Spazio comune e diritto alla città

Augusto Illuminati

Il General Intellect abita, ha trovato casa. Ma è una dimora miserabile (A. Negri, 2015).

Fare spazio raccoglie e riorganizza una parte dei contributi presentati nel ciclo di seminari Dalle pratiche del “comune” al diritto alla città, organizzato dal Nuovo Cinema Palazzo in collaborazione con l’Istituto Svizzero di Roma e la Libera Università Metropolitana nel 2013, in un felice intreccio fra sperimentazione laboratoriale e pratica politica, come attestano sia l’argomento tipicamente transdisciplinare sia la produttiva eterogeneità dei promotori –istituzioni culturali internazionali ed esperienze sociali urbane.

Fare spazio nel campo giuridico, fare comune nella pratica urbana: sono due operazioni simultanee e complementari nei luoghi fisici e nell’ordine del discorso, due declinazioni del diritto post-fordista alla città, luogo privilegiato sia della speculazione finanziaria e della produzione biopolitica sia della contrapposta sfida di un’articolazione fra beni comuni e nuove soggettività. La svolta spaziale (spatial turn) è qui infatti concepita come uno spostamento laterale che cambia la prospettiva sulle categorie di interpretazione della realtà, sconvolgendone la gerarchia sostituendo al tempo omogeneo dello storicismo una spazialità produttiva dei rapporti fra soggetti e ambiente e non loro semplice contenitore liscio.

Le tre sezioni del libro, di conseguenza, sono rispettivamente dedicate al disassemblaggio della rigida normatività del diritto in quanto esclusiva emanazione della sovranità statale (con contributi firmati dal collettivo LUM-Palazzo, da P. Grossi, U. Mattei e M. Luminati), alla performatività del giuridico nella materialità delle risposte metropolitane alle logiche esclusive ed estrattive neo-liberali (D. Festa, A. Petrillo, C. Raffesin, B.M. Mennini e S. Sassen) e allo spazio eterarchico europeo, con i suoi problemi di cittadinanza, confini e regressione dei processi costituenti (É. Balibar, V. Cherepanyn C. Bernardi e F. Brancaccio) – sezione di cui è superfluo rilevare l’attualità nei giorni del dibattito sulla Grexit e dell’incipiente crisi di tutto l’assetto definito dai Trattati. La postfazione di F. Farinelli, Per pensare il comune, chiude la raccolta, ritornando sulla prospettiva: stavolta quella archetipica, brunelleschiana del portico dell’Ospedale degli Innocenti, che normalizzava lo sguardo prospettico e il posto del soggetto, inaugurando la razionalizzazione dello spazio che culminerà nel taylorismo e nel pensiero unico neo-liberale – il dispositivo cartografico contro cui si muove lo spostamento laterale di cui abbiamo fatto cenno.

Il saggio di F. Brancaccio, Il federalismo contro lo Stato, riassume in qualche modo l’insieme dei nessi problematici del libro, in particolare la riflessione di Balibar sui processi continentali costituenti e di legittimazione e quella della Bernardi sulle scalarità eterarchiche e delle lotte che contrassegnano il laboratorio europeo di corporate governance globale e relative resistenze. Sotto il profilo costituzionale – della Verfassung o struttura organica reale, non della richiesta di una Konstitution iper-sovrana – lo spazio europeo, proprio a partire dai dispositivi multilivello di esercizio della governamentalità neo-liberale che lo regolano, impone la necessità di ripensare il rapporto potere costituente-potere costituito in termini non dialettici e monistici.

In esso infatti opera una pluralità di processi costituenti e destituenti, tanto di veto quanto di normatività autonoma, tutti potenzialmente riattivabili. Il federalismo potrebbe essere la matrice organizzativa di tale molteplicità, ricomponendo in un patto federativo tutte le scomposizioni sociali e territoriali su cui oggi si fonda l’egemonia finanziaria sulla politica e l’uso sistematico della crisi quale governo post-democratico delle popolazioni o, per dirla con Balibar, dittatura commissaria –ogni riferimento alla Grecia è ovviamente intenzionale…

Lo sviluppo logico di questa problematica è stato il ciclo organizzato nel 2014-2015 dagli stessi soggetti, con l’aggiunta della Fondazione Basso, del Centro Riforma dello Stato e del Dipartimento di Scienze giuridiche dell’Università La Sapienza, sui Confini del diritto, di cui ha già scritto alfapiù il 22 giugno scorso e i cui contributi ci auguriamo di vedere presto raccolti in volume.

Fare spazio. Pratiche del comune e diritto alla città
a cura di C. Bernardi. F. Brancaccio, D, Festa e B.M. Mennini
Mimesis (2015), pp. 246
€ 22

Iene della tastiera o allocchi?

Augusto Illuminati

Ricordate le ždanoviane “iene con la macchina da scrivere”? Ricordate, insomma, si fa per dire, perché per averne sentito parlare occorre avere una certa età e non è facile neppure rintracciare l’espressione su Google. Comunque all’epoca, nei tardi '40 del secolo scorso, veniva detto in genere a torto e spesso di bravissime persone, tipo Sartre o Camus quando deragliavano dall’ortodossia cominformista (ancora googlare, per i militanti più giovani).

Problemi a rilanciare la formula, come un qualsiasi oggetto vintage? No, gli obbiettivi adatti abbondano – basta leggere gli editoriali sulla Grecia di Repubblica, Corriere della Sera e dello spinelliano Foglio (di cui appunto è amministratore delegato il rag. Spinelli, sì, proprio lui, il pagatore non utilizzatore delle olgettine). Per imbarazzo sul nome del fondatore e per irrilevanza mediatica tacciamo dell’Unità, “monumento equestre di Renzi”. L’unico problema è sostituire quell’arcaico oggetto museale con una banale tastiera. Iene con tastiera, ecco. La buonanima si stira nella tomba, le sue vittime d’allora pure e gli editorialisti d’assalto (sempre a quel tempo si diceva “sicofanti”, il liceo classico funzionava) hanno l’epiteto che si meritano.

Non solo i Livini, Bonanni, Cerasa, ma tutta la genia dei sondaggisti che, davvero ci meravigliamo, non scoppino a ridere incontrandosi per strada, secondo il mirabile detto di Catone riportato da Cicerone (qui mirari se aiebat, quod non rideret haruspex, haruspicem cum vidisset). Riassumiamo la farsa, esonerando i giornalisti onesti e i sondaggisti non prezzolati, che sbagliano in proprio. Scoppiata la mina del referendum, i giornalisti di regime si sono affrettati a dichiararlo illegittimo, affrettato e sbagliato (mica era il famoso 40,8% del Pd alle europee, do you remember?).

Poi, un passo alla volta. In soli cinque giorni: 1) i sondaggi dànno una chiara maggioranza al SI, 2) i NO sono passati in testa, ma i SI sono in risalita, 3) drammatico testa a testa, con i SI in lieve vantaggio. Fonti prima anonime, poi eterogenee e oscure, mentre i vari istituti italiani si guardavano bene dall‘avanzare pronostici o commentare i criteri di rilevazione. Conclusione: OXI al 61% e rotti. Parlare di manipolazione greca, di complicità italiana e di giornalismo allocco è semplicemente misericordioso. Quando il margine di errore balza al 13%, si direbbe che siano entrate in scena le agenzie che hanno truccato anni fa i conti greci…Se si fosse trattato di un sondaggio su un prodotto, le denunce sarebbero fioccate. Abuso di credulità popolare, se non circonvenzione d’incapace, tenuto conto del declino dello spirito critico nel pubblico medio dei lettori di quotidiani. Discorso a ruota per le Tv, con sporadiche eccezioni.

Certo, i giornalisti in questione sono uomini d’onore e si sono lasciati trarre in inganno dai sondaggi falsificati – che peraltro non hanno denunciato ex post, proclamando anzi all’unisono che loro si erano ben resi conto dell’imminente vittoria del No, solo che non erano riusciti a trasmettere in tempo la loro convinzione alla redazione.

Dunque i commenti, ben ritmati con il Communicator in chief, Matteo –che adesso tace, e come si fa? Il referendum è uno scarico di responsabilità. La scelta è fra euro e dracma. Angela e Matteo vi guardano dall’alto nel segreto dell’urna. Se votate No verrà la peste e il terremoto. Avete votato No e adesso pagate le conseguenze, brutti fannulloni che avete vissuto al di sopra dei vostri mezzi e a spese nostre. Arridateci i nostri 40 o 80 miliardi, maledetti baby pensionati! Tutti armatori ed evasori! Grexit subito. Naturalmente grande accodo ai deliri di Schulz, che promette “aiuti umanitari” ai greci ridotti alla fame, ma forse per “umanitari” pensava ai bombardamenti. Il tutto corredato da annunci catastrofici (il pane è finito nelle isole! Non ho trovato il viagra in farmacia!) e da foto e video da day after: il pensionato che si sventola sui gradini della banca o quattro clienti in fila al bancomat, tipo la sera a Sanlo prima della pizza. Mi dicono invece che la metro funziona meglio delle linee A, B e ½ C a Roma ed è pure gratis.

La danza degli avvoltoi impazziti (ma forse solo allocchi ingrifati) si è poi distribuita per cerchie più strette – a volte miserelle (a Exarchia ha vinto il Si! )– e l’obbiettivo più ghiotto è stato il grande Ianis Varoufakis, prima durante e dopo le dimissioni. Non serve Freud e manco 'a zingara per decifrare il groppo di invidia politica ed erotica, odio di classe e desiderio frustrato che, ben distribuito per gender, ha animato il giornalettismo italiano. Diciamo che le argomentazioni anti-keynesiane non sono state prevalenti.

Ok, mi fermo qui. Ci vorrebbe un Kraus per una disamina più attenta, ma che dico? Sarebbe sprecato per le bassure in questione. Basterebbero i cassonetti dell’Ama, se non fossero già strapieni.

alfadomenica gennaio #4

ILLUMINATI sulle ROVINE  – D'AMICO su DELBONO - DURANTE POESIA - IL PIEDISTALLO VUOTO VIDEO *

ROVINE
Augusto Illuminati

Riusciamo ancora a produrre rovine? Nel solito modo, s’intende: produzione di rovine a mezzo di rovine. No, neppure quello. Ce ne lasciamo dietro, ma in-significanti.
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LA TRAHISON DES SPECTACLES: ORCHIDEE
Dalila D’Amico

Orchidee è l'ultimo spettacolo della compagnia Pippo Delbono, in scena al Teatro Argentina di Roma dal 7 al 19 Gennaio 2014.
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CLUB DEI VISIONARI
Roberta Durante

aspettavo un segno:
un fiore che cadendo dall'alto
mi bucasse la testa per crescere dentro
e uscirmi dagli occhi tra i denti dal naso
e io con la faccia (per una volta)
fare il vaso
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IL PIEDISTALLO VUOTO
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Prendendo spunto dalla mostra in corso dal 24 gennaio al 16 marzo al Museo Archeologico di Bologna, «alfabeta2» ha redatto alfaEST uno speciale sull’Est Europa che include, oltre alla Russia, tutta l’area balcanica. In edicola e in libreria con«alfabeta2»  in questi giorni.

*alfadomenica è la nuova rubrica di alfabeta2 in rete:
ogni domenica articoli di approfondimento, dibattiti, scritture, poesie ecc.

Rovine

Augusto Illuminati

Riusciamo ancora a produrre rovine? Nel solito modo, s’intende: produzione di rovine a mezzo di rovine. No, neppure quello. Ce ne lasciamo dietro, ma in-significanti. Macerie, ad essere esatti, scheletri di ecomostri e abitazioni abusive dismesse, cemento armato sbriciolato dopo esplosioni, sismi, demolizioni e alluvioni. Nulla che parli di noi e dell’evento che le ha attraversate.

Pensate alla differenza fra la spettrale Vela incompiuta della Città dello Sport di Calatrava a Tor Vergata, monumento alla dissipazione, e le fortezze di Giustiniano sull’Eufrate o Taq-i Kisra, la gigantesca volta a botte del palazzo sassanide di Cosroe a Ctesifonte sul Tigri, che ha resistito ai bombardamenti americani nel 2003. Sono ben diversi regimi di testimonianza e deperimento, di espressione della contingenza e di trionfo del tempo. Il sublime carcerario piranesiano e le pagine freudiane sul Campo Marzio dell’inconscio ne sono il risvolto mentale, la coesistenza allucinatoria degli strati.

Per Simmel la rovina architettonica costituiva il punto di equilibrio tra la gravità della natura, che fa tendere ogni cosa verso il basso, e lo spirito creativo dell'uomo, che aspira ad innalzare, fra il manufatto completo che attesta il secondo e la distruzione che fa trionfare la prima, dunque manifestava la coesistenza precaria e paradossale di Eros e Thanatos, il diritto di morire, il ritorno all’inorganico sospeso all’ombra della malinconia.

Nella rovina si consuma la sconfitta del progetto ma anche il suo compimento-superamento, perché in essa, a differenza del frammento che testimonia di un’unità artistica originaria, emergono altre forze, quelle della natura che si prende la rivincita sullo spirito in modo accidentale e disarmonico esponendo agli occhi di un osservatore etico più che estetico l’informe che registra l’universale inimicizia reciproca degli impulsi vitali. I ruderi, in quel loro confondersi con la natura che contrasta con l’estraneità di ogni tipo di architettura compiuta, hanno a che vedere con la disorganicità dell’allegoria, con la moda e con la morte, sbloccano la tirannia della forma e l’unità coatta del simbolo, alludono, nel fascino del declino e della decadenza, al tramonto e alla transizione ad altro in senso nietzschiano.

Nello stesso mood Benjamin scriverà nel Dramma barocco tedesco che l’allegoria, cara al barocco quanto le rovine, si colloca al di là della bellezza, sul palcoscenico di un «inarrestabile decadimento» della storia e dell’«eterna caducità della natura», così che «all’allegoria nel regno del pensiero, corrisponde la rovina in quella delle cose». Le rovine sono luoghi di iscrizione per geroglifici, rebus, equivalenti grafici bidimensionali del risuonare della Signatur böhmiana.

Cosa significa allora che oggi, in linea di massima, i ruderi del moderno non riescano a comunicare un’illusione postmoderna paragonabile a quanto fu il romano per gli umanisti, il greco per i neoclassici, il gotico per i romantici? Ovvero che non riusciamo a immaginarci – se non in uno scenario post-apocalittico da Pianeta delle scimmie– un futuro di rovine per manufatti di variabile qualità, la mediocre Ara Pacis di Meier o l’intrigante Guggenheim di Gehry a Bilbao.

Solo in circostanze eccezionali, la dismissione trasmette senso per contrasto. Un esempio. I manufatti di quella particolare variante del moderno che fu l’architettura fascista, soffocati da uno sviluppo urbano di qualità inferiore nella metropoli, sopravvivono in tutto il loro splendore in colonia, in Eritrea e in Libia. Nel secondo caso, per la confluenza di un isolamento fisico e politico: l’immersione nella steppa e nella sabbia favorisce il loro abbandono o riuso straniante in un paese che ha espulso la presenza italiana coloniale.

Edifici integri abbandonati (i villaggi colonici e le abitazioni rurali mono-familiari sul Gebel-al-Akhdar cirenaico) o ricontestualizzati in un diverso habitat urbano (Tripoli) assurgono allo stato di rovine integrate (come il Portico d’Ottavia a Roma o il palazzo di Diocleziano a Spalato per l’antico) proprio e soltanto in quanto estranee al contesto, a patto di una cesura storica e di una sostituzione degli abitanti, così da segnare il differenziale temporale e l’effetto caducità pur nella modernità del disegno e dei materiali. Riuso e abbandono prorogano il senso attraverso la negazione del monumento. Dove manca questo strappo, il moderno tende a corrompersi in un tessuto urbano indifferente, troppo contemporaneo per distinguersi, troppo pretenzioso per entrare nella dimensione metropolitana. L’area degli scarti, dei rifiuti, del junkspace di R. Koolhaas.

Tuttavia non ne è impossibile una riqualificazione di significato. Proprio infatti lo sgargiante junkspace iper-moderno, come avvenne per l’anonimo residuo della città industriale, diventa spazio elettivo per ideogrammi e rebus al pari delle rovine barocche in Benjamin. Pensiamo, nel secondo caso, all’uso godardiano dei segnali (graffiti, manifesti, targhe), il cui esempio più toccante è l’insegna “Enfer et ses fils”, 10 rue de Rambouillet, b/n parigino, nella stazione finale della via crucis di Nana-Anna Karina (Vivre sa vie, 1962), per il primo alle grandi scritte luminose ENTER, LOVE e VOID di una coloratissima Tokyo notturna che scandiscono il melodramma sciamanico Enter the Void di G. Noé, 2009.

Tutto può supportare il geroglifico, ma allora l’arresto della caducità nel tempo-ora si sposta dalla costruzione svuotata all’immagine filmica, che si candida a mobile successore, prima analogico poi digitale, della durata dell’architettura. Natura e progetto – i poli simmeliani – collassano in una superficie continua. Produciamo fantasmagorie gassose, appunto, piuttosto che rovine. In oscura corrispondenza con la natura di videogioco che spesso assume la distruzione: joystick e droni.

La Coop, chi?

Augusto Illuminati

Prendiamolo alla lettera, il motto: la Coop sei tu! Come l’hypocrite lecteur, – mon semblable, – mon frère che apre i Fiori baudelairiani. Se sei tu, devi condividere senza ipocrisia, per fraterna similitudine, i miei vizi. Oppure prenderne le distanze, denunciare quello di torbido che è in me ma forse anche in te.

Ha un bel dire il dott. Poletti, presidente di Legacoop, che essa «è un’associazione che rappresenta le cooperative e quindi non è titolare di alcuna attività di gestione» (19.12.2013), o che le singole aderenti si muovono secondo canoni di mercato applicando le regole contrattuali vigenti: allora è ingannevole sostenere che le coop hanno una marcia “sociale” in più.

Non si può lucrare un vantaggio emotivo politicamente qualificato facendo le peggio cose che fanno gli altri, non è insomma il normale rincalzo che acquisisce la Coca Cola dalle festività natalizie. Legacoop con quello slogan fa appello a uno schieramento politico o morale e si sottopone dunque a una verifica supplementare, se scivola su quel terreno. Oppure, ammette di essere come tutti gli altri, rinuncia alla spocchia a buon mercato e si appiattisce sul senso corrivo in materia di migranti, affari, regime contrattuale, cioè la guerra fra poveri e l’ammirazione per il merito/successo di chi la sfanga speculando sui contributi assegnati ai migranti ristretti nei Cie, sugli appalti di grandi e piccole opere, sui bilanci bancari e assicurativi.

Questo si ricava dai giornali e dal web, ma vorrei soffermarmi su una piccola storia vissuta in diretta. L’occupazione della Scup a Roma, via Nola 5 – palestra, sale studio, ludoteca infantile, mensa sociale, ecc.– si è ritrovata per controparte non il Demanio e la Fip, che ne gestisce la valorizzazione, e neppure la società fittizia F&F immobiliare cui aveva ceduto l’edificio per far cassa, ma la potente Unieco, holding di decine di cooperative “rosse”, oggi uno dei dieci principali general contractor italiani.

Dopo un primo sgombero e rioccupazione, si è aperta una procedura giudiziaria, nel cui corso la struttura cooperativa ha negato di avere a che fare con la società fantasma di cui sopra, mentre usciva fuori che in realtà la Unieco, sull’orlo del fallimento, si sta impegnando con le banche a modulare il debito dismettendo beni immobiliari per 142 milioni di euro, fra cui probabilmente l’edificio Scup.

Fioccano le smentite, s’intende, come per Lampedusa, gli altri Cara gestiti da Cono Galipò e le numerose vertenze per contratti irregolari dei dipendenti, con le consuete caratteristiche di opacità e scatole cinesi che consentono di scaricare la responsabilità per li rami. Cooperazione e socialità in questo caso vanno poco d’accordo...

Non voglio entrare nel merito di singole controversie e scandalizzate deplorazioni, ma solo registrare un’impressione: il pieno adeguamento alle dinamiche neoliberiste, con il ricorso a tutti gli espedienti di flessibilizzazione e sub-appalto, esprime una stridente contraddizione fra pratiche effettuali e ricordi evocativi della primitiva missione. Coop, chi? Non puoi operare come Walmart e fingerti Onlus, sfruttare legami privilegiati con le amministrazioni locali di sinistra e agire nel solco del mercato e della precarizzazione.

La Coop sei tu suona derisorio nell’orrore di Lampedusa o nell’ordinaria prassi di un lavoro domenicale di fatto obbligatorio. A meno che quel tu implichi la complice omologazione dell’interlocutore, il popolo coop, alla medesima rassegnata logica dell’impoveritevi e buttate dalla scialuppa chi si aggrappa.

Il ruolo delle cooperative rosse, bianche e delle strutture cielline nel trasformare in affare la gestione dei migranti e dei loro luoghi di segregazione è assai significativo nella governamentalità neoliberista analizzata ne La nuova ragione del mondo di Dardot e Laval, qui già recensito. Il neoliberismo non solo incastra in modo indissolubile funzioni di governo e di mercato, ma costruisce una soggettività auto-imprenditoriale e competitiva, disciplinata e rendicontabile, servendosi di figure intermedie semi-private, che sono imprese a tutti gli effetti ma con parvenze di socialità e magari vantate ascendenze progressiste. Big Society all’italiana.

Ciò consente alle cooperative, in maniera diversa dal riformismo degli albori del capitalismo e poi del fordismo, di prendere l’iniziativa, superando – nella faccia esposta al pubblico, la grande distribuzione – la contraddizione, sempre latente nell’esercizio commerciale, fra promozione edonistica del consumo e salvaguardia del lavoro ascetico dei dipendenti e dei clienti. Luogo elettivo per le tecniche di Pnl (programmazione neuro-linguistica) e di coaching (come imbambolare il cliente e sentirsi realizzati), la vendita che fa leva sull’empatia si completa felicemente con il rinnovo forsennato di brevi contratti oltre ogni limite legale e con salari abbastanza bassi da predisporre a un totale disponibilità per straordinari, festivi e spostamenti di sede secondo i flussi di domanda.

A monte sta l’illusione che la prestazione intermittente costituisca un “percorso formativo”, una soggettività multiforme e potenziata che accoppia gioiosamente management dell’anima e d’impresa, cura di sé e orari di merda, a valle una pubblicità friendly e populista accomoda il cliente sull’impresa, garantendo con il passato la democraticità e con lo slogan la comunanza fra il venditore precario e l’acquirente altrettanto precario e affannato – entrambi interiorizzano la crisi quali imprenditori di se stessi...

Che l’impettita Legacoop o il più casual Eataly di Oscar Farinetti (che strizza l’occhio alla Leopolda quanto la prima, prima di saltare sul carro renziano, al vecchio Pd) vogliano trarne vantaggio è ben comprensibile, che si debba abboccare a tali trucchi aziendali e all’ideologia politica che veicolano – Farinetti in tono sgradevole e vistoso – è tutto da vedere. Bella sfida, comunque, vendere sotto crisi. Merci e illusioni, surplus di prestazione e di godimento. Fantasmi, a breve in saldo.

 

Forche caudine

Augusto Illuminati

In sé, che i movimenti sovversivi siano ambivalenti, è la scoperta dell’acqua calda. Innegabile, inoltre, che essi segnalino un limite di comprensione e di composizione di classe delle forze egemoni, anche se di origine progressista. A cominciare da vandeani e sanfedisti rispetto alle contraddizioni e al carattere di una rivoluzione (borghese) nativa come quella francese o di parziale importazione (la Repubblica napoletana del 1799).

Chi si sognerebbe oggi di ridurli all’appoggio militare inglese (che ci fu e come) o alle mene degli aristocratici (che in effetti manipolarono contadini poveri, preti refrattari e nobili spiantati), senza occuparsi della frattura che essi aprirono in un processo rivoluzionario gestito da più o meno consistenti élites proprietarie cittadine?

Il movimento operaio, a sua volta, ha sperimentato sulla propria pelle il ricorso storico di quella situazione, nel 1848-1852 e nel 1871 (le campagne contro Parigi o indifferenti ai suoi sussulti), è passato attraverso gli appelli ambigui del sovversivismo fascista nel 1919 e la tragedia dei disoccupati weimariani arruolati nelle SA nel 1932-33. All’inverso, nefasto fu chiudere gli occhi nel 1962 su piazza Statuto o bollare di diciannovismo la cacciata di Lama dalla Sapienza nel 1977.

Insomma, va bene ricordare l’ambivalenza alla sinistra istituzionale, soprattutto quando si rende corresponsabile della crisi, come fu la socialdemocrazia tedesca nella politica deflattiva di inizio anni Trenta e oggi è il Pd nella servizievole sottomissione al neoliberismo e ai diktat eurocratici, ridondante farne pretesto per polemiche all’interno dei movimenti, che le mani se le sono sempre sporcate, con minore o maggiore avvedutezza e successo, ma sempre senza alzare il ditino e assestarsi in comode certezze. Di tutti i modi per distinguersi e primeggiare è il meno legittimo, il più proclive a derive patetiche.

Il movimento 9D o dei forconi, forse sopravalutato nella sua consistenza e diffusione nazionale e tuttavia a suo modo indicativo della sofferenza sociale e dello sbandamento politico conseguente al fallimento della sinistra e del berlusconismo, da soli o congiunti, ha riproposto quel vecchio nodo e tutta la scontata gamma di reazioni: non è niente in quanto fuori dai giochi parlamentari, è un complotto reazionario, è il pope Gapon che avanza alla testa del quarto, quinto o sesto stato, ecc.

Euforie e allarmismi fuori scala. Sebbene, al pari dell’ossessione giustizialista e manettara di settori che pretendono a ben altra “rispettabilità” mediatica, stiano emergendo componenti virtuali di un blocco d’ordine che, al solito, congiunga individualismo familiar-possessivo, impunità fiscale e legalitarismo contro le classi subalterne. Imprenditori di se stessi, con protezione poliziesca lasca, riti rubati un po’ dai movimenti un po’ dagli stadi e un tocco finale pizzo-squadrista. Un po’ presto per chiamarlo Alba Dorata, al massimo ha indotto Brunetta a promettergli una “casa politica”, robetta.

Qualche tempo fa Spinoza l’aveva spiegato pianamente: siamo attivi quando accade in noi o fuori di noi qualche cosa di cui noi siamo la causa adeguata (cum aliquid in nobis, aut extra nos fit, cujus adæquata sumus causa), esprimibile a noi e agli altri, siamo passivi quando invece non ne siamo che causa parziale (cujus nos non, nisi partialis, sumus causa), insomma un poco c’entriamo, ma in misura minoritaria (Ethica III, def. 2).

Ciò si riflette anche sulla gioia, che è passaggio da minore a maggiore perfezione (ivi, Definizione degli affetti, II), e dunque può essere un affetto attivo o passivo: una gioia passiva è sempre meglio di una passione triste ed è pure inevitabile, essendo noi parte della natura, ma dovremmo cercare di passare dalla gioia passiva a quella attiva, cioè a dare risalto alla nostra azione positiva come causa della perfezione.

In altre parole: naturale sporcarsi le mani per comprendere le passioni tristi e inserirsi in esse per volgerle al meglio, a rischio di essere contagiati dal rancore, decisamente preferibile animare attivamente azioni di contestazione e rivolta secondo i propri programmi, a rischio di trascinarsi dietro detriti ed equivoci. L’iniziativa fa la differenza, sceglie i terreni di scontro, risulta maggioritaria nella parole d’ordine, orienta la composizione, smaltisce le tossine venefiche.

La differenza, appunto, che intercorre fra manifestazioni giustificate ma confusive e inquinate, da seguire e attraversare con attenzione ma senza peana, e lotte che esprimono una composizione sociale già sperimentata (no-Tav e no-Muos, cortei studenteschi di Roma, Torino, Venezia, Milano in questi giorni, lotte dei migranti, assedi, scioperi selvaggi dei tranvieri contro la privatizzazione strisciante, occupazioni abitative, produttive e culturali, progetti di co-working) o più insolite ma chiaramente disposte (il 18-19O, il Fiume in piena della Terra dei fuochi).

In questo secondo ma non meno complicato gruppo la conduzione delle rivendicazioni e i caratteri della repressione (manganelli e caschi ben calcati) non richiedono svolazzi dannunziani o pauperisti, ma faticosa ricomposizione di pezzi di moltitudine e di obbiettivi, sono cose di cui siamo causa più che parziale, se non altro nel gesto di avvio, nella continuità della memoria recente –non di retoriche da fabbrica disciplinata o da sollevazione onirica.

Materia da elaborare e braci da attizzare ce ne sta un sacco: ben vengano nuove soggettività e segmenti inediti di protesta, abbiamo tutto da imparare. Studiando, selezionando, gettandoci dentro. Dentro, ma caute –avrebbe suggerito il Maestro.

L’Elefante e il Maiale

Augusto Illuminati

Il cinquecentesimo anniversario del Principe ha suscitato molte serie iniziative e purtroppo ha consentito a molti dilettanti di emettere fiato e pestare sui tasti.

Recensendo una pregevole raccolta di interviste di argomento machiavelliano curata per Bompiani da Antonio Gnoli, e soffermandosi in particolare sull’intervento di Gennaro Sasso, Giuliano Ferrara, che fu agile studioso di Leo Strauss prima di diventare giullare ad Arcore, fatti i debiti elogi all’insigne studioso e apprezzandone anche un certo taglio anti-clericale, conclude sul Foglio con un dispiaciuto rilievo: anche il bravo Sasso ce l’ha con Berlusconi.

Vittima del solito pregiudizio – lui, pur così laico e critico verso il regime democristiano e il consociativismo – trova nel fra’ Timoteo della Mandragola l’archetipo del Cav, colpevole di non aver «reso principesco il mondo della Mandragola ma semmai mandragolesco il mondo del Principe». Come è signorile e colto il discorrere di Ferrara, che liscia l’offensore ma nel contempo difende l’offeso. Vediamo come l’Elefantino si scatena invece per il pubblico più corrivo del Giornale, cui dedica i sermoni domenicali in fraterna simmetria con quelli opposti di Scalfari su Repubblica – i due Dioscuri dell’italica pozzanghera.

La democrazia italiana è espropriata da una mostruosa macchinazione giudiziaria, si levi una protesta forte e chiara ecc. – e fin qui siamo nella vulgata vittimistica di Arcore. Subito dopo, però, entra in scena fra’ Timoteo con modi suadenti: «Berlusconi ha dato delle feste in casa sua, ha invitato delle ragazze e degli amici, gli amici lo hanno aiutato a comporre il suo harem burlesque, il suo privato divertimento, condividendolo», ovvero fica gratis.

«Berlusconi è notoriamente ricco e generoso, fa regali da sempre a destra e a manca, senza distinzione di rango, e con il circuito delle sue feste è stato come spesso gli succede regale e sciupone senza remore o rimorsi». Regale non molto, sciupone di certo, visto che finanzia a fondo perduto il Foglio e ha messo alla testa della cooperativa omonima il rag. Spinelli, quasi a marcare l’analogo trattamento delle marchette. Ha fatto, il Cav, una telefonata in questura, forse «inopportuna sotto il profilo protocollare ma non concussiva, gentile e in prima persona, allo scopo di evitare a una delle sue ospiti la consegna a una comunità».

Davvero umano, ci ha messo la faccia (la voce da Parigi) e con quale sublime sprezzatura, per disinnescare un’esibizione scandalistica, «ha inventato balle giocose, come quella della nipote di Mubarak», tutte cose «che rientrano nella dimensione privata» – confermate tuttavia da un voto solenne della maggioranza parlamentare d’epoca, il “saggio” Quagliarello in testa...

Ecco, al massimo, trattasi di «peccadillos [una sola c, Elefantino!] da scapolo abbiente», piuttosto abbiente invero, trasformati in reati infamanti, ohibò! E che sarà stato mai? «Regali alle ragazze e agli amici» (tecnicamente si chiamano “regalini”) e «una raccomandazione a un gentile funzionario di Questura», mica tanto diverso da una telefonatina carceraria della Cancellieri.

Ecco, né Ferrara né Berlusconi sono il duca Valentino o don Miguel Corella: al posto della Golpe e del Lione, cinquecento anni dopo, scorazzano l’Elefante e il Maiale. Aveva ragione Gennaro Sasso: il mondo del principe è diventato mandragolesco.