupy italiana. Molti attribuiscono questa assenza alla persistente egemonia delle sinistre radicali «classiche» (recentemente confermata dalla mobilitazione del No Monti Day). Personalmente ritengo più interessante ragionare sulla peculiarità della composizione di classe della nostra società, caratterizzata, da un lato, dalla relativa tenuta di strati proletari di tipo tradizionale, tuttora capaci di agire da attrattori politici per una parte dei lavoratori precari, dall’altro lato, dal limitato peso numerico e politico dei knowledge workers.

L’esito delle lezioni siciliane sollecita un’ulteriore riflessione sul secondo punto: mi pare ormai evidente che ampi strati del nostro «Quinto Stato» trovano rappresentanza nel Movimento 5 Stelle più che nell’area politico culturale di ispirazione neo/post autonoma. I giovani esponenti delle nuove professioni si riconoscono in 5Stelle per varie ragioni: sia perché ne condividono le scelte organizzative – una federazione di gruppi locali con forte autonomia –, sia perché ne apprezzano l’ideologia radicalmente «impolitica» (posto che l’etichetta antipolitica, coniata da partiti e media, ha valore puramente propagandistico), vale a dire il netto rifiuto del nostro marcescente sistema di democrazia rappresentativa, unito alla ricerca di modelli alternativi di democrazia diretta, nei quali ritroviamo aspetti – mandato imperativo e revocabilità della delega, scelta dei candidati via Web, allineamento degli stipendi degli eletti a quelli dei lavoratori comuni – che sembrano «copiati» da quelli adottati dagli insorti della Comune di Parigi.

Come spiegare la contraddizione fra questi princìpi e la leadership «monarchica» di Grillo (non molto dissimile, per inciso, a quella fra la leadership carismatica di Vendola e la base del suo movimento)? Si tratta di una contraddizione apparente, visto che stiamo parlando di soggetti sociali atomizzati ed eterogenei, che tentano di riaggregarsi attraverso un medium – la Rete – che promuove un paradossale mix di comunitarismo e individualismo, di orizzontalità democratica e di concentrazione/personalizzazione del potere. Sono caratteristiche che marcano i limiti di un’esperienza che, mentre appare destinata a ottenere lusinghieri risultati elettorali, rischia di afflosciarsi rapidamente in assenza di un chiaro modello interpretativo della società italiana, e di un conseguente progetto politico – soprattutto se e nella misura in cui, all’originario nucleo «creativo», verranno aggregandosi altri soggetti (piccoli imprenditori, artigiani, commercianti, ecc.), accomunati dalla rabbia contro la «casta» ed esasperati dalla crisi.

La domanda cruciale è tuttavia la seguente: esistono progetti politici alternativi, in grado di presidiare lo spazio politico fra i «vecchi» movimenti, egemonizzati dalla sinistra radicale, i grillini? L’area post operaista, che non a caso auspica più di ogni altra la nascita di una Occupy «made in Italy», sembra volersi candidare a svolgere tale ruolo. Il problema è che non esiste alcuno spazio politico da presidiare: da un lato, la sinistra radicale, con tutti i suoi limiti, incarna la resistenza operaia alla ristrutturazione capitalistica, dall’altro lato, 5Stelle rappresenta già, di fatto, una sorta di Occupy italiana. In mezzo, si vedono solo discorsi teorici sui beni comuni al di là della dicotomia pubblico/privato, su una riforma del welfare fondata sul reddito di cittadinanza, sul presunto «potere costituente» delle moltitudini.

Si tratta tuttavia di temi e parole d’ordine che, opportunamente tradotti e banalizzati, possono essere tranquillamente digeriti e incorporati sia dalla sinistra radicale «classica» che dai grillini. Il che rafforza un dubbio che, chiunque si consideri ancora comunista, non può evitare di provare leggendo il «non manifesto» di Negri e Hardt (appena uscito da Feltrinelli): è possibile che l’eresia marxista del postoperaismo si sta trasformando in una filosofia liberale di (estrema) sinistra? Il che spiegherebbe, per inciso, la fortuna della «italian theory» fra gli accademici d’Oltreoceano.

Dal numero 25 di alfabeta2, nelle edicole, in libreria e in versione digitale

Posti vuoti

Giorgio Mascitelli

I giornali hanno riportato, spesso con una punta di soddisfazione, la notizia dell’insuccesso della manifestazione contro un inceneritore organizzata a Parma a fine settembre dal movimento di Beppe Grillo. La mia impressione, tuttavia, è che questa battuta d’arresto sia molto meno importante per un movimento come il Cinque Stelle, i cui caratteri i principali sono la virtualità e la depoliticizzazione, di quanto lo sarebbe per una forza politica tradizionale. Per un movimento depoliticizzato non conta tanto l’impegno personale o la militanza, ma il numero di persone che scrivono “mi piace” su facebook; per un movimento virtualizzato non conta la capacità di costruire un’iniziativa di massa, ma dare l’impressione di poterlo fare in qualsiasi momento.

Sarebbe sbagliato attribuire questi caratteri al populismo di quel movimento oppure alla sua natura prevalentemente mediatica e internettiana, perché in realtà essi sono tratti fondamentali della nostra società che si manifestano con maggiore immediatezza in certe situazioni. La virtualità, per esempio, come pratica sociale, non come categoria logica, non è un carattere dell’informatica, ma è tipica del mondo della finanza: è virtuale il carattere degli strumenti finanziari (opzioni, swap, future, pronti contro termine ecc.) che governano il mondo e dunque si virtualizza la società (e con lei la rete). Ed è ormai quasi una banalità trita ricordare che lo svuotamento del senso politico della cittadinanza e degli spazi di democrazia è direttamente connesso in primo luogo con le pratiche spettacolari del capitalismo e in secondo luogo con l’abbandono di ogni controllo statale sui flussi monetari concesso alla finanza internazionale dopo la caduta del comunismo sovietico.

È possibile avere una controprova della veridicità di questa tesi, se si analizza l’unico avvenimento in questi anni in Italia in controtendenza rispetto alle derive virtualizzanti e depoliticistiche della società ossia la duplice campagna elettorale per il sindaco di Milano e i referendum sull’acqua. In quel caso perfino la novità tecnica di maggior rilievo, ossia la capacità per la prima volta della rete di ridimensionare e infine sconfiggere il tradizionale potere televisivo, era subordinata al fatto che vi era stata una partecipazione di massa, cioè politica, alla campagna elettorale perché si avvertiva a ragione che vi era una posta in palio reale. Era in questo contesto di ripoliticizzazione che si era dispiegato quell’elemento di ottimismo della volontà, che proprio per la sua imprevedibilità è l’unico in grado di scompaginare le cose e di occupare i posti altrimenti vuoti di una cittadinanza politicamente attiva. Laddove questo non esiste, sussistono solo tecnici del governo e tecnici dell’opposizione e un volgo disperso che nome non ha.

Del movimento di Beppe Grillo, come di altri prima di esso, si suole dire che ha successo perché è populista, a me pare che sia vero proprio il contrario: è populista perché ha successo ovvero in una società depoliticizzata c’è il rischio che l’unica casella dell’opposizione sia quella populista. E poi anche l’uso della categoria di populismo diventa sempre più difficoltoso: a furia di definire populista qualsiasi istanza estranea agli interessi di banchieri ed eurocrati, come sta pericolosamente facendo la stampa responsabile, c’è il rischio che si crei veramente una situazione di ribellione delle èlite, tanto per citare qualcuno come Christopher Lasch, che era dichiaratamente populista; una situazione, cioè, in cui le classi dirigenti anche le più decenti, vivano con distacco e come avvenimenti di un altro pianeta le dinamiche delle società in cui abitano. Provvisoriamente, perché siamo nell’era della globalizzazione e uno è libero di andare a vivere dove vuole, a parte quelli che sono costretti ad andare a vivere dove vogliono gli altri.

Lo sciopero dei moderati

G.B. Zorzoli

La slavina del primo turno nei ballottaggi è diventata una valanga di astensioni dal voto da parte dei moderati. Uno sciopero contro le forze politiche (Pdl, Lega) cui per vent’anni mai avevano negato l’appoggio (l’unica vittoria netta del centrosinistra, nel 1996, è stata resa possibile dal rifiuto della Lega di allearsi con Forza Italia), Quando, vedi Parma, al ballottaggio era presente un’alternativa al centrosinistra diversa dai tradizionali partiti di centrodestra, lo sciopero dei moderati non c’è stato: in tanti a votare Pizzarotti. La controprova viene da Genova, dove l’avversario di Doria era un uomo del cosiddetto terzo polo, dove ad abbondare sono i transfughi dal centrodestra (a cominciare da Casini): lì la percentuale dei votanti al ballottaggio è stata fra le più basse.

L’ha riconosciuto esplicitamente anche Alfano, che non avrà molto carisma, ma non manca di intelligenza politica. La sua diagnosi del voto - gran parte del tradizionale elettorato del centrodestra ha disertato le urne perché l’offerta politica era inadeguata – è più realistica di quella fornita, mi auguro in modo affatto strumentale, da Bersani. D’altronde che la capacità di attrazione del PD sia bassa, lo conferma non tanto il successo di Orlando a Palermo (dove hanno pesato non poco particolarità locali) quanto quello di Doria a Genova e, nelle scorse amministrative, di Pisapia a Milano e di de Magistris a Napoli, solo per citare i casi più eclatanti.

L’affermazione del movimento Cinque stelle non basta a dissipare i dubbi sulle prospettive aperte dalla crisi complessiva che ha investito il nostro paese. Pochi giorni fa, in questa stessa sede, ne ho messo in evidenza i limiti attuali e le difficoltà che si frappongono a una sua trasformazione in soggetto politico nazionale, capace di un’efficace proposta alternativa. Quasi certamente avrà un certo successo alle prossime elezioni politiche, subito dopo sono elevati i rischi che rapidamente si sfasci, in caso contrario potrebbe dare vita all’equivalente della Lega, semplicemente sostituendo la sfida a «Roma ladrona» con quella a «l’Italia dei ladroni». Mi auguro che non sia così, però... I dubbi si trasformano in timori riflettendo su quanto sia improbabile che il tradizionale elettorato di centrodestra opti per il non voto anche in occasione delle politiche. Per protesta si possono consegnare i comuni al centrosinistra, non il governo centrale: sarebbe troppo rischioso.

Solo un collettivo autodafé, difficile persino da immaginare, potrebbe impedire la riproposizione di una forza politica di centrodestra dotata di una credibilità almeno pari a quella di cui gode oggi il centrosinistra. Quali forme assumerà – un novello Berlusconi?, un Pdl riverniciato? – è per il momento impossibile prevederlo. Non si può nemmeno escludere del tutto che lo diventi il movimento Cinque stelle o una sua costola. Mai come oggi il pessimismo della ragione è prerequisito per programmare il futuro.

Nel vuoto politico

G.B. Zorzoli

Lo straordinario successo alle recenti amministrative del movimento Cinque Stelle lungi dall’essere il trionfo dell’antipolitica è la riproposizione dell’unica politica possibile nella situazione attuale. Articolato in una rete di gruppi locali autoorganizzati, ai quali Grillo si è sostanzialmente limitato a fornire il logo e un mix di critiche politiche feroci, ma corrette, e di messaggi politici inframmezzati da svarioni e da invettive ingiuriose in stile plebeo (alla Bossi, tanto per intenderci), dove ha conseguito risultati elettorali di rilievo il movimento è rappresentato da persone abbastanza giovani, tendenzialmente di livello culturale e/o professionale superiore alla media, inserite nel contesto locale, che in un linguaggio depurato dal tradizionale lessico politico sono state capaci di proporre soluzioni a problemi sentiti tali dalle comunità a cui si rivolgevano.

Soltanto i rentier della politica potevano stupirsi di un risultato che sarebbe stato ancora più eclatante senza l’inerzia che tradizionalmente caratterizza la traduzione in consensi elettorali di messaggi politici dirompenti. A breve i grillini dovranno però darsi un programma per le elezioni politiche ed è alto il rischio che l’assenza di un modello interpretativo della società italiana (per tacere di quanto si muove a livello internazionale) e di una consolidata abitudine al confronto interno esalti l’eterogeneità delle esperienze e degli orientamenti maturati localmente. Gli effetti inerziali potrebbero comunque garantire un’affermazione elettorale, tuttavia difficilissima da gestire, come conferma un’esperienza analoga, consumatasi in una fase simile all’attuale.

In reazione alla crisi della prima repubblica e alla degenerazione dei partiti che l’avevano provocata, all’inizio degli anni ’90 si sviluppò in Italia una «rete di presenze», inizialmente di matrice cattolico-democratica, nella quale in pochi mesi confluirono gruppi di diversa estrazione politica ed esponenti della cosiddetta società civile, che diedero vita al «Movimento per la Democrazia - La Rete».

Oggi quasi nessuno se ne ricorda più, ma i successi nelle elezioni amministrative dei primi anni '90 proiettarono i «retini» al centro dell’interesse del mondo politico e dei media. Presentata come alternativa «di sinistra» ai partiti tradizionali, alle elezioni del 1994 la Rete riuscì ad avere una rappresentanza parlamentare, che ebbe però vita breve. Quando il movimento dovette cimentarsi con i problemi posti dalla crisi politico-economica, a coprire l’eterogeneità della «rete di presenze» non bastarono più i messaggi predicatori di Leoluca Orlando (chi si rivede!), che svolse allora un ruolo analogo a quello ricoperto oggi da Grillo.

Nel vuoto di una proposta politica alternativa le elezioni del 1994 le vinse Berlusconi. Anche dell’illusione che bastasse il crollo della DC per aprire spazi a sinistra, è opportuno ricordarci oggi, con il Pdl ai minimi storici. Perché la storia non si ripeta, dobbiamo misurarci anche con il non facile compito di concepire modelli interpretativi non troppo semplificati (o settoriali) rispetto alla complessità economico-sociale che devono analizzare. E imparare dagli informatici la capacità di fare networking per affrontare problemi altrimenti insolubili.

La sindrome del meet-up

Alessandro Cannamela

«In occasione del primo Vday, (Beppe Grillo ndr) gridando dal palco «I partiti sono morti!» lanciò un grido di allarme su un fenomeno allora in corso, oggi sotto gli occhi di tutti, completamente compiuto. Insomma Grillo l’aveva previsto, e da quel momento i «cadaveri», parlarono espressamente di antipolitica, per difendersi da un movimento che lentamente li sta spazzando via.

La rete, infatti, può rappresentare la nuova resistenza, azzerando la vecchia politica, e in questo senso attraverso il web ognuno vale uno, i leader politici sono una contraddizione in termini, non hanno senso. Il web è istantaneo, e ha una memoria eterna, qualsiasi articolo resterà in una cache a disposizione di tutti. I dinosauri che smentiscono il giorno dopo, ritrattando, sono anch’essi passati alla storia di ieri».

Esordisce così la recensione del libro Siamo in guerra. La rete contro i partiti[1], un testo realizzato a quattro mani da Beppe Grillo e Giuseppe Casaleggio, scritta nel blog Il Grillaio del meet-up di Altamura, in Puglia.

Questa citazione potrebbe rappresentare un vero inno del populismo formato web, di cui il libro in questione è sicuramente uno dei testi sacri. Il web come vettore di informazione e luogo di scambio di conoscenza: è questa l’architrave della riflessione condotta da coloro che, tra i primi, hanno provato a rendere internet un terreno della contesa politica. Riflessione che non possiamo che condividere: la potenza di scambio e il volume delle informazioni che circolano sulla Rete non ha evidentemente alcun paragone possibile. La sensazione che si prova navigando è la sensazione di linkare una biblioteca multidimensionale, di possedere o di poter accedere a qualunque informazione, e a qualunque segreto, naturalmente. Non servono più filtri nella società di internet e dunque ciascuno è titolato a discutere di tutto: nell’era dei tecnici e dei tecnicismi invocati da tutte le parti in campo, la rete rappresenta ciò che di più intersettoriale esista, un bar virtuale in cui poter discutere di tutto invocando (anzi linkando) la congruità, la verità dei propri argomenti. Ovviamente le informazioni a cui si accede possono essere anche tra loro contrastanti, e dunque qualunque tesi è lecita poiché qualunque argomentazione a suffragio di essa lo è.

Il secondo assunto dei nostri commentatori è la distruzione del livello di mediazione istituzionale: niente più partiti, ma in definitiva, potremmo dire, niente più comunità. Nel web ognuno vale uno, nessuno rappresenta nessuno, si compie la democrazia perfetta dell’individuo. Del resto la politica emozionale degli ultimi anni ci ha abituati a enucleare i problemi di ciascuno senza perdere neanche del tempo nel processo del problem solving. È sufficiente, per arrivare al cuore (o alla pancia) delle persone, enunciare il loro specifico problema, la loro specifica difficoltà personale.Individuale: è la politica dello sfogo delle frustrazioni, sostanzialmente delle incomprensioni di ciascuno, più che il processo collettivo della soluzione dei problemi comuni.

Anche il fenomeno dei meet-up o, se vogliamo uscire dall’esempio grillista, delle comunità virtuali, vive di una transitorietà assoluta – i gruppi cambiano continuamente – riproducendo peraltro la figura del leader, o forse dovremmo dire dell’opinion leader, nel microcosmo della micro organizzazione virtuale. In altre parole, la tesi per cui non esistono più leader politici è contraddetta dall’esplicarsi della realtà, dal sorgere spontaneo di figure trascinatrici a livello macro (Beppe Grillo) o micro (i vari capi delle sezioni locali dei meet-up). Detto altrimenti, ai limiti tipici dei movimenti, queste aggregazioni aggiungono il fatto di non accompagnare una evoluzione reale nella forma dell’organizzazione. La rete riproduce dinamiche verticalizzanti in modo naturale.

Perché, però, dovremmo definire «populiste» dinamiche di aggregazione politica spontanea sulla rete che si manifestano con forme precipue? Lo facciamo per alcune ragioni sostanziali: la prima, già accennata, attiene al carattere individuale delle rivendicazioni, che potremmo definire sterili, che non cercano soluzione, ma testimonianza; la seconda concerne il tema del linguaggio. Non intendo scendere in polemica con i toni forti del V-Day o di altre forme di espressione «colorite», quanto piuttosto provare ad analizzare le forme in cui sui vari social network i militanti della rete colpiscono i propri obiettivi. Le bacheche dei politici o quelle dei siti istituzionali sono tempestati di attacchi ripetuti, una sorta dispam continuo, di mind bombing, un loop che con argomentazioni scarne e riferimenti a linkdi siti di «controinformazione» amici, insistentemente afferma, più spesso insinua e denuncia. In questo è assai evidente la somiglianza con la tattica televisiva cara a Silvio Berlusconi, per cui era sufficiente ripetere continuamente una cosa per farla apparire vera o verosimile: la rete, che conserva i dati e le affermazioni, è una straordinaria e naturale cassa di risonanza.

Infine, traspare nelle fluttuazioni della rete, e in particolare dei social, l’onda del consenso e la capacità di alcuni di cavalcare le opinioni giuste. Nell’annichilimento della realtà e del materialismo, trionfa l’opinione liquida e facile, quella che trova riscontro immediato nell’apprezzamento del pubblico. La rete si trasforma nello studio televisivo ideale, dove tutti sono connessi e le affermazioni possono trovare facile riscontro e automatica scientificità. Questa costante rinegoziazione delle idee conduce inesorabilmente ad assumere posizioni particolari, ad esempio, sul tema immigrazione o sulle vertenze locali, accomunate dalla sindrome nimby, e che dunque non possono che avere un giudizio netto e contrario da parte degli agitatori della rete.

È però interessante notare un fenomeno recente che, seppure destinato a breve durata, colpisce l’attenzione per il suo carattere peculiare: la bolla di consenso attorno al governo Monti ha dimostrato a tutti noi come del populismo (in questo caso definibile come «dell’unità nazionale») possa beneficiare anche un governo che non esercita teoricamente funzione politica. La rete ha rappresentato nei giorni dell’elezione del Professore a Palazzo Chigi un’autentica arena in cui alcune idee (avverse ai dogmi del sacrificio, del rigore, dell’austerità) erano bandite: assistevamo dunque all’emergere dell’ultimo fenomeno tipicamente populista, ovvero la censura delle idee, anzi l’autocensura dell’opinione da parte degli esclusi.

Tutto vorremmo con queste nostre argomentazioni, però, tranne che condannare o biasimare la rete; essa è uno strumento eccezionale; come qualsiasi strumento, tuttavia, e in particolare come qualsiasi strumento mediatico nato nella società di massa, può essere usato in modi differenti e, più o meno, corretti. Astenendoci dal giudizio. Conducendo un’analisi dei processi di aggregazione sulla rete, si può semplicemente constatare che in quella sede emergono fenomeni di natura intrinsecamente populista. D’altra parte, nel declino dell’era della televisione e, conseguentemente, della deformazione di quello strumento di informazione a fini politici, il populismo non può che passare dal web, ovvero dallo strumento oggi privilegiato per la diffusione delle informazioni, in cui, parafrasando un fenomeno pop degli anni Novanta, ciascuno è padrone a casa sua.

[1.] B. Grillo, G. Casaleggio, Siamo in guerra. La Rete contro i partiti, Chiarelettere, Milano 2011.

Vedi anche: http://www.alessandrocannamela.it/?p=977