I gilet gialli e Bartleby

Giorgio Mascitelli

Sul movimento dei gilet gialli in questi mesi mi sono poco informato e li ho osservati distrattamente, se si esclude un istintivo fastidio per il modo in cui venivano trattati dal giornalismo main stream. Ritengo che il mio atteggiamento superficiale, perché si converrà che questo movimento è una delle poche cose interessanti accadute in Europa, sia dovuto all’ assoluta impenetrabilità di quel movimento alle attese, alle emozioni e alle categorie politiche abitualmente usate.

Già nella scelta del simbolo, un indumento che ha a che fare con il mondo del lavoro manuale, ma anche con gli automobilisti e con cento altri impieghi, dal basso valore evocativo, associato perdipiù a un colore che in Francia è da sempre quello dei crumiri, un movimento che fa delle rivendicazioni sociali il proprio tema risulta sfuggente. Anche nei suoi obiettivi possiamo trovare, in un certo senso, il medesimo anonimato: superata una prima fase in cui parevano essere all’ordine del giorno soprattutto richieste concrete e molto immediate, si è passati ad obiettivi più generali ma forse più vaghi, che si basano su una domanda di maggiore uguaglianza e dunque su una critica delle élite.

Anche i tentativi di egemonizzare il movimento sia da organizzazioni di destra sia di sinistra, per tacere del grottesco tentativo dei 5stelle di ‘dialogare’ con i ’leader’, sono sostanzialmente falliti di fronte alla sua natura proteiforme, ma solida nella volontà di esprimersi in prima persona con il linguaggio della piazza. Analogamente il principale avversario Macron, che aveva affrontato senza troppi problemi un’opposizione sindacale classica, è restato sostanzialmente in difficoltà di fronte ai gilet gialli, nonostante qualche concessione economica, qualche riforma eclatante di sapore egualitario come l’abolizione della Scuola Nazionale d’Amministrazione ( ENA, in cui si formano gli alti dirigenti dello stato e delle multinazionali francesi), gli appelli alla nazione e la gestione dura della piazza.

Ancor più sorprendente è la loro sostanziale impermeabilità al mondo mediatico non solo perché non hanno avuto esito le varie accuse di antisemitismo, di neofascismo, di essere al soldo della Russia e di essere composto da Black bloc travestiti di giallo, ma anche perché la mancata individuazione di leader autorevoli mediaticamente impedisce la loro classificazione rispetto al politicamente corretto e ad altri indicatori diffusi abitualmente ( europeismo, sinistra/destra, modernità ecc.). Così si può dire che questo movimento non è rappresentabile entro le normali categorie mediatiche con cui sono commercializzati i prodotti politici.

Ciò che caratterizza profondamente i gilet gialli è la lunga durata delle proteste e la loro ripetizione quasi rituale grazie alla manifestazione del sabato, cosa che da un lato li rende non omologabili a qualsiasi movimento desideroso di occupare uno spazio mediatico né a quegli scoppi di rabbia di qualche ghetto improvvisi, furiosi, impolitici che si consumano in uno spazio temporale e culturale da carnevale. In questa lunga durata e nella ripetitività c’è il rifiuto della logica dell’evento e dunque una marcata refrattarietà alla rappresentazione mediatica; da qui nasce l’impossibilità di assorbire questo movimento nel normale discorso politico ( quello che nomina i vari populisti, sovranisti, globalisti, europeisti e le relative identità). Questa refrattarietà alla mediatizzazione rende, almeno parzialmente, ingovernabile questo movimento secondo le logiche della normale governance politica, perché il modo in cui la politica riconduce i fenomeni sociali al proprio campo e a sua volta viene ricondotta alle istanze economiche e finanziarie dominanti è proprio quello della rappresentazione mediatica, poco importa qui se con i nuovi o i vecchi media. Non ho minimante la conoscenza della situazione per poter prevedere se questo movimento avrà successo o sarà riassorbito ed eventualmente in che misura, ma mi sembra certo che esso sia stato reso possibile dalla crisi della governance neoliberale come l’abbiamo conosciuta dagli anni Novanta in poi e pertanto ne costituisca un sintomo profondo.

L’unico nume tutelare che questo movimento può ragionevolmente invocare è Bartleby lo scrivano, anche se, come è normale nelle ribellioni collettive, il suo ‘preferirei di no’ viene qui coniugato all’indicativo. Infatti la formula di rifiuto di Bartleby, nota Deleuze, ‘disattiva anche gli atti linguistici con i quali un padrone può comandare, un amico benevolo porre delle domande, una persona fidata promettere’ ( Agamben- Deleuze Bartleby la formula della creazione). Insomma sono disarticolate le principali posizioni da cui parte ogni comunicazione pubblica o privata. Ecco in qualche modo analogamente anche i gilet gialli operano una radicale disattivazione di tutti gli atti linguistici e di tutte le procedure comunicative che in questa fase storica in Occidente regolano la rappresentazione del politico.

Infatti la peculiarità e la forza dei gilet gialli risiedono proprio in questa forma di disattivazione e di refrattarietà.

Qualche critico potrebbe obiettare che in tutto ciò ci sia una sorta di nichilismo della prassi, una pura negatività dell’azione. Sarebbe puerile affermare che tale rischio non esista, tuttavia esso non dipende solamente dalla capacità dei gilet gialli di declinare le loro forme di lotta in modo che non sovradeterminino o spostino gli obiettivi, ma anche dal contesto storico ed economico. D’altra parte se esistessero le normali condizioni di dialettica politica che hanno caratterizzato le democrazie occidentali almeno nel secondo dopoguerra, molte delle istanze che animano i gilet gialli avrebbero trovato rappresentanza nel normale sistema dei partiti e dei sindacati e dunque non ci sarebbe stato spazio per un movimento del genere. Nell’attuale sistema di governance, che tutela e promuove il diritto degli individui e la loro competizione, le istanze collettive possono essere rappresentate solo nella comunicazione mediatica, a maggior ragione con la diffusione dei social ( che stanno al vecchio apparato mediatico come airbnb sta a quello della ricezione alberghiera); naturalmente essere rappresentabili dalla comunicazione mediatica comporta di rispettarne i codici e le regole, che non sono affatto innocenti. In particolare, come accennavo sopra, le manifestazioni di piazza possono sussistere solo come evento speciale,possibilmente corredato di folla oceanica e transitoria. La disarmante certezza che ogni sabato, da qualche parte, ci sarà una manifestazione pone oggettivamente una frattura con tale modo di rappresentazione sostituendo all’eccezionalità del singolo evento la quotidianità delle pratiche sociali. Non è questo un passaggio così secondario, se si pensa che nelle società postmoderne il riassorbimento entro logiche mediatiche di quasi ogni fenomeno sociale ha preso il posto che, nelle società moderne, era occupato dalla mediazione politica e sociale. E forse in questo passaggio è possibile scorgere i germi di una nuova grammatica politica, che contrappone un tempo cadenzato ritualmente a quello momentaneo delle breaking news.