Max Frisch, per non essere mummie

Barbara Julieta Bellini

Ci è voluto più di mezzo secolo perché achtung: Die Schweiz venisse tradotto in italiano, eppure l’editore Meltemi ha scelto un momento più che propizio per pubblicarlo: nel 2018 questo manifesto di Max Frisch, scritto per i lettori svizzeri del 1955, sembra rivolgersi in prima linea a tutti noi.

Apparso nei Basler politische Schriften, Attenzione: la Svizzera è una severa critica dell’inerzia elvetica e insieme una «proposta d’azione». Frisch invita i lettori a riflettere sulla mancanza di una «forma di vita» che sia al tempo stesso svizzera e moderna: i suoi compatrioti continuerebbero a pensare e agire entro sistemi ormai vecchi e irrigiditi, «rattoppati» di volta in volta con soluzioni provvisorie e inadeguate perché importate da altrove, in particolare dagli Stati Uniti. Secondo l’autore, se i problemi della modernità sono fenomeni internazionali, le loro soluzioni dovrebbero essere adatte alle diverse manifestazioni che questi assumono in ogni nazione. Quindi, servendosi dell’urbanistica quale esempio rappresentativo di un problema più vasto, Frisch presenta il progetto di fondare una città nuova. L’obiettivo è di ideare uno spazio che, pur rispettando la tradizione elvetica, corrisponda realmente ai bisogni dell’uomo moderno. Questa città, di cui nel pamphlet si discutono anche aspetti più o meno tecnici (costi, possibili sedi, numero di abitanti), sarebbe dovuta essere un modello urbanistico da realizzare entro l’Esposizione nazionale del 1964. Un esperimento, un’occasione per invitare i cittadini a partecipare attivamente al processo di creazione di uno stile di vita all’altezza dei tempi.

Il progetto non si realizzò mai. Un fallimento? Non proprio. Perché, in realtà, la proposta è d’ordine politico e intellettuale più che architettonico. A Frisch non sta a cuore tanto la costruzione della città ideale, quanto la riflessione che ne è la necessaria premessa: per capire che città si vuole costruire, bisogna pensare a che vita vi si vorrebbe condurre – e questo è il pensiero che Attenzione: la Svizzera vuole attivare. Quella che Frisch denuncia è una Svizzera assopita, che perpetua una forma di vita non più sostenibile; che si adagia sulle conquiste delle generazioni precedenti e si rifiuta di ideare nuove soluzioni per nuovi problemi; che preferisce amministrare il presente invece che pianificare il futuro a partire da quel presente. Lo scopo del libro è polemico: l’autore vuole suscitare una reazione, positiva o negativa che sia, e scatenare un dibattito. Perciò sceglie la forma del pamphlet, breve ed enfatico, ricco di slogan che oggi funzionerebbero come hashtag (#questionedistile, #mancalazione, #laSvizzeracomescopo), e invita i lettori, nell’appello in coda al volume, a pronunciarsi sulla proposta con critiche, consigli, pareri – e in effetti tale scopo fu raggiunto almeno in parte, con centinaia di risposte dei lettori e un’ampia risonanza nella stampa.

Il titolo della postfazione di Mattia Mantovani menziona giustamente l’utopia: Frisch, si sa, accusava la Svizzera di essere un Land ohne Utopie, un Paese prigioniero della propria «strettezza» spirituale ancor prima che geografica. Il termine, tuttavia, rischia di essere fuorviante, e va perciò meglio specificato. L’utopia di Frisch non è una rêverie avulsa dalla realtà, bensì il primo stadio di ogni idea non ancora realizzata. Vivere in uno Stato senza utopia significa dunque accettare lo stato delle cose come verità immutabile, come unica possibilità, e rigettare a priori ogni alternativa. È qui che il libro, lungi dal ridursi a un trattatello di architettura o a un pamphlet d’interesse storico, dimostra la sua sorprendente attualità. Frisch denuncia una forma degenerata della democrazia, che lui vede profilarsi negli anni Cinquanta e che il lettore del XXI secolo ormai conosce bene; una democrazia in cui il dibattito viene appiattito nell’ottica della «minima opposizione possibile» e in cui i partiti politici, impegnati nell’amministrazione di problemi contingenti, mancano «della grandezza di una volontà formatrice» che inciterebbe i cittadini a pensare e agire nell’ottica di un superamento dello status quo.

L’invito a mettere in atto questo avanzamento è esplicito. «Cosa fareste se fosse possibile realizzare ciò che volete?». Questa domanda è rivolta agli specialisti di tutti i settori coinvolti nella fondazione della città nuova ed è un richiamo alla progettualità. Frisch si era accorto, infatti, che per la costruzione di una città modello non mancavano i mezzi, bensì la volontà dei cittadini. Per il lettore di oggi, la questione apre il vaso di Pandora: è pertinente chiedersi, ad esempio, se la maggioranza dei cittadini italiani abbia idee chiare su ciò che vorrebbe cambiare nel proprio Stato e s’interroghi sul come realizzarlo. La reticenza a porsi queste domande deriva almeno in parte dallo stesso equivoco alla base della degenerazione della democrazia: l’idea che la libertà «consista nel lasciar andare liberamente le cose». No, chiarisce Frisch con fermezza: la libertà va garantita attraverso l’azione e l’azione va concepita come parte integrante di un progetto. Non come impresa individuale né come lavoro provvisorio, bensì come manifestazione di un «mutamento del nostro pensiero». Il progetto dell’autore risponde appunto all’imperativo del cambiamento, vale a dire al bisogno di trovare una forma di vita che sia adeguata al proprio tempo e Eigenart, la propria particolare cultura.

L’apertura all’evolversi dello stato delle cose è un filo conduttore che attraversa tutta l’opera di Max Frisch, e questo pamphlet non fa eccezione. Che si tratti di una relazione sentimentale o di pianificazione territoriale, per l’autore uno stesso principio resta valido: tutto ciò che è vivo è anche mutevole, e invecchia. Perciò essere in vita significa essere disposti alla trasformazione, al confronto e alla novità, mentre il contrario è rigidità, paralisi, mummificazione (il titolo proposto inizialmente da Frisch per la brochure era, non a caso, Ist die Schweiz eine Mumie?). La traduzione, seppure ottima, non sempre rende conto di tale opposizione vita/morte, movimento/staticità, che pure caratterizza la semantica di Frisch e struttura il suo universo ideologico (un esempio: il rifiuto svizzero di ogni autocritica «porta al rincretinimento», certo, ma è soprattutto geisttötend, letteralmente «uccide lo spirito», il che è significativo in un paragrafo in cui si menziona la mancanza di qualsivoglia «apprensione spirituale» presso la maggioranza dei cittadini svizzeri). In quest’ottica, possiamo leggere Attenzione: la Svizzera anzitutto come un invito a individuare le possibilità aperte davanti a noi – ma che non resteranno aperte indefinitamente, come si preannuncia nell’appello conclusivo – per fare del mondo in cui siamo il mondo in cui vorremmo essere.

Max Frisch
Attenzione: la Svizzera. Una proposta d’azione
traduzione e postfazione di Mattia Mantovani

Meltemi, 2018, 118 pp., € 10

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