Quadrato

Carlo Antonio Borghi

Omaggio al Quadrato! È Josef Albers, manco a dirlo. Albers e il Quadrato sono sinonimi, nel dizionario storico dell’Arte Contemporanea. Il Quadrato come icona di se stesso e come trasfigurazione estrema di tutte le possibilità e di tutte le pratiche di astrazione. Gli omaggi o tributi al Quadrato di Albers sono ora esposti in una ampia mostra, spartita in due sedi: Galleria Nazionale dell’Umbria a Perugia e Museo Civico di Città di Castello. Perugia accoglie Albers in quella summa di Gotico e di Rinascimento che è la sua Galleria Nazionale.

Collocato tra un Piero della Francesca e un Duccio di Buoninsegna, il Quadrato di Albers piazza tutta la sua forza smaterializzante e spiazza chi guarda proponendogli una conversione percettiva che decongestiona la normalità e la banalità della visione comune. Il superfluo resta fuori dalle linee che perimetrano il Quadrato. L’interno è solo colore spalmato con rigore matematico e trascendentale. Potendo rivoltare una delle opere, si scoprirebbe la scrittura di pugno dell’artista che descrive con minuzia il tipo, il numero, la marca del colore usato e le modalità di applicazione del colore stesso, per spatolature distese direttamente sulla tela o sulla masonite.

Esponendo il retro del Quadrato, si avrebbe un’opera concettuale vera e propria. Esposto nel solito e giusto verso risulta tutt’altro. Astrazione di colore in purezza e non contaminata come nelle pratiche gestuali e rabbiose dell’Espressionismo Astratto dei suoi colleghi americani. Josef (1888-1976) era tedesco di Westfalia, la regione più cattolica della Germania. Formazione Bauhaus da studente e docente, poi nel 1933 espatriato dalla Germania Nazista per rifugiarsi negli Usa e praticare la professione di artista insieme a quella di docente all’innovativo Black Mountain College di Asheville in North Carolina. Cattolico osservante e fedele sposo di Anni, tessitrice provetta e rigorosa quanto lui, nella selezione di linee e di colori da perimetrare.

Rigore artistico quasi ascetico nel colore dei Quadrati. Rigore ed essenzialità spartana, tanto francescana quanto tibetana. Ogni suo Quadrato potrebbe fungere da pianta quadrata per un giardino zen, dove tutto si può vedere anche se nulla c’è. Nulla si perde e tutto si trasfigura, anche il suo amato Giotto riquadrato nella Cappella degli Scrovegni. La sua materia preferita era il vetro per consistenza e trasparenza. I suoi quadrati sono vetrofanie ottenute per stesure di colore sulla tela. Ognuno è una superficie mentale ed astrale, dove rigore e bellezza combaciano.

Ogni suo Quadrato è come un kerigma, un annuncio di rinascita. Ognuno sembra sorgere da quell’alba profonda e aurorale dove nulla di raffigurabile ancora c’è, sullo schermo del mondo conosciuto. È una spinta a fare quadrato contro ogni incultura al potere.
Titolo: Josef Albers - Spiritualità e Rigore - dal 19 marzo al 19 giugno 2013.

Giulio Carlo Argan

Carlo Antonio Borghi

L’Argan. Bastava la parola per identificare il Manuale di Storia dell’Arte firmato dal Professore. Quattro volumi – editi da Sansoni, Firenze, 1968 Prima edizione – ad uso dei licei classici, ma anche dei corsi universitari. Comprare l’Argan-studiare l’Argan-prestare l’Argan-portare l’Argan. Messi uno sopra l’altro formavano una certa pila. Il Primo volume era libro di testo ufficiale per il primo anno di Liceo. L'ora di Storia dell’Arte contro l'ora di religione. Poi il Secondo volume e di seguito il Terzo fino al Neoclassicismo o giù di lì. Il quarto volume, quello più ponderoso, era adottato come testo base per il corso di Storia dell’Arte Contemporanea all’Università. Argan uomo, storico e critico d’arte, docente e saggista, intellettuale organico quadro del PCI, era di sicuro un quadro astratto per via della sua preferenza per l’astrattismo di Vedova, Turcato, Consagra e parecchi altri anti-iconisti tutti comunisti. L’arte concettuale, l'arte povera e la body art performativa non entravano nel suo campo visivo ed estetico.

Giulio C. Argan quel 12 novembre 1992 lasciava una terra postmoderna in arte e in architettura. In quello stesso momento la prima repubblica andava in scadenza. Era l’estate di San Martino, stavo con amici in spiaggia a Cagliari. In Sardegna l'11 di novembre è ancora stagione di bagni. Quando la radio diede la notizia scrivemmo il nome di Argan sulla sabbia. Poi un paio di tuffi acrobatici. Tornati in riva la parola Argan non c’era già più cancellata dalla risacca. A casa, infilati nella libreria, emergevano in bell’ordine i suoi quattro volumi color verde bottiglia. Volumi molto usati, quasi scompaginati, sottolineati e commentati a penna e a matita. Volumi studiati con il piacere di farlo. Tanti studiavano l’Argan imparandolo a memoria, trovandolo di difficile comprensione per i suoi troppi intrecci e le sue implicazioni ideologiche e politico-sociali. Studiati e ripassati per l’esame di Arte Classica, poi Medievale, poi Moderna e infine Contemporanea.

Quello stesso stropicciatissimo IV volume avevo avuto il piacere e l’opportunità di esporlo e maneggiarlo al centro di un'installazione dedicata ai Nudi di Marcel Duchamp dipinti mentre scendevano le scale. La performance con il mitico IV volume consisteva nel cercare la riproduzione di quei nudi cubo-futuristi, conservati a Philadelphia, e che tanto scandalo avevano provocato a New York nel 1913 nell'Armory Show. Consisteva anche nel far risuonare tra le dita le 769 pagine del libro e nel lasciarlo poi cadere di piatto sul pavimento della galleria – Cagliari, 1980, Galleria Photo 13 – , e sì che rimbombava un bel po'. Era l'epoca d'oro delle Performing Arts che a Lui non dicevano un bel nulla. Quei quattro tomi sono sempre stati da me custoditi con cura bibliofila. Dentro le loro pagine son conservati foglietti amorosi, frasi marxiste-leniniste, numeri di telefono misteriosi. Giulio Carlo aveva rigirato il famoso titolo di Benjamin sulla perdita dell’aura in arte, in questo modo: “L’opera d’arte come prototipo delle sue possibili riproduzioni”. Le riproduzioni tecniche e molteplici non gli andavano a genio, come pure multipli e moltiplicazioni, compresa quella evangelica.

Metodo Argan 1: progettare per non essere progettati. Tutto un programma razionalista, laicista e illuminista. Metodo Argan 2: tutta la Storia dell’Arte è Storia del Presente. Il Museo difende gli oggetti, gli storici dell’arte difendono la città contemporanea. Contesti e oggetti come atti critici militanti. Palma Bucarelli e Argan erano in rapporto di sinergia artistica e sentimentale. Arganismo: cerco di essere chiaro, ma non facile. Parlava come un libro stampato. Aprire uno dei suoi manuali era come parlare con lui, a libro (e viso) aperto. Argan è lì, esposto in tutte le fotografie che ritraggono Palma come direttrice della Galleria Nazionale d’Arte Moderna di Roma. Il manuale oppositore dell’Argan era il Carli-Dell’Acqua, il più grigio e noioso della storia dell'arte.