Semaforo # 5 – luglio 2017

Brexit e Mick Jagger

I went to find England and it wasn’t there/ I think I lost it down the back of my chair / I think I’m losing my imagination/ I’m tired of talking about immigration / You can’t get in and you can’t get out / I guess that’s what it’s really all about

Ho cercato l’Inghilterra ma non c’era / credo sia scivolata giù lungo la spalliera / credo di star perdendo la mia immaginazione / son stufo di parlar di immigrazione / non puoi star dentro e neppure star fuori / a questo forse si riducono i nostri dolori

Mick Jagger, England Lost, citato nell’articolo di Joshua Robertson, England Lost: Mick Jagger releases Brexit-inspired solo songs, The Guardian, 28 luglio 2017

Maschi, femmine e Beatles

I personaggi maschili hanno maggiori probabilità di bofonchiare, ammiccare, gridare, ridacchiare e uccidere. Le donne sono destinate a tremare, piangere, mormorare, strillare e sposarsi. Gli autori maschi sono molto più inclini a scrivere "lei interruppe" che "lui interruppe". Si delinea una fosca tipologia. Gli uomini sono tipi gioviali, cafoni e pericolosi, mentre le donne sono delicate e umili, tranne quando si degnano di interrompere gli uomini, come spesso fanno. (...)

Blatt sostiene che il suo libro non è un tentativo di “tecnicizzare” l'arte quanto un modo per capirla: "Se foste una band negli anni '60 vorreste sapere come i Beatles registrano le loro canzoni". Forse, ma è proprio questo che il libro professa di insegnare? Sapere la velocità con cui Ringo colpisce il rullante non fa un Beatle.

Dan Piepenbring, The Heretical Things Statistics Tell Us About Fiction, The New Yorker, 27 luglio 2017

McLuhan

Sono risolutamente contrario a qualsiasi innovazione, a ogni cambiamento, ma sono determinato a capire quello che sta succedendo. (...)

I politici saranno ben felici di abdicare in favore della loro immagine, perché la loro immagine sarà molto più potente di quello che loro saranno mai. (...)

Quando le persone si avvicinano l'una all'altra, diventano sempre più aggressive e reciprocamente intolleranti. Il villaggio globale è un luogo di interfacce molto aspre e di situazioni abrasive.

Marshall McLuhan, citato nell’intervista di Mark Medley a Douglas Coupland, The world according to Marshall McLuhan, The Globe and Mail, 27 luglio 2017

Il Semaforo di Alfabeta è a cura di Maria Teresa Carbone

Artisti in copertina (di un disco)

Carlo Branzaglia

keith-haring-emanon-the-baby-beat-box-prints-and-multiples-offset-lithographCasa editrice che ha letteralmente reso popolari i repertori iconografici di artisti visivi e arti applicate, la tedesca Taschen edita dal 1980 volumi preziosi in termini di qualità e quantità dei materiali visuali proposti, secondo una logica, invero alquanto variegata, di source book, ovvero libro di fonti, che ancor oggi rappresenta strumento basilare di aggiornamento per chi si occupa di comunicazione visiva, moda, design (o per semplici appassionati e curiosi) perché capace di raccogliere materiali adeguati e selezionati, secondo chiavi di lettura ben più precise di quelli che ci offre il web (e con definizione delle immagini ben più alta…). Non ultimo, il fatto che Taschen pubblichi a prezzi abbordabili i suoi volumi, tenendo conto delle qualità di stampa e di curatela editoriale dei volumi, grazie anche a una formula intelligente di pubblicazioni a gruppi di lingue per libro.

Sono premesse che vanno fatte, raccontando una delle ultime fatiche della casa editrice, Art Record Covers, a firma di un autore italiano, Francesco Spampinato, il quale ha saputo sfruttate al meglio l’opportunità offerta. Sospinto da una propensione multidisciplinare che, nel suo curriculum italoamericano vanta un’attività di artista visivo, ma anche di curatore, di saggista in temi di comunicazione visiva e arti visive, di educatore, negli, Usa, presso una scuola prestigiosa come il RISDI. E infine, di collezionista. Proprio negli States Spampinato aveva scritto un altro seminale volume, di carattere saggistico, sul tema della progettazione condivisa nelle arti visive e del design, Come Together, per i tipi di Princeton Architectural Press.

La curiosità del curatore, la competenza del saggista, la voracità del collezionista si incrociano quindi in questa esuberante carrellata di immagini (più di cinquecento), debitamente commentata in apertura, schedata progetto per progetto, e accompagnata da una serie di interviste ad alcuni autori particolarmente legati al mondo della musica, come Shepard Fairey, Kim Gordon, Christian Marclay, Raymond Pettibonche. Immagini che, oltre a rappresentare un repertorio molto ricco di soluzioni peculiari, raccontano anche dei mutamenti di assetto della figura dell’artista nell’orizzonte culturale dal dopoguerra ad oggi. Da un lato, infatti, agli artisti è concesso, anzi è proprio richiesto, di andare al di là di una logica di un approccio stilistico o corporate legato alla dimensione distributiva e commerciale del disco, o del cd, perché a essere chiamata in causa è l’autorialità dell’artista stesso. Dall’altro, le diverse problematiche dell’arte contemporanea, e non solo le loro dinamiche poetiche e stilistiche, offrono un curioso spaccato delle relazioni fra arte, mercato, società.

jeff-beck_beck-ola_600E da questo punto di vista la varietà degli esempi non manca certo. Per incominciare, ci sono scelte che vengono fatte dai musicisti (o dai produttori) nei confronti delle immagini di artisti celebri, con conseguente liberatoria sui diritti: ad esempio, René Magritte, di cui viene pubblicato La Chambre d'Écoute (1952), usato da Jeff Beck per Beck-Ola (1969). Ci sono poi inviti specifici ad autori dotati di poetiche compatibili a quelli dei musicisti, come quello a Richard Hamilton da parte dei Beatles per l’art direction di The Beatles (ovvero il leggendario White Album, 1968). Infine, i casi nei quali l’artista è a sua volta produttore o musicista, quindi coinvolto a tutto tondo nel prodotto e package finale, come ad esempio Jean-Michel Basquiat nella sua Tartowm Records (una sola release, invero).

E’ sul secondo caso prioritariamente (specie nello specchio che copre gli ultimi 30 anni) che si accorpano gli esempi più numerosi: ed anche sul terzo, ad indicare comunque, nel mare magnum delle possibilità, una scelta che privilegia decisamente la costruzione di un progetto comune fra musicista ed artista.

Ovviamente, le variabili sono di nuovo molteplici, in questi casi. Un Keith Haring o uno Shepard Fairey (aka Obey the Giant) hanno avuto un tale impatto sull’immaginario collettivo da passare da David Bowie ai RUN DMC (il primo) e da Tom Petty agli Anthrax (il secondo), con formule iconografiche magari diverse e contestuali. Mentre la cover del pop-surrealista (underground Mark Ryden) per Dangerous di Michael Jackson (a fianco di quelle per Warrant o Screaming Trees) testimonia di come il mainstream più assoluto sappia cogliere, in tempi anche assai rapidi, i segnali provenienti dai sottoscala del pianeta.

Sull’altro versante, la leggendaria banana di Andy Warhol per i Velvet Underground, cresciuti nella Factory dell’artista, racconta una dinamica analoga certo, ma non omologabile con quella delle copertine del graffitista Rammellzee, a sua volta rapper, per compilation dedicate a una scena da lui stesso praticata, quella del turntablism newyorkese.

Insomma, al di là della ricchezza del repertorio; al di là delle sinergie fra musica e immagine in termini progettuali o addirittura sinestetici; il volume ci offre uno spaccato della ricchezza degli incroci che intercorrono fra hi and low culture, e ancor di più dei tracciati che all’interno della cultura pop intersecano mainstream e underground. Libero ogni lettore di ripercorrerli, guidati dalla efficacia di un regesto così decisamente ricco e strutturato

Francesco Spampinato
Art Record Covers
Edited by Julius Wiedemann
Taschen, 2017
€ 49,99

Living in the Material World

Rossella Catanese

Dai filmati di un’Inghilterra postbellica al racconto dell’audizione su un autobus di un chitarrista diciassettenne, dal grande successo di pubblico alle suggestioni dell’esperienza in India, dalla carriera solista alla vicenda umana, il nuovo documentario di Martin Scorsese su George Harrison delinea un percorso diacronico che attraversa la vita e le creazioni del chitarrista dei Beatles, scomparso per un cancro nel novembre 2001. Il film è stato prodotto dal canale HBO ed è composto da 208 minuti di materiali eterogenei. Un eccezionale lavoro di selezione ed editing del found footage ha permesso la composizione di un mosaico variegato di ricordi e suggestioni nella linearità cronologica del viaggio artistico ed umano dell’artista George Harrison, tra fotografie, super8, video amatoriali, riprese giornalistiche e recenti interviste preparate da Scorsese ai tanti personaggi legati alla vita del musicista.

Il ritratto poliedrico che tali materiali riescono a configurare mostra un artista maturo, cantautore, compositore, polistrumentista, produttore discografico e cinematografico, ma soprattutto una personalità complessa, divisa tra innovazione radicale e consapevolezza pop, tra provenienza proletaria e trasgressione metropolitana, tra i vizi della Swinging London e la spiritualità conosciuta attraverso la cultura indiana, tra l’enorme affetto coltivato negli amici e la solitudine della meditazione... Le interviste a personaggi del calibro di Eric Clapton, Terry Gilliam, Eric Idle, George Martin, Paul McCartney, Yoko Ono, Tom Petty, Phil Spector, Ringo Starr, Astrid Kircherr e Jackie Stewart ricostruiscono le vicende e gli aneddoti attraverso una ricca polifonia narrativa, in una molteplicità di punti di vista, pareri, opinioni e ricordi. I racconti vanno dalle immagini dei Beatles come giovanissimi rockers nel loro primo tour ad Amburgo al fanatismo collettivo verso la band più famosa della storia, dalle esperienze lisergiche alla collaborazione con il maestro indiano di sitar Ravi Shankar, dall’affetto fraterno alle tensioni con gli altri Fab Four fino alla scissione del gruppo, dall’eclettismo musicale all’ultima fase della malattia, narrata dalla moglie Olivia Arias e da Ringo Starr.

Una radicale differenza rispetto alle consuetudini celebrative dei documentari televisivi anima la ricerca di Scorsese, che elabora una notevole sofisticazione concettuale nell’evocare la personalità di un artista, in un processo che si scontra con l’enigmaticità dell’individuo e con la sua ambiguità profonda, alternando dimensione corale e sentita intimità. Si problematizza così il riscontro mediatico del personaggio pubblico: il regista non vuole dare voce all’aneddotica, ma alla poesia che accompagna la sfera privata dell’artista e il suo tormento. Il titolo del documentario, Living in the Material World, ripreso dal quinto album solista di George Harrison, contiene la discrasia profonda della sua ricerca spirituale. Vivere nel mondo materiale, nella profonda coscienza di una cultura europea, umorista e pop, eppure aspirare ad una sorta di formula alchemica dell’anima finalizzata ad una crescita personale, attraverso le pratiche meditative apprese attraverso i riti induisti.

Le produzioni di Scorsese sul mondo della musica hanno già mostrato un eclettico e appassionato estimatore della seconda arte. Gli altri capitoli di queste ricerche hanno configurato suggestive esplorazioni di formule e fenomeni artistici, ma stavolta oggetto della ricerca è anche la difficile descrizione di una particolare identità soggettiva. L’attitudine del regista ha delineato, nel ritratto di un Harrison dalla personalità complessa e ambigua, le ossessioni e le tematiche ricorrenti anche nel proprio immaginario creativo e nelle sue narrazioni, da Mean Streets a L’ultima tentazione di Cristo. George Harrison era un artista completo e visionario, ma anche un altro Cristo in tentazione, diviso tra profonde contraddizioni umane, tra desiderio di assaporare l’unicità dell’esistenza e aspirazione all’ascesi interiore.