Peeping Tom

Maria Cristina Reggio

Peeping Tom è una compagnia di teatro-danza fondata in Belgio nel 2000 da Gabriela Carrizo e Franck Chartier, ambedue danzatori e coreografi, e che riunisce un gruppo eterogeneo di performer con diverse abilità e nazionalità: danzatori, cantanti lirici, attori e ginnasti provenienti dal Belgio, dalla Corea, dal Regno Unito e dal Brasile. Il nome che si sono dati rimanda, in forma di citazione, a uno sguardo ossessivo e perturbante: nella lingua anglosassone Peeping Tom significa infatti "guardone", dal nome del giovane Tom che, nella leggenda di Lady Godiva, era divenuto cieco per aver guardato dal buco di una serratura, tanto da restarne abbagliato, la celebre bellissima nobildonna mentre questa cavalcava nuda nella città di Coventry per protestare contro l’ennesimo tributo imposto dal marito ai propri sudditi.
Ma cosa mai hanno offerto di abbagliante ai guardoni-spettatori, questi danzatori, nel loro ultimo lavoro A Louer (in italiano In affitto), presentato all'Auditorium di Roma a febbraio, in occasione del Festival Equilibrio/2013?

Ciò che trafigge lo sguardo degli spettatori di A Louer è ben altro rispetto all'impianto visivo, pur curatissimo, che evoca atmosfere tra il burlesque, il cinema di Lynch e l'immaginario escher-piranesiano. E non sono nemmeno i rituali post-drammatici delle storie "rizomatiche" tese a spiazzare continuamente la logica di una narrazione teatrale - rituali di fronte a cui le stanche platee del teatro post-moderno istituzionalizzato si appisolano ormai rassegnate se non le si risveglia con qualche nudo esposto, suono terrificante o qualche frattaglia organica sparsa in scena - perché ciò che è davvero protagonista, e che abbaglia e incanta gli attoniti spettatori, è il corpo dei danzatori, e quello del maggiordomo in primis, dotato di una potenza ammaliante che, come un pifferaio magico, trascina letteralmente con sé anche tutti gli altri. Il maggiordomo, fin dall'esordio in scena, è un corpo i cui movimenti oscillano tra l'umano e la marionetta, i cui arti sembrano sostenuti da fili invisibili che ne comandano le articolazioni provocando lo scioglimento o l'irrigidimento delle membra, come se fossero le parti meccaniche di un automa.

A proposito della marionetta, diceva Kleist, nel suo celebre scritto Sul teatro di marionette: "Essa non farebbe mai dei movimenti affettati. [...] Ora come il macchinista in fondo per via del filo ha in suo potere proprio questo punto: così tutte le altre membra sono, quello che devono essere, morte, meri pendoli, e seguono la pura legge della gravità, eccellente proprietà, che invano, si ricerca nella massima parte dei nostri danzatori". Dunque proprio questo automatismo - che, evidentemente, risucchia come in un vortice il corpo del maggiordomo e, come per il passaggio di una corrente elettrica, anche quello degli altri personaggi che si trovano in quel singolare appartamento - sembra dichiarare l'automatica inconsapevole ostinazione con cui quella famiglia stralunata, non può fare a meno di restare fissa dove sta, nel suo vellutato soggiorno ottocentesco abitato da marionette umane, nel suo appartamento messo in affitto.

Si potrebbe dire però, ancora ricorrendo a Kleist, che questi danzatori-fantocci, che sembrano liberarsi dalla legge di gravità che li "incatena", alla terra, raggiungendo una "grazia" tanto meccanica quanto inconsapevole, corrono tuttavia un unico rischio: che l'equilibrio sempre in bilico della loro magica abilità scada nella banalità dei "numeri" circensi che tanto divertono le folle. Allora la bambinona sproporzionata come un'Alice, il padre pianista fallito e la madre che canta - bene - ossessivamente la medesima aria operistica senza riuscire a fermarsi, nemmeno per abbracciare il figlio (che pure sembra essere il soggetto agognato del bel canto, e che, invece insegue ammaliato il maggiordomo) perdono la consistenza di personaggi e si comportano come i componenti di un circo, le cui esibizioni mirano a destare la meraviglia e il conseguente applauso del pubblico da fiera.

Ed ecco che, in un attimo, questo spettacolo che pur prometteva, a chi volesse correre il rischio di "bruciarsi" gli occhi nel guardarlo, mille storie accattivanti con infiniti intrecci possibili, senza portarne mai nessuna a compimento, rischia di diventare una cornice inutilmente impegnativa per una semplice pantomima, e l'immenso soggiorno rosso da peep show che lasciava immaginare inquietanti "fuori campo" di scale, terrazze e balconi, mostra la finzione dipinta, posticcia, del décor teatrale. Povere marionette, allora, se, tradite da uno sguardo compiaciuto per gli applausi fragorosi, smarriscono, anche solo per una frazione di secondo, la loro grazia di automa e la leggerezza: umanizzate, cadono a terra con un tonfo, non più meccanico, ma patetico.

Non solo scrivere stanca. Scritture del lavoro

Andrea Cortellessa

Che la quinta edizione di Libri Come – la festa del Libro e della Lettura ideata da Marino Sinibaldi e condotta da Michele De Mieri e Rosa Polacco all’Auditorium Parco della Musica di Roma, che si chiude oggi – sia stata dedicata quest’anno al Lavoro conferma la forte attenzione che a questa dimensione dell’esistenza, da qualche anno, sta di nuovo dando la letteratura: non solo in Italia ma, credo si possa dire, da noi con particolare intensità (del resto è sul Lavoro che questa Repubblica, almeno per adesso, continua a fondare il primo articolo della sua Costituzione). Non è in sé una novità, ovviamente: il dibattito sulla letteratura in fabbrica – almeno dai tempi del «Menabò» di Vittorini – è un cavallo di battaglia della modernità italiana.

Ma la recrudescenza di scritture al lavoro esplicitamente dedicate, nell’ultimo decennio, e il ritorno d’interesse storiografico e saggistico sul tema (penso all’antologia di Giorgio Bigatti e Giuseppe Lupo, Fabbrica di carta, recensita da Giacomo Giossi qualche numero fa di alfabeta2), testimoniato ora anche dal bellissimo numero di Semicerchio appena uscito su Poesia e lavoro (qui presentato da Fabio Zinelli, che della rivista diretta da Francesco Stella è magna pars), sta a significare come – di conserva con la profonda trasformazione che il nostro tempo liquido ha impresso alla parte più solida della nostra esistenza, il lavoro appunto – pure la letteratura del lavoro si stia modificando profondamente. Un sociologo che fra i molti altri ha spiegato il senso di queste trasformazioni, Richard Sennett, chiuderà il cerchio di Libri Come con una conferenza off-festival che si terrà, sempre al Parco della Musica, lunedì 24 marzo.

Oggi invece (alle 21.00 nella Sala Petrassi dell’Auditorium) i lavori di Libri Come si concluderanno con un recital a più voci dal titolo Tutti sul lavoro. E alle 18.00 (nello spazio Officina 3 del Garage), insieme a Giorgio Falco e ad Alberto Rollo, presenteremo un libro che ci fa incontrare invece, con tutta la sua forza disperata, la scrittura di un lavoratore tipicamente novecentesco: Luigi Di Ruscio. I suoi Romanzi, raccolti a cura di Angelo Ferracuti (che cogli anni a Di Ruscio, scomparso nel 2011, si è legato da una profonda amicizia; e che qui ci presenta la sua figura) in un volume della collana «Le comete» di Feltrinelli appena uscito, sono per lo più dedicati al periodo di mitica latenza picaresca che precedette la scelta dell’emigrazione, nel 1957 in Norvegia: dove per quarant’anni il cristico operaio di Fermo lavorerà in una fabbrica metallurgica addetta alla produzione di chiodi. Fa eccezione l’ultimo testo della serie, in ordine di composizione, Neve nera (pubblicato una prima volta, nel 2010 col titolo La neve nera di Oslo, dalla casa editrice della CGIL, la Ediesse), che segue la traiettoria del picaro marchigiano nel suo esilio scandinavo: e, in pagine come quelle qui riportate, ci rituffa negli inferi tayloristici che infestano invece, quasi sempre, le poesie scritte da Di Ruscio in Norvegia (specie quelle autoantologizzate a tema nella raccolta Poesie operaie, pubblicata pure da Ediesse nel 2007).

Nella sua misteriosissima cultura perfettamente autodidattica, un punto di riferimento di Di Ruscio (che pone una sua frase in esergo al capolavoro Cristi polverizzati) è Hegel. Il quale nell’Estetica parla di «prosa del mondo», a proposito dell’universo della «finitezza» e «oppresso dalla necessità», in cui «ogni vivente isolato rimane nella contraddizione di essere a sé per se stesso come questo conchiuso uno, ma di dipendere al contemupo da ciò che è altro». È questa la condizione operaia, un altro nome della condizione umana dunque, illustrata dall’opera di Di Ruscio. Ma un paradosso eloquente vuole che, mentre questo mondo della prosa non trova vie d’uscita nella sua produzione poetica disperatamente martellante, al contrario nella sua prosa fusionale e agglutinante la temperatura della scrittura si fa incandescente, rompe tutti gli argini, libera spettralmente dalla sua croce – almeno per qualche attimo – il fantasma di chi scrive. E, con lui, noi che lo leggiamo.

Leggi gli altri testi dello speciale su Letteratura e lavoro
Fabio Zinelli, Poesie del lavoro
Angelo Ferracuti, Luigi Di Ruscio, lo Scriba assoluto
Luigi Di Ruscio, da Neve nera

Seducenti immagini

Valerio De Simone

Vi ricordate di Camille Paglia, la femminista più odiata dalle femministe? Erano i primi anni Novanta quando l'accademica statunitense, che attualmente insegna alla University of Arts a Philadelphia, riuscì, dopo numerosi rifiuti di case editrici a pubblicare il suo Sexual Personae. Arte e decadenza: da Nefertiti a Emily Dickinson (tradotto in italiano nel 1993 da Einaudi). Il libro, divenuto presto un bestseller, sollevò numerose discussioni all'interno del femminismo americano.

Noti sono gli alterchi con le più note femministe appartenenti sia alla seconda sia alla terza ondata a proposito di tematiche come la pornografia, lo stupro, le identità di genere. Anche nel mondo accademico la femminista afroamericana bell hooks dedicò nel suo Outlaw Culture (Routledge, 1994) un saggio dal titolo Camille Paglia: “Black” pagan or white colonizer nel quale si riferisce alla professoressa chiamandola ironicamente “Miss Camille”.

Appassionata studiosa di cultura popolare, è intervenuta in numerosi documentari dedicati a celebri film, tra cui The Return of a Clockwork Orange (Paul Joyce, Uk, 2000) e Inside Gola Profonda (Fenton Bailey, Randy Barbato, Usa, 2005) e nel mockumentary Watermelon woman diretto da Cheryl Dunye nel 1997. Sin dai suoi esordi Paglia, si è distinta per il suo interesse nei confronti della cantante Madonna alla quale ha dedicato articoli e saggi. Il più noto è Madonna: finally a real feminist, apparso nel 1990 sul New York Times, in cui esaltava il potere rivoluzionario-femminista della cantante italo-americana. Recentemente ha preso nettamente le distanze, in un lungo articolo, apparso sul Times e poi tradotto su Repubblica, da quella che alcuni considerano la nuova Madonna, ossia Lady Gaga definendola “un personaggio costruito a tavolino” preferendo invece la cantante Rihanna “una donna ostinatamente indipendente e autonoma”.

In Seducenti Immagini l'intento dell'autrice è chiaro sin dall'introduzione: come sopravvivere in un mondo dove i soggetti sono costantemente bombardati da immagini e dove, negli Stati Uniti, ma purtroppo potremmo aggiungere anche in Italia, dati i recenti provvedimenti in materia, l'istruzione della storia dell'arte è molto carente. “Questo libro - afferma infatti Paglia - è un tentativo di raggiungere un pubblico generalista per il quale l'arte non è una presenza quotidiana”.

Contemporaneamente manuale, o meglio compendio, di storia dell'arte e testo di stampo culturalista proprio per l'approccio interdisciplinare caratteristico della studiosa, il libro è suddiviso in ventinove capitoli, ognuno dei quali prende in esame un'opera afferente a un periodo storico preciso. Si inizia con La Regina Nefertari fino ad arrivare alle opere di Jackson Pollock e René Magritte passando per la Loggia delle fanciulle. La scelta delle opere è varia e comprende pezzi celeberrimi, come il Laoconte e La morte di Marat di Jacques-Louis David, e altri meno conosciuti soprattutto a un pubblico italiano, come nel caso del pittore John Wesley Hardrick.

Particolare attenzione meritano gli ultimi due capitoli. Il primo è dedicato all'artista giamaico-americana Renée Cox, l'analisi della cui opera Chillin' with Liberty (1998) mette in rilievo l'orientamento femminista pro-sex dell'autrice, spesso poco apprezzato da una parte della seconda ondata del femminismo americano che in passato si scagliò contro la pornografia. Nel secondo, invece, Paglia decide di uscire dai limiti tradizionali della storia dell'arte dedicando le ultime pagine del libro, forse le più avvincenti, a Star Wars III: La vendetta dei Sith (George Lucas, 2005) - una scelta motivata in questo modo dall'autrice:

“Nelle arti visive degli ultimi trent'anni non ho visto nulla che sia più audace, bello ed emotivamente coinvolgente della spettacolare sequenza culminante girata sul pianeta vulcanico da Lucas per La Vendetta dei Sith”. Il libro presenta due mancanze, giustificate però dalla stessa Paglia nell'introduzione: l'assenza di bibliografia (“avrebbe richiesto un secondo volume”) e di note (“per favorire la leggibilità”).

Camille Paglia sarà ospite di Libri come oggi sabato 15 marzo alle ore 17 (Auditorium – Parco delle Musica, Sala Petrassi). La sua conferenza dal titolo Come il pop. Immagini seducenti, prenderà spunto da questo suo ultimo libro.

Camille Paglia
Seducenti immagini
Un viaggio nell'arte dall'Egitto a Star Wars

Il Mulino (2013), pp. 328
€ 35,00