Il popolo dei Monti

Maurizio Ferraris

Quanto sia centrale la cultura nell’agenda Monti lo si arguisce da una semplice circostanza. Il fatto che non vi compaia mai la parola «scienza». Compare certo più volte la parola «ricerca», da motivare, controllare, premiare se valida (perché l’implicito è che generalmente non lo sia) ecc. ecc. Sono pagine generiche, grigie, senza idee, che potrebbe aver scritto chiunque. Sono invece, più avanti, la bellezza, l’arte, la moda, il turismo, che infiammano l’entusiasmo dell’agenda. La ricerca è tutta da verificare. Invece quando si arriva sulla Bell’Italia tutto va bene, guai a chiedersi se la qualità dei cibi non sia da controllare, e se magari la moda sia poi quella bellezza. Si dirà: perché non costano, anzi, fanno guadagnare.

Benissimo. Ma veniamo all’Italia come museo a cielo aperto, massimo contenitore d’arte dell’orbe terracqueo. Si tratta di una definizione futile e tautologica. In Italia abbiamo una grande concentrazione di arte italiana e, prima, romana. Così come in Grecia abbiamo una grande concentrazione di arte greca, in Egitto di arte egizia, in Messico di arte messicana e in Tailandia di arte tailandese. Solo un irreale etnocentrismo può anche pretendere che questa sia l’arte più grande, più bella ecc. ecc.

Quella di Monti è paradossalmente un’agenda nostalgica e retrospettiva. In effetti quell’arte l’hanno fatta i nostri antenati, all’epoca in cui anche la ricerca scientifica andava a gonfie vele. Ora, di capolavori, spesso tenuti molto meglio che i nostri, sono piene, per esempio, la Francia e la Germania. E sarebbe davvero miserevole se Hollande o la Merkel traessero da questo patrimonio l’idea di un primato europeo. Il primato non si fa con i musei, ma con la ricerca di base. Proprio quello che non ha interessato, nell’ordine, il centro-sinistra di Giovanni Berlinguer e di Fabio Mussi e il centrodestra di Letizia Moratti e di Maria Stella Gelmini.

Vorrei sottolineare un aspetto. Si è parlato moltissimo di «declino italiano», ma in questi giorni ho fatto tardivamente una lettura molto istruttiva, i Diari di Galeazzo Ciano. Vediamo un’Italia ancora più miserabile, arruffona, gaglioffa della nostra, per cui non c’è dubbio che, per paradossale che possa apparire, tra Mussolini e Berlusconi l’Italia è progredita. In tutti i campi, tranne però in quello della cultura. Perché? Perché è prevalsa, presso gli stessi uomini di cultura, l’idea che la cultura debba essere immediatamente redditizia e professionalizzante. O altrimenti da tagliare. Quando è evidente che la cultura deve essere strutturalmente in perdita, e che solo da quelle perdite può dare degli autentici vantaggi.

Ma le generiche indicazioni dell’Agenda Monti, così come, temo, quelle di qualunque altra agenda che abbia interiorizzato l’idea che la redditività sia il primo valore in ogni campo certo non possono accettare questa prospettiva. Pazienza, ce ne faremo una ragione. Come ai tempi di Lamartine, siamo «il popolo dei morti», anzi dei Monti, o dei Tremonti, quello che ha scoperto che non si può imbottire i panini con Dante.

Dal numero 26 di alfabeta2, dal 4 febbraio nelle edicole, in libreria e in versione digitale

Rovine siriane

Augusto Illuminati

Circola in rete un appello internazionale a tutte le parti in causa diffuso dall'associazione Salvaimonasteri per la tutela del patrimonio culturale siriano, minacciato dalla guerra civile e dai saccheggi, graditi ai mercanti d’arte, che l’accompagnano. Giustamente all’invocata salvaguardia dei monumenti si unisce l’auspicio per il mantenimento di una «consolidata tradizione di pacifica convivenza fra gruppi di diversa appartenenza religiosa».

La Siria è un paradiso archeologico: l’antichissima Ebla, la nabatea Palmira, Bosra, Apamea, la cittadella di Aleppo e il suk coperto sottostante (entrambi già parzialmente compromessi dai combattimenti), la moschea degli Omayyadi a Damasco, i castelli crociati, una concentrazione senza pari di chiese fra il IV e il VI secolo intorno ai vertici di Qal’at Sim’an e Qalb Lozé, intatti insediamenti rurali bizantini nella steppa di Serdjilla, Sergiopolis-Rusafah, le fortezze giustinianee sull’Eufrate, Dura Europos... La coesistenza di testimonianze di varie epoche si accompagna alla coabitazione di minoranze sopravvissute al feroce tsunami dei nazionalismi e dei fondamentalismi religiosi del Novecento.

Gli antichi villaggi e le imponenti rovine di chiese a nord di Aleppo sono animati dai variopinti vestiti dei kurdi, Aleppo ospita tutte le confessioni religiose superstiti di scissioni ed eresie del cristianesimo orientale, cui si è sovrapposta una popolazione armena formata dalle vittime delle deportazioni e dei massacri turchi del 1915-1917, strappate dalle sedi anatoliche e spinte fino al deserto di Deir-el- Zor, poi rifluite nelle città (a partire dal mitico rifugio aleppino dell’hotel Baron). Alle varie frazioni del monofisismo e ai drusi corrisponde la pluralità islamica, dove a una maggioranza relativa sunnita si contrappongono forti nuclei sciiti e soprattutto la loro “eresia” alauita, minoritaria ma stabilmente insediata al vertice dello Stato e in qualche modo garante di un equilibrio etnico-religioso a prezzo di un esercizio autoritario del potere.

L’attuale e contestato regime deriva dalla rivoluzione pan-araba del Ba’ath (Rinascita), partito laico e anticoloniale fondato nella grande Siria e in Mesopotamia alla fine degli anni ’30 da cristiani, alauiti e sunniti (inizialmente sollecitati dal marxismo e dall’esperienza del Front Populaire), anche se di quell’ispirazione ben poco, a parte la tolleranza religiosa, restò nella dittatura familiare degli Assad e ancor meno nel percorso di Saddam Hussein in Irak. Abbastanza tuttavia da renderli invisi alle potenze coloniale e neo-coloniali nonché ai fondamentalismi religiosi: dei sunniti, che si sentivano emarginati in Siria, e degli sciiti, maggioritari in Irak, dove l’originario laicismo di Saddam aveva finito per identificarsi con un ceto arabo-sunnita, per di più in guerra con kurdi e iraniani.

Per limitarci alla Siria, è chiaro tanto che il regime si sta sgretolando per l’adozione di politiche liberiste, socialmente devastanti, che hanno fatto saltare gli antichi equilibri etnico-settari e accentuato la repressione politica interna, quanto che le insorgenze sono alimentate e armate da interessi globali e regionali (Usa, Turchia e Qatar, in primo luogo, mentre Russia, Cina e Iran appoggiano il governo per mantenere lo status quo). Paradossale è tuttavia, che l’Europa, dalle famose radici cristiane, si schieri a favore di una rivolta che mira alla liquidazione del pluralismo religioso siriano (come già è successo con quello irakeno).

L’innegabile e odioso autoritarismo politico degli Assad è diventato da un giorno all’altro inaccettabile per le democrazie occidentali, come era accaduto per Gheddafi, ma proprio i risultati dell’avventura libica stanno inducendo a una brusca frenata gli entusiasmi occidentali (di Obama in particolare) per ribelli sempre più palesemente mischiati a istanze al-qaediste. Per altro verso, come non vedere nell’interventismo della Turchia un momento della sua guerra anti-kurda e magari un eco dell’antica avversione agli armeni, due gruppi vistosamente presenti ai suoi confini meridionali siriani? Siamo partiti da monumenti in rovina, tracce memoriali, nostalgie plurali, per finire alle ragioni geo-politiche. Ma seguendo entrambe le filiere non si vede quale sia l’interesse dell’Italia e dell’Europa a esporsi (le parole non costano niente) a fianco della parte ribelle invece di favorire una soluzione meno cruenta del conflitto siriano.

Contro lo sgombero del teatro Embros

Manuela Gandini

Il clima ad Atene è pesantissimo e la guerra civile è un pericolo incombente. Dopo le ultime elezioni, nelle quali il partito neonazista Alba Dorata ha conquistato il parlamento con una ventina di seggi su 300, le violenze xenofobe sono all’ordine del giorno. La retorica basata sull’esaltazione della nazione, della famiglia, della normalità, assorbe consensi a non finire. Il risultato è una politica brutale, repressiva e fortemente autoritaria che si è imposta sulla città, in nome della “sicurezza” e della “pulizia”. Gli extracomunitari viaggiano in gruppo per potersi difendere; i gay si stanno compattando per scongiurare aggressioni; alle manifestazioni i picchiatori di Alba Dorata stanno al fianco dei celerini pronti ad attaccare i manifestanti. Qualche settimana fa, due deputati di Alba Dorata e una trentina di attivisti, rasati e in maglietta nera, hanno fatto irruzione in un mercato alla periferia della città, chiedendo documenti a tutti i venditori stranieri e distruggendo selvaggiamente i banchi e la merce di chi ritenevano non fosse in regola. Il portavoce del partito, Ilias Kasiriadis, ha affermato che: “AD interverrà con la forza ovunque vengano offese le sensibilità religiose e la storia della Grecia”.

Intanto le micro-comunità artistiche - sorte in questi anni per far fronte alla ferocia della crisi, alla drasticità dei tagli, alla subordinazione nella quale il cittadino è precipitato - si stanno indebolendo. Nel quartiere popolare di Psirri, lo scorso novembre, il collettivo Mavili ha occupato il teatro Embros rimasto chiuso per sei anni dopo la morte del proprietario. Uno spazio misterioso che da tempo non vedeva scene e uomini, e non sentiva calore. Un luogo che è diventato polo d’attrazione per gli artisti, per gli abitanti del quartiere, per gli extracomunitari e per chiunque volesse esserci. A natale, all’Embros, è stato allestito un pranzo aperto a tutti e ciascuno portava quel che poteva.

In breve è diventato il riferimento per lo sviluppo del teatro indipendente di Atene. Da lì sono passati artisti di tutto il mondo, coreografi come Dimitris Papaioannou e studenti come gli olandesi di Das Arts di Amsterdam che hanno fatto uno stage di due settimane. La logica è stata quella di includere anziché escludere, condividere anziché dividere , consolidare orizzontalmente rapporti anziché riprodurre forme verticistiche di potere. All’Embros si viveva, si mangiava, si discuteva, si metteva in scena la tragedia contemporanea adottando nuovi punti di vista e prospettive inedite.

L’Embros, concepito come piattaforma creativa sulla crisi in corso, ora sta per essere chiuso, murato per sempre. A metà settimana, la polizia, su ordine dell’Etad (società per lo sviluppo degli edifici pubblici) sbaraccherà tutto in prospettiva di “un processo di privatizzazione”. Così, di colpo, come sono stati sradicati gli alberi e le piante degli orti urbani coltivati dai cittadini, ora viene chiuso un polmone di cultura. Il messaggio è chiarissimo: eliminare ogni forma di protesta concreta (centri sociali, culturali, artistici). Eliminare ogni tentativo di autogoverno che sorga dal basso. Stroncare ogni iniziativa volta alla sopravvivenza fisica e psicologica indipendente dal sistema. Polverizzare il tessuto popolare eterogeneo che si andava costituendo e, infine, annientare ogni diritto alla felicità.

 alfabeta2 e alfa+più sostengono la raccolta firme contro lo sgombero del Teatro Embros
Per aderire clicca qui

 

Dalla Peste al Presepe

Michele Emmer

“Era l’estate del 2013 quando scoppiò la Peste. Io avevo venticinque anni e me lo ricordo bene…” Parole di Jack London in The Scarlet Plague, pubblicato nel 1912 (La peste scarlatta, ed. it. Adelphi, Milano, 2009) e citato insieme con il romanzo del 2006 di Cormac McCarthy, The Road (La strada, ed. it. Einaudi, 2007) all’inizio del libro di Sergio Givone Metafisica della peste: colpa e destino (Einaudi, 2012). “La peste è un fenomeno della natura, che però non può essere spiegato su base puramente naturale. C’è qualcosa di fatale, nella peste, qualcosa come un destino – così, almeno per secoli, si è creduto di interpretare questa specie di maledizione che grava sull’umanità.” E citando il Camus de La peste Givone sottolinea che “è da sempre lo strumento per mezzo del quale Dio costringe l’uomo a mettersi in ginocchio e a riconoscere quel che l’uomo si rifiuta di rinoscere: il male che è ovunque ma soprattutto in lui, l’uomo.”

Tante chiese e templi sono stati costruiti per chiedere la fine o per ringraziare per la fine della epidemia della peste. Il più bello è forse la splendida basilica della Salute a Venezia che è stata costruita da Baldassarre Longhena per chiedere la fine dell’epidemia del 1630 e 1631. La costruzione terminò nel 1687. E la festa della Madonna della Salute è la vera festa veneziana, in cui tutta la popolazione percorre il ponte votivo in legno costruito sul Canal Grande solo per i tre giorni della festa.

Leggendo il libro di Givone mi è venuto in mente Calvi, un piccolo paese in Umbria ai confini con il Lazio. È molto difficile in Italia arrivare nel centro di un paese, di un borgo anche molto piccolo, e non trovare una bella piazza, una bella chiesa, dei bei palazzi. Non fa eccezione Calvi dell’Umbria. La piazza centrale è dominata sul fondo dalla Chiesa di Santa Brigida. Ed in questi piccolo paese arrivò uno dei grandi architetti del Settecento, Ferdinando Fuga (1699–1782) per realizzare un grande progetto. Rifare la facciata della chiesa e progettare l’ampliamento del complesso del Monastero delle Orsoline, che si trova subito dietro la chiesa. Il lavoro venne completato tra gli anni 1739 e 1743. Ma se si entra da una delle porte della chiesa di Santa Brigida si ha una sorpresa. Ci si accorge che ognuna delle due porte ha all’interno una chiesa, distinta dall’altra. In origine vi erano due chiese, quella di Santa Brigida, la porta di destra, e quella di sinistra, la chiesa di Sant’Antonio Abate.

All’architetto Fuga fu dato l’incarico di sistemare la facciata in modo tale che scenograficamente apparisse una unica chiesa con due entrate. In particolare la chiesa di sinistra era più bassa di quella di destra. Fuga, che tra l’altro aveva realizzato il Palazzo della Consulta al Quirinale e negli stessi anni stava realizzando la facciata della basilica di Santa Maria Maggiore a Roma, aveva anche il problema di realizzare proprio alle spalle delle due chiese l’ampliamento del convento delle Orsoline. In particolare per realizzare il Coro del convento decise di ridurre la lunghezza della chiesa di Sant’Antonio Abate. Sembra che uno dei motivi per il quale il famoso architetto accettò di lavorare a Calvi sia stato che due sue figlie erano nel convento delle Orsoline.

Il taglio della lunghezza della chiesa comportava lo spostamento dall’interno della chiesa di un insieme di statue di grande interesse. Era un presepe in terracotta policroma composto di 30 personaggi, alcuni in grandezza naturale, databile alla prima metà del XVI secolo. Durante lo spostamento le statue vennero anche in parte restaurate e ridipinte. Il grande presepio si trovava nell’abside alla fine della chiesa di Sant’Antonio e naturalmente la grande nicchia era stata distrutta durante i lavori per la realizzazione del convento. Fu quindi costruita una nuova abside in cui collocare il presepio e venne dipinto un nuovo fondale.

Le statue sono realizzate in diverse proporzioni per creare un effetto di prospettiva, sono distribuite su due piani, oltre agli angeli che sono appesi in cima al soffitto della chiesa. Si sa per certo che a realizzarlo nel 1545 furono Giacomo e Raffaele da Montereale, paese degli Abruzzi. Erano chiamati “li pintori del presepio”. In un atto del notaio Domenico Maggi datato 17 ottobre 1545 si legge che Raffaele, pittore, dichiara di aver ricevuto da Florio di Giovanni, priore della confraternita di sant’Antonio e dal tesoriere Jacobello, come pagamento della somma concordata con il fratello Giacomo, sedici e mezzo Ducati in Carlini per il gruppo della Natività nella chiesa di Sant’Antonio. Nel presepe, sotto i quattro angeli, i Re Magi che stanno compiendo il loro viaggio.

Ed ecco il legame con la peste. In due piccole nicchie, le statue di Sant’Antonio Abate e di San Rocco, patroni della confraternita e protettori contro la peste, la grande epidemia del 1528 e le successive che colpirono le campagne umbre. Nella parte in basso la scena della Natività con la Madonna e San Giuseppe che adorano il bambino al centro della scena. Il bue, l’asino, degli angeli, e due contadini completano la scena. L’abside è alta 8 metri e larga 4. Uno strano personaggio compare sulla destra, seduto, all’altezza dei Magi. Ha una gamba ripiegata sull’altra e tiene il piede con le mani. Forse si sta togliendo una spina, come suggeriscono studiosi della statuaria Greca e Romana. Nella tradizione popolare è considerata una figura maligna. Certo la sua espressione non è rassicurante, un ghigno gli deforma il viso.

Il presepe è stato riaperto al pubblico alla fine del 2011 e da pochi mesi è stato riaperto il museo del convento delle Orsoline posto alle spalle della chiesa di Santa Brigida. Una bellissima entrata, il palazzo di Demofonte Ferrini che lo lasciò al comune che ne entrò in possesso nel 1715. Un piccolo museo con alcune opere di grande interesse, che ha acquisito in donazione la collezione Chiomenti Vassali che comprende opere di Guido Reni, La Maddalena penitente, di Pieter Bruegel il Giovane La parabola dei ciechi, nel quale riprende un famoso dipinto del padre, Pieter Bruegel il Vecchio, attualmente esposto al Museo Capodimonte di Napoli; di Jacob Ferdinant Voet, ritrattista della Roma tardo-barocca, con due dipinti raffiguranti la Regina Cristina di Svezia e Isabella Strozzi Costaguti. Ed una incredibile Vanitas Memento Mori fiamminga del pittore Jan Sanders (circa il 1530-40) di una estrema realistica sensualità, con una donna con i turgidi seni appena velati che colpiscono non certo per il richiamo alla morte e alla vanità.

Si parla tanto di rilanciare l’economia, di rilanciare il turismo, di razionalizzare le spese per i piccoli musei. Valorizzare è forse la parola giusta. È difficile trovare in Italia paesi che non abbiano nulla da mostrare al mondo. Il problema è che nessuno lo sa.

Apertura Museo: giovedì e sabato, ore 16.00-19.00; domenica e festivi, ore 11.00-13.00 / 16.00-19.00. Visite su appuntamento, tel. 0744.710158.

Possiamo permetterci l’arte contemporanea?

Michele Emmer

L’arte è gioia, è futuro, è da ricordare, per scandire il tempo.

Che cosa è l’arte? Viviamo nell’epoca della rete, ecco la risposta in rete di Wikipedia: L’arte, nel suo significato più ampio, comprende ogni attività umana – svolta singolarmente o collettivamente – che porta a forme di creatività e di espressione estetica, poggiando su accorgimenti tecnici, abilità innate o acquisite e norme comportamentali derivanti dallo studio e dall'esperienza.

Nella sua accezione odierna, l'arte è strettamente connessa alla capacità di trasmettere emozioni e messaggi soggettivi. Tuttavia non esiste un unico linguaggio artistico e neppure un unico codice inequivocabile di interpretazione. Nel suo significato più sublime, l'arte è l'espressione estetica dell'interiorità umana. Rispecchia le opinioni dell'artista nell'ambito sociale, morale, culturale, etico o religioso del suo periodo storico. Alcuni filosofi e studiosi di semantica, invece, sostengono che esista un linguaggio oggettivo che, a prescindere dalle epoche e dagli stili, dovrebbe essere codificato per poter essere compreso da tutti, tuttavia gli sforzi per dimostrare questa affermazione sono stati finora infruttuosi. E naturalmente esiste anche l’arte culinaria, la capacità di cucinare bene. Sempre in rete nel sito di wikitesti si trovano alla voce arte culinaria delle poesie (di cui non è riportate l’autore):

La culinaria è l'arte e in più la scenza
De còce bene quello che se magna,
In magnera che quello ch'è in credenza
Diventi cucinato una cuccagna.

C'è bisogno de tanta conoscenza
De come se lavora eppoi se bagna
Co' l'ojo ner tegame co' pazzienza
Er sugo p'er risotto o la lasagna.

Nessuno fortunatamente è in grado di specificare che cosa l’arte sia, dell’arte culinaria abbiamo un poco tutti qualche idea. Anche se non tutti sono bravi ed inventivi. Non tutti sono dei grandi artisti della cucina. Dove la parola artisti è usata in un senso ampio. Non sembrerebbe possibile rileggere quella specie di definizione di wikipedia dell’arte, sostituendo alla parola arte, le parole arte culinaria.

L’arte è ribellione, è rabbia, è voglia di rivoluzione, di cambiare, è rivolta.

Però se si rivolge alla rete la domanda “Che cosa è l’arte?” si ottengono 1.280.000 risposte, senza fare distinzioni tra cose plausibli e no. Ora se alla rete poniamo la domanda “Tortellini” ne otteniamo 9.640.000. Se poi chiediamo notizie di parmigiano reggiano 2.750.000 e si potrebbe continuare con culatello, mortadella e tante altre delizie dell’arte culinaria. Mi piacciono moltissimo i tortellini, cotti nel brodo vegetale, con una bella spruzzata di parmigiano.

Ben Vautier Fluxus Food (500x329)

Negli ultimi anni mi dicono che non c’è trasmissione televisiva che non abbia il suo momento in cui si cucina in studio. Una orgia di ricette, tegami, ingredienti, sapori, odori. Una grande arte culinaria! Vuoi scrivere un libro che vende tante copie, con suggerimenti, ricette, idee sublimi? Scrivete di cucina. Volete diventare famoso? Aprite un ristorante, inventando nuovi piatti fantasiosi e curiosi e magari anche buonissimi. Insomma una parte importante della nostra vita ruota attorno all’arte culinaria. La prima frase della approssimativa definizione di che cosa sia l’arte, si potrebbe modificare così:

L’arte culinaria, nel suo significato più ampio, comprende ogni attività umana – svolta singolarmente o collettivamente – che porta a forme di creatività e di espressione estetica, poggiando su accorgimenti tecnici, abilità innate o acquisite e norme comportamentali derivanti dallo studio e dall'esperienza.

Sembra un poco stiracchiata come definizione, un poco esagerata, molto eccessiva, francamente imbarazzante. Espressione estetica Fortunatamente anche la parola estetica pone non pochi problemi per essere definita. Parola recente che è forse eccessivo applicare a qualsiasi cosa. Ma i tempi cambiano, anche l’estetica cambia, anche l’arte. Che diritto abbiamo di escludere alcuni ambiti della attività umana, dall’ambito artistico?

L’arte certo come illusione, l’arte come chimera, come ricordo, come rimpianto.

Succede che un luogo deputato all’arte, per di più a quella cosa molto indefinita, indefinibile, inarrivabile, inesprimibile, odiata, vituperata che è l’arte contemporanea venga profanato da una bella mostra di arte culinaria. Dai profumi, dai sapori, dagli odori, dalle forme delle tante magnificenze di uno dei luoghi tempio dell’arte della cucina: Modena. La Galleria civica d’arte contemporanea di Modena, di cui è è parte la meravigliosa palazzina Vigarani iniziata a costruire nel 1633, delegata a contenere prelibatezze e maestrie dell’arte culinaria.

E il direttore della galleria stessa che se la prende a male e si dimette, in questi tempi dove avere un posto di lavoro, seppur a tempo parziale come era il suo, è così difficile. E un bel coro di intellettuali insorge. Veri parrucconi della cultura, pronti poi ad abbuffarsi di tortellini, e di salumi. Come racconta l’episodio il protagonista Marco Pierini, mio caro amico per dichiarare subito la mia faziosità:

I consorzi che raccolgono i produttori del settore agroalimentare del territorio modenese, riuniti nella società Palatipico srl, hanno fatto pubblicare sulla stampa cittadina del 12 dicembre un articolo nel quale annunciavano che avrebbero chiesto al Comune di Modena l’utilizzo della Palazzina Vigarani, da 33 anni assegnata alla Galleria civica come sede espositiva, per farne una vetrina delle “eccellenze enogastronomiche” durante tutto il periodo di Expo 2015. Lunedì 15 il sindaco di Modena ha annunciato in conferenza stampa di aver accolto la proposta di Palatipico, senza aver prima aperto alcun confronto con la Galleria, la cui programmazione era perfettamente definita e già annunciata su tutta la stampa locale e italiana. Nei giorni successivi si sono svolte lunghe ed estenuanti trattative con assessori e dirigenti del Comune volte a cercare di convincermi a trasferire altrove le mostre, senza che questo ‘altrove’ prendesse mai la forma di uno spazio preciso e rispondente alle caratteristiche minime che sono necessarie (adeguatezza degli ambienti, climatizzazione, impianti di sorveglianza, illuminazione, ecc.). A me pareva molto più semplice cercare un luogo diverso per i prodotti tipici piuttosto che sfrattare un museo dalla sua sede storica.

cucina futurista (500x401)

L’arte è figlia del potere, serve a dare l’illusione di contare, di essere tutti eguali, tutti partecipi.

ME: Pensi che i luoghi dell’arte non possano essere usati in altro modo?

MP: Non lo credo affatto, ma est modus in rebus! L’amministrazione comunale di Modena potrebbe anche, da domani, avviare un percorso di trasferimento definitivo delle sedi della Galleria civica altrove, in spazi magari anche più adatti. Ma sono processi che richiedono tempi e modi adeguati e lunghi. Quando uno spazio è individuato come museo le forme e i limiti del suo utilizzo sono di competenza del direttore e regolati da norme, regolamenti, standard internazionalmente riconosciuti, oltre che – in caso di edifici storici – dall’attività di tutela della Soprintendenza. Detto questo nei musei si leggono libri, si proiettano film e video, si organizzano spettacoli teatrali e di danza, concerti, attività educative di ogni tipo e persino (in spazi adatti) eventi che hanno a che fare con la cultura materiale.

Aggiunge Pierini:

Non ho mai incontrato un artista (un musicista, uno scrittore... a cui i tortellini non piacessero, ma ho anche riscontrato quanto i modenesi, una volta che si siano alzati da tavola, come tutti, amino leggere, andare al cinema, a teatro, alle mostre. La tradizione e la vivacità culturale della città – che naturalmente i modenesi percepiscono meno di chi viene da fuori, com’è naturale – sono evidenti: il festivalfilosofia, la Galleria Estense, le biblioteche, belle stagioni teatrali, un ottimo festival di musica barocca (Grandezze & Meraviglie), musica di alta qualità proposta da associazioni come gli Amici della musica, un cinema d’essai dalla programmazione sempre intelligente e accurata, per non parlare del fermento delle attività di base. Insomma, mi sembra riduttivo per la storia e la qualità della cultura modenese passata e presente limitarsi ai pur squisiti prodotti della cultura enogastronomica.

ME: La cultura ha un senso, nel senso restrittivo e autoreferenziale che le vogliono dare gli intellettuali, che pretendono di averne il monopolio?

MP: Il monopolio non ce l’ha nessuno e la Pop Art ci ha insegnato che cultura popolare e cultura d’élite non solo convivono ma possono mescolarsi e interagire tra loro. C’è un problema, però, di mantenimento dell’integrità – non soltanto fisica – del nostro patrimonio storico artistico. L’opera d’arte agisce sempre come una deflagrazione in noi, ci rende consapevoli del passato, ci aiuta a vivere il presente, ci proietta nel futuro. Considerarla “tappezzeria”, qualcosa “di bello” di fronte – o dentro al quale – si può organizzare un cocktail party significa (oltre che spesso metterne a rischio l’incolumità) staccare il detonatore, limitare o addirittura annullare quel potenziale attivo dell’opera (ma meglio dovremmo dire dell’intero patrimonio culturale) che ci trasforma in cittadini più consapevoli, e dunque migliori.

warhol-campbell-soup-cans- (500x304)

Dimentica Marco Pierini che l’arte nella stragrande maggioranza dei casi non rende, non contribuisce ad aumentare il PIL, a diminuire il debito. In un periodo di grandi ristrettezze possiamo permetterci l’arte, ancora di più l’arte contemporanea? Non è meglio investire sul presente, sull’oggi, su fatti sicuri e non opinabili? (chi mette in discussione tortellini e cotechini e il reddito che producono?). Possiamo giocare e permetterci l’arte contemporanea? Possiamo permetterci di investire nella conoscenza, nella discussione, nella capacità critica? Possiamo permetterci di discutere? Possiamo permetterci di avere opinioni diverse? Possiamo pensare che il futuro non è domani ma anche dopodomani? Che non sapremo mai con alcuna certezza se l’arte di oggi sarà anche un’arte del futuro, vicino e lontano? Che dobbiamo culturalmente e strutturalmente, in termini ragionevoli certo, rischiare, inventare, rinnovare, cambiare, rivoluzionare?

Ma si dirà, in fondo una polemica banale, che si può risolvere velocemente mangiando un piatto di tortellini in brodo. E se invece fosse una piccola immagine del mondo contemporaneo, con i suoi valori, le sue certezze, le sue incapacità, le sue scarse ambizioni, con la sua smania di essere rassicurato e non spinto in mare aperto, a cercare nuove idee, nuove soluzioni? L’arte non ci darà soluzioni, ma forse problemi, caoticità, casualità, alla ricerca di una utopia di vita in cui l’arte è stata sempre parallela alla vita dell’umanità, da quando qualcuno dipinse nelle grotte di Lascaux grandi animali, e dei misteriosi quadrati, grandi, colorati. Erano circa 15.000 anni fa, erano uno o più appartenenti alla razza Homo Sapiens Sapiens. Che mangiavano, lottavano, dormivano, procreavano, ma aveva scoperto di aver bisogno anche di altro. E se qualcuno pensa che quelle immagini non li hanno aiutati a vivere, sbaglia di grosso. Io i tortellini li preferisco asciutti.

L’arte è figlia delle diseguaglianze: tra i popoli, le civiltà, le città, gli individui.

Il materialismo (a)storico

Carlo Antonio Borghi

Il benculturalismo universalista e globalista dell’UNESCO confida e pontifica su una categoria culturale che definisce immateriale. Dando corpo a questa balzana definizione l’Ente ha colpito anche in Sardegna. Alla fine del 2013 ha attribuito la sua medaglia di patrimonio dell’umanità alla Faradda della città di Sassari.

Patrimonio orale immateriale. La Faradda consiste nella discesa dei cosiddetti candareri, grandi macchine a spalla portate per strada grazie alla baldanza di molti uomini muscolati e allenati alla bisogna. Ogni candeliere è una alta e grossa colonna di legno che, in quanto cero votivo, rappresenta un gremio o corporazione d’arte e mestieri. Otto candelieri per otto gremi: mercanti, massai, sarti, muratori, calzolai, ortolani, conciatori e pastori. Partono da piazza Castello e corrono quasi a rotta di collo verso la chiesa di Santa Maria in Betlem. Ogni tot i portatori si fermano e fanno danzare il gran candeliere votivo.

La Faradda ogni 14 di agosto celebra la fine della peste del 1652. Cosa c’è di immateriale in una calata dionisiaca resa possibile solo dalla possanza fisica di tanti uomini?! La cultura, anche quella che si fonda sulla devozione popolare e tradizionale, è tutta materiale e materialista. Il popolo canta, applaude, incita e alla fine festeggia con abbondanti libagioni e danze bacchiche. Anche una supplica, una preghiera o un ex voto rivolti a questo o quel santo sono atti materiali e concreti. La cultura è materia prima che fatica, suda, sfama e disseta. Per l’UNESCO invece tanta parte della cultura incarnata nell’umanità è memorabile in quanto immateriale e incorporea. Sassari ora si ritrova repertoriata in quella categoria immaterialista.

Anche a Cagliari la festa e la processione votiva del 1° maggio intitolata a Sant’Efisio avrà prossimamente lo stesso riconoscimento. L’incartamento benculturalista è già sulle scrivanie dei funzionari dell’UNESCO. Anche in questo caso e da quasi 400 anni, si celebra in pompa magna il caso di una terribile epidemia di peste che mise in ginocchio la città nel 1656. Costumi sardi multicolori provenienti da ogni contrada e villaggio, carri a buoi carichi di bellezze ingioiellate e cavalli bardati a festa sfilano per ore e ore occupando i quartieri storici della città. Trionfi di dolciumi in pasta di mandorla e di ricotta allietano e confortano decine di migliaia di spettatori. Birra, vino e malvasia scorrono a fiumi. I fumi degli arrosti si alzano verso il cielo oscurando i fumi della vicina città petrolchimica chiamata Saras. Tutto immateriale, compresa la fitta infiorata di petali di rosa che accompagna il passaggio del santo guerriero e martire dioclezianeo.

Altrettanto immateriale doveva essere stata la peste epidemica che in quel 1656 si portò via migliaia di corpi di cittadini appestati e affamati dalla carestia. Quella del 1° maggio è la processione votiva più lunga del Mediterraneo: 40 chilometri di pellegrinaggio dalla città fino a Nora, luogo del martirio del santo e da lì altrettanti 40 chilometri di rientro in città. Del resto Cagliari vanta la spiaggia urbana più lunga dello stesso Mediterraneo: 8 chilometri di Poetto. Tutto immateriale. Tutto trasfigurato. Tutto fantasmatico. Seguendo quest’ordine delle cose culturali immateriali anche i Promessi Sposi o La Peste di Albert Camus sarebbero esempi di cultura letteraria immateriale e sulfurea. Il materialismo storico si sa cosa è stato e cosa ancora è.

Per l’UNESCO esiste un immaterialismo storico da santificare subito ma solo loro sanno di cosa possa trattarsi. Intanto Madonna pensa a un remake di se stessa: Living in a (im)material world and I am a (im)material girl you know that we are living in a (im)material world and I am a (im)material girl.

Istruzioni per l’uso del futuro

Michele Dantini

Il patrimonio è «comunità» o «mercato»? Potremmo partire da questa domanda per introdurre l’ultimo libro di Tomaso Montanari che, se approfondisce le convinzioni più radicate dell’autore, accompagna sottili mutamenti di prospettiva e sperimenta inedite attitudini espositive.

La narrazione non è scandita da capitoli o paragrafi ma dalle voci di un «alfabeto civile» che va dalla A di «ambiente» alla Z di «zenit». Le tesi in primo luogo. Se assoggettato a norme di profitto, il patrimonio (inteso prioritariamente come un «intangibile», cioè come una risorsa immateriale) smarrisce i compiti educativi assegnati ad esso dalla Costituzione. Muore o decade. Al di là delle retoriche commerciali, «valorizzarlo» adeguatamente implica dunque riconoscerne la differenza dai beni di consumo. Significa studiarlo sino a rigenerarne la conoscenza, interrogarlo, divulgarlo.

La tutela del patrimonio è intimamente connessa a quella dell’ambiente: «natura» e «cultura» particolarmente in Italia, paese di antica antropizzazione, formano un’unità storico-antropologica che occorre preservare. Mobilitarsi in difesa di acqua, aria, boschi e suolo non è diverso, afferma Montanari, dal prendersi cura del singolo monumento, del piccolo museo territoriale, dell’area archeologica, delle «identità» comunitarie.

Infine. La conoscenza storico-artistica è requisito di cittadinanza. Dovrebbe essere incoraggiata ed estesa a tutti sin dai primi anni delle scuole, e considerata adempimento costituzionale, parte di una più generale politica delle pari opportunità. Sappiamo invece come l’insegnamento della storia dell’arte sia stato inesplicabilmente ridotto da recenti riforme e, in taluni casi, soppresso. Non solo. Le partnership pubblico-privato devono stabilirsi sul presupposto della bontà dei progetti. Selezionare attitudini e competenze. Produrre mobilità sociale. L’attuale mercato delle concessioni appare invece truccato da contiguità politico-partitiche e rapporti clientelari.

Ciò che più colpisce, in Istruzioni per l’uso del futuro, non sono le tesi, in buona parte note e esposte in circostanze recenti. Sono gli slittamenti che hanno luogo a due livelli, di forma e contenuto; e che risultano assai significativi. Una maggiore disponibilità al contemporaneo (pur se da ricondurre «nelle periferie») si accompagna al riconoscimento dell’importanza occupazionale delle politiche di tutela. Il libro prova ad avviare un discorso anche economico sul patrimonio riconoscendo che il dibattito è stato, sin qui, eccessivamente schematico e polarizzato.

È un riconoscimento importante. Nel desiderio di «sostituire la proposta alla pura denuncia», Montanari lancia brillanti idee e segnala alcune best practices. Perché non istituire una Scuola nazionale del patrimonio? O non trasformare le soprintendenze (e i musei pubblici, aggiungo) sul modello dei «policlinici», cioè istituzioni universitarie che svolgono ricerca applicata?

A mio avviso l’attuale ritrovata vivacità del discorso storico-artistico italiano è connessa a un’istanza di semplificazione linguistica portata a buon termine. Da più di un decennio i progetti di «cartolarizzazione» del patrimonio o le offensive neoliberiste contro le competenze storico-artistiche hanno obbligato (e obbligano tuttora) gli storici dell’arte a interrogarsi in modo semplice e diretto sull’utilità pubblica della propria attività; e a confrontarsi con l’interesse generale.

Istruzioni per l’uso del futuro corrisponde all’esigenza di rivolgersi a (e interessare) un più vasto pubblico: il modo in cui è scritto e concepito costituisce de facto una vivida contestazione dell’autoreferenzialità della storia dell’arte universitaria.

La saggistica attraversa difficoltà crescenti, certo non solo in Italia. Gli editori chiedono racconti: solo l’intrigo poliziesco o la saga familiare sembrano poter sopravvivere alla tempesta. Per uno storico dell’arte di formazione accademica si pone dunque la necessità di mantenere in vita la scrittura saggistica conferendole forme «altre» e (per così dire) avvolgendo in involucri narrativi il pensiero critico.

Già dall’accostante dispositivo retorico che lo sorregge, quello dell’«alfabeto civile», il libro si confronta con la spinosa congiuntura culturale, e lo fa bene. Eccettuate sporadiche iperboli o sbrigative riduzioni polemiche, rispetta la delicatezza dell’argomento mentre gioca la carta (strategica) della brevità divulgativa.

Tomaso Montanari
Istruzioni per l’uso del futuro. Il patrimonio culturale e la democrazia che verrà
minimum fax (2014), pp. 127
€ 9,00