Interférences #4 / Olivier Favier e le cronache d’esilio

wave1[Ospito un estratto di Chroniques d’exil et d’hospitalité. Vies de migrants ici et ailleurs, Le passager clandestin, 2016. Segue una breve intervista all’autore. Traduzione dell'autore e supervisione del sottoscritto. a. i.]

 

 

Olivier Favier

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13 novembre 2015: gli attacchi a Parigi, l’incendio a Calais

Il 13 novembre 2015, quando un sms mi chiede se sono al sicuro, non so chi mi scriva, poiché non posseggo che un cellulare di ricambio, sul quale non sono registrati i miei numeri. Ma capisco subito che c’è stato un nuovo attentato a Parigi. Mi trovo sul sentiero delle Dune, nelle vicinanze della bidonville di Calais in compagnia di due militanti italiane e un piccolo gruppo di migranti. Scopro a poco a poco sulla rete, come molti altri nello stesso istante un po’ ovunque nel mondo, la portata e il bilancio degli attacchi in corso. I luoghi colpiti mi sono più o meno familiari, sono stato in alcuni di essi, sono strade che conosco, dove passo regolarmente. Come tanti altri nello stesso momento, chiamo qualche parente e amico, i pochi di cui riesco a ritrovare il numero. Rispondo anche a qualche sms.

Juliette mi spiega che, da casa, ha sentito con i bambini gli spari sul Petit Cambodge. Mamadou sta da lei questo fine settimana. Sono triste anche per lui, perché è qui in Francia per vivere in pace, protetto. Per lui, sì, Parigi è una festa dalla quale riparte sempre pieno di voglie e progetti. Ci scambiamo qualche frase, lo sento molto teso, cerco di trovare le parole giuste, gli dico, mi sembra, che non è che una scheggia della violenza del mondo, terribile ovviamente, ma questo non significa comunque che Parigi diventerà una città di guerra. Intorno a me, le amiche italiane mi fanno domande. Traducono le poche informazioni che riesco a dare loro in inglese, in arabo e in aramaico, per gli altri amici della bidonville.

Di tanto in tanto, staccandomi dallo schermo del cellulare, dò un occhiata in giro. Vedo sguardi tristi e rassegnati; un uomo ripete: “Boko Haram, ISIS”, scuotendo la testa. I migranti che ci circondano non mi pare misurino immediatamente le conseguenze nefaste che una simile azione avrà sul loro avvenire già incerto. Non sanno che, in un certo qual modo, ciò che molti hanno fuggito, li perseguiterà persino qui. Ecco ciò che mi ossessiona soprattutto in questo momento: la loro sorte e la sorte di coloro che verranno in seguito, come quella degli amici siriani che avevo appena lasciato sotto il portico ventoso di una chiesa, il 7 gennaio scorso, quando la notizia dell’attentato a Charlie Hebdo mi è arrivata per telefono. Siamo lontani, in ogni caso, dagli sguardi d’angoscia che vedrò due giorni dopo nelle strade della capitale. In questa che è oggi la più grande bidonville d’Europa, il resto del mondo diventa a volte quasi irreale, come in genere per tanti parigini risultano irreali i conflitti e la miseria degli altri. In un mondo dove l’informazione circola in tempo reale, il reale scorre dappertutto come il tempo.

Di colpo vedo una delle mie amiche italiane correre sul sentiero delle Dune con il cellulare in mano. La seconda la segue e, senza neppure rifletterci, mi metto a correre anch’io. Le raggiungo e scopro con loro, a qualche decina di metri, un cielo rosso aranciato. Delle persone camminano verso di noi con calma. Ho messo in tasca il telefonino, per tirare fuori la macchina fotografica. Mi avvicino al fuoco, non sento nessun grido, nessun richiamo, nulla che faccia pensare a qualcuno rimasto prigioniero delle fiamme che si alzano ormai per decine di metri. Allora comincio a scattare delle fotografie. Rimbombano delle detonazioni sorde: le bombole di gas che esplodono. Il vento viene verso di noi e vuol dire che una buona parte della bidonville rimane fuori pericolo. Ho l’impressione di assistere a una catastrofe naturale, a una apocalisse al di fuori del mondo, non alla conseguenza evidente dell’incuria dei poteri pubblici che hanno lasciato senza infrastrutture la stragrande maggioranza delle 4500 persone presenti attualmente sul posto.

Più tardi, ricordo anche due giovani eritrei avvolti in una coperta, lo sguardo vuoto, seduti su una sedia al margine del sentiero. Per loro Parigi è lontana quanto lo è per noi la loro cattiva sorte attuale, la landa dove vivono, la dittatura da cui sono fuggiti, le sofferenze che hanno sopportato durante il viaggio. Accompagnando quelli che sono rimasti senza un tetto fino a un luogo d’accoglienza trovato dai volontari del campo, realizzo che il resto della bidonville ha continuato a vivere, come se l’incendio stesso appartenesse a un altro mondo. Il campo è talmente ampio che certuni, probabilmente, non si sono accorti di nulla. Siamo a due passi da un perimetro dedicato alla vita notturna, il posto senz’altro più allucinante di questo immenso non-senso, dove risuonano i motori di alcuni gruppi elettrogeni, con le sue discoteche improvvisate, le sue risse, le sue luci multicolori e mobili da luna park, mentre tutto il resto è sprofondato nel buio.

Questo venerdì 13 era, dicono, la giornata mondiale della gentilezza. È stata anche l’ultima di una magnifica estate indiana, sintomo tra gli altri dell’odierna crisi climatica.

Otto giorni dopo, un nuovo incendio di minore ampiezza farà due feriti.

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L'intervista

Cronache di esilio e ospitalità è uscito quest’anno. E raccoglie un materiale estremamente ricco ed eterogeneo, a partire dal 2013. Ci si muove tra Calais, Parigi, la periferia, la provincia francese, ma anche tra la Calabria e la Sicilia. Come è nata l’esigenza di scrivere sulla vita dei migranti, e come è nata da questa scrittura il progetto del libro.

La molla principale che mi ha fatto scrivere questo libro, me ne sono accorto a poco a poco, è la medesima che mi ha spinto a diventare traduttore dall'italiano all'inizio degli anni 2000. Il primo libro che ho tradotto era Sull'Oceano di Edmondo de Amicis. Raccontava le vicende dei migranti italiani di fine Ottocento tra Genova e Montevideo. Avevo dedicato questo lavoro al mio nonno materno, che scappò minorenne dalla provincia di Treviso nel 1924, in parte per ragioni economiche in parte per ragioni politiche. La sua storia costituisce la prefazione a questo libro che ho pubblicato dodici anni dopo. Mio nonno, durante i suoi ultimi anni, mi diceva sempre: se avessi potuto raccontare la mia storia... Per me era un eroe, un avventuriero, il protagonista di un romanzo d'appendice mai pubblicato, e sogno ancora di saperne di più sulla sua vicenda epica anche se, ovviamente, tutto ormai è cancellato dall'oblio. In qualche modo, i ragazzi migranti che mi hanno chiesto di raccontare il loro percorso mi hanno dato la possibilità di saldare il debito che ho con lui, debito per una vita felice, per gli studi che ho potuto fare, per tutte le sofferenze che mi sono state risparmiate grazie anche al suo lavoro, alla sua capacità di costruirsi una vita e una famiglia in Francia.

Ma il motivo immediato di tale ricerca è da ricondurre a una precisa data : il 3 ottobre 2013. Dopo il naufragio che ha provocato la morte accertata di 368 persone – a cui si aggiungono una ventina di dispersi –  ho letto una quantità spaventosa di articoli che non dicevano nulla della situazione dei profughi provenienti in maggioranza dalla Somalia o dall'Eritrea – paesi di cui conoscevo un po’ la storia grazie al lavoro di scrittori e storici italiani. Ho scoperto l'ipocrisia dei politici presenti a un funerale, che era stato proibito agli stessi superstiti. E tra di loro, c'erano amici e familiari dei morti... Ho scritto su questo episodio un lungo articolo e ho continuato da quel momento a seguire quanto veniva raccontato sulla sorte dei migranti. All'epoca – parlo di tre anni fa, ma la situazione è cambiata solo superficialmente – si scriveva poco e male. Ho fatto l'elenco degli elementi che mi mancavano per capire da semplice lettore e ho provato di rispondere alle domande che mi facevo. Mi interessavano, ad esempio, i dati storici. Da quando esiste la « giungla » di Calais? Perché in Francia abbiamo accolto i boat people degli anni '70 e perché siamo incapaci oggi di un comportamento decente? È vero che la nostra attitudine politica assomiglia a quella degli anni '30? Mi stupiva anche di non avere mai la possibilità di leggere la storia di un percorso individuale – non solo una specie di curriculum vitae migratorio, ma una vera e propria storia fatta di emozioni, di ferite, di sorprese, di speranze e di delusioni. Ho provato così a lasciare spazio e tempo a chi aveva voglia di raccontarsi. Ho scritto questi articoli immaginando un lettore che seguiva le mie domande e i miei tentativi di risposta. L'idea del libro, però, ancora non ce l'avevo. Non avevo voglia di confrontarmi col mondo dell'editoria, anche se lo conosco bene da traduttore. Sono stati due amici a parlare del mio lavoro ad una bella e coraggiosa casa editrice: Le Passager clandestin.

 

Nel tuo libro si coglie l’urgenza e la tempestività del giornalista militante, ma anche quella del testimone, che è interamente coinvolto nelle vicende che narra, in quanto l’incontro con i migranti, e penso soprattutto con i minori senza famiglia, ossia i più fragili ed esposti, è qualcosa che ha inciso non solo sulla tua scrittura, ma anche sulla tua vita. Alla figura del giornalista e del testimone, si va poi a sovrapporre quella dello storico, perché tu sei storico di formazione. Come credi che queste tre visuali abbiano agito in questo tuo libro

Da bambino ero già appassionato di storia. Quando ho letto il primo libro su Garibaldi – ambientato sempre nel paese misterioso del nonno – avevo mi pare 7 o 8 anni. Mi piace la narrazione – quella ad esempio teatrale di Marco Baliani o di Laura Curino –, il reportage letterario, mentre mi interessa poco il romanzo, la fiction. Lavoro solo per passione, non posso fare altro. Per campare, da anni, sono costretto a lavorare giorno e notte. “Un grande artista”, mi ha detto l'amico poeta Carlo Bordini in un'intervista che gli feci, “è sempre una persona che ha deciso di fare un viaggio”. Anche Deleuze la pensava così, colle sue linee di fuga descritte nel bellissimo testo sulla superiorità della letteratura inglese-americana. Detto questo, ovviamente, non mi considero un'artista. Ma, da semplice uomo, da testimone se vuoi, porto avanti la mia vità comme un viaggio, un percorso. Per dirla come Deleuze, sarà il mio "essere-migrante"...

I minori senza famiglia... che ti posso dire... Sono i nostri figli. Tanti di loro sono tra i migliori di noi. Poveri che lottano, che sognano... Tanti di loro vivono da poeti.

 

Un matin nous partons, le cerveau plein de flamme,

Le coeur gros de rancune et de désirs amers,

Et nous allons, suivant le rythme de la lame,

Berçant notre infini sur le fini des mers

 

Cosa ne pensi della situazione di Calais, attualmente? E soprattutto come giudichi la decisione del Ministro degli Interni di sgomberare la bidonville, disperdendo i suoi abitanti in centri di accoglienza disseminati per la Francia intera?

Lo sgombero della bidonville di Calais è stato gestito per far credere di nuovo che tutto si risolverà magicamente in un attimo, con "umanità e fermezza". Adesso, chiedono alla polizia di cacciare quelli che tornano e sperano di chiudere così una storia che dura ormai da più di vent'anni. C'è un muro in costruzione tra la città di Calais e la zona del porto che, dal Trattato di Le Touquet nel 2003, appartiene all'Inghilterra. In pratica, questo significa che la Francia ha ceduto la sovranità su un pezzo del suo territorio ad un paese straniero. Certo, il governo francese non può decidere da solo di lasciar passare i migranti che vogliono entrare in un paese che non li accetta. Non è poi così semplice, non solo al livello statale, ma soprattutto regionale e locale, gestire alcune migliaia di persone di passaggio che hanno in comune il desiderio di attraversare illegalmente une frontiera.

A Grande-Synthe però, città vicina di Calais, il municipio insieme a “Medici senza frontiere” è riuscito a sistemare un campo decente per i richiedenti asilo kurdi. Il bravissimo sindaco Damien Carême evoca il paradosso con chiarezza: "Questo è un accampamento controllato da trafficanti di esseri umani. Dobbiamo dare condizioni di vita decenti ai migranti che ci passano, ma provvedere anche alla loro sicurezza." Questo significa, ad esempio, permettere alla polizia di lavorare per allontanare le reti mafiose che cercano di sfruttare i migranti, lottare affinché le case consegnate alle famiglie non siano confiscate da persone che le usano per arricchirsi, affittandole ai nuovi migranti che arrivano. Ovviamente è una situazione difficile, ma questo esempio dimostra che affrontarla con coraggio e dignità è possibile e, fra l'altro, con dei costi molto più bassi rispetto alla gestione di Calais, dove una quantità spaventosa di soldi si spreca per mobilitare centinaia di celerini e installare chilometri di filo spinato. A Calais, i governi successivi, sia di destra sia di sinistra, hanno aiutato la politica di non-accoglienza imposta da Londra, bloccando la frontiera dell’Inghilterra fin dentro il territorio francese. In tali circostanze, ovviamente, l'unica soluzione coerente sarebbe quella di permettere a queste persone di rimanere in Francia. È stato fatto in parte, non nell'interesse dei migranti però, ma solo nel quadro di una politica globale di "flussi". Affinché non venga oltrepassata una certa soglia numerica, i poteri pubblici rendono la vita dura ai migranti o li lasciano nel più completo abbandono, sperando così di scoraggiare nuovi arrivi. Nella grande bidonville come negli accampamenti precedenti, lo Stato ha potuto lasciare senza vergogna centinaia e poi migliaia di persone senza doccia, senza cesso, senza elettricità. Questa è la cosiddetta gestione dei flussi.

Quando però il numero delle persone diviene troppo grande, il governo decide di spedire i richiedenti asilo politico in diverse parti del paese. Deve quindi risolvere il problema dello “stock”. Il risultato è spesso deludente. Da una parte, a Calais, i trafficanti hanno già fatto il loro lavoro di promozione del sogno inglese – “dall'altra parte della Manica tutto andrà bene per voi, ma un tale paradiso vi costerà migliaia di euro” – dall'altra, dopo mesi passati in condizioni disastrose, i i discorsi sull’accoglienza dell'amministrazione francese appaiono sempre meno credibili. Negli ultimi mesi, il governo ha quindi deciso più volte di aggiungere ai richiedenti asilo, altre persone che non volevano rimanere in Francia. Alla fine, ad ottobre, ha creato una situazione di falsa emergenza, invitando 700 giornalisti ad assistere ad una cosiddetta "operazione umanitaria". Non ridurre a una caricatura o criticare in modo eccessivo il lavoro che hanno tentato di fare le associazioni mandate dallo Stato. Il risultato però è poco dignitoso. Un buon numero di minori, ad esempio, è scappata dopo qualche ora o qualche giorno dai luoghi dove erano stati mandati. Per quanto li riguarda, la situazione è ormai fuori controllo da quasi un anno e ad un livello mai visto in precedenza. Anche per gli adulti la situazione non ha sbocco: vengono sparpagliati a caso nei cosiddetti Centri di Accoglienza e di Orientamento dove, in pratica, sono i volontari delle associazioni locali che organizzano le diverse attività – lezioni di francese, una parte dell'assistenza legale, medica e amministrativa. Tanti migranti, dopo appena qualche mese, si ritroveranno senza documenti, senza esistenza legale. L'idea del governo è di provare a renderli invisibili, di farli dimenticare. L'unico successo che è stato ottenuto, grazie soprattutto al lavoro dell'associazione France terre d'asile, è stato quello di aver permesso alcuni ricongiungimenti familiari tra i minori che avevano parenti in Inghilterra.

 

Che bilancio fai della politica di accoglienza francese, in particolar modo a partire dall’inasprirsi del conflitto siriano, ossia durante gli ultimi due anni e rispetto a quanto realizzato o meno negli altri paesi europei?

 I Siriani in Francia sono pochissimi. Per loro fortuna, la stragrande maggioranza ha raggiunto la Germania. Per il resto, France, pays des droits de l'homme potrebbe costituire l’equivalente del titolo di un libro ormai famoso di Angelo del Boca, Italiani brava gente. I pochi che lottano per dare un po' di senso a tale formula sono gli stessi che sanno perfettamente come essa venga tradita ogni giorno dall'amministrazione francese. Per tanti Africani, però, il mito rimane vivo e anche per loro dobbiamo fare in modo che nella realtà possano trovare un po' di quel sogno che hanno inseguito partendo. Chiudo l'argomento dicendo che il libro France pays des droits de l'homme è ancora tutto da scrivere. Il mio prossimo libro, invece, s’intitolerà, in un paese sazio di memoria autoreferenziale, Les lieux de l'oubli. Sondando il rimosso della storia francese, ho scoperto che spessissimo ci si imbatte nel conflitto con lo straniero, l'immigrato, il colonizzato... La Francia rimane una terra avvelenata da un senso di superiorità spaventosamente ridicolo. Questo tratto l'accomuna alla sua vecchia rivale, l'Inghilterra.

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Foto di Olivier Favier: 1) quattro ragazzi in gita a Compiègne, ottobre 2016; 2) Mohamed e Mamadou alla Fête de l'humanité, La Courneuve, settembre 2015.

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Interférences: pezzi mensili di taglio e tema variabilissimi, ma accomunati da interazioni (anche inattuali) con fenomeni francofoni e francesi di società, arti e scritture.

Interférences #3 / Muray, il dissacratore

wave1Andrea Inglese

“Sting riporta la vita e celebra la musica per la riapertura del Bataclan”, così titolava il sito di France Info, sintetizzando in modo esemplare il messaggio che i media francesi hanno voluto unanimemente diffondere: sabato 12 novembre, con Sting sul palco, possiamo celebrare la vittoria della festa, nel luogo stesso in cui era stata un anno prima crudelmente interrotta. Ci si potrebbe chiedere, allora, chi e cosa siano gli sconfitti di questa vittoria. Senz’altro lo spirito oscurantista dei terroristi, che odiano palesemente i nostri riti occidentali, anche se è probabile che ben poco possa influire su di essi e i loro criminali progetti un concerto ben riuscito di Sting. È poi probabile che la stampa, assieme ai proprietari del Bataclan, vogliano vedere sconfitti l’umore malinconico, e ogni traccia di angoscia o di paura che gli attentati del 13 novembre 2015 hanno lasciato in eredità ai cittadini di Parigi e non solo a loro. Certo, c’è stata tolleranza per quei parenti delle vittime e quei sopravvissuti alla strage che hanno declinato l’invito al concerto del 12 novembre (la sala aveva riservato rispettosamente dei posti per loro). Non tutti hanno magari già “voltato pagina”, ma l’invito a farlo è stato unanime ed esplicito, anche perché il settore turistico è ancora in pena, e la macchina degli affari gira bene solo quando c’è un’autentica atmosfera festiva. Nulla di nuovo. Questa medesima situazione era stata descritta in un libro di Philippe Muray, Cari jihadisti, uscito in Francia un anno dopo l’attentato alle Torri gemelle di New York e disponibile ora in Italia per Miraggi edizioni nella collana Tamizdat diretta da Francesco Forlani e Alessandro De Vito. La sua lettura è altamente consigliata a tutti i coloro che non sono così ansiosi di rituffarsi nella spensierata festa da fine settimana occidentale.

Philippe Muray fa parte di quegli autori difficilmente classificabili che hanno attraversato i generi (romanzo, saggio erudito, pamphlet), gli ambienti letterari (da Tel quel all’Atelier du roman), e la stessa partizione ideologica destra-sinistra con una furiosa indipendenza di giudizio e un talento polemico fuori dal comune, conquistandosi alla fine una sorta di equanime e generalizzata inimicizia. Ciò nonostante, dopo la sua morte precoce avvenuta una decina di anni fa, la sua opera ha sollecitato un crescente interesse. Il suo percorso di critico letterario e saggista era iniziato con la rivista d’avanguardia Tel Quel e il sodalizio con Philippe Sollers. Nel 1981, il suo Céline, pubblicato presso Seuil nella collana di Sollers, già suscitava scandalo. Muray proponeva una lettura integrale di Céline, ossia l’impossibilità di scindere il grande romanziere dal detestabile pamphlettista antisemita. (Posizione che, da noi, difese lo stesso Raboni, nell’introduzione che scrisse, nel 1993, alla sua versione di Mea culpa per Guanda.) Muray considerava l’amputazione del Céline ignobile da quello celebrato nelle storie ufficiali della letteratura un’operazione di chirurgia estetica, volta a normalizzare e risanare il corpo dell’opera, espellendo da essa tutto ciò che incarnava l’errore e il male. Nel suo saggio successivo, mostruosamente erudito e ancora più spiazzante, Il diciannovesimo secolo attraverso le epoche (Denoël, 1984), l’autore proponeva una sorta di genealogia dell’idea ottocentesca di socialismo e di progresso, repertoriando tutti gli intrecci meno evidenti tra occultismo e ragione, tra pulsioni metafisiche e imprese profane. Ce n’era abbastanza per farsi malvedere dalla sinistra intellettuale e per suscitare superficiali simpatie presso la stampa di destra.

In ogni caso, chi legge Cari jihadisti si trova ancora oggi di fronte a una critica dell’attuale società capitalistica che, per ferocia e ampiezza di campo, non ha più da tempo cittadinanza nell’ambito delle sinistre istituzionali (parlamentari), ma risulta rara persino in quello della sinistra radicale. Poco importa, alla fine, se sul filo del continuo paradosso Muray si riveli più reazionario o rivoluzionario. Conta, infatti, quello che noi decidiamo di fare della sua prosa mordace. Ad esempio, considerare la sua analisi della nostra società ad un tempo “iperfestiva” e “ipersecuritaria” come un capitolo ulteriore della critica dello Spettacolo iniziata da Guy Debord. Un capitolo che si situa dopo gli spettacolari attacchi dell’11 settembre 2001 negli Stati Uniti da parte dei kamikaze di Al Qaida, e che si rivela utile per comprendere il clima della Francia attuale, dopo gli attentati del 2015 e del 2016 realizzati in nome dello Stato Islamico.

Cari jihadisti non propone né un’analisi sociologica del profilo del martire terrorista né una spiegazione geo-politica della “guerra santa”. È una lunga lettera indirizzata ai jihadisti, per chiarire loro la natura di quello che erroneamente credono di combattere, ossia una civiltà occidentale ben poco somigliante, nella realtà, all’immagine che se ne sono fatti. “Le vostre distruzioni compromettono le nostre decostruzioni. Il vostro annientamento interrompe la nostra nientificazione. Siete dei doppioni. Minacciate la nostra umanità, ma noi siamo già oltre l’umano, impegnati a espanderci ancora. (…) E dovreste così capire, finalmente, che i guasti che tentate di provocare voi non saranno mai al livello di quelli che provochiamo noi. Con un’unica differenza, anche qui: per i vostri soprusi sarete perseguitati ai quattro angoli del pianeta, mentre a noialtri occidentali spetteranno gloria e lodi”. È da due anni che gli opinionisti francesi hanno rivoltato da ogni parte il nichilismo degli attentatori, nichilismo tanto più spaventoso in quanto proveniente da giovani nichilisti di casa propria, seppure di stile così arcaico ed esotico. Il libro di Muray potrà ricordare loro che in fatto di nichilismo le società capitalistiche occidentali non sono seconde a nessuno, e nello stesso tempo godono di un privilegio unico nel mondo: vendono a se stesse e agli altri la distruzione del pianeta come un affare straordinariamente allettante per tutte le classi e realizzato all’insegna della più grande tolleranza e rispetto individuali. In tante pagine di Muray risuonano le riflessioni gravi e pessimistiche che Günther Anders ha sviluppato nel secondo volume della sua filosofia delle tecnica, apparso nel 1980 (L’uomo è antiquato. Sulla distruzione della vita nell’epoca della terza rivoluzione industriale, Bollati Boringhieri, 1992). E in esergo a Cari jihadisti avrebbe potuto esserci questa frase, contenuta nelle prime pagine dell’Uomo antiquato: “L’umanità che tratta il mondo come ‘un mondo da buttar via’, tratta anche se stessa come ‘un’umanità da buttar via’”. Se Anders, però,  giustificava il tono inflessibilmente serio del proprio discorso rispetto alla situazione estrema e tragica nella quale si trova l’umanità odierna, Muray ha scelto come arma la risata rabelesiana, che fronteggia dissacrante ogni forma di ipocrisia e conformismo intellettuale.

Con un medesimo gesto, l’autore mostra le velleità di ogni pretesa guerra santa contro l’Occidente, e nello stesso tempo l’incapacità delle società occidentali di pensarsi fuori dalla cornice di una perfetta e sempre rinnovantesi innocenza. “Quegli intollerabili attentati hanno di colpo vietato preventivamente ogni libera critica di ciò a cui miravate. Bel vantaggio collaterale. A partire da quel preciso istante, la fabbrica dell’elogio permanente che tanto odiavate si è impadronita della quasi totalità dello spazio sociale.” In Francia, in questi due anni, è accaduto esattamente questo. Ma è importante capire, che la fabbrica dell’elogio non è per Muray semplicemente la cinica e fredda macchina propagandistica dello Stato, ma un clima a cui tutti partecipano concretamente, "dal basso", attraverso le scelte della propria vita quotidiana e il proprio entusiasmo. Non è un caso, allora, che il presidente del Bataclan abbia parlato di “atto militante”, per coloro che hanno deciso di partecipare il 12 novembre al concerto di riapertura di Sting. E così vale per la movida parigina più in generale. Ognuno potrà dare una dignità del tutto particolare alla mera abitudine di farsi spennare economicamente in un locale affollato e chiassoso di Parigi durante il sabato sera. E d’ora in poi, chi trovasse ininteressante, deprimente o semplicemente odiosa tale espressione dell’ordinaria superiorità dei valori democratici, non sarà semplicemente annoverato tra le persone disturbate mentalmente, ma rischierà di essere considerato l’alleato oggettivo dei terroristi anti-sistema. “Ci batteremo per tutto, per difendere parole e vite senza senso. Ci batteremo per l’ordine mondiale caritatevole e la movida notturna. Ci batteremo per la vita sempre al top, e per l’arte alternativa. (…) Lotteremo in favore del riscaldamento globale, per la crescita del livello del mare, per ridurre con misure draconiane le emissioni di carbonio, in favore di tutte le catastrofi e per tutti i modi possibili di limitarne l’impatto. (…) Ci batteremo fino all’ultimo per andare avanti, fare cose, vedere gente, cambiare, avere progetti. (…) Ci batteremo per la libertà di girare in monopattino senza secondi né primi fini.”

 

Philippe Muray

Cari jihadisti…

Traduzione di Francesca Lorandini e Olivier Maillart

Miraggi edizioni, 2016, p. 108, € 14.

 

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Interférences: pezzi mensili di taglio e tema variabilissimi, ma accomunati da interazioni (anche inattuali) con fenomeni francofoni e francesi di società, arti e scritture.

 

Il mito e gli attentati (le scuse a Oriana)

824493887_il-sonno-della-ragione-genera-mostri2c20francisco20goyaGiorgio Mascitelli

Una delle reazioni, in fondo tra le più prevedibili, agli attentati di Parigi è stato il diffondersi prima nell’apparato mediatico ufficiale e di conseguenza sui social network di messaggi inneggianti a Oriana Fallaci e alla sua franca anche se politicamente scorretta chiaroveggenza in materia di Islam, che sarebbe oggi colpevolmente dimenticata. “Scusaci Oriana, avevi ragione” è il titolo di un intervento di Pierluigi Battista sul Corriere della sera del 16 novembre e in effetti corrisponde a un hashtag che mi è capitato di vedere alquanto spesso in rete in questi giorni. Del resto uno degli ingredienti del successo dei libri dell’illustre giornalista fiorentina è stata proprio la presentazione delle sue opere come prodotti di una mentalità controcorrente e invisa alle élite, insomma come ci ricorda Tzvetan Todorov ne La paura dei barbari molti lettori pensano che “la Fallaci abbia avuto il merito di proclamare ad alta voce ciò che ciascuno pensa tra sé, ma non osa dire, per paura di attirarsi i fulmini del politically correct ( anche se si tratta di un’idea sbagliata: libri come quello della Fallaci e di altri islamofobi sono regolarmente presenti nelle classifiche dei bastseller)”.

Ciononostante vale la pena di riflettere sul richiamo alle scuse che saremmo tenuti a darle: questo invito presuppone che Oriana Fallaci sarebbe stata perseguitata per le sue idee impopolari ma veritiere o perlomeno pervicacemente ignorata. In tal caso la sua vicenda avrebbe qualcosa in comune, nella prima ipotesi, con quella di Gesù Cristo o nella seconda con quella di Cassandra.

Il che è un elemento platealmente falso perché le idee e i valori di Oriana Fallaci lungi dall’essere state perseguitati o trascurati sono stati ampiamente sostenuti dal potere mediatico in quanto strettamente funzionali agli interessi delle élite politiche occidentali negli anni successivi all’attacco alle Torri Gemelle. Se le sue idee hanno goduto di discredito è stato presso gruppi minoritari di dissidenti ben distanti dalla stanza dei bottoni. Quanto alla sua persona credo che non le siano mancati gli onori che il nostro tempo tributa alle sue celebrità, ivi compresi quelli postumi.

Le prove più evidenti di questo fatto sono da un lato la sua notorietà mediatica, che nel suo campo non ha pari in Italia e anche all’estero ha pochi rivali, e dall’altro l’influenza sull’opinione pubblica dei suoi discorsi che hanno contribuito a creare quell’immaginario collettivo, che a sua volta ha reso possibile l’accettazione incondizionata della guerra permanente al terrorismo e della guerra, permanente a dispetto desideri dei suoi promotori, in Iraq, tra i cui frutti sono da annoverare anche i lutti di questi giorni.

Di questo messaggio variamente ripreso l’aspetto più importante sta proprio nell’appello perentorio a scusarsi con Oriana Fallaci e non nel fatto che lei abbia avuto ragione. Infatti se un sostenitore della tesi dello scontro tra civiltà si limitasse ad affermare che gli attentati di Parigi dimostrano la validità delle tesi sostenute dall’autrice lo statuto del suo discorso sarebbe quello di un’argomentazione passibile di essere discussa o criticata, al contrario richiamarsi al dovere delle scuse nei confronti della giornalista scomparsa significa richiamarsi a una colpa da espiare o, quanto meno, a una mancanza da riparare, senza il risarcimento della quale si versa in una perenne condizione di debito e inferiorità morali nei confronti di chi per salvarci si è esposto con coraggio al ludibrio dei potenti intellettuali di sinistra. Naturalmente in questa prospettiva le parole di chi è stato offeso assumono un valore di verità testimoniata con la propria vita e non sono discutibili come normali opinioni politiche e culturali.

Allora qui non sarà difficile riconoscere, soprattutto per orecchie abituate a questo tipo di suoni, i rumori di funzionamento dell’antica macchina mitologica. Per riprendere a funzionare in Europa questa macchina non ha certo atteso gli attentati di Parigi, come è attestato dal fatto che sulla questione dei profughi siriani un piccolo paese periferico e abbastanza isolato come l’Ungheria è riuscito a dettare la linea politica a tutta l’Unione imponendo perfino ad Angela Merkel la propria visione o meglio il proprio immaginario politico, cosicché tutti i confini interni d’Europa si vanno riempiendo di muri, steccati e fili spinati a dispetto della loro assurdità pratica e a dispetto, soprattutto, delle rassicuranti dichiarazioni liberali di coloro che rappresentano la finanza dal volto umano.

Così non resta che constatare che il sonno della ragione produce sempre mostri con l’aggravante, rispetto ai tempi di Goya, che questi stessi mostri sono scambiati per l’espressione di una razionalità globale senza la minima consapevolezza delle forze del mito che si agitano dentro di essi.

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A cura di Nanni Balestrini, Maria Teresa Carbone, Andrea Cortellessa, Nicolas Martino

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Parola misteriosa, almanacco. Venuta a noi dagli arabi di Spagna, ma dalle origini oscure: le tavole astronomiche, che davano il modo di determinare il giorno della settimana o la posizione media del sole, avevano forse le loro radici in una vocabolo antico, manakb, il luogo ove si fanno inginocchiare i cammelli d’una carovana per il carico e lo scarico o il riposo. E questa idea di sosta, una sosta tranquilla nel corso di un lungo movimento, ci piace, perché in qualche modo abbraccia i due aspetti del libro che avete in mano: da un lato una riflessione sull’anno che è appena trascorso, attraverso una serie di cronache selezionate tra le moltissime proposte da alfa+, il quotidiano diario di Alfabeta2 online; dall’altro, il desiderio di affrontare quello che è, al di là delle immediate contingenze, uno dei nodi più intricati della vita umana sempre, di quella attuale in particolare: il nostro rapporto con il tempo che, in questa nostra epoca globalizzata, si sta trasformando e ci sta trasformando. Non abbiamo la presunzione di proporre risposte, ma di avere lanciato interrogativi per l’anno, gli anni a venire, questo sì.

POST-FUTURO

Testi di Franco Berardi Bifo, Sergio Bologna, Aldo Bonomi, Maria Teresa Carbone, Andrea Cortellessa, Lelio Demichelis, Nunzio d’Eramo, Andrea Fumagalli, Andrea Inglese, Nicolas Martino, Cristina Morini, Luisa Muraro, Letizia Paolozzi, Fabrizio Tonello, G.B.Zorzoli.