Fenoglio in potenza

Lorenzo Esposito

Della giustamente famosa lettura con cui Calvino illuminava Una questione privata di Beppe Fenoglio si ricorda facilmente lo slancio fraterno (peraltro storicamente e generazionalmente più che giustificato: “…il romanzo che tutti avevamo sognato, quando nessuno più se l’aspettava”; “il libro che la nostra generazione voleva fare, adesso c’è”…) e meno facilmente l’analisi acutissima in profondità che letteralmente liberava il romanzo, proprio lo restituiva all’impeto che continuamente ne sollecita pagine e parole (libertà di ricordare, libertà di interpretare, libertà di vivere..): “Ed è un libro assurdo, misterioso, in cui ciò che si insegue, si insegue per inseguire altro, e quest’altro per inseguire altro ancora e non si arriva al vero perché” (sia detto per inciso poi che l’acutezza di Calvino sta anche e soprattutto nel saltare a pie’ pari le pur necessarie archeologie e ristrutturazioni dei diversi strati e stati di incompiutezza dello scrivere fenogliano, avendo forse intuito che le giornate di fuoco dello scrittore d’Alba erano invece tutte comprese e davvero aggrappate all’infinito bellissimo del non finito).

Ma resta il fatto che un’analisi siffatta dovrebbe di per sé e a dir poco interessare qualsiasi cineasta o appassionato che si interroghi sull’immagine o su quel che ne resta (“..e quest’altro per inseguire altro ancora e non si arriva al vero perché”: ricordiamo almeno Godard quando sostiene, parlando non solo del fare film, ma guarda caso facendo l’elogio dell’amore, “per pensare una cosa se ne pensa un’altra”). E dunque poiché certe cose date per certe finiscono per rispondere solo a se stesse, bisognerà pure ammettere la sorpresa di vedere che a interessarsene siano infine due registi come Paolo e Vittorio Taviani. Non perché la questione (privata) non sia alla portata, ma per quella loro dedizione all’artificio, al gusto della ridondanza anche nei passaggi più selvaggi o paesaggisticamente deliranti (con l’eccezione sempre e comunque del rosselliniano Padre padrone), nonché all’ossessione retorica per il recitato (dove tuttavia di nuovo le sorprese non mancano e per giunta costituiscono un filo rosso che lega inizio e fine di una filmografia, dalla scoperta di Gian Maria Volonté in Un uomo da bruciare nel 1962 alla definitiva esplosione di Luca Marinelli nei panni del partigiano Milton oggi).

Tutti elementi che sembrano marcare una distanza dalla voce così appartata e insieme così pronta all’impazzimento di uno scrittore come Fenoglio (il fatto per esempio che trarne un film sia stato fin da subito – pur nelle differenze da lui stesso più volte ricordate – un desiderio di Giulio Questi, partigiano scrittore cineasta atipico e devoto al ghigno, allo scatto bruciante fra parola e immagine, al contrario non stupisce affatto).

E infatti, diciamolo subito, Una questione privata di Paolo e Vittorio Taviani non è un film assurdo né misterioso nel senso indicato da Calvino, anzi sceglie coscientemente di declinare la veemenza del romanzo su una linea tutta sapientemente orizzontale, laddove in Fenoglio si tratta di trattenere il fiato mentre si è sottoposti (anche nella lettura) al sussulto continuo di autentiche verticali spezzate, salite discese sconvolgimenti accecamenti nella nebbia addirittura maniacali, e la febbre sempre negli occhi (anche qui tuttavia, meglio non dare nulla per certo, anche perché i Taviani qualche inatteso salto mortale, come vedremo, lo tentano). Eppure. Eppure qualcosa di notevole c’è e va registrato. Prima di tutto la presenza produttiva di Ermanno Olmi. Se ci si sofferma un momento a pensare al lavoro che Olmi ha portato a termine solo tre anni fa con Torneranno i prati nei termini di un’ascesa visionaria dell’occhio fino a concepire la guerra stessa come fuoriuscita da sé della natura (umana animale vegetale tutt’uno), ebbene il film dei Taviani, prolungando questo discorso dalla Prima alla Seconda guerra mondiale, si configura come parte evidente di un progetto unico. O forse sono stati i Taviani stessi a vedere nel film di Olmi la possibilità di tornare con forza a percorrere certi sentieri interrotti del loro cinema con la medesima carica testamentaria e perciostesso capace di intervenire sul contemporaneo (e in parte un film sbilenco e fragile ma curiosamente libero e a suo modo sperimentale come Cesare deve morire potrebbe a sua volta esserne considerato l’annuncio).

La cosa paradossale è che, posta la questione così, i Taviani si avvicinano di più al precipitato di Fenoglio quando in qualche modo lo tradiscono (non purtroppo nei pedìssequi flash back della storia d’amore con Giorgio e Fulvia, che avrebbero avuto bisogno di un Vittorio Cottafavi, più precisamente del Cottafavi del Diavolo sulle colline che, fatta salva la non tanto sottile distinzione del Contini fra Pavese e Fenoglio, coglie quel vuoto pauroso e rabbioso dei giovani sotto il fascismo con la guerra alle porte e poi travasato al fascismo di Salò in una forma valida per entrambi gli scrittori, e che probabilmente non è nelle corde dei Taviani). In poche parole le scene più fenogliane sono quelle non presenti nel romanzo, soprattutto l’intuizione unica nel suo genere del fascista sadico sterminatore di partigiani che auto-sconvolge la propria prigionia a ritmo di jazz: non c’è bisogno di parole, c’è solo l’immagine ossessa e inquieta e il sonoro ruvido e folle, e c’è l’ammutolimento di Milton (e di tutti i partigiani presenti a quel circo) – la cui “pazzia” i Taviani mostrano qui finalmente di aver compreso – che suo malgrado riconosce nel fascista un suo fratello emotivo, gli vede la febbre lucida cucita addosso (e ciò vale per gli altri cosiddetti tradimenti del romanzo, quasi sempre sequenze belle e senza dialogo – tranne il finale, su cui bisognerà dire – dalla bambina sdraiata accanto alla madre morta all’incontro di Milton coi genitori fino a certi interventi di Marinelli in stato di grazia).

Ecco cosa intendeva Calvino con la parola assurdo: Una questione privata è un libro assurdo non perché schizoide ma perché si inserisce pazzamente e trasparentemente nel punto in cui l’assurdità della guerra (come l’assurda Natura di Olmi) fuoriesce da sé, anzi l’assurdità della guerra civile, della Resistenza come guerra civile (sempre pensato che a sua volta Fenoglio con la parola “privata” non si riferisse solo al suo legittimo desiderio di scrittore di non essere identificato come il cantore della Resistenza, ma segretamente volesse dire che la guerra civile tutta in Italia era una questione privata, nostra, tutta nostra, al punto da risultare, al pari dell’unità d’Italia, col passare degli anni vieppiù irrisolta – e basta guardarsi in giro oggi per rendersi conto quanto purtroppo avesse ragione...).

Il fatto è che i Taviani interpretano la corsa senza fine di Milton come un modo in cui la pazzia d’amore gli fa dimenticare tutto, compreso l’orrore della guerra, mentre invece mai come in quella fuga Milton si avvicina (senza arrivarci, dice Calvino) al cuore, al perché della guerra. Da qui si spiega il finale, coerente con questa posizione, con cui i Taviani cercano una conclusione a ciò che Fenoglio ha lasciato aperto (ma siamo poi così sicuri?). Coerente (e invero coraggioso), ma forse non così perspicace nell’accettare la forza dell’incompiutezza fenogliana, nel riscoprirla per quello che era davvero: la parola in potenza, la sua possibilità pura, compimento autentico della Liberazione.

Paolo e Vittorio Taviani

Una questione privata

Italia, 2017, 96’

Perì di noi gran parte

Paolo Terni

Le colline di Cesare Pavese e di Beppe Fenoglio – quelle Langhe variamente ripartite a seconda dell’altitudine, della distanza dal Tanaro, da Alba o del graduale loro intuire il mare – occupano ancora uno spazio letterario dignitosamente mitico pur consolidato, con orizzonti diversi, dall’aura leggendaria che irradiano storici pionieri locali, come Luigi Einaudi e Nuto Revelli. E il Buon Governo, la Resistenza o altri universi ideali da loro praticati e celebrati sono lì dotati di solidi radici comuni, frutto della coerente lettura delle viti, ceppi, vigneti, del Barolo, Dolcetto e Nebbiolo che ne costituiscono il concreto modello di riferimento.

Modello non privo di stranezza e follia laddove – in aree segretissime, imprevedibili, note solo a cani bastardi, banali e inoffensivi (ma in realtà amatissimi animali devozionali, onorati come lo sono, in India, alcuni sacri bovini) – capricciosamente generino (e poi gelosamente celino) il corposo e squisito, tartufo bianco… E i figli delle Langhe abitano lo stesso modello ove terragna solidità non disdegna capricci, stranezze o follìa in saporiti amalgami…

Giulio Einaudi non ha mai tradito questo suo modello e l’ormai ottantenne sua casa editrice ne è stata la fedele rappresentazione, sicuramente finché Giulio ne determinò compiutamente le sorti. E lo stesso poteva dirsi quando, con l’intento di onorare la memoria del padre Luigi appena defunto, non condivise il proposito di un tradizionale monumento funebre ma ideò una iniziativa sorprendente, anch’essa un po’ folle, immaginando di definire e realizzare il prototipo di una moderna biblioteca civica a Dogliani, luogo dei «Poderi Einaudi» faticosamente acquistati, lavorati e ampliati dallo stesso Luigi intorno alla magnifica dimora di famiglia in località San Giacomo.

E intorno all’idea di Giulio fu mobilitata una cospicua équipe di talenti ove spiccavano Bruno Zevi, che ne firmò l’architettura e lo storico Delio Cantimori, personaggio di riferimento della miriade di persone interpellate con questionario per suggerirne il catalogo ideale. E «la folle impresa» nacque sulle rive del Torrente Rea in forma metallica, luminosa, rossa, ornata di una splendida stele – alta, elegante, nera – dello scultore Nino Franchina: e fu, cinquant’anni or sono, una gran festa non solo ufficiale ma assai partecipata.

A qualche mese di distanza seguì la pubblicazione del catalogo in forma di Guida alla formazione di una biblioteca pubblica e privata, opera ove un’ampia dissertazione del suo primo padre spirituale – lo stesso Cantimori – ne accompagnava le scelte e ne commentava la metodologia. Il mondo di una conservazione bibliotecaria allora retriva e timorosa e di un pensiero politico strutturalmente foriero, ahimè, degli attuali oscuri sviluppi, reagì con evidente ostilità: notevole eccezione fu invece quella, illuminata, di alcune istituzioni e associazioni umanitarie e civiche o di lotta all’analfabetismo operanti nel Mezzogiorno cui furono assegnati fondi pubblici, mirati proprio alla riproposta del modello nelle loro diverse realtà…

Proprio oggi si celebra il cinquantenario dell’iniziativa che, ormai, meriterebbe più di quanto sinora (e comunque) è stato correttamente documentato: una storia completa, valutazioni compiute, ulteriori possibili sviluppi… La sorte ha voluto che venisse a mancare – proprio in questi stessi giorni, come a ulteriormente sanzionare la fine di un’epoca – l’ultimo Presidente della casa editrice, Roberto Cerati, carissimo amico e storico «complice» dell’editore Giulio.

Chi scrive è stato attivamente partecipe dell’allora temerario progetto e delle prime, delicatissime, fasi della sua realizzazione: e oggi osserva questa Langa ormai turistica, colonizzata da nuovi residenti di ogni ricca provenienza, anche cementificata… E vede quello strano congegno scarlatto accanto alla sua metallica stele nera con sentimenti misti di nostalgia e di speranza…

E viene tentato dal riproporre quanto ebbe a scrivere in prefazione dell’ultima edizione della Guida alla formazione di una biblioteca (elaborata assieme a Ida Terni Einaudi e Piero Innocenti) ossia: «Si tratta di una nostra rabbia, lucida e testarda. La rabbia di chi pubblica libri letti da pochi e vorrebbe che i pochi fossero tutti. La rabbia di vedere tanti libri resi sordi e muti per la paura di lasciarli parlare. E la rabbia per il poco sforzo che ci sarebbe da fare – e che non si fa – per capovolgere la situazione, per dare a tutti gli strumenti dell’intelligenza e la forza della parola».

Cinquant’anni di un’utopia in forma di biblioteca

La primavera dei banditi

Uno speciale su Beppe Fenoglio e la Resistenza con testi di Cortellessa - Alfano - Pecoraro - Balicco - Camillo ***

QUATTRO PARTIGIANI, SETTANTA PRIMAVERE
Andrea Cortellessa

La nuova e rivoluzionaria edizione del Partigiano Johnny, o meglio (visto che redazionale era pure il titolo della prima, nel ’68, poi seguito dalle successive ancorché diversissime di Maria Corti e Dante Isella), del Libro di Johnny (come lo intitola il suo curatore di oggi, Gabriele Pedullà, da un lato richiamando la definizione da parte dell’autore – del ciclo complessivo dal quale infaustamente estrasse nel ’59 quello che s’è letto finora come Primavera di bellezza – del «libro grosso», dall’altro arieggiando la Bibbia che Fenoglio tanto amava leggere in inglese: Il libro di Giobbe, Il libro di Giona…), dà un’accelerazione formidabile alle celebrazioni anniversarie che – come tutte le altre, ma questa in particolar modo – più si allontanano dall’evento generatore più sono destinate a ghiacciarsi nell’ufficialità. Ancora una volta, per fortuna, Johnny ci viene in soccorso.
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LE INTENZIONI DI JOHNNY
Giancarlo Alfano

Si potrebbe iniziare con un paradosso: se Lorenzo Mondo non avesse mai pubblicato Il partigiano Johnny in edizione postuma nel 1968, il problema del suo rapporto con Primavera di bellezza non si sarebbe mai posto. Allo stesso modo, se Varo e Tucca non avessero rispettato il lascito testamentario di Virgilio, mai si sarebbe dovuto discutere dell’assurdo anacronismo di cui si macchiò il poeta augusteo facendo incontrare Didone ed Enea, due personaggi che, secondo la «verità» delle storie tramandate, appartenevano a due epoche distinte.
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RITTO SULL'ULTIMA COLLINA
Francesco Pecoraro

L’otto Settembre sorprese mio padre in Sardegna. Tornava da una missione di ricognizione, quando gli tirarono qualche raffica dall’aeroporto dov’era di stanza e dove avrebbe dovuto prendere terra. Nello sconcerto e nello spavento di vedersi arrivare in carlinga colpi sparati dalla propria base, virò e si diresse verso un altro campo di volo. Lì riuscì ad atterrare. Quella base si stava auto-smantellando, vide ufficiali che se ne andavano con addosso abiti borghesi. Lo misero al corrente della situazione: per quanto ne sapevano, adesso i nemici erano i tedeschi.
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FELICITÀ DELLE BANDE
Daniele Balicco

Nella città in cui sono nato, ogni anno, il corteo del 25 aprile si scinde in due spezzoni. Il primo confluisce nella piazza centrale, dove parlano sindaco e autorità cittadine; il secondo, con in testa la partigiana Cocca Casile, si separa e prosegue fino alla lapide di Ferruccio Dell’Orto, gappista morto a diciassette anni a Bergamo, l’8 febbraio 1945. Se seguiamo l’ultimo libro di Valerio Romitelli (La felicità dei partigiani e la nostra. Organizzarsi in bande, Cronopio 2015) possiamo chiamare il primo spezzone come corteo dell’antifascismo; il secondo, invece, come corteo della Resistenza, o meglio, della guerra partigiana. Romitelli infatti preferisce non parlare di Resistenza.
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PARTIGIANI E CITTADINI
Andrea Camillo

A settant’anni dal 25 aprile 1945, e a ventiquattro dalla pubblicazione di Una guerra civile. Saggio storico sulla moralità della Resistenza, le parole «guerra civile» associate al ’43-45, se non possono più indignare o sconvolgere continuano comunque a suscitare una certa curiosità, permettendo al dibattito avviato dal celebre saggio di Claudio Pavone di mantenersi vivido e attuale. Proprio tale attualità è alla base di questo volume, in cui sono stati raccolti gli interventi di Pavone e di Norberto Bobbio, attraverso i quali è possibile capire com’è cambiato, nei decenni del lungo Dopoguerra italiano, il significato assunto dalla Resistenza.
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IL NEMICO DENTRO
Andrea Cortellessa

Il nemico è penetrato nella mia città. Così suona, ipnotico e minaccioso, il ritornello del Nemico: uno dei brani del cd che riunisce i quattro quinti dei CSI (Francesco Magnelli, Gianni Maroccolo e Massimo Zamboni; all’appello manca Giovanni Lindo Ferretti, che al nuovo gruppo ha però voluto regalare il nome, «Post-CSI»). È questa, certo, l’essenza della guerra civile – della Stasis, come la chiamavano gli antichi (concetto di cui Nicole Loraux – nella Città divisa, 1997, Neri Pozza 2006 – e da ultimo Giorgio Agamben, di quell’edizione a suo tempo promotore, hanno ricostruito l’archeologia).
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Quattro partigiani, settanta primavere

Andrea Cortellessa

La nuova e rivoluzionaria edizione del Partigiano Johnny, o meglio (visto che redazionale era pure il titolo della prima, nel ’68, poi seguito dalle successive ancorché diversissime di Maria Corti e Dante Isella), del Libro di Johnny (come lo intitola il suo curatore di oggi, Gabriele Pedullà, da un lato richiamando la definizione da parte dell’autore – del ciclo complessivo dal quale infaustamente estrasse nel ’59 quello che s’è letto finora come Primavera di bellezza – del «libro grosso», dall’altro arieggiando la Bibbia che Fenoglio tanto amava leggere in inglese: Il libro di Giobbe, Il libro di Giona…), dà un’accelerazione formidabile alle celebrazioni anniversarie che – come tutte le altre, ma questa in particolar modo – più si allontanano dall’evento generatore più sono destinate a ghiacciarsi nell’ufficialità. Ancora una volta, per fortuna, Johnny ci viene in soccorso.

Forzo un po’ le simmetrie, certo. Ma le quattro diverse edizioni del Johnny – come lo chiama Francesco Pecoraro – succedutesi dal ’68 a oggi sembrano davvero, per una misteriosa eterogenesi dei fini, rappresentare lo spirito del tempo, dei tempi, che rispettivamente le hanno viste pubblicare. Clamoroso il caso della prima, quella uscita col crisma dell’urgenza mentre le vampe del Maggio ancora strinavano i corpi ed esaltavano gli animi; lo stesso curatore di allora, Lorenzo Mondo, presentava un protagonista che «sembra prefigurare, dal cuore di un’Europa di perseguitati e fuggiaschi, i più puri ed attuali eroi del dissenso»; e si giunse persino (lo ricorda qui Andrea Camillo, ma è stato lo stesso Pedullà a ricostruire la ricezione «contestatrice» di Fenoglio in una bellissima voce del suo Atlante della letteratura italiana) ad accostarlo al «Che» Guevara per dimostrare «la matrice universale della guerriglia»…

Il fatto è che quella prima edizione del Johnny era giunta in libreria con straordinaria quanto preterintenzionale tempestività (tanto quanto la sfortunata vita del suo autore, ricorda con tristezza Pedullà, aveva viceversa mancato tutti gli appuntamenti decisivi): al culmine delle fortune dello sperimentalismo letterario (che non poteva non entusiasmarsi per l’incredibile mescola del cosiddetto «fenglese»: a sua volta preterintenzionale, peraltro, in quanto destinata – con l’ultima mano che l’autore in questo caso non poté dare – a sparire quasi del tutto, come si vede nei testi da lui invece completati e dati alle stampe) e, insieme, a quello di una revisione finalmente «da sinistra» della vulgata resistenziale (in modi che oggi mi pare Valerio Romitelli – autore che varrebbe la pena di discutere a fondo – fra i pochissimi a coltivare; ne parla, qui, Daniele Balicco). Parlano chiaro, in tal senso, gli interventi degli ex partigiani Norberto Bobbio e Claudio Pavone, che con intelligenza ha assemblato David Bidussa (seppure con le intermittenze qui segnalate da Andrea Camillo): specie quelli pubblicati nei mesi «caldi», a cavallo fra ’68 e ’69. «Se dunque i giovani», concludeva Pavone il suo, «vogliono distruggere la Resistenza come alibi, fanno benissimo»; e rincarava Bobbio: «tra l’esaltazione di una falsa e ingannevole Resistenza e un discorso serio sulla Resistenza vera, abbiamo scelto da tempo». (È un come-volevasi-dimostrare il ruolo-chiave che al termine di questo lungo processo di revisione, nel ’91, avrà Fenoglio in Una guerra civile di Pavone.)

L’edizione dell’équipe pavese capitanata da Maria Corti, che nel ’78 rende disponibile al pubblico generalista (con scelta che è tuttora un unicum editoriale assoluto, almeno in Italia; in un cofanettone di cartonato «povero» che di per sé è cimelio straordinario di quel tempo…) tutte le redazioni conservate dei tormentati scartafacci narrativi di Fenoglio, fa in sostanza la scelta di non scegliere. Con ciò venendo forse meno a una divisa etica che è (oltre che notoriamente fenogliana) connaturata al mestiere del filologo, ma ponendo pure le premesse di quell’uso «libero» che un fenoglista intelligente come Roberto Bigazzi ha di recente proposto da parte di «un lettore filologicamente avvertito o anche semplicemente post-moderno», che si sappia prendere la «libertà di scegliere il suo Partigiano» (e credo che in futuro – per un altro caso insolubile come quello dell’Uomo senza qualità di Musil, in Germania, ci siamo del resto già arrivati – i devices informatici finiranno per imporre questo tipo di soluzione, o piuttosto non-soluzione). Di certo quella data, ’78, segna come sappiamo la fine, e la fine tragica, del «ciclo della contestazione» che ha come contrassegno di partenza quella del primo Johnny.

Non era certo di cultura postmodernista Dante Isella: colui cioè che nel 1992 realizzò l’edizione del testo che però lessero compattamente, allora, i «nativi postmoderni»: i lettori della mia generazione. E che, nel semplificare con un gesto gordiano tutte le intricatissime discussioni filologiche che le due precedenti edizioni avevano sollevato, finalmente ci dava un Johnny compatto, continuo, leggibilissimo. Un Johnny «classico», dunque, che non a caso vedeva la luce in una collana (la «Pléiade» Einaudi che pretenziosa clonava l’originale Gallimard) graficamente all’estremo opposto, rispetto al Fenoglio «povero», di servizio, del cartonato-Corti. Una semplificazione ottenuta al costo di una, fondamentale, manipolazione testuale (la sutura fra due diverse redazioni, che al romanzo garantiva un finale), che Pedullà evita di operare (e che invece, l’avesse adottata, gli avrebbe risparmiato la perdita di cui dirò più avanti). A dispetto dei fregi pseudo-Gallimard sul dorso, finì dunque quella per essere (del resto quasi subito ripresa in tascabile) un’edizione «d’uso», di Fenoglio; diciamo un’edizione post-ideologica. E infatti è da allora che gli scrittori di un po’ tutte le risme, e non solo loro peraltro (come si vede dallo schieramento piuttosto impressionante adunato nel Breviario partigiano accluso al fiammeggiante disco omonimo dei «Post-CSI»), hanno preso appunto a «usarlo», Fenoglio, come si fa appunto con un classico: con spregiudicatezza e «libertà» euforizzanti (nonché certe volte, inevitabilmente, sopra le righe), sprezzanti di qualsiasi cautela filologica e, diciamo, deontologica.

Perché non c’è niente da fare: i decenni passano, ma Fenoglio continua a scaldare il cuore. Come senz’altro scalderanno gli animi, di quei lettori intensivi per vocazione e professione che sono i filologi, le scelte audaci di Pedullà: che pongono problemi, teorici e «pratici» (cioè editoriali), di eccezionale momento. Basti pensare che l’edizione di Primavera di bellezza, che appunto Fenoglio si risolse a dare a Garzanti nel ’59 – aggiungendole un finale appositamente redatto, e però amputandola della lunga parte iniziale (ottanta pagine che, a parte l’edizione per specialisti del ’78, si leggono ora per la prima volta), invece fondamentale non solo per la trama ma soprattutto per le dinamiche psicologiche di Johnny – viene da Pedullà abbandonata, virtualmente cancellata: pur corrispondendo, a tutti gli effetti, all’ultima volontà d’autore (criterio questo, peraltro, sempre meno dogmaticamente seguito in filologia; e al cui «estremo opposto», esplicitamente, si colloca infatti Pedullà). Le sollecitazioni editoriali (neppure così manipolatorie, a ben vedere, dal momento che il complesso del «libro grosso», a ben vedere, Fenoglio non lo sottopose mai a nessun editore) vengono così equiparate a quelle che, sempre in filologia, sono definite varianti coatte d’autore (Giancarlo Alfano ricorda qui il caso, non meno che paradigmatico, di Torquato Tasso). Un criterio che, in potenza, potrebbe rivoluzionare gran parte della letteratura del secondo Ottocento e di tutto il Novecento, per come l’abbiamo letta fino adesso.

Ci sarebbe da chiedersi, arrivati a questo punto, a quale spirito del tempo corrisponda, oggi, il nuovo Johnny arrivato in libreria. Questo «effetto tornasole» lo potranno riscontrare, in verità, solo i lettori di domani (magari riflettendo sul nostro tempo a partire da un quinto Johnny, il loro…). Eppure non possono non colpire, intanto, due o tre connotati. Il primo è l’accentuarsi e il solidificarsi del connotato di classicità che già gli anni Novanta, si è visto, avevano attribuito a Fenoglio. In questo senso gli interventi dei tre scrittori di oggi chiamati da Pedullà a collaborare al monumentale (appunto) numero triplo dell’Illuminista – Eraldo Affinati, Franco Cordelli e Francesco Pecoraro – sono eloquenti (ma significativa è pure l’attenzione con cui dagli stessi vengono dribblate le enfasi un po’ scapigliate che su Fenoglio si sono lette, talora, negli ultimi anni). Da rimarcare pure come, usando con attenzione gli strumenti offerti dall’Illuminista, e cioè l’amplissima cronologia della vita dell’autore realizzata da Pedullà, e l’addirittura sterminata antologia della critica assemblata da lui stesso insieme ad Alessandro Tucci (che, sino al turning point del ’68 riporta tutti gli articoli usciti su Fenoglio…), il nostro tempo sia altresì messo nelle condizioni di far giustizia, non solo delle semplificazioni e delle ideologizzazioni che nella prima fase postbellica monumentalizzarono la Resistenza, sino a renderla inerte, ma anche di quelle che in seguito (e sino a ieri) hanno inteso «revisionisticamente» sminuirla, e a oltranza decostruirla, con fini politici con tutta evidenza strumentali. Come dice Pedullà, viene così meno una leggenda assai attestata, quella di una compatta ostilità della critica comunista nei confronti dell’anticomunista Fenoglio (per il memorabile Carlo Salinari, che nel ’52 sull’«Unità», edizione romana, scriveva che con I ventitré giorni della città di Alba «Fenoglio non solo ha scritto un cattivo romanzo [sic], ma ha anche compiuto una cattiva azione», c’è per esempio un Paolo Spriano che nel ’54, sulla stessa «Unità», ma edizione milanese, fa quasi un inno a La malora).

Ma l’altro connotato, che una volta di più splende nel Johnny – e che resta irriducibile a qualsiasi cura filologica si pensi di porre ai guasti della sfortuna, della malora in vita toccata a Fenoglio – è «la libertà quasi assoluta di non-finito che lo intride» (come dice Pecoraro). Non solo per il famoso «fenglese» che residua delle primitive redazioni in inglese da Fenoglio allestite, per le sue storie, come a voler frapporre un’intercapedine ideale (e idealizzante) fra il proprio reale vissuto resistenziale e l’epos che della Resistenza andava scrivendo. Ma soprattutto per la questione tormentosa del finale-non finale – che il Johnny peraltro condivide coll’altro capolavoro del suo autore, il senz’altro più-compiuto Una questione privata. Nella bella, minuziosa ancorché sintetica monografia di Alberto Casadei, una volta di più si insiste sulla vocazione di morte sulla quale Fenoglio costruiva i suoi protagonisti – in particolare quelli che più gli assomigliano, come appunto Milton e Johnny. Il loro essere per la morte (Fenoglio – come si vede nello straordinario capitolo «filosofico» del romanzo maggiore, al cospetto di Cocito e proprio di Chiodi – conosceva bene l’esistenzialismo per via del suo professore Pietro Chiodi: che di Heidegger, al ritorno dalla guerra, era stato fra i primissimi traduttori italiani) ha un’infinità di significati, sui quali in questa occasione non c’è modo di soffermarsi (basti citare, ancora una volta, Pecoraro: «È come se Fenoglio sappia cos’è e come funziona il procedimento del morire»). Anche nella fretta redazionale con cui Fenoglio mise capo a Primavera di bellezza, nel ’59, non trascurò di approntare un finale che provvedesse ad ammazzare Johnny…

Il vero trauma che dà il nuovo Johnny – a chi almeno non sia filologo di professione – è però che Johnny, stavolta, non muore. Nell’ostinazione «partigiana» di avvicinarsi il più possibile alla primitiva struttura del «libro grosso» di Fenoglio, Pedullà – lo si accennava – non ha voluto contaminare (come invece aveva praticisticamente fatto Isella) le due redazioni italiane superstiti della sua seconda parte (quella sinora intitolata Il partigiano Johnny). Così facendo, si vede costretto a far terminare la storia con l’ultima pagina della prima, e in molti sensi più completa, redazione: che però è mutila, appunto, del suo finale di morte. Anche questa pagina, dice Pedullà, è «un finale eccellente»: Johnny e il compagno Pierre, dopo il combattimento e prima di rimettersi in marcia, si fermano, si guardano, e in due battute esprimono un giudizio, sull’intera avventura partigiana, che davvero, a settant’anni di distanza, ci si sente di condividere con loro: «Pierre si aggrottò e disse a Johnny che era stato un pasticcio. – Ma andava fatto, – disse Johnny, guardando il cupo, ma non ostile cielo». Quel cielo cupo, ma non ostile è un fondale perfetto (anche in questo caso, per una quantità di motivi); e potrebbe ben identificarsi, pensando all’ansia esistenzialisticamente futurante di Fenoglio, col tempo a venire: ivi compreso il nostro (e più avanti ancora, si capisce).

Ma quella conclusione negata resta – non solo per me, credo – un cruccio a sua volta irriducibile. L’unica «consolazione» per il lutto della morte mancante, se ci si passa il calembour, è che in questo modo «il Johnny», e con esso l’intero «campo resistenziale» (per dirla con una celebre lettera di Fenoglio), ci si mostra – non per la prima volta, s’è visto; ma come da decenni non si vedeva – aperto. Dice condivisibilmente Alfano, alla fine del suo pezzo, che Pedullà «ci restituisce questa domanda». Ma è lo stesso Fenoglio – a dispetto della vocazione di morte da lui presto realizzata, purtroppo – che aveva concluso in forma interrogativa, «aperta», la sua parabola (la questione del suo ultimo titolo è da leggersi, credo, anche in un implicito, introiettato «fenglese»). Unanswered question: strutturalmente in-conclusa e in-definita come per definizione è la vita, appunto, in contrapposizione alla morte.

Il Milton di Una questione privata, si ricorderà, finisce per «crollare» davanti a un «muro». Un campo aperto, invece, è un campo che si può percorrere ancora.

Le intenzioni di Johnny

Giancarlo Alfano

Si potrebbe iniziare con un paradosso: se Lorenzo Mondo non avesse mai pubblicato Il partigiano Johnny in edizione postuma nel 1968, il problema del suo rapporto con Primavera di bellezza non si sarebbe mai posto. Allo stesso modo, se Varo e Tucca non avessero rispettato il lascito testamentario di Virgilio, mai si sarebbe dovuto discutere dell’assurdo anacronismo di cui si macchiò il poeta augusteo facendo incontrare Didone ed Enea, due personaggi che, secondo la «verità» delle storie tramandate, appartenevano a due epoche distinte. E tuttavia, così come nessuno può più scrivere la storia di Enea senza parlare del suo amore per la fondatrice di Cartagine, così nessuno può evitare di confrontare Primavera e Partigiano.

La faccenda appare particolarmente complessa, o almeno diversamente paradossale, se adottiamo il punto di vista della filologia. Solo pochi ceppi appaiono saldi, infatti, a chi voglia delimitare il campo della scrittura fenogliana tra il 1954 della Malora (romanzo estraneo al «campo» resistenziale) e il 1959, in cui appunto esce Primavera di bellezza presso Garzanti: cioè nel periodo in cui l’autore lavora al «progetto Johnny». Tra i pochi punti fermi, c’è la lettera che accompagna l’invio a Livio Garzanti del manoscritto della prima parte del libro cui stava lavorando e la risposta dell’editore che lo invita a «qualche taglio». Dopo questo scambio, lo scrittore cambia progetto: decide di pubblicare il libro, col titolo Primavera di bellezza, in una forma estremamente ridotta (aprile 1959) dichiarando, undici mesi dopo, di avere «d’improvviso mutato idea e linea» (8 marzo 1960), cioè – come aveva già spiegato – di essersi liberato del «libro grosso» per passare a un altro progetto, ambientato «nel fitto» della guerra civile: il nuovo progetto aveva reso necessaria la morte del protagonista, Johnny, subito dopo il suo ingresso nelle file dei partigiani.

Questi pochi riferimenti sicuri non bastano, probabilmente, per dare ordine e senso alla gran mole di carte manoscritte raccolte sotto il titolo Il partigiano Johnny a partire dall’edizione guidata da Maria Corti nel 1978, quindici anni dopo la morte dell’autore e dieci dopo l’apparizione del progetto editoriale di Lorenzo Mondo. Se infatti appare evidente la decisione di Fenoglio di scrivere i tre capitoli conclusivi di Primavera di bellezza al fine di pubblicare il romanzo con una storia conclusa, è altrettanto evidente che lo scrittore aveva già pensato di scorciare la vicenda del suo protagonista, non più portandola avanti fino all’aprile 1945, ma facendola culminare con la decisiva battaglia di Valdivilla (febbraio 1945), così da rendere più significativo l’apparentamento di Johnny con la morte.

Allo stato attuale delle conoscenze, è forse impossibile determinare con certezza quale sia stata l’ultima intenzione progettuale (che distinguerei dalla ultima volontà) dell’autore, ma certo il «libro grosso», ideato da Fenoglio intorno al 1955 e perseguito fino al 1959, doveva raccontare la vicenda generazionale di chi, formatosi nella seconda metà degli anni Trenta, a vent’anni dovette affrontare la guerra e l’8 settembre (col tracollo di ogni riferimento collettivo e della stessa identità nazionale), vivendo, infine, l’esperienza della scelta: salire in collina e combattere il fascismo.

Il libro di Johnny, come s’intitola l’edizione adesso proposta da Gabriele Pedullà, ricostruisce proprio quel «libro grosso» che va dagli anni del liceo alla scuola ufficiali e all’Armistizio (Prima parte) e dal breve periodo di clandestinità protetta dai genitori fino all’ingresso nel mondo dei partigiani (autunno 1943) e i successivi due inverni e due primavere (Seconda parte). Si tratta, com’è evidente, di un’operazione forte, realizzata a partire da un’ipotesi discutibile quanto avvincente: prima di essere altrimenti persuaso da Garzanti, Fenoglio voleva tracciare un lungo percorso dentro la guerra civile utilizzando un unico personaggio principale; le carte manoscritte, pur testimoniando diverse fasi redazionali, non contraddicono mai questa intenzione, la quale sembra essere stata invalidata solo dall’occasionale intervento dell’editore, peraltro inconsapevole (Garzanti e il suo editor Citati, infatti, non conoscevano il manoscritto intero dell’opera).

Per ricostruire quella intenzione progettuale, Pedullà ha dovuto mettere assieme due diversi «depositi» d’autore: gli autografi, rispettivamente, del materiale di Primavera di bellezza e del materiale Partigiano Johnny, scegliendo in entrambi i casi le redazioni più antiche che però, va aggiunto, non sono tra loro omogenee dal punto di vista stilistico. Quest’ultimo elemento meriterebbe una discussione approfondita perché parte non piccola del fascino di Johnny sta proprio nella sua consistenza linguistica (diversa da Primavera), che appare peraltro assai coerente col destino di morte consustanziale al protagonista, e per una cui discussione mi limito a rimandare alle limpide pagine che Alberto Casadei ha appena pubblicato in Ritratto di Fenoglio da scrittore (ETS 2015, pp. 32-43).

Preferisco soffermarmi invece brevemente sul problema filologico, anch’esso interpretativo, di cui distinguerei due aspetti. Innanzitutto, dal punto di vista ecdotico, il testo proposto da Pedullà va considerato senza dubbio un ibrido, come peraltro spiega lo stesso editore. Ma il problema è: un ibrido secondo quale immagine del testo? rispetto a quale dimensione progettuale? Se infatti i materiali lasciati da Fenoglio mostrano sviluppi tra loro non coerenti (Primavera e Johnny hanno esiti non sovrapponibili), è però vero che il progetto iniziale, perseguito per alcuni anni, prevede – in ciò concordano tutti gli studiosi e tutti i lettori – un arco cronologico ampio, che copre quasi un decennio. Il libro di Johnny consente senza dubbio di cogliere con un unico sguardo, e d’un solo fiato, quest’ampia gittata, consentendo al lettore di confrontarsi con un «progetto di opera» piuttosto che con un’opera compiuta.

E poi, per quanto paradossale, bisogna ripetere che è tutta «colpa» di Lorenzo Mondo. Per il lettore che viene dopo il 1968, infatti, Il partigiano Johnny esiste, così come esiste il Johnny di Primavera di bellezza: nell’universo letterario lo «stesso» Johnny è morto e non è morto (o meglio: è morto una e due volte). Un’operazione editoriale non ignara della complessità della filologia (e che denunci i suoi passaggi e i suoi metodi, come peraltro Pedullà fa, almeno in gran parte, nella sua edizione) può legittimamente tener conto anche di questa evidenza.

Un problema apparentabile è stato posto qualche anno fa da Carlo Ossola e Stefano Prandi a proposito di un’edizione «storica» dei dialoghi tassiani che, piuttosto che stabilire l’ultima volontà d’autore di Torquato Tasso a partire dagli autografi, stabiliva di pubblicare i dialoghi dell’autore così come sono stati letti nei secoli, ossia non a partire dai manoscritti originali ma dalle stampe approntate nel Seicento da diversi editori, che pure intervennero pesantemente sui testi, a volte mutandoli profondamente rispetto all’originale. Meglio leggere oggi Tasso così com’è stato letto nei secoli – questo era l’assunto dei due studiosi – piuttosto che fornire un testo incerto e mobile, sia pure d’autore.

Il problema è proprio qui: l’originale. Nel caso di Johnny l’originale infatti non esiste, nonostante se ne siano conservate almeno due redazioni (più parte di una stesura primitiva in lingua inglese). Esistono solo delle manipolazioni (Mondo: 1968; Isella: 1992; Pedullà: 2015), che cercano di restituire una storia coerente. A questi tre tentativi si affianca l’altra, bellissima operazione coordinata da Maria Corti (1978): che invece, pubblicando tutte le carte d’autore, ha cercato di restituire il processo creativo così com’è testimoniato dalle stesure successive che si sono conservate.

Intentio lectoris contro intentio operis, verrebbe da dire coi filologi antichi: da una parte si schiera chi rivendica le ragioni del lettore, che ambirebbe a una storia coerente e continua; dall’altra parte si trova invece chi vede il primato dell’opera nel suo farsi, con gli errori, gli sbandamenti, ma anche con le intuizioni felici che affiorano e semmai infine riescono a governare le tensioni della scrittura. Questa nuova soluzione, pur andando incontro al lettore, si sforza però di ricondurre il testo al suo autore, e al suo progetto: intentio auctoris, che è il terzo e fondamentale perno dialettico di ogni realtà letteraria. A questo punto si ritorna alla questione di partenza: ma quale intentio? rispetto a quale progetto? Il libro di Johnny messo insieme da Pedullà ci restituisce questa domanda.

Beppe Fenoglio
Il libro di Johnny
a cura di Gabriele Pedullà
Einaudi, 2015, LXXXVIII-791 pp., € 28

Alberto Casadei
Ritratto di Fenoglio da scrittore
ETS, 2015, pp. 112, € 10

Ritto sull’ultima collina

Francesco Pecoraro

L’Otto Settembre sorprese mio padre in Sardegna. Tornava da una missione di ricognizione, quando gli tirarono qualche raffica dall’aeroporto dov’era di stanza e dove avrebbe dovuto prendere terra. Nello sconcerto e nello spavento di vedersi arrivare in carlinga colpi sparati dalla propria base, virò e si diresse verso un altro campo di volo. Lì riuscì ad atterrare. Quella base si stava auto-smantellando, vide ufficiali che se ne andavano con addosso abiti borghesi. Lo misero al corrente della situazione: per quanto ne sapevano, adesso i nemici erano i tedeschi.

Nello stesso giorno Fenoglio/Johnny stava montando di guardia a una casamatta sperduta nell’agro romano, a Pietralata. La mattina dopo nessuno venne a dargli il cambio. Seppe dell’armistizio da militari di passaggio che stavano andando a casa. Tornato in caserma vi trovò la più tremenda confusione: ciò che fino al giorno prima si sarebbe detto ordine militare, disciplina, si era mutato in paura, incertezza, vergogna, rabbia, anarchia. Tutto si era sfaldato in poche ore. Non esisteva più una catena di comando, gli ufficiali se la svignavano, i tedeschi rastrellavano la città e deportavano in Germania. Era la fine. Dopo la dittatura fascista anche l’ignominia della resa e del voltafaccia: ciò che fino al giorno prima era un dovere costrittivo e incontrovertibile, il giorno dopo era svanito: ciascuno per sé.

In Sardegna, mio padre si consultò con altri piloti. Alcuni dichiararono che avrebbero al più presto preso la via di casa, cercando di sfuggire ai rastrellamenti. Altri si sarebbero uniti a qualche reparto o squadriglia rimasta intatta. Altri dissero che si sarebbero opposti ai tedeschi assieme agli alleati. Mio padre aveva 28 anni e un bel po’ di guerra sulle spalle. Disse fanculo, tutto questo non mi riguarda più. Me ne vado. Rifornisco l’S82 e me ne vado in Spagna con chi vuole venire. C’è posto. Un altro pilota dichiarò che avrebbe fatto lo stesso. Dopo il rifornimento salirono sui loro aeroplani e fecero rotta verso le Baleari, dove atterrarono poche ore dopo e dove furono trattenuti fino alla fine della guerra. La Spagna era neutrale.

Fenoglio aveva 21 anni, era giovane e appena richiamato, nessuna esperienza di combattimento. Restò forse un paio di giorni nella caserma deserta a pensare, «come sotto ipnosi». O almeno così fa il Johnny di Primavera di bellezza. Completamente disorientato comprò vestiti civili e con quelli addosso riuscì a prendere un treno per il nord, senza farsi catturare dai tedeschi. Dopo un viaggio terribile raggiunse la sua città e la sua casa. Quattro mesi dopo si univa alle formazioni partigiane. L’otto settembre, che aveva espulso per sempre mio padre dalla guerra, spinse Fenoglio ad entrarvi per propria scelta e convinzione come combattente, irregolare. Come bandito antifascista. Come partigiano.

Non posso fare a meno di considerare Fenoglio parte della storia dei nostri padri, di mio padre, cioè di quelli che vissero sotto e dentro il fascismo e che ci generarono negli anni immediatamente successivi. Di tutti coloro che sperimentarono il momento terribile in cui la guerra, da prassi e responsabilità collettiva, per così dire statale, divenne scelta e responsabilità individuale. Cioè non riesco a staccare Fenoglio dal potente nucleo emotivo de La scelta – così si intitola il capitolo iniziale di Una guerra civile, di Claudio Pavone – come una forza che si riverbera su tutta la seconda metà del Novecento italiano, dunque su quelli che, come me, nacquero a ridosso della fine della seconda Grande Guerra, immersi e quasi travolti dalle storie che continuamente ne scaturivano.

Il destino di Fenoglio passò per quella biforcazione cruciale. Anzi, per quella tri-forcazione. Perché va considerata la massa di quelli che, come mio padre, se ne tirarono fuori astenendosi da qualsiasi ulteriore scelta di appartenenza e già pensando a come salvare il culo per il dopo. La scelta che segnò non solo i suoi anni di combattente, ma anche la sua successiva determinazione di voler solo «scrivere e fumare», come se tutto ciò che la vita poteva dargli in termini di esperienza gli fosse già stato interamente concesso, lì, sulle colline disordinate delle Langhe, tra il gennaio del ’44 e l’aprile del ’45.

La mia ammirazione per Fenoglio combattente nella Resistenza crebbe di pari passo col crescere dell’ammirazione per la sua scrittura. Il partigiano Johnny lo lessi tardi rispetto alla sua prima clamorosa uscita, che è del ’68. Prima che mi capitassero in mano i suoi libri avevo ormai a noia la Resistenza, di cui avevo letto poco o niente e che nella mia testa era diventata, o forse era sempre stata, una cosa retorica, continuamente instancabilmente citata nei discorsi ufficiali di tutti i politici di allora, esclusi i neo-fascisti che se proprio dovevano parlarne la chiamavano «guerra civile». Con Fenoglio la resistenza divenne anche per me una guerra civile, si spogliò di ogni retorica e mostrò tutta la sua stranita contro-intuitiva crudezza fattuale. Con Fenoglio salii anch’io sulle colline delle Langhe e mi unii alle formazioni che facevano capo al comandante Nord. Anche se la mia propensione politica di allora (e di adesso) mi avrebbe portato nelle file dei garibaldini, fui costretto dalla sua scrittura a militare tra i badogliani, perché tutto ciò che serviva era un odio mortale per i fascisti. Odio che da Johnny scaturisce sorgivo e intransigente, dunque innocente, ancor prima di prendere partito in armi: Primavera di bellezza. Odio la cui origine e sussistenza viene continuamente pensata e ripensata e giustificata e detta in tutti i suoi scritti di combattimento.

Con Fenoglio non puoi/non devi staccare la sua vita dalla sua scrittura: tutto quello che accade nei suoi libri, quasi tutti postumi, devi/puoi darlo come veramente accaduto, anche se non è lecito escludere l’invenzione, che pure c’è ed è tanta e sapiente. Come accadde ad alcuni altri, prima di diventare uno scrittore Fenoglio fu soprattutto implicato nella storia e agente in essa nei termini ultimativi del conflitto armato. La modalità vita/morte è il nucleo emotivo dominante i suoi testi – mi piace pensare a un unico grande testo fenogliano che, dato il suo diseguale grado di finitezza, siamo costretti ad assimilare in porzioni più o meno conchiuse – probabilmente il principale, quello che dà il sapore aspro di sangue e bocca secca e limatura di ferro a quasi tutta la sua narrativa. Agire nella storia e successivamente narrarne in modo che quelle stesse vicende le si legga col cuore che progressivamente monta in gola, nell’asprezza nervosa e stravagante e unica della sua pagina, del suo stile. o meglio della sua ricerca di stile.

Da un certo momento in poi fui travolto dai suoi libri. Dal Partigiano, che lessi per primo e che per me resta non dico il migliore, ma quello che mi ha interessato di più per la libertà quasi assoluta di non-finito che lo intride. Libertà che talvolta, anche nelle pagine più drammatiche (sono tutte drammatiche), lo porta a sfiorare il gioco linguistico, gli fa parcheggiare nel bel mezzo dell’azione, di una raffica di mitra, di un colpo di mortaio andato a vuoto, persino nell’agonia di un partigiano («Il ferito reeled ora, ed il rantolo s’era ingrassato e acutizzato») parole inglesi in attesa di traduzione, neologismi anglicizzanti, ripetizioni, involuzioni in attesa di essere sciolte, immagini trovate all’istante, fulminee, perfette («la natura stessa pareva avere, in quell’ora straordinaria, disertato se stessa»).

Non voglio indebitamente aggiungermi a chi ha analizzato a fondo questa prosa, né ho titolo e competenze per entrare nel merito di quali delle stesure sia stato lecito pubblicare, né delle ipotesi su come sarebbe stato il testo finito (sicuramente molto diverso). Io il Johnny, come credo tutti quelli che l’hanno letto, me lo sono goduto per quello che è: un testo emozionante e terribile, scritto in modo bizzarro, secco e inventivo, tremendamente vivido. Un intreccio, un tessuto fitto di parole che per centinaia di pagine ti dice e ti fa capire profondamente, senza vanterie né retorica, cosa fu in realtà la resistenza montana e di come fosse profondamente intrisa di paura, noia, fatica, ferocia & odio, confusione. Goduto non è la parola esatta per ciò che ho provato: piuttosto direi stupefazione, preoccupazione, ansia nella concitazione di quelle parole, di quei dispositivi verbali diabolicamente capaci di suscitarmi flash di immagini e sensazioni e odori, cioè di farmi partecipare alla vicenda in prima persona. Pochi sono i libri che con me ci sono riusciti con altrettanta forza.

Naturalmente la scrittura del Johnny non è quella di Una questione privata, né quella dei racconti, né quella di Primavera di bellezza o de La paga del sabato, tutti libri, questi, che mi hanno sensibilmente toccato e quasi segnato per sempre. La scrittura fenogliana – o meglio, le sue molte scritture – mi è restata nella mente sotto forma di lampi imprecisi di memoria, quanti emozionali che ogni tanto chiedono di essere ri-trovati, riverificati: e puntualmente, andando a riaprire quei testi (copie abbandonate nelle mie vite precedenti, perse e mai ritrovate, dunque comprate e ri-comprate), vedo di nuovo esplodere la potenza del testo, che mi agguanta come se nel frattempo non avessi costruito alcuna difesa. Per esempio non riesco a rileggere questo brano della Paga senza restarne quasi tramortito, cioè visivamente e fisicamente travolto e coinvolto e stupefatto nell’attimo della morte per camion di Ettore.

Fu urtato nella schiena, i suoi occhi stupefatti furono pieni del colore rosso del vagone, sentì il suo torace crosciare come una cesta di vimini schiacciata. Il cassone del camion lo rotolò lungo il vagone, adesso era fermo e leggeva con occhi sbarrati la scritta MERCI P. V. sul muro del magazzino dirimpetto, e le gambe gli erano alte da terra e fredde come se si fossero cambiate di carne in pietra.

Lo stesso mi accade per la morte di Milton nell’Imboscata.

Ma sentì un orribile rumore e come se gli strappassero via la spalla sinistra. Indietreggiò verso destra, con la pistola spianata e gli occhi annebbiati. Altri proiettili si conficcavano nel suo corpo. La Colt gli era volata via di mano. Qualcuno urlava. Lui non vedeva niente, gli occhi colmi di nero e di rosso. Brancolò verso destra. Risentì urlare, sparare, ma nessun aggiuntivo dolore. Stramazzò. Qualcuno urlava, qualcuno correva verso di lui. Le sue mani annaspavano nel vuoto. sgranò gli occhi e vide il fiume sotto di sé, lontanissimo. La sua testa pendeva nel vuoto. Qualcuno correva dalla sua parte. Sporse avanti la testa, più avanti, e sentì che il corpo la seguiva.

Quando piombò nell’acqua era morto.

È come se Fenoglio sappia cos’è e come funziona il procedimento del morire. È come se durante la sua esperienza ultimativa di guerrigliero, l’abbia letto più volte nelle parole e negli occhi degli uomini visti e osservati nell’atto di lasciare la vita. Mi colpisce che non si tiri indietro di fronte a un tema così misterioso e ostico e che invece lo affronti di petto cercando di scriverlo. E riuscendoci.

Le parole veloci del Johnny, scabre e spesso inciampate e come non dette apertamente, ma solo mormorate a sé stesso in forma di appunto, restano per me, oltre che piene di una forza trascinante, anche un modello di scrittura iniziale e quasi automatica, su cui riflettere. Ma questo interesse per il modo in cui Fenoglio usa le parole, le mastica e le rimastica e le dispone provvisoriamente nel testo, è successivo al mio iniziale approccio ai suoi libri, che risale a ben prima della decisione di voler essere/diventare uno scrivente e che ebbe un effetto più ampio e più profondo delle riletture successive.

Col Johnny si apriva e quasi si scioglieva il nodo emotivo che in me era legato alla questione della Resistenza e della non-partecipazione di mio padre alla fase del Riscatto che fu decisiva per la nascita dello Stato in cui sarei nato e successivamente vissuto per settant’anni di pace. Nel Johnny si dipanano le radici di eventi che, benché mi risultassero continuamente citati, mi erano in realtà del tutto sconosciuti. È col Johnny che mi sono convinto che solo la letteratura possa, al di là della narrazione scientifica dell’evento storico, dirci come realmente sono andate le cose per gli individui che ci si trovarono dentro. Allo stesso modo non sai niente della Grande Guerra finché non leggi Lussu, o De Roberto, o Remarque, come non sai nulla del Lager senza Primo levi, o del Gulag senza Solženicyn, e non sai nulla della Guerra nel Pacifico se non leggi Norman Mailer, e non sai nulla della Guerra del Vietnam se non leggi Tim O’Brien e Karl Marlantes, e non sai nulla della Guerra in Irak se non leggi per esempio David Finkel.

Da creatura prodotta e modificata dalla pace, resta fortissimo e quasi spasmodico in me l’interesse e l’ammirazione per chi ha vissuto l’esperienza del combattimento, per chi cioè ha agito nella modalità ultimativa vita morte, che nel Johnny si sente calare potente ed estrema sulle scene in cui cominciano crepitare le armi, in cui anche un solo gesto sbagliato, intempestivo, troppo coraggioso o troppo vigliacco – cioè in ogni azione in cui non prevalga una ragionevole paura, la stessa che impregna le tutte le pagine del Johnny, come fattore di regolazione del conflitto aperto – semplicemente ti costa la vita.

Vita che come il suo Johnny, Fenoglio scelse volontariamente di mettere a rischio per quella che ai miei occhi si è palesata, in lui monarchico e uomo di destra, principalmente come una questione di stile: Johnny è un dandy che agisce essenzialmente per una questione di stile personale, cioè per posizionare degnamente sé stesso all’interno di un dramma storico che non ha scelto lui di vivere, ma che l’è andato a cercare, l’ha stanato e l’ha messo alla prova. Dunque neppure io, come del resto lui stesso, riesco a staccare Fenoglio dalla Resistenza, cioè dall’esperienza che nutrì la sua scrittura per quasi vent’anni, mentre per me, nato dopo di lui, fu per lungo tempo un evento politico vuoto, pieno di retorica.

Johnny compie una scelta cruciale e terribile e la compie fino in fondo, sceglie cioè di odiare e di essere odiato, di uccidere e di essere ucciso. Compie la scelta di camminare per più di un anno avanti e indietro sulle stesse colline vicino casa sua, dove pure d’estate era andato in vacanza. La scelta di soffrire e combattere e fuggire e ritornare e aspettare e combattere ancora e fuggire ancora. La scelta di non-fumare per mesi, nel gelo. Tutto questo sulla base di un’istanza etica pressoché endogena, cioè auto-prodotta, secreta nel momento in cui il crollo di Tutto Quanto imponeva una decisione che fu personale per rapporto al proprio destino e fu universale per rapporto al destino del Paese.

La stessa scelta che marcò la sua assenza in mio padre, quando decise di avere già dato ciò che doveva alla Patria, quando si disse «ho già combattuto con i tedeschi contro gli alleati, non mi sembra serio combattere con gli alleati contro i tedeschi», quando si sottrasse e se ne andò in Spagna al riparo da un conflitto che non capiva più. Per questo il Johnny di Fenoglio è per me la parte mancante di mio padre, ne è il completamento virtuale, perché fa ciò che lui non fece, ciò che lui non poteva fare per mancanza di formazione, per l’assenza intorno a lui di un clima che lo influenzasse in modo adeguato, che gli facesse discernere ciò che in quel momento era giusto fare. Non era facile, ma si poteva. È per queste ragioni che il Johnny di Fenoglio è diventato il mio Johnny, perché è un padre che non fugge e che in ultimo si batte per definire e circoscrivere e difendere fino alla morte uno spazio di dignità attorno a sé, nel marasma e nell’umiliazione della sconfitta, del tradimento, della fuga di massa verso casa.

E poi, mentre mio padre, tornato a casa, prendeva parte attiva alla ricostruzione e vi si buttava a corpo morto da homo faber quale era, Fenoglio compiva un’altra volta una scelta opposta, quella di scrivere e fumare: come di uno ormai sazio di vita e di esperienze che vuole solo riposare, raccontare, stare da solo, come di uno che dica Ok, ho fatto tutto questo, sì l’ho fatto, ho preso posizione, ho avuto dei compagni, li ho amati, alcuni li ho visti crepare, adesso lasciatemi in pace, voglio solo scrivere e scrivere e soprattutto voglio fumare milioni di sigarette, fino a morirne.

Da Beppe Fenoglio, numero monografico de L’illuminista a cura di Gabriele Pedullà, numero 40-41-42, dicembre 2014 (ma uscito in questi giorni), Ponte Sisto, 817 pp., € 30