La sinistra di Re Giorgio

Giso Amendola

Giorgio Napolitano, nei giorni convulsi delle fallimentari consultazioni di governo, li aveva già richiamati alle proprie responsabilità; e aveva evocato un anno chiave, il 1976. Così è stato subito chiaro in cosa consistesse la vera responsabilità da assumersi: attenersi rigorosamente alla strada maestra delle larghe intese. Questo paese va tenuto unito rigettando ogni cosa che sappia di conflitto, e mantenuto sui binari della concertazione eterna tra le forze politiche principali: evocando, a norma fondamentale del governo, la perpetua emergenza. Non si può dire che non abbiano ascoltato il presidente.

Fa nulla che, nel solito passaggio da tragedia a farsa, le grandi forze popolari delle grandi intese del 1976 si siano ridotte, nel frattempo, a correnti litigiose del Pd, e che le intese ora si facciano con la destra berlusconiana: lo schema non si tocca. Il richiamo di Napolitano al 1976 suona come la riproposizione obbligata di una cultura politica perenne e inaggirabile: larghe intese, unità nazionale, emergenza. Più che per il marchio M5S, Stefano Rodotà è allora subito sembrato un extraterrestre, certo per giochi di potere, ma forse anche per motivi sostanziali, e radicati nelle sue battaglie recenti.

Ma una sinistra agli occhi della quale anche solo un buon costituzionalista liberaldemocratico, riformista e legalitario, appare un sovversivo pericoloso, giusto perché aperto ai beni comuni, ai nuovi diritti e a un nuovo welfare, davvero è destinata a non poter fare altro che ripetere il 1976: e ripeterlo proprio nella scelta di rompere definitivamente ogni ponte con intere generazioni, con i linguaggi e i desideri del presente, con la vita.

Così il governo Letta nasce segnato da questo senso di assoluta separazione: un governo che trova la sua legittimazione tutta in un’operazione di ridisegno autoritario degli equilibri costituzionali. Un governo del presidente perfettamente in linea con quella rivoluzione dall’alto che ha caratterizzato le trasformazioni istituzionali europee durante la crisi. Si levano ora alti lamenti, dall’antiberlusconismo tradito dalla svolta «intesista» del Pd, su un Berlusconi eventualmente promosso a padre costituente da un’improvvida ennesima commissione per le riforme.

Ma mai come adesso la posizione fondata su una pura e semplice difesa del disegno costituzionale classico appare disperatamente conservatrice. Il governo del presidente segnala come quell’equilibrio dei poteri sia ormai archiviato: la finanziarizzazione ha una sua singolare portata costituente, trasforma e centralizza la governance, rende impraticabile qualsiasi ipotesi di restaurazione dei bilanciamenti tradizionali. E qui, ancora, quel richiamo al 1976 giunge davvero rivelatore: non è forse proprio in quegli anni che, coperta dal compromesso storico, la crisi della rappresentanza politica si è rivelata in tutta la sua insuperabile definitività?

Non segnano quegli anni la decisiva rottura di un assetto costituzionale, formale e materiale che da allora in poi non ha potuto che continuare incessantemente a finire? Non sarà allora su un piano di semplice difesa costituzionale che potrà essere affrontata questa nuova stretta: sovranità e parlamenti nazionali sono messi fuori gioco, e in questo l’ipotesi di un governo di rinnovamento «neoparlamentare», fatta balenare sia da Bersani che dai grillini, era davvero impotente già alla radice.

A questo punto solo la sperimentazione di processi costituenti europei potrebbe riaprire una via fuori dalla carica distruttiva della crisi. Il vero incubo per le larghe intese è che si sviluppi un movimento europeo capace di uscire dalla semplice insoddisfazione anticasta, e di sviluppare una rivolta antiausterity che esprima la persistente ricchezza di un lavoro vivo sempre più dequalificato e depredato dalle politiche di rigore.

È questo l’autentico nemico delle larghe intese, ben più che le imboscate parlamentari della destra o qualche ennesima operazione residuale di ricompattamento dei pezzetti delle variopinte sinistre allo sbando. E, per quanto la lunghezza della crisi lavori ai fianchi anche i movimenti, questi governi sanno bene che la possibilità dello sviluppo di un’opposizione di questo tipo è tutt’altro che remota. E infatti, mentre Enrico Letta annunciava un parco e responsabile fine settimana spirituale in abbazia, sono piovute cariche e manganelli sugli studenti dentro e fuori l’università, a Napoli come a Milano.

Pochi giorni prima, il I Maggio, con le diffuse contestazioni alle cerimonie sindacali ufficiali e con il successo di una partecipata MayDay precaria milanese, aveva mostrato come si possano aprire ampi spazi di lotta proprio a partire da un radicale e definitivo abbandono al suo destino della sinistra istituzionale e delle sue rappresentanze politico-sindacali. Del resto, incantate dal Re e dai suoi richiami al 1976, cosa volete che quelle rappresentanze riescano più a comprendere del lavoro vivo contemporaneo? In fondo, proprio da quegli anni lì, se pure lo incontrano, è solo nei loro incubi.

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La Sinistra di re Giorgio

Giso Amendola

Giorgio Napolitano, nei giorni convulsi delle fallimentari consultazioni di governo, li aveva già richiamati alle proprie responsabilità; e aveva evocato un anno chiave, il 1976. Così è stato subito chiaro in cosa consistesse la vera responsabilità da assumersi: attenersi rigorosamente alla strada maestra delle larghe intese. Questo Paese va tenuto unito rigettando ogni cosa che sappia di conflitto, e mantenuto sui binari della concertazione eterna tra le forze politiche principali: evocando, a norma fondamentale del governo, la perpetua emergenza.

Non si può dire che non abbiano ascoltato il Presidente. Fa nulla che, nel solito passaggio da tragedia a farsa, le grandi forze popolari delle grandi intese del 1976 si siano ridotte, nel frattempo, a correnti litigiose del PD, e che le intese ora si facciano con la destra berlusconiana: lo schema non si tocca. Ciò che non s'era riuscito (ancora) a fare per la formazione del governo, si farà nell'elezione del Presidente della Repubblica. Il richiamo di Napolitano al 1976 suona come la riproposizione obbligata di una cultura politica perenne e inaggirabile: larghe intese, unità nazionale, emergenza. Così: "deve essere un cattolico".

E allora recuperiamo l'uomo della CISL, insieme cattolico ed eroe della concertazione: Marini. Poi, quando pure ci si è spinti a rompere l'intesa e ad arrivare a un nome votato dal solo centrosinistra, allora è stato Prodi: mai Rodotà. Ma perché l'interdetto, quando in fondo, e lo ha pure rivendicato più volte, Rodotà proviene, nel bene e anche nel male, da quella stessa storia?

Più che per il marchio M5S, Rodotà è subito sembrato un extraterrestre, anche e proprio rispetto alla sua stessa storia, per motivi sostanziali, e radicati nelle sue battaglie recenti.
I beni comuni: in un partito diviso tra priorità del mercato e nostalgie statualiste, il solo evocare uno spazio non tradizionalmente pubblico e non proprietario è concepito come incomprensibile. Il reddito di base? Bersani e Fassina hanno scelto come bandiera, nella discussione della riforma Fornero, l'innalzamento della pressione fiscale sul lavoro precario, sognando evidentemente di spingere così al tempo indeterminato per tutti. Con gli esiti disastrosi già registrati.

E questi velleitari tardosocialisti, che risolvono la precarietà ammazzando il precariato, possono mai capire la rilevanza politica del reddito di base? Per chi ha il calendario che segna 1976, tutto questo è eresia. E allora, contro l'eresia, è evidente che bisogna ritornare ai Padri che più Padri non si può, e reincoronare re Giorgio. E certificare così l'ibernarsi definitivo di un'intera cultura politica. Anche in questo, davvero, hanno seguito il 1976: nella scelta di rompere definitivamente ogni ponte con intere generazioni, con i linguaggi e i desideri del presente, con la vita.

Fortunatamente, a sera, abbiamo finalmente lasciato questo eterno '76. Le piazze si sono riempite: e non era l'effetto della chiamata di Grillo, il quale, anzi, ha innestato la retromarcia non appena ha capito che Piazza Montecitorio non sarebbe stata un "suo" teatro. Piuttosto, abbiamo visto, per una sera, anche a Roma qualcosa di simile alle convocazioni spontanee attorno ai palazzi arroccati della rappresentanza, le modalità di dissenso tipiche dell'Europa dell'indignazione di questi anni.

Ma anche qui, poco ci hanno capito, i reduci del '76: quella gente è populista, è fascista, dicono. Rodotà stesso invita, come per la sua cultura è quasi inevitabile, a manifestare dissenso solo "nelle sedi istituzionali".

Eppure, quello che si è visto non è che quello che nell'Europa della crisi accade spesso. Ma una sinistra agli occhi della quale anche solo un buon costituzionalista liberaldemocratico, riformista e legalitario, appare un sovversivo pericoloso, giusto perché aperto ai beni comuni, ai nuovi diritti e a un nuovo welfare, evidentemente ancor meno ne può sapere di indignados e di acampadas. Starà ancora rincorrendo gli "untorelli" e maledicendo il '77.

A sarà düra!

Carlo Formenti

Da anni il movimento No Tav viene additato dalle sinistre radicali come un esempio di lotta antagonista capace di crescere e durare nel tempo, associando le lodi – rituali – alla precisazione - altrettanto rituale – che si tratta di un caso unico e irripetibile. Ma questo è falso – o almeno solo parzialmente vero: la lotta No Tav presenta alcuni caratteri di unicità, ma non è un caso irripetibile, bensì l’esito di un metodo politico da praticare, piuttosto che celebrare a parole. Lo confermano i racconti dei suoi militanti, raccolti dal Centro sociale Askatasuna. Non avendo lo spazio per commentare queste straordinarie storie di vita, mi limito a restituirne il senso politico, ben sintetizzato dalle sezioni introduttiva e conclusiva che le precedono e seguono. Procedo schematicamente, per punti.

1) La forza del movimento risiede in una comunità che ha costruito la propria identità sulla identificazione del nemico. La chiarezza del fine di parte - gridare tutti insieme NO alla costruzione della linea ad alta velocità e agli interessi di coloro che la sostengono – ha pesato più degli altri, pur importanti, fattori aggregativi (memoria storica della resistenza di movimenti ereticali e partigiani alle invasioni esterne, l’amore per il luogo, ecc.).

2) Malgrado la composizione sociale frammentaria, il movimento ha assunto carattere di lotta di classe, nella misura in cui ha capito che il capitale sfrutta il territorio come mezzo di produzione, calpestando l’ambiente e i suoi abitanti per estrarne profitto. Così la rigidità dei comportamenti valligiani diviene il prolungamento della rigidità dei comportamenti di fabbrica (già iscritti nella storia delle lotte operaie della zona).

3) Il rifiuto nei confronti delle istituzioni rappresentative e del ceto politico non è avvenuto sul terreno ideologico dell’antipolitica, bensì sul terreno concreto dell’invenzione di controistituzioni di democrazia diretta e partecipativa: presidi, comitati di lotta, coordinamento valligiano, assemblea popolare.

4) I militanti venuti da fuori hanno saputo farsi accettare/integrare nel movimento senza nascondersi dietro ideologie spontaneiste ed esaltazioni dell’orizzontalità ma, al contrario, rivendicando la funzionalità del proprio ruolo “verticale” di elementi in grado di donare forma, potenza e organizzazione alla lotta pur restandone all’interno (i curatori parlano di “gerarchie provvisorie e funzionali”).

Aggiungo solo due osservazioni e una riflessione. Prima osservazione: ho trovato apprezzabili le critiche alla retorica dei beni comuni: comuni sono solo i beni oggetto di riappropriazione sociale, altrimenti si scade nelle solite, nauseabonde litanie sull’interesse generale. Seconda osservazione: condivido l’atteggiamento “laico” nei confronti della contro informazione in rete: i new media non sono intrinsecamente “democratici” (il libro ne descrive bene l’integrazione nella propaganda anti movimento dei media mainstream), ma solo più efficaci in quella guerra fra network poveri e network egemoni che è divenuta la comunicazione politica.

Infine la riflessione: ciò che è “esportabile” della lotta No Tav è il metodo politico descritto in questo libro che, a mio avviso, somiglia a quello che Lenin e Gramsci indicavano come l’unico modo corretto di costruire l’organizzazione rivoluzionaria in quanto parte integrante della composizione antagonista di classe.

Centro sociale Askatasuna (a cura di)
A sarà düra!
Storie di vita e di militanza no tav
DeriveApprodi (2013), pp. 320
€ 18,00

Micrologie valdostane

Davide Gallo Lassere

Incastonata tra le più alte montagne europee sorge una valle detta d’Aosta. Un lembo di terra le cui bellezze mozzarono il fiato a pittori romantici inglesi e francesi e che seguitano tutt’ora ad attirare ogni anno migliaia di turisti. Quassù la crisi stenta ancora a scaricarsi in tutta la sua virulenza. Nonostante qualche recentissima, lieve incrinatura, i 140.000 valdotèns possono infatti vantarsi di godere tassi di criminalità, disoccupazione e povertà irrisori rispetto alle altre regioni italiane. Ben diverso il discorso per quanto concerne reddito, proprietà agricole e immobiliari, immatricolazioni di veicoli a motore e... suicidi: il cui numero relativo nel 2010 si è arrestato al doppio rispetto alla media italiana.

Aldilà di quest’ultimo, sconcertante dato, è solo dopo una ruggente scalata che lo stemma del leoncino aostano è riuscito a insediarsi con stabilità nei vertici delle classifiche italiane sulla qualità della vita. Il vecchio carrefour d’Europe si è così apprestato a diventare la Walt Disney delle Alpi: l’incarnazione perfetta di un mondo poststorico avvolto in una bolla di benessere e sport, mutui agevolati e incentivi di varia natura, assistenzialismo clientelare e gestione affaristica delle finanze pubbliche (si veda, dalle stalle che si trasformano in villini alle sovvenzioni più suggestive, la spropositata espansione appena ultimata del già ampiamente sottoutilizzato aeroporto). Luogo idoneo, insomma, in cui crescere figlioletti spensierati e sussidiati o dove trascorrere un’agiata pensione, nonché squarcio privilegiato per scrutare le storture antropologiche del grande sonno sociale, politico e culturale de “l’ultimo uomo”.

Peccato che, grazie a uno statuto speciale sorto dalle ceneri del fascismo, per qualche mese almeno la regione autonoma si è alacremente mobilita attorno all’istituzione e successiva approvazione (in data 18 novembre) di un referendum propositivo sul trattamento dei rifiuti. Oggetto del contendere un impianto di pirogassificazione. Una ciminiera alta oltre 50 mt, per la cui costruzione sarebbero stati stanziati 225 milioni di euro alle ditte che si sono già aggiudicate l’appalto: il più grande della storia valdostana. Millantato come il nec plus ultra della tecnologia, il pirogassificatore avrebbe avuto una capacità di smaltimento rifiuti decisamente superiore alle quantità prodotte in loco – ossia 60 mila tonnellate annue contro 42. Fatto ulteriormente aggravato dal basso riciclaggio (circa il 44% del totale) e dalle normative europee che prescriverebbero il raggiungimento del 65% di differenziata entro fine decennio, pena sanzioni.

Se a questa discrepanza ingiustificata si aggiunge che la pirogassificazione origina delle microparticelle particolarmente dannose per la salute (particelle ultraleggere che sarebbero state proiettate più in alto rispetto a quelle generate da un inceneritore, salvo dimenticare le frequenti inversioni termiche che avrebbero trattenuto a valle i corpuscoli ultrasottili, trasformando il pregio dell’avanguardia tecnologica in un indesiderato cavallo di Troia), l’oscenità del fallito progetto pare davvero vergognosa, specialmente per una regione che ha nel turismo e nella valorizzazione del territorio la carta vincente.

Due gli schieramenti. Da un lato il codazzo di soliti volti noti capeggiato dall’Union Valdotaine, un residuato di Mani Pulite che ha regnato in solitaria per quasi sessant’anni con plebisciti da repubblica delle fontine all’insegna del scintillante motto ni de droite ni de gauche. Sotto la condotta ferma del temuto e riverito empereur Presidente Auguste Rollandin (il padre-padrone che capeggia sul feudo de notre Vallée da metà anni '80, nonostante una condanna in ultimo grado per abuso d’ufficio in provvedimenti per appalti), il comitato-farsa pro astensionismo ha riproposto la trita e ideologica sentenza tecnocratica che va per la maggiore da un ventennio ormai: TINA, there is no alternative. Si tenga oltretutto in considerazione che, in un contesto di piccoli paesini in cui tutti si conoscono, spronare in modo quasi intimidatorio per l’astensionismo rappresenta un’evidente minaccia alla segretezza del voto, giacché il semplice fatto di recarsi alle urne ha manifestato un’aperta presa di posizione pubblica (il “sì” ha infatti vinto con uno schiacciante 94,02%).

Dall’altra una composizione eterogenea e animata dal basso, rispecchiante la composizione della società civile locale. Un aggregato, non trascurabilmente giovanile, di associazioni medico-ambientalistiche e comitati di varia natura, gruppi pittoreschi (come quello de “Le 320 mamme preoccupate”) e passaparola appassionati tra familiari, amici e conoscenti che ha trovato il saggio appoggio della coalizione della sinistra cosiddetta di centro e del M5S. Saggio in quanto nessuno ha cercato di egemonizzare il comitato promotore Valle virtuosa. Che sia finalmente giunto il momento in cui il detto unionista ma belle et chère vallée non debba più restare appannaggio della solita cricca di veterotradizionalisti?

In ogni caso, la vittoria del referendum che propone una raccolta differenziata spinta e il compostaggio dell’organico, oltre a un maggior riutilizzo degli scarti e al trattamento a freddo dei rifiuti restanti (il tutto per un costo inferiore di 2/3), si staglia all’orizzonte come un primo segnale di fumo dalla più piccola e meno popolosa delle regioni d’Italia nei confronti delle grandi opere minaccianti il bene comune promosse da apparati dirigenziali del tutto autoreferenziali e sclerotizzati. Il precedente storico per una parziale riappropriazione di territori e modalità dirette e propositive di fare politica dal basso da parte di una popolazione tendenzialmente dedita, nel migliore dei casi, all’impegno civile e volontario: uno speranzoso messaggio in bottiglia che ci si auspica venga raccolto, è proprio il caso di dirlo, su scala peninsulare e continentale!

Movimenti e realpolitik

Benedetto Vecchi

Il governo tecnico del professor Monti è la traduzione italiana di quel mutamento autoritario del sistema politico che vede la cancellazione dell’equilibrio tra il potere giudiziario, legislativo e esecutivo che ha caratterizzato, nel bene e nel male, la democrazia del lungo secolo alle nostre spalle. Antonio Gramsci avrebbe parlato di rivoluzione passiva. Più prosaicamente quello che si è consumato è l’adeguamento della forma Stato alla vocazione globale del capitalismo contemporaneo che ha nella finanza una forma inedita di governance dell’accumulazione di capitale.

Rimane inevaso il nodo della legittimità del potere esecutivo, visto che la sua fonte non è più solo nella volontà popolare, ma attinge nei vincoli degli organismi sovranazionali – la troika in Europa – o viene investito di autorità dalla mano molto visibile dei mercati. Dagli inizi della crisi economica si è dispiegata una controrivoluzione dall’alto che ha definitivamente svuotato la democrazia rappresentativa di ogni credibilità. È in questo contesto che il tema dei beni comuni si è imposto come tema politico, interpretati come l’ultimo argine a una radicale e irreversibile mercificazione della vita associata.

Questo l’ordine del discorso di molti movimenti sociali nel Nord e nel Sud del pianeta, ma anche di molti giuristi e economisti, premiati anche con il Nobel per il loro contributo intellettuale teso alla salvaguardia dei beni comuni (la statunitense Elinor Ostrom). Eppure, ogni analisi sui beni comuni risulta incompleta se è assente un'altrettanto articolata elaborazione dei rapporti sociali di produzione, a partire dalla eterogenea composizione del lavoro, composta da lavoratori della conoscenza, lavoratori manuali delle imprese dei servizi, operai ancora alla catena di montaggio e di quella costellazione a geografia variabile di lavoro e non lavoro, figure tutte accomunate dalla precarietà, eletta a norma universale per i rapporti tra capitale e lavoro.

I beni comuni non sono però un’oasi che rende accettabile il deserto del regime di accumulazione dominante. Sono semmai l’esito tangibile, anche nella sua forma digitale o «immateriale», di una cooperazione sociale e produttiva sottoposta allo stigma del lavoro salariato. La politicità di un discorso sulla espropriazione delle terre in India, Africa o sul diritto di accesso alla Rete o nel rivendicare la formazione permanente o nel criticare le norme sulla proprietà intellettuale sta proprio nello svelare l’arcano di come viene prodotta la ricchezza su scala globale; e di come l’accumulazione originaria è un atto che si rinnova ogni volta che il capitalismo si riproduce, allargando la sua zona di influenza. Può riguardare le terre espropriate dal complesso agroalimentare in Africa o quelle sottratte all’uso civico per costruire qualche grande diga, come è accaduto e accade in India o Cina; o come l’intelligenza collettiva viene «catturata» per diventare mezzo di produzione.

Ogni volta che si rinnova la violenza dell’accumulazione originaria, la forma Stato muta. È una tendenza globale, non solo italiana. Nel nostro paese accade semmai che la Costituzione uscita dal Secondo conflitto mondiale sia ridotta a carta straccia. Affermare tuttavia che la Costituzione italiana ha perso il suo potere performativo non è un delitto di lesa maestà, ma la constatazione di ciò che è già accaduto. La controrivoluzione dall’alto si è già infatti consumata in questi ultimi decenni. Il governo dei tecnici la ratifica, stabilendo che l’insieme dei diritti, delle norme, dei valori stabiliti dalla Costituzione non è più l’unico fondamento della democrazia italiana. Ce ne sono altri, che vanno cercati a Strasburgo, Bruxelles, nella sede del Fmi a Washington. Nell’azione delle grandi corporation finanziarie.

Il regime di sovranità limitata in cui opera ormai lo Stato-nazione ha dunque bisogno di una risposta adeguata all’avvenuta destrutturazione dell’impianto costituzionale della forma-Stato. Una risposta, va da sé, che non può che partire proprio dai movimenti sociali, senza chiudere gli occhi sulla loro crisi, la loro intermittenza, la loro irrappresentabilità, che li porta ad avere un rapporto ambivalente con gli istituti della rappresentanza. Nei mesi scorsi, tuttavia, c’è chi ha lamentato il silenzio dei movimenti sociali, puntando l’indice sull’assenza in Italia di un equivalente degli indignados spagnoli o di Occupy Wall Street.

Oppure c’era l’invito a considerare il populismo digitale del Movimento 5 stelle come l’approdo di quella eterogenea composizione della forza-lavoro che si riflette nei movimenti sociali, rimuovendo il fatto che ogni volta che c’è un’insorgenza sociale o culturale, è proprio quella eterogeneità la cruna dell’ago dove passare, sgomberando il campo dal futile mugugno degli orfani del Quarto Stato e senza cadere nella tentazione di dare vita a un revival di un palingenetico fare società. Così, quando tutto attestava la deriva populista tutta italiana del mitico 99% su cui ha molto discusso l’esperienza di Occupy o il silenzio dei movimenti, in questo autunno le strade si sono di nuovo riempite di volti, storie, esperienze che vogliono misurarsi proprio con gli effetti non più collaterali della controrivoluzione dall’alto, riducendo finalmente al silenzio il coro stonato di chi alimenta passioni tristi o di chi invoca il primato della realpolitik, spacciandola come un salvifico ritorno alla realtà.

Grillo e il Quinto Stato

Carlo Formenti

Il successo elettorale del Movimento 5 Stelle sollecita un approfondimento dell’analisi in merito alle ragioni per cui non esiste una Occupy italiana. Molti attribuiscono questa assenza alla persistente egemonia delle sinistre radicali «classiche» (recentemente confermata dalla mobilitazione del No Monti Day). Personalmente ritengo più interessante ragionare sulla peculiarità della composizione di classe della nostra società, caratterizzata, da un lato, dalla relativa tenuta di strati proletari di tipo tradizionale, tuttora capaci di agire da attrattori politici per una parte dei lavoratori precari, dall’altro lato, dal limitato peso numerico e politico dei knowledge workers.

L’esito delle lezioni siciliane sollecita un’ulteriore riflessione sul secondo punto: mi pare ormai evidente che ampi strati del nostro «Quinto Stato» trovano rappresentanza nel Movimento 5 Stelle più che nell’area politico culturale di ispirazione neo/post autonoma. I giovani esponenti delle nuove professioni si riconoscono in 5Stelle per varie ragioni: sia perché ne condividono le scelte organizzative – una federazione di gruppi locali con forte autonomia –, sia perché ne apprezzano l’ideologia radicalmente «impolitica» (posto che l’etichetta antipolitica, coniata da partiti e media, ha valore puramente propagandistico), vale a dire il netto rifiuto del nostro marcescente sistema di democrazia rappresentativa, unito alla ricerca di modelli alternativi di democrazia diretta, nei quali ritroviamo aspetti – mandato imperativo e revocabilità della delega, scelta dei candidati via Web, allineamento degli stipendi degli eletti a quelli dei lavoratori comuni – che sembrano «copiati» da quelli adottati dagli insorti della Comune di Parigi.

Come spiegare la contraddizione fra questi princìpi e la leadership «monarchica» di Grillo (non molto dissimile, per inciso, a quella fra la leadership carismatica di Vendola e la base del suo movimento)? Si tratta di una contraddizione apparente, visto che stiamo parlando di soggetti sociali atomizzati ed eterogenei, che tentano di riaggregarsi attraverso un medium – la Rete – che promuove un paradossale mix di comunitarismo e individualismo, di orizzontalità democratica e di concentrazione/personalizzazione del potere. Sono caratteristiche che marcano i limiti di un’esperienza che, mentre appare destinata a ottenere lusinghieri risultati elettorali, rischia di afflosciarsi rapidamente in assenza di un chiaro modello interpretativo della società italiana, e di un conseguente progetto politico – soprattutto se e nella misura in cui, all’originario nucleo «creativo», verranno aggregandosi altri soggetti (piccoli imprenditori, artigiani, commercianti, ecc.), accomunati dalla rabbia contro la «casta» ed esasperati dalla crisi.

La domanda cruciale è tuttavia la seguente: esistono progetti politici alternativi, in grado di presidiare lo spazio politico fra i «vecchi» movimenti, egemonizzati dalla sinistra radicale, i grillini? L’area post operaista, che non a caso auspica più di ogni altra la nascita di una Occupy «made in Italy», sembra volersi candidare a svolgere tale ruolo. Il problema è che non esiste alcuno spazio politico da presidiare: da un lato, la sinistra radicale, con tutti i suoi limiti, incarna la resistenza operaia alla ristrutturazione capitalistica, dall’altro lato, 5Stelle rappresenta già, di fatto, una sorta di Occupy italiana. In mezzo, si vedono solo discorsi teorici sui beni comuni al di là della dicotomia pubblico/privato, su una riforma del welfare fondata sul reddito di cittadinanza, sul presunto «potere costituente» delle moltitudini.

Si tratta tuttavia di temi e parole d’ordine che, opportunamente tradotti e banalizzati, possono essere tranquillamente digeriti e incorporati sia dalla sinistra radicale «classica» che dai grillini. Il che rafforza un dubbio che, chiunque si consideri ancora comunista, non può evitare di provare leggendo il «non manifesto» di Negri e Hardt (appena uscito da Feltrinelli): è possibile che l’eresia marxista del postoperaismo si sta trasformando in una filosofia liberale di (estrema) sinistra? Il che spiegherebbe, per inciso, la fortuna della «italian theory» fra gli accademici d’Oltreoceano.

Dal numero 25 di alfabeta2, nelle edicole, in libreria e in versione digitale

Il libro bene comune

Con un Manifesto firmato da 76 editori indipendenti - distribuito gratuitamente a partire da oggi a «Più libri più liberi», la fiera romana della piccola e media editoria, presso gli stand delle sigle aderenti - si avvia l'attività di un Osservatorio, che intende analizzare le varie declinazioni del lavoro editoriale in un tempo, e in un paese, che sembrano indifferenti, se non ostili, all'idea stessa di «fare cultura». Ve ne anticipiamo qui uno stralcio.

Il libro non è solo un mercato. Nemmeno per noi che per mestiere produciamo e vendiamo libri. Come strumento di formazione, come risorsa individuale e collettiva, come forma di circolazione delle conoscenze, anche come svago e divertimento, il libro è un bene comune. I nostri libri, comunque, vogliamo che lo siano. E vogliamo immaginarne il futuro anzitutto a partire da questo.

Che il libro sia «anche» un prodotto in vendita, perché per molti possedere libri è ancora una cosa preziosa, non significa che il suo ecosistema sia riducibile al numero degli scontrini battuti. Come editori, e dunque come promotori di una proposta culturale, non possiamo ignorare e non sostenere quegli usi del libro che prescindono da un acquisto. Usi pubblici. Non possiamo non capire l'importanza di chi rivendica un uso senza preoccuparsi della proprietà, di chi chiede un diritto a un accesso. Siamo consapevoli che facilitare questo accesso, moltiplicare le forme non proprietarie di uso delle narrazioni e dei saperi, estendere capillarmente il numero dei luoghi («luoghi» nel senso di reti, di rapporti compositi e di una molteplicità di luoghi differenti), in cui questo diritto può esercitarsi significa predisporre il terreno di una ricchezza culturale e sociale forse non misurabile ma della quale non saremo i soli a beneficiare. Occorre considerare il libro anzitutto una risorsa, per tutti e di tutti.

Il libro inteso come ecosistema complesso, nella varietà delle sue forme e delle sue articolazioni, nelle sue diversità bibliografiche e nell'estensione dei viventi che lo abitano. Dire «bibliodiversità» significa immaginare i soggetti vivi, fatti di carne e ossa, che tale «bibliodiversità» fanno esistere, siano essi autori, editori, librai, docenti, bibliotecari o lettori. Dire «bibliodiversità» significa che qualcuno, in un dato momento della filiera del libro, si è posto il problema dell'esistenza e dell'importanza della diversità, forse sommandolo a quello della vendita o magari per un momento mettendo quest'ultimo da parte. Conservare e far crescere un ecosistema fatto di diversi ambienti del libro e di diversi soggetti del libro significa dunque anche riuscire a vederne i punti di squilibrio, quando una specie prevale su un'altra o quando una pratica mette in discussione l'esistenza stessa di tale complessità. Significa quindi immaginare strumenti capaci di adattarsi caso per caso, che coinvolgano e richiedano la partecipazione di tutti i soggetti che l'ecosistema lo abitano.

Non possiamo non dirlo: la mano invisibile del mercato non governa granché. E tantomeno lo fa ora, quando fenomeni di concentrazione e standardizzazione impattano un mercato che è sempre meno lo specchio della diversità e forse nemmeno della libertà d'impresa. Poco importa che ciò avvenga dentro un regime di legalità, con il beneplacito dell'antitrust.
Se il libro è un ecosistema e non solo un mercato, denunciare e tentare di correggere ciò che produce squilibrio e impoverimento, non solo per gli editori, è un atto di civiltà, di ecologia dell'intelligenza sociale.

Leggi il testo completo del Manifesto